16/08/2026
Quando la protezione rischia di diventare un limite
Quante volte ci è capitato di guardare una situazione sportiva con gli occhi della nostra unica esperienza, finendo per travisarla?
Un genitore vede un gesto, un rito di iniziazione, una dinamica di spogliatoio e grida subito alla violenza o al bullismo. Nella sua testa, sta proteggendo suo figlio. Ma senza aver mai vissuto lo sport dall’interno, senza le basi per decodificare certi linguaggi e – cosa ancora più grave – senza la fiducia nel tecnico, manca totalmente il metro di giudizio.
Si parte dal presupposto che “quello che so e quello che faccio io sia sicuramente il meglio per mio figlio”.
Il vero significato dei riti sportivi
Ciò che dall’esterno può sembrare un atto di prevaricazione di un “grande” sull’ultimo arrivato, spesso è esattamente il contrario: accettazione.
È il rito antico con cui il gruppo accoglie il nuovo membro. È un passaggio di testimone: “Quello che abbiamo fatto noi, lo passiamo a te”. È continuità di tradizioni (anche di quelle goliardiche o apparentemente stupide), è integrazione e senso di appartenenza. È tutto ciò che lo sport, nella sua dimensione più sociale e aggregativa, dovrebbe trasmettere.
Da qui sorge una domanda fondamentale per ogni genitore:
Ogni volta che siete sicuri di fare il bene per vostro figlio, lo siete davvero? Vi siete mai chiesti se avete le competenze e gli strumenti necessari per giudicare certe dinamiche?
Il compito di un genitore è proteggere e volere il bene del proprio figlio. Ma il compito di un tecnico competente – ed è fondamentale sottolineare la parola competente – va ben oltre la semplice preparazione atletica.
Un vero allenatore è prima di tutto un educatore:
• Impone regole e le porta ad esempio.
• Crea continuità e coesione nel gruppo.
• Fa crescere i ragazzi sia individualmente che socialmente, guidandoli verso obiettivi sempre più alti.
• Premia la meritocrazia, offrendo opportunità diverse a chi dimostra di averne le caratteristiche, lasciando poi a ciascuno lo spazio per svilupparle o, eventualmente, per fallire e imparare dal fallimento.