13/09/2024
Condivido questa lettura di un interessante e prezioso contributo di Paolo Di Paolo
La scuola nonostante tutto
di Paolo Di Paolo
Mentre la classe politica si arena nelle discussioni, cavillando su ius scholae, la scuola dà cittadinanza piena
Dove il disincanto e la rassegnazione avanzano, la scuola va in senso contrario. Dove la sfiducia o il cinismo desertificano, la scuola riguadagna terreni coltivabili. Mentre la classe dirigente si impantana nelle sue visioni corte, alimenta paranoie da film di spionaggio, mentre ripara con fatica ai fallimenti grotteschi di personaggi che sembrano usciti dalla fantasia di Balzac, la scuola non rinvia e non aspetta. Mentre la classe politica si arena nelle discussioni, cavillando su ius scholae o altro ius che resta comunque astratto, la scuola dà cittadinanza piena. Dà diritto di apprendere ben prima che arrivi la sanzione di altre e lente istituzioni. Quando le visioni ideologiche sono retrive, difensive, scollate dall’effettiva realtà, la scuola — la scuola che chiamiamo pubblica — sfonda confini, muri. Apre, non chiude. Lavora sulla piccola comunità-classe come miniatura intelligente e vitale, duttile, della comunità-mondo. Quando da fuori si additano problemi, carenze, lacune, difetti, con toni enfatici e attendisti, la scuola è già che lì che prova a risolvere, a tamponare problemi, carenze, lacune, difetti. Quando sale di tono la retorica, qualunque sia la provenienza, la scuola è nei fatti e sempre il contrario di ogni retorica. Dove ci si aspetta il messia, l’uomo o la donna forte che con la faccia truce, la bacchetta magica o un decreto modifichi lo status quo, la scuola non aspetta nessun salvatore o tiranno. Agisce perché costretta ad agire, perché non può fare altro che agire, perché è un sistema che non può permettersi lo stato inerziale. Anche se manca la carta igienica. Anche se ha buchi nell’organico. Anche se l’organico è mal retribuito da decenni, vilipeso nel discorso pubblico, crocifisso da richieste esorbitanti e da minacce; anche se i ministri da anni lo umiliano riducendolo a compilatore di griglie burocratiche in una dimensione aziendale o aziendalista che mortifica la trasmissione e la condivisione del sapere. Dove sono sfiduciati o ostili gli adulti fuori, gli adulti dentro sono tenuti a non esserlo. Dove i genitori non credono nei figli, ci crede la scuola. Dove la società attempata non crede nei giovani, ci crede la scuola. Dove i genitori e la società attempata non credono nella scuola, la scuola è tenuta a credere in sé stessa. Dove la società attempata e le sue sacche reazionarie non credono più o non hanno mai creduto nella democrazia, la scuola continua a crederci. Deve crederci. La didattica in quanto tale apre alla dialettica e, quindi, alla democrazia, scrive Giulia Addazi in uno dei testi raccolti da Christian Raimo nel volume polifonico “Alfabeto della scuola democratica” (Laterza): «La didattica è il luogo dell’incontro quotidiano, dell’intersoggettività, della cura reciproca: un fatto globale, impossibile da ridurre alla descrizione di una prassi, all’enumerazione di una serie di strumenti o, ancora peggio, alla lista degli argomenti». Dove razzismo e classismo mettono in discussione la centralità di ogni persona umana, la scuola ricomincia ogni giorno da lì. Anche se i proclami, le direttive, le indicazioni, le imposizioni governative e ministeriali la strattonano e spingono la-scuola-che-dovrebbe-essere a escludere, la scuola-che-è — comunque — include. Mentre ci distraiamo, mentre il rumore porta altrove, la scuola silenziosamente riparte. E quel che è più commovente e decisivo, mentre la politica resta indietro e si àncora al passato, la scuola è già oltre. È già avanti.
Repubblica.it 11.09.2024