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Grazie.Dopo qualche giorno dalla prima iniziativa di Sinistra Italiana a Senise è la prima parola che sento il dovere di...
22/06/2026

Grazie.
Dopo qualche giorno dalla prima iniziativa di Sinistra Italiana a Senise è la prima parola che sento il dovere di pronunciare.
Grazie al Segretario Gianni Rondinone per la passione infinita e le per l'enorme ricchezza dei contenuti del suo intervento.
Grazie a Domenico Nicola Donadio per la presenza costante in presidio di difesa del territorio.
Grazie ad Angelo Chiorazzo e Basilicata Casa Comune per il lavoro di approfondimento e sensibilizzazione continua, sul campo, che sta portando avanti sul tema della Sanità in Basilicata e non solo.
Grazie a Giovanni Asprella per gli spunti tecnici e politici, pungenti e precisi.

Sulla Sanità, dico ancora la mia, a mente fredda, in estrema sintesi.
A prescindere da quello che il Consiglio Comunale di Senise deciderà, a proposito delle iniziative da valutare ed intraprendere, la nostra posizione resta ferma su tre punti, e su questi continueremo a lavorare.

1) Occorre lavorare ad un Piano Sanitario Comunale, come già hanno fatto altri comuni: la presenza sul territorio di medici e Strutture Sanitarie Convenzionate, rappresentanti un ulteriore braccio operativo della sanità regionale e troppo strategiche per essere sottovalutate, disponibili a coprire i vuoti lasciati dall'offerta pubblica è un'opportunità da sfruttare e sulla quale lavorare senza sosta, ipotizzando anche utilizzo di risorse di bilancio comunale e/o Ripas;

2) Un "cessate il fuoco" tra la Giunta Regionale e il Comune di Senise: subito, entro fine mese, occorre un tavolo tematico sulla sanità del territorio senisese, facendo seguito agli impegni assunti dal Capo Gabinetto della Presidenza Regionale in occasione della Manifestazione svolta a Potenza. Cupparo, Pittella e Latronico hanno la responsabilità storica di ricucire i rapporti istituzionali di confronto, dialogo e sano dibattito tra le istituzioni democratiche: a loro, il mio rinnovato appello: CESSATE IL FUOCO!

3) Questa rimane una nostra posizione, ma lo ha sottolineato bene il Segretario Rondinone nel suo intervento: di fronte a scelte sbagliate, alla sordità sulle esigenze di dialogo e sulle carenze dell'offerta sanitaria regionale la risposta deve essere obbligatoriamente il "sano conflitto". Comprendiamo le preoccupazioni di chi amministra, il timore di fare una scelta sbagliata addirittura con il rischio di perdere alcuni servizi, la prudenza sulle "azioni forti"; ma noi, come Sinistra Italiana, continueremo ad essere presenti ai lavori del tavolo dei partiti e del Comitato cittadino per proporre la "conflittualitá" come sano strumento democratico di confronto e crescita.

È un bell'inizio, di un movimento saldamente posizionato all'interno del Centro Sinistra, ma mai subalterno alla destra e ad una "certa parte" di alleati.
Armando Roseti

Venosa
19/06/2026

Venosa

🟠 Ci sono atti che non cambiano la vita delle persone.
Ma aiutano a definire chi siamo.

La decisione del Consiglio comunale di Venosa di non revocare la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini non produce effetti concreti sulla quotidianità di nessuno. È vero.

Ma la memoria pubblica non riguarda soltanto gli effetti pratici. Riguarda i valori che una comunità sceglie di riconoscere e trasmettere. Riguarda il significato delle parole, dei simboli e delle scelte istituzionali.

L’antifascismo non è una questione del passato. È il fondamento della nostra democrazia, della Costituzione, delle libertà di cui godiamo oggi.

Per questo non si tratta di riscrivere la storia. La storia è già scritta. Si tratta piuttosto di scegliere da quale parte della storia stare.

Con sobrietà, senza polemiche inutili, continuiamo a pensare che non possa esserci onore pubblico per chi ha privato l’Italia della libertà, perseguitato gli oppositori e accompagnato il Paese verso le leggi razziali e la guerra.

La memoria non divide una comunità. La aiuta a riconoscersi nei principi che la tengono unita.

Qualcosa non torna in effetti…
17/06/2026

Qualcosa non torna in effetti…

C’è qualcosa che non torna nell’Italia di oggi.

Viviamo in uno dei Paesi più vecchi del mondo: l’età media ha superato i 47 anni. Ogni anno centinaia di migliaia di persone lasciano l’Italia. E se aggiungiamo i flussi interni dal Sud verso il Nord, il numero di chi parte diventa ancora più grande.

E chi se ne va non è vecchio: l’età media degli italiani espatriati è intorno ai 33 anni. Se ne vanno giovani, lavoratori, competenze, pezzi di futuro.

Intanto gli stranieri residenti sono quasi uno su dieci e hanno un’età media molto più bassa di quella degli italiani. Sono più giovani, lavorano, fanno figli, abitano territori che altrimenti perderebbero ancora più vita.

La verità, scomoda da ammettere, è questa: l’Italia non rischia di essere invasa. Rischia di svuotarsi.

La destra e l’estrema destra fanno propaganda sulla paura, ma la demografia non vota, non fa comizi e non mente. Mancano lavoratori nelle campagne, nell’assistenza agli anziani, nella sanità, nell’edilizia, nella logistica, nel turismo. Mancano persone.

Ma non basta che le persone arrivino. Bisogna costruire le condizioni perché possano vivere, lavorare, imparare la lingua, abitare, mandare i figli a scuola, partecipare alla vita delle comunità.

Questa si chiama integrazione.

E l’integrazione non è una parola gentile da convegno. È una pratica concreta. È la differenza tra un Paese che usa le persone come manodopera invisibile e un Paese che costruisce comunità.

Senza integrazione crescono sfruttamento, lavoro nero, marginalità, paura e conflitto sociale. Con l’integrazione crescono diritti, legami, sicurezza vera, partecipazione e futuro.

Per questo il lavoro dell’ARCI è fondamentale: sportelli, corsi di lingua, orientamento, cultura, socialità, tutela, relazioni quotidiane.

La xenofobia trasforma problemi reali in nemici immaginari. Un Paese che invecchia, perde popolazione e vede partire i propri figli dovrebbe innanzitutto fermare questa grande fuga, ma non dovrebbe nemmeno avere paura di chi arriva.

Dovrebbe piuttosto temere il giorno in cui non vorrà più ve**re nessuno.

31/05/2026

Venerdì si è verificato a Rionero un grave episodio con protagonista un giovane la cui situazione di forte fragilità era stata più volte segnalata da ARCI nelle settimane precedenti.

Per giorni abbiamo sollecitato una soluzione adeguata, confrontandoci con prefettura, carabinieri, ASP e comune. Il giorno prima avevamo individuato una possibile collocazione idonea ma qualcosa non ha funzionato.

Non ci interessa attribuire responsabilità. Ci interessa capire come e perché sia potuto accadere.

Non riguarda soltanto una singola persona. Interroga il modo in cui una comunità, i servizi e le istituzioni riescono a riconoscere e affrontare situazioni di fragilità prima che diventino emergenze.

Il disagio psichico non ha nazionalità. Non ha colore della pelle. Non ha appartenenza politica. È una realtà che attraversa sempre più famiglie, scuole, luoghi di lavoro e relazioni sociali. Crescono la solitudine, l’isolamento, la rabbia e la difficoltà di trovare risposte adeguate a bisogni sempre più complessi.

Per questo non avremmo mai pensato a una discussione sul “nemico” da additare. Ma troppo spesso, la complessità lascia rapidamente il posto alla semplificazione.

Le domande diventano certezze. Le persone diventano simboli o slogan.

È un meccanismo che conosciamo bene. Si prende una paura reale, la si amplifica, la si trasforma in una spiegazione semplice e la si restituisce all’opinione pubblica come se fosse una soluzione.

Ma la paura non è una soluzione.

Da anni assistiamo a campagne costruite sull’emergenza permanente. Ogni volta viene indicato un problema, un bersaglio, un nemico. Ogni volta vengono promesse risposte semplici. Poi passano gli anni, cambiano i governi e spesso governano proprio coloro che avevano costruito il proprio consenso su quelle paure. Ma è sempre più semplice alimentare un’emergenza che risolverla. Più semplice indicare un bersaglio che affrontare le cause profonde del disagio.

Una paura alimentata produce consenso e continua a essere utile.

ARCI farà ciò che ha sempre fatto: lavorare nelle comunità, costruire percorsi di inclusione, offrire supporto alle persone più fragili e collaborare con le istituzioni per affrontare problemi reali.

È un lavoro più difficile della propaganda perché richiede responsabilità, competenze e pazienza. Ma è l’unico modo che conosciamo per costruire comunità più forti, più coese e realmente più sicure.

Che è successo in Basilicata
27/03/2026

Che è successo in Basilicata

Al referendum, la Basilicata ha avuto un comportamento in linea col resto del Sud.

Le chiacchiere razzistoidi danno la colpa al Sud della sconfitta del Sì, ma il 60% del No in Basilicata è quasi lo stesso dato di Toscana, Emilia-Romagna, Liguria, che Sud non sono.

la verità che il No ha superato ogni aspettativa, quasi ovunque, pure nella nostra regione.

Non era scontato, perché i partiti che sostengono sia il governo nazionale sia quello regionale erano schierati per il Sì. Partivano quindi da una posizione di vantaggio che è stata ribaltata dal voto referendario.

Se pensiamo che solo due anni fa, in Basilicata, il centrodestra si era confermato senza difficoltà, il dato pesa ancora di più.

Il risultato regionale è quasi uniforme. I comuni in cui vince il Sì sono pochissimi e, non a caso, sono anche quelli dove si è votato meno.

Se la vogliamo dire semplice: il Mezzogiorno oggi si comporta come un territorio all’opposizione.

Non è una questione ideologica. Ha a che fare con le condizioni materiali, con il fatto che certe difficoltà qui si sentono di più e finiscono per pesare anche nel voto.

Perché quando il referendum si polarizza politicamente come questo, la risposta va oltre il quesito posto e diventa una scelta di gradimento sul governo.

Inflazione, caro prezzi, salari bassi, taglio agli enti locali, guerra: sono tutti elementi che pesano di più in territori economicamente più fragili come le regioni meridionali.

Da qui emerge una richiesta abbastanza chiara: condizioni di vita migliori, risposte concrete su lavoro, servizi e costo della vita.

E dentro questo dato c’è anche un elemento che riguarda soprattutto i più giovani.

In territori dove i ragazzi spesso vanno via e i paesi si svuotano, chi resta ha partecipato e ha inciso.

Poi certo, c’è tutto il resto: le piazze, le mobilitazioni, chi prova a collegare questo voto a un discorso più ampio sulle disuguaglianze e sul futuro.

Ecco, sul futuro, prima di discutere di leadership o di equilibri politici, bisognerà ascoltare questa richiesta che arriva dalle urne.

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