Intelligence Lab

Intelligence Lab Università della Calabria - Laboratorio di Documentazione Scientifica sull'Intelligence

20/09/2022
https://youtu.be/_OPisCZZr-w
20/08/2022

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Mercoledi 17 agosto 2022 alle ore 18 si è svolta la cerimonia per il conferimento delle terza edizione del Premio “Francesco Cossiga per l’Intelligence” asse...

https://formiche.net/2022/03/campo-battaglia-definitivo-mente-persone/
19/03/2022

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Il nostro Paese deve a Lucio Caracciolo la ripresa della geopolitica, intesa come lo studio dei fattori di potenza di uno Stato che tengono conto, nella lunga durata, della geografia e della storia, collocati nell’attualità dello scenario politico. Le principali teorie geopolitiche argomentano ch...

07/03/2022

Intelligence, Luciano Romito al Master dell’Università della Calabria: “La linguistica forense è al servizio dell’intelligence”.

Rende (7.3.2022) - Luciano Romito, Direttore del Laboratorio di Fonetica dell’Università della Calabria, ha tenuto una lezione dal titolo: “La linguistica forense nei processi di intelligence”, durante il Master in Intelligence dell’ateneo di Arcavacata, diretto da Mario Caligiuri.
Romito ha esordito definendo la linguistica forense come lo studio scientifico della lingua e del parlato in ambito giudiziario. Tale disciplina di grande interesse e utilità sociale, purtroppo è largamente trascurata dalle istituzioni.
Il professore ha detto che per svolgere questa funzione delicatissima occorrono competenze trasversali e approfondite, poichè incide sui diritti inalienabili delle persone. Nello stesso tempo ha ricordato che, da una ricerca pubblicata, risulta che solo il 53% dei periti possiede la laurea come titolo di studio e addirittura il 5% possiede solo il titolo della scuola elementare.
Si pensi - ha ribadito - che, ad oggi, manca ancora un albo di esperti linguistici e specifici percorsi formativi. La linguistica forense si occupa di tutto ciò che è scritto o parlato nei procedimenti giudiziari. “In particolare - ha proseguito - la linguistica si occupa di testi scritti, analisi di testo; il profilo psicologico di chi scrive e si occupa di autenticare o attribuire un testo all’autore; e infine la fonetica forense approfondisce la lingua parlata e come risalire alla voce dell’autore. Infatti, la voce non è fatta solo dalle singole parole ma anche dalle intenzioni, dalle emozioni, con suoni che rilassano e suoni che eccitano”.
“La Cassazione - secondo il docente - ha espresso un’interpretazione riduttiva sostenendo che il parlato è fatto solo di grafici, simboli e parole. E’ invece fondamentale capire come funziona la lingua”.
Romito ha poi ricordato che la linguistica forense nasce in Europa, con la prima ricerca che risale al 1930, mentre la disciplina si espande successivamente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ampliandosi nel corso del tempo.
Per esempio, il caso Unabomber è stato risolto attraverso l’identificazione avvenuta in base all’analisi linguistica di un articolo.
Il professore ha ribadito che “l’associazione internazionale IAFPA invita a diffidare dall’utilizzo delle tecniche “Voice Print” poiché sono ad alta probabilità di errore: si pensi che in Italia l’11% delle perizie avviene mediante questa tecnica”.
“Esistono - ha precisato - associazioni, metodi e discipline ma manca il contatto con la realtà, cioè con le istituzioni. Il ministero, ad esempio, nelle commissioni per il finanziamento della ricerca, si avvale di glottologi, che approfondiscono le scienze dell'antichità”.
Romito ha quindi approfondito il tema delle registrazioni, precisando che si può intendere come registrazione integrale quella che riguarda tutte le parole, ma dovrebbe registrare anche il respiro e le pause, per cui nelle trascrizioni andrebbe evidenziato anche il vuoto che è la chiave di lettura delle conversazioni.
Il docente ha poi parlato di “malapropismo”, evidenziando che il cervello ricostruisce a livello inconscio una parte del segnale in base a quello che pensa. Pertanto, è molto condizionato dai bias cognitivi, cioè dai pregiudizi che condizionano i processi mentali di ciascuno di noi e che dipendono da una molteplicità di fattori.
Romito ha quindi ricordato le ingenti spese sostenute per le trascrizioni che vengono riportate in formati molto differenti. Infatti - ha affermato - che comprimere un segnale significa togliere informazioni che invece possono essere utilissime, poichè in alcuni casi si puó perdere anche il 90% delle informazioni.
“L’audio - ha sottolineato - è attendibile solo se ha alcune caratteristiche minime. In pochissimi anni si sono sviluppate tecnologie sempre più potenti ma la digitalizzazione presenta diverse modalità operative a seconda dei Tribunali. Le intercettazioni, inoltre, vengono appaltate a società private ognuna delle quali utilizza tecniche proprie”.
Ricordando cosa sia l’impronta digitale, ha ribadito che il linguaggio serve per “esprimersi”, ma soprattutto per “fare” e quindi nell'analisi della conversazione è possibile stabilire i ruoli di potere che hanno le singole persone. Infatti, identificare il parlante significa compiere un’analisi sintattica, fonetica e della voce che non è una prova ideale, però è un indizio. Ci sono, poi, errori di false attestazioni e false attribuzioni. E questo perchè esistono tanti metodi. Per esempio, l'analisi della retina è autentica al 100%, le impronte digitali hanno un margine di errore dello 0,001%, mentre la voce naturale dell’1%.
Il docente ha evidenziato che “le corde vocali sono differenti da una persona all'altra, per cui sono state definite delle tecniche per arrivare alla verosimiglianza, che è la stessa tecnica per identificare il DNA, quindi è una statistica decisionale, dove la probabilità di errore è molto bassa”.
“Gli studi - ha concluso Romito - stanno costruendo un approccio scientifico della linguistica forense, mentre lo Stato sia con le leggi che con le sentenze sta andando in direzione opposta”

18/02/2022

Intelligence, Lucio Caracciolo al Master dell’Università della Calabria: “il conflitto in Ucraina è possibile, ma nello stesso tempo poco probabile”.

(Rende 18.02.2022) - Lucio Caracciolo, direttore di Limes, ha tenuto la lezione “Geopolitica e intelligence” al Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.

Lucio Caracciolo ha esordito ponendo la domanda retorica “se la Grande guerra sia possibile”, suddividendo la sua lezione in tre blocchi: la crisi interna degli Stati Uniti, il punto di vista russo e come questa crisi si rifletta sul nostro spazio geopolitico Mediterraneo e in Italia.

In merito alla crisi interna degli Stati Uniti, Caracciolo ha evidenziato come gli Stati Uniti, sin dalla loro nascita, si siano considerati una nazione di natura provvidenziale eletta per una missione di redenzione del mondo. Questo si trova già tra i primi colonizzatori di formazione evangelica e radicale e in qualche modo percorre tutta la storia americana. “Gli Stati Uniti - ha spiegato - non si considerano il numero uno, ma un numero assoluto”. Nella storia degli Stati Uniti i riferimenti alla Roma antica sono costanti.

La supremazia globale gli Usa intendono esercitarla su tutti i domini: terra, mare, aria, spazio e cyberspazio. L’estensione di tale dominio globale è però molto vasta e necessita di numerose risorse per poter essere mantenuta. In tale ambito, “gli Stati Uniti -ha precisato - hanno ereditato, nel secolo scorso, dalla Gran Bretagna la dimensione talassocratica del dominio marittimo”. Successivamente, il direttore di Limes ha poi spiegato come gli Stati Uniti siano una nazione divisa in due al proprio interno, non in due partiti ma in due visioni del mondo differenti. In tal modo, “l’America - ha proseguito - è la più grande avversaria di sé stessa”. Tale frattura è emersa in tutta la sua profondità con l’assalto a Capitol Hill rubricato, con pochi dissensi interni, dal Consiglio del Partito Repubblicano come normale dialettica politica.

Il direttore di “Limes” ha quindi esaminato come tale crisi interna si riversi sul fronte che divide la NATO dalla Russia. Rispetto alla Cortina di ferro del 1946 che, da Stettino sul Baltico a Trieste nell’Adriatico, divideva l’Europa in due, si assiste a una nuova Cortina di ferro dovuta anche al progressivo allargamento della NATO verso est.

Ha infatti ricordato che nel 2008 avvenne l’intervento armato russo in Georgia con la creazione di due Repubbliche filo russe. In Ucraina nel 2014 con un colpo di Stato si verificò invece la destituzione del presidente filorusso con rivolte di piazza sostenute da statunitensi e britannici. Dal punto di vista russo la perdita di Kiev, percepita dai russi come la matrice dell’Impero russo e non come la capitale dell’Ucraina, ha avuto un notevole impatto sull’opinione pubblica.

Caracciolo ha quindi spiegato che all’interno della NATO vi siano diverse anime, una delle quali, composta in particolare dai Paesi baltici, percepisce maggiormente la Russia come una minaccia rispetto ai Paesi dell’Ovest della NATO. La NATO tramite il progetto “Trimarium”, nato su impulso di Polonia; Finlandia e Croazia, intende collegare i tre mari, il Baltico, l’Adriatico e il Mar Nero con l’intento di concentrare le difese contro potenziali attacchi russi. Tutto questo ha generato reazioni da parte russa.
Infatti, “storicamente - ha precisato - i russi hanno sempre avvertito un sentimento di accerchiamento che si materializzano attraverso tre linee di crisi: la NATO, una pressione islamista da Sud e la pressione cinese sulla Siberia che seppur disabitata è molto ricca di risorse”. In tal modo, Caracciolo ha sottolineato come la Russia abbia riscoperto il fronte orientale avvicinandosi alla Cina, costituendo “una strana coppia” in contrapposizione alla pressione statunitense. Tale avvicinamento è visto con sospetto dagli Stati Uniti, che temono la l’effetto “tenaglia” che si potrebbe ribaltare sugli interessi statunitensi nel mondo. La crisi ucraina, infatti, potrebbe consolidare la convergenza tra la Cina e la Russia che, sebbene siano diversi per cultura e tradizioni e diffidenti l’uno nei confronti dell’altro, hanno bisogno del sostegno reciproco. Per Caracciolo l’obiettivo russo in Ucraina sarebbe quello di mantenerla instabile e non di conquistarla in quanto poi si porrebbe il tema dei costi del mantenimento militare. La situazione ucraina, secondo Caracciolo, potrebbe rappresentare anche il momento propizio da parte cinese per agire su Taiwan. “Nelle equazioni strategiche del Pentagono- ha affermato il direttore di “Limes” - questo scenario è tenuto in considerazione”.

Successivamente, Caracciolo ha esaminato il Mediterraneo dove si incrociano le influenze americana, russa e cinese, precisando come negli Stati Uniti l’attenzione strategica rivolta verso questo bacino si sia progressivamente ridotta, lasciando in parte un vuoto che è stato colmato non solo dalla Russia ma anche dalla Cina, con il progetto della “nuova via della seta”.

Il progressivo disinteressamento statunitense, testimoniato dalla riduzione della VI flotta, nei confronti del Mare Nostrum potrebbe rappresentare una deriva pericolosa per l’Italia, in quanto il controllo esercitato dal nostro referente strategico avveniva in un mare conteso attraversato da conflitti come quello israelo-palestinese e dai riflessi della crisi ucraina. In tale scenario sono emersi nuovi attori regionali come la Turchia, che da un anno ha aumentato il proprio interesse verso la Libia. “Con Ankara- ha commentato - l’Italia dovrà in futuro necessariamente relazionarsi di più”.

Per cchiudere la sua lezione, il direttore di “Limes” è tornato alla domanda iniziale, evidenziando le possibili conseguenze di un conflitto in Ucraina. Queste sarebbero di natura energetica e umanitaria. In quest’ultimo caso, si potrebbe assistere a un esodo di profughi ucraini che potrebbero giungere in Italia dove vi è una consistente comunità di immigrati. Inoltre, in caso di scontro, Caracciolo ha sottolineato che potrebbe essere compromessa l’esistenza stessa dello Stato ucraino.

In conclusione, il conflitto in Ucraina è possibile in quanto la Russia potrebbe sentirsi con le spalle al muro, ma nello stesso tempo è poco probabile, in quanto le dinamiche sono troppo complesse per essere facilmente controllabili.

https://formiche.net/2022/02/master-intelligence-calabria-2/
04/02/2022

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Deradicalizzazione e contrasto al terrorismo islamico, due temi di vitale importanza e strettamente legati sono stati al centro di due lezioni tenute rispettivamente da Francesco Conti e Stefano Dambruoso al Master dell’Università della Calabria, la prima intitolata “Come si deradicalizza in Ar...

01/02/2022

Intelligence, Francesco Conti al Master dell’Università della Calabria: “Come si deradicalizza in Arabia Saudita e nello Sri Lanka: idee per l’’Occidente”.

(Rende, 1.2.2022) - “I programmi di deradicalizzazione possono essere diversi nei singoli Stati a seconda della cultura e della religione praticati con un approccio laico. È interessante il progetto di deradicalizzazione dell’Arabia Saudita, riconosciuto dall’ONU nel 2016 come uno dei più efficaci al mondo”. In questo modo Francesco Conti, ricercatore e analista, ha introdotto il suo seminario al Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri. Conti ha proseguito ricordando che “Il Mohammed Bin Naif Center fonda il programma di deradicalizzazione su tre pilastri: Il counseling (per il contrasto alle visioni ideologiche e una corretta comprensione del significato teologico del termine Jihad); la riabilitazione (per fornire supporto psicologico, psichiatrico e medico); la cura (per ribadire l’importanza della famiglia, fornendo gli strumenti del reinserimento sociale, economico e lavorativo).
A proposito ha evidenziato che la famiglia ha una forte componente tribale, che considera disonorevole che un proprio membro faccia parte di gruppi terroristici come Al Qaeda e Isis.
Un’altra accortezza è quella di adottare un linguaggio neutro nell’approccio ai processi di deradicalizzazione.
Conti ha poi rilevato che la radicalizzazione degli attivisti fa leva sulla loro scarsa cultura ed educazione religiosa, oltre che sulle frustrazioni sessuali e sentimentali.
Infatti, circa il 70% di chi abbraccia la jihad armata sono celibi.
Inoltre, si è constatato che la maggior parte dei terroristi radicalizzati dell’Arabia Sauditi provengono in dalla regione di al-Qassim, una delle più povere del paese.
Ha quindi evidenziato che “Il Mobaahith al’Amma, ritenuto come l’intelligence, il controspionaggio e l’antiterrorismo saudita, non si limita alla sorveglianza dei sospetti terroristi ma anche al monitoraggio, visibile e invisibile, dei beneficiari che stanno seguendo il percorso di deradicalizzazione perché siano consapevoli di dover continuare a rispettare la legge.
Altro programma di deradicalizzazione internazionale considerato di successo secondo Conti è quello dello Sri Lanka, “dove per 25 anni si è combattuta una guerra che ha causato un numero imprecisato di morti. Le Tigri Talim, unica organizzazione in grado di uccidere due diversi capi di Stato, Ghandi in India e Ranasinghe Premadasa nello Sri Lanka, a differenza di Al Qaeda o dell'Isis, non era un gruppo fondamentalista religioso, ma un gruppo nazionalista e separatista interessato a conquistare parti di territorio. Reclutava i figli dei terroristi stessi, bambini che non erano mai andati a scuola e mai avevano avuto un lavoro. Il programma di deradicalizzazione è stato organizzato perciò in tutto il paese in 16 centri, prevedendo sia un supporto psicologico che la formazione professionale differenziata per uomini e donne. “Il suo punto di forza - ha proseguito - è rappresentato dalla circostanza che è stato affidato alle forze armate. In questo modo è stato modificato l’atteggiamento piscologico e la conflittualità dei beneficiari, che hanno potuto apprezzare persone che prima consideravano acerrime nemiche”.
Conti ha poi evidenziato differenze e similitudini tra i programmi dell’Arabia Saudita e dello Sri-Lanka. Le differenze riguardano il gran numero di donne e bambini da deradicalizzare nello Sri-lanka, mentre in Arabia Saudita sono molti di meno; il differente peso della religione nei due programmi; il differente status legale dei beneficiari che in Arabia Saudita sono ex-terroristi che hanno già scontato una pena, mentre nello Sri-Lanka sono ex prigionieri di guerra amnistiati. Le similitudini riguardano le terminologie neutre usate nei processi di deradicalizzazione, l’approfondimento orientato sul singolo individuo per il suo sviluppo cognitivo, l’attenzione sulle competenze professionali necessarie alla loro reinserimento.
Conti ha poi citato due importanti risoluzioni dell’Onu, per il contrasto al terrorismo. La n° 2178 del 2014 che definisce la figura del “foreign fighter” e chiede agli Stati di prevenire e reprimere condotte di reclutamento, organizzazione, trasporto di individui che si spostano nello stato islamico con finalità terroristica. La risoluzione è importante perché è stata recepita con effetto a cascata dalle varie nazioni. L’altra risoluzione significativa è la n°2396 del 2017, con la quali gli Stati sono invitati a mettere in atto programmi e strategie complessivi di riabilitazione dei Foreign fighters con un approccio “tailor”, cioè personalizzato sulle caratteristiche individuali del singolo terrorista. La risoluzione fa riferimento ai servizi sanitari, sociali e dell’istruzione. Contemporaneamente non viene mai riportata la parola “deradicalizzazione”, poichè non è stato raggiunto un consenso internazionale sul suo significato. Inoltre il Terrorism Prevention Branch, organo della UNODC (United Nations Office on Drug and Crime) fornisce supporto tecnico multidisciplinare agli Stati membri per il rimpatrio dei Foreign fighters dalle zone di conflitto in territorio siro-iracheno, includendo percorsi di screening, prosecution, rehabilitation e reintegration. “Il processo di rimpatrio - afferma Conti-è importante, specie nella fase di screening in cui si valuta la reale pericolosità sociale del soggetto. Queste persone, infatti, anche se si trovano in centri di detenzione, possono radicalizzare altre persone in prigione, corrompere guardie, scappare e agire pericolosamente, come è successo la settimana scorsa quando una prigione siriana gestita dalle forze dei miliziani curdi, alleati degli Stati Uniti, è stata attaccata da miliziani islamici, e i terroristi legati all’ISIS sono riusciti a fuggire causando centinaia di morti”.
Il diritto internazionale, ha proseguito Conti, considera diversamente minori, donne e adulti. I minori sono trattati sempre come vittime del terrorismo e non vanno in prigione. Le donne hanno trattamenti diversi a seconda che abbiamo avuto un ruolo passivo, seguendo semplicemente il marito presso lo Stato islamico, o attivo. “Un caso analogo è quello di Alice Brignoli- ricorda Conti- andata al seguito del marito Foreign Fighter nello Stato islamico portandosi dietro tre figli minori, con un quarto nato in Siria. Rimpatriata nel 2019, poco più di un mese fa è stata condannata in appello a quattro anni di reclusione, mentre, invece, i figli sono adesso in un centro protetto.
“Per i maschi adulti - ha evidenziato - il diritto internazionale distingue tra chi ha compiuto la Hijra, la migrazione, prima o dopo l'istituzione dello Stato islamico, considerando trattamenti più gravi per chi l’ha compiuta dopo, in quanto si presume che abbiano risposto ad una chiamata terroristica”.
Conti ha infine concluso citando l’importanza della Social Media Intelligence (SOCMINT) che investiga sulla propaganda dei terroristi sul web. In Italia le forze di polizia collaborano attivamente sui social media con la task force dell’ Europol, -Terrorism Internet refer days-, a dimostrazione di quanto l’azione antiterroristica abbia sempre bisogno di un coordinamento internazionale.

Intelligence, Alessandro Politi al Master dell’Università della Calabria“L’interesse nazionale tra le due grandi apparte...
21/01/2022

Intelligence, Alessandro Politi al Master dell’Università della Calabria
“L’interesse nazionale tra le due grandi appartenenze NATO e UE e le sfide
del metaverso”.

Rende (21.1.2022) - Alessandro Politi, direttore del NATO Defense College
Foundation, ha tenuto la lezione “Interesse nazionale tra Alleanza atlantica e
UE nelle sfide del metaverso” nell’ambito del Master in Intelligence dell’Università
della Calabria diretto da Mario Caligiuri. Politi ha esordito dicendo] che parlava a titolo
personale e non della NATO,
del]le sue agenzie, stati membri o partner. Ha affermato che il] ciclo dell’intelligence
non è lineare o vuoto come nei casi scuola, perché vi sono molti cortocircuiti tra
differenti fasi (decisione, direzione della ricerca, ricerca, analisi, preparazione del
prodotto) e perché l’asse intorno al quale ruota è la decisione politica. Ha così chiarito
che il decisore politico non è un cliente (il quale acquista un prodotto in serie),
ma un committente che richiede e necessita di un prodotto su misura.
Il professore ha quindi definito il decisore politico come un incrocio tra interessi
nazionali, personali, politici e di lungo termine tra i quali è necessario trovare
un equilibrio, interrogandosi sui destinatari delle sue scelte.
Ha quindi fornito, tra le molte esistenti, una definizione di intelligence intesa
come “sfera del sapere e un sottosistema di potere, il cui scopo è la ricerca,
la raccolta e l’analisi di informazioni pertinenti per assistere il decisore”. È dunque
un sapere, non un’opinione o una percezione o un sentiment, che però deve essere
realizzato nel risultato finale in un prodotto breve, chiaro e predittivo. Interessante
a questo riguardo il rapporto fra politica, scienza, intelligence ed info ops durante la
pandemia in corso.
Alessandro Politi ha poi esaminato come esempio la modalità di comunicazione
del]l’intelligence in ambito politico, facendo riferimento al Rapporto del COPASIR
sulla politica energetica che è solo testo e sarebbe stato più
leggibile con l’ausilio di eventuali grafici e tabelle, e alla Relazione del DIS
del 2020 che ,a mio avviso, non assegna la priorità ai vari settori di intervento,
riportando di anno in anno quasi gli stessi capitoli.
Successivamente, ha considerato l’impatto politico delle piattaforme che non
è neutro. “La sospensione - ha affermato Politi - di Trump da Twitter è un vulnus
costituzionale molto grave a prescindere dai punti di vista sul singolo politico”.
Si è così soffermato su Facebook Protect che intende proteggere gli attivisti e le
figure pubbliche dalla penetrazione informatica, solo che questa protezione
non è richiesta e “può, sotto certi aspetti, rappresentare una forma di
profilazione non commerciale e quindi di schedatura politica”.
Politi ha poi illustrato i concetti di geopolitica e geoeconomia, definendo
l’una come “la proiezione consapevole di un progetto politico su uno spazio geografico”
l’altra la “proiezione consapevole di un progetto economico
su uno spazio geografico”.
Si è soffermato sul rapporto tra interesse nazionale e NATO e UE.
Mentre in astratto la definizione dell’interesse nazionale è chiara ed il processo di
definizione è istituzionale, nella realtà sono spesso i gruppi di pressione a determinare
di fatto l’interesse nazionale, per cui più questi sono organizzati più sono
in grado di definirlo. “L’interesse nazionale - ha chiarito Politi - comunque è difficile
da dipanare in qualsiasi Paese”.
“Non è vero- ha precisato il docente- che dalla fine della Seconda guerra mondiale
l’Italia non abbia avuto un interesse nazionale. Ha seguito - ha illustrato Politi
- due linee strategiche molto chiare: l’ancoraggio atlantico ed europeo e la
diversificazione delle fonti energetiche da cui approvvigionarsi, anticipando
quello che sarebbe poi stato definito Neoatlantismo (essenzialmente la continuità
dopo un’apparente parentesi meno allineata)”. Questo interesse ha avuto come
terza componente e come pilastro portante il sistema delle partecipazioni statali,
senza le quali il “miracolo italiano” sarebbe stato impossibile e che ha costruito
con mezzi pubblici un’infrastruttura economica che nessun privato avrebbe potuto
e voluto realizzare.
Politi ha poi evidenziato dove può essere rinvenuto l’interesse nazionale e l’ha
collegato con la qualità della formazione della classe dirigente e di chi la assiste.
Tra gli interessi nazionali,quello europeo e della NATO vi sono aspetti
convergenti e divergenti. Nelle crisi tradizionali esso è convergente, mentre nella
gestione dell’economia e della concorrenza commerciale esso è spesso divergente,
anche dopo l’intermezzo della presidenza passata. Il problema della UE è che manca
di una forte linea politica, ha organi di peso diseguale (la Commissione ha perso
molto potere e l’Europarlamento è meno rilevante di quanto desiderabile, mentre
il livello intergovernativo è ormai dominante) e nella gestione delle crisi è relativamente
modesta, anche se invece ha un peso massimo nel settore economico e
commerciale. La NATO invece è concentrata sulle sue missioni di sicurezza e
difesa, ma rischia (come la Commissione) una forte burocratizzazione per mancanza
di sufficiente impulso politico.
Alla fine si è concentrato sull’interesse geoeconomico italiano, spiegando come le
eccellenze italiane si affermino sul mercato globale spesso senza intervento
pubblico, nonostante la retorica corrente. “Sul digitale - ha
affermato Politi - non siamo abbastanza attrezzati propositivi rispetto alla sfida
delle grandi ditte transnazionali, nonostante i notevoli passi fatti in avanti come la
definizione del perimetro di sicurezza nazionale informatica e la creazione
dell’Agenzia per la Cibersicurezza Nazionale”.
Infine, ha posto il tema del metaverso che è l’integrazione totale del mondo virtuale
con quello fisico. Si è posto l’interrogativo su chi gestisca il metaverso, visto che per ora
è controllato da chi realizza e amministra la piattaforma, e se riuscirà a diventare
uno strumento di conoscenza oppure di condizionamento. Su questo tema
l’interesse nazionale è ancora assai indefinito, mentre deve continuare non solo a
trovare un punto d’equilibrio fra Unione Europea e NATO, ma anche aumentare
il suo peso in queste due essenziali istituzioni.

10/01/2022

Intelligence, Andrea de Guttry al Master dell’Università della Calabria: “Il nodo della regolamentazione internazionale dell’attività di spionaggio. Il caso Biot è un esempio di scuola”.

Rende (10.1.2022) – Andrea de Guttry, Ordinario di Diritto Internazionale della Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa, ha tenuto una lezione su “L’Intelligence nel diritto internazionale” nell’ambito del Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri. “Siamo tutti spiati ma tutti spiamo allo stesso tempo”. Così ha esordito De Guttry citando il testo di Ashley Deeks “You spy, I spy, we all spy”. Tale incremento dell’attività di spionaggio lo si deve attribuire soprattutto alle tecnologie che si stanno rendendo disponibili in questi anni. Esse però non sono neutre, poichè determinano danni e costi in termini economici, politici, sociali e di sicurezza. Vanno perciò disciplinate, rendendo necessario comprendere le regole internazionali che possano armonizzare o limitare il fenomeno dello spionaggio internazionale. Il professore ha così in primo luogo chiarito che, pur non essendoci una definizione vincolante di spionaggio a livello internazionale, potremmo utilizzare quella del MI6 britannico: processo di ottenimento di informazioni illegali relative a segreti politici, economici, industriali o militari. La raccolta di tali informazioni può avvenire tramite fonti umane e mezzi tecnici. Le fonti umane possono essere agenti de jure o agenti de facto ai quali si pitrebbero aggiungere, in violazione dei propri obblighi, anche agenti diplomatici regolarmente accreditati sullo Stato. L’agente de jure è un funzionario dello Stato, mentre l’agente de facto viene reclutato e può essere sia interno allo Stato, dove vengono svolte quelle attività di spionaggio, sia esterno. Nonostante tutti gli Stati concordino che inviare spie non sia considerato sbagliato dal punto di vista morale e politico, questi agenti non hanno uno status riconosciuto dal diritto internazionale. Unica eccezione è prevista per l’agente diplomatico che gode di uno status di immunità assoluta ed inviolabile e se scoperto mentre svolge attività di spionaggio può essere dichiarato “persona non grata” e avere 48 ore di tempo per abbandonare il paese. De Guttry ha poi spiegato che lo spionaggio in tempo di guerra è meglio regolamentato di quello in tempo di pace. In tempo di guerra, infatti, si applica la disciplina del Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra, che stabilisce che se una spia agente delle forze armate di una parte in conflitto viene catturata dalla parte avversaria, sarà trattato come spia e non ha diritto allo status di prigioniero di guerra. Invece se la spia viene catturata dopo aver concluso la propria attività di spionaggio sarà trattata come prigioniero di guerra, senza responsabilità per le azioni di spionaggio. In tempo di pace, gli Stati non possono interferire nelle sovranità degli altri Stati. Sono operanti, infatti, convenzioni che prevedono l’esercizio della sovranità in ambito territoriale, marino e spaziale. Un problema delicato è se e in che modo sia possibile svolgere attività di spionaggio nello spazio atmosferico. Sono considerate illecite le attività quando usurpano funzioni che spettano esclusivamente allo Stato. Se si tratta invece solo di una raccolta di informazioni, non tradotta in altre attività e senza nessuna conseguenza, questa è allora da ritenersi lecita. In generale, pur mancando una chiara legislazione internazionale che possa regolamentare lo spionaggio in tempo di guerra e di pace, ci si può riferire tuttavia ad alcune fonti. Tra esse sono annoverati i trattati, le norme di diritto internazionale consuetudinario, i principi generali di diritto, le norme cogenti. I trattati - ha ricordato il professore - vanno interpretati da quello che emerge chiaramente o oggettivamente dal testo e secondo le regole di interpretazione codificate nella Convenzione di Vienna, non secondo le regole di interpretazione del diritto interno. Fra le varie fattispecie di fonti, rientra il manuale di Tallin, che pur non essendo un trattato vero e proprio ma un documento di soft law, identifica qualche limite all’attività di spionaggio nell'ambito di un conflitto armato, soprattutto per quanto riguarda le attività cibernetiche.Il professore poi ha ricordato una fattispecie tipicamente italiana: una sentenza della Corte di Cassazione che si è differenziata da quella di altri Stati nel caso della vicenda Abu Omar, precisando che gli agenti degli altri Stati non godono di una particolare tutela giuridica, a meno che non sia esplicitamente prevista. Noi abbiamo invece invocato la norma opposta nel caso dei due marò in India. Il professore ha poi ricordato che per identificare le attività di spionaggio occorrono tre presupposti: dimostrare che gli altri Stati abbiano violato la sovranità, verificare se è attribuibile la responsabilità dello Stato e infine fare comunque precedere all'eventuale contenzioso una trattativa pacifica per cercare di raggiungere un accordo. A dimostrazione di come, comunque, la legislazione interna di tutti gli Stati del mondo criminalizzi lo spionaggio e il furto di informazioni riservate, de Guttry ha illustrato il caso Biot con un’esercitazione di simulazione e role-playning tra gli studenti del Master. In conclusione i punti centrali della lezione di de Guttry potrebbero essere considerati i seguenti. Primo, non ci sono accordi internazionali per quanto attiene lo spionaggio. Secondo, la ragione della mancanza di questi accordi è che gli Stati negano ufficialmente di svolgere attività di spionaggio ma è noto che tutti lo attuino. In terzo luogo, l'attività di spionaggio in tempo di guerra è codificata in molto preciso e prevede infatti qual è lo stato giuridico della spia, prima, durante e dopo il conflitto. In quarto luogo, lo spionaggio in tempo di pace va regolato attraverso norme che vanno individuate attraverso quanto previsto in diverse aree, perchè non esiste una disciplina organica. In quinto luogo esistono all'interno di tutti gli Stati norme che valgono ovviamente solo nell'ambito territoriale della sovranità degli Stati che disciplinano l'attività dello spionaggio.

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