18/05/2026
Alle ore 9:30 di lunedì 18 maggio 2026, la Flotilla diretta a Gaza è stata nuovamente intercettata e assaltata illegalmente, in acque internazionali, a circa 250 miglia nautiche dalla Striscia di Gaza.
Diverse unità militari israeliane hanno circondato le imbarcazioni civili della missione e messo in mare gommoni veloci carichi di soldati delle Forze di Occupazione Israeliane in assetto da combattimento.
Le truppe israeliane hanno già abbordato con un’azione di forza – che definiamo apertamente piratesca – alcune delle 57 navi della Flotilla internazionale organizzata da Global Sumud, Freedom Flotilla Coalition e Mavi Marmara Freedom and Solidarity Association.
Le imbarcazioni trasportavano attiviste e attivisti internazionali, parlamentari, medici, giornalisti, volontari e persone comuni provenienti da numerosi Paesi del mondo, uniti dalla volontà di rompere simbolicamente e politicamente l’assedio illegale imposto a Gaza e denunciare il genocidio in corso contro il popolo palestinese.
Secondo quanto riferito dai portavoce dell'esercito israeliano, i partecipanti della Flotilla verranno trasferiti a forza su una grande nave da carico – una vera e propria “nave prigione” – per essere deportati verso il porto israeliano di Ashdod.
Si tratta di una 𝗲𝗻𝗻𝗲𝘀𝗶𝗺𝗮 𝘃𝗶𝗼𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 compiuta da Israele in totale impunità: un’aggressione contro civili disarmati avvenuta lontano dalle coste israeliane, in acque internazionali, contro una missione pubblica, non violenta e trasparente.
Ancora una volta il governo israeliano tenta di trasformare la solidarietà internazionale in un crimine e di militarizzare perfino il mare, impedendo a chiunque di rompere il silenzio sull’assedio, sulla fame usata come arma, sulla distruzione sistematica di Gaza, sullo sterminare un intero popolo.
MA NON È FERMANDO DELLE BARCHE
CHE RIUSCIRANNO A FERMARE UN MOVIMENTO
Cresceranno nuove mobilitazioni nei porti, nelle città, nelle università, nei luoghi di lavoro.
Crescerà la pressione contro i governi complici, contro gli accordi militari e commerciali con Israele, contro l’ipocrisia di chi parla di diritti umani mentre lascia che un intero popolo venga schiacciato sotto le bombe e la fame.
La risposta non può più essere soltanto umanitaria.
𝗗𝗲𝘃𝗲 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮.
Per questo continueremo a costruire la rete
“100 PORTI • 100 CITTÀ”, al fine di moltiplicare la mobilitazione nei territori, nelle istituzioni e nella società civile e per tenere alta l'attenzione sulla Palestina e fare pressione sulle istituzioni non solo quando navighiamo verso Gaza.
Possono sequestrare delle navi,
ma non riusciranno a fermare i popoli che si sollevano contro l'oppressione.
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