25/06/2026
C'è un gioco di prestigio in atto sui diritti delle persone con disabilità.
Il governo toglie una parola offensiva dalla Costituzione. Tutti felici, giustamente. Ma nella stessa mossa, in silenzio, riscrive qualcosa di molto più importante. E in poch* se ne sono accort*.
Proviamo a svelare il trucco, in modo semplice.
La Costituzione italiana contiene ancora la parola "minorati". È un termine degli anni Cinquanta, oggi offensivo e superato. Cambiarla era necessario e nessuno lo mette in discussione.
Il problema è cosa ci hanno poi aggiunto.
Il Ministero ha aggiunto all'articolo 38 della Costituzione una frase: lo Stato garantisce alle persone con disabilità il diritto "all'autonomia, all'inserimento sociale e professionale e alla partecipazione alla vita della comunità".
Sembra un passo avanti. Ma due parole in quella frase aprono un problema serio.
La prima è "inserimento". Inserire qualcuno significa fare uno spazio in un sistema che resta com'è. È il modello degli anni Sessanta: la persona si adatta, il mondo no. Nei diritti moderni si parla invece di inclusione: è la società che deve rimuovere gli ostacoli, non la persona che deve arrangiarsi a scavalcarli.
La seconda è "autonomia". Non è sbagliata in sé. Ma garantire l'autonomia senza garantire l'accessibilità è come dire a una persona in carrozzina che ha il diritto di entrare in un edificio pieno di scalini.
Nel testo approvato non compare da nessuna parte l'obbligo per lo Stato di rimuovere le barriere. Fisiche, digitali, culturali ecc. L'opposizione aveva proposto una formulazione alternativa, che diceva esplicitamente che "la Repubblica rimuove gli ostacoli e ogni forma di discriminazione". È stata respinta.
Senza quell'obbligo scritto in Costituzione, lo Stato può garantire i diritti sulla carta senza dover toccare una rampa, un ascensore, un sito web.
Nel 2024 l'Italia ha approvato una riforma della disabilità che recepisce le indicazioni dell'OMS e del trattato internazionale dell'ONU sui diritti delle persone con disabilità. Quella riforma dice chiaramente che la disabilità non è una caratteristica della persona: è il risultato dell'incontro tra una persona e le barriere che trova nel suo ambiente. Rimuovere quelle barriere è un obbligo pubblico.
Abbiamo quindi una legge ordinaria che usa il linguaggio dei diritti del 2024 e una riforma costituzionale che usa quello degli anni Sessanta.
E nella gerarchia delle norme, la Costituzione viene prima. Il testo costituzionale diventa il parametro entro cui le leggi ordinarie vengono interpretate. Se la Costituzione non menziona l'obbligo di rimuovere le barriere, quel silenzio avrà conseguenze concrete sui diritti futuri.
Questa riforma era un obbligo del PNRR: una condizione per ricevere i fondi europei, non una scelta. Il governo se ne è intestato il merito. E nonostante questo ne ha già posticipato l'attuazione, ridotto la portata sperimentale, e i primi dati mostrano che le domande di accesso sono calate del 13%.
Mentre rallentava quella riforma ordinaria, lo stesso governo lavorava a questa modifica della Costituzione, con il linguaggio che abbiamo visto.
Il risultato finale è questo: il governo con una mano attua una riforma dei diritti e con l'altra scrive nella legge più alta dello Stato una grammatica che rischia di limitare proprio quei diritti.