12/08/2026
𝗜𝗹 𝗱𝗶𝘀𝗲𝗿𝘁𝗼𝗿𝗲 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮 𝗹𝗲 𝘀𝗽𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗮𝗴𝗹𝗶 𝘀𝗰𝗶𝗮𝗰𝗮𝗹𝗹𝗶
𝘓𝘢 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦 𝘮𝘪𝘨𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘩𝘢 𝘤𝘢𝘮𝘣𝘪𝘢𝘵𝘰 𝘪𝘭 𝘱𝘢𝘯𝘰𝘳𝘢𝘮𝘢 𝘴𝘰𝘤𝘪𝘢𝘭𝘦, 𝘮𝘢 𝘪𝘭 𝘮𝘰𝘷𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘰𝘱𝘦𝘳𝘢𝘪𝘰 𝘦 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘳𝘯𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘪𝘴𝘵𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘩𝘢 𝘴𝘢𝘱𝘶𝘵𝘰 𝘳𝘪𝘥𝘦𝘧𝘪𝘯𝘪𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘪𝘷𝘢: 𝘱𝘦𝘳 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘢𝘣𝘣𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰.
Vincent Pestiau, segretario regionale del sindacato belga Fgtb di Charleroi ha rivendicato l’azione compiuta da un gruppo di lavoratori belgi in occasione della presenza di un fascista di nome La Russa.
“Tutti i compagni dell’Fgtb si sono girati, perché noi siamo contro la presenza di partiti fascisti, e per noi Fdi è un partito di estrema destra. Noi siamo contro la presenza di tutti i partiti fascisti. La loro presenza non è bella, soprattutto in un luogo molto importante per l’immigrazione italiana.” ha dichiarato il compagno Pestiau.
Se mi fossi trovato al Bois du Cazier, dove si commemorava l’eccidio di settanta anni fa, avrei voltato le spalle a quell’individuo la cui sola presenza è un insulto alla memoria dei minatori di allora e un insulto al sacrificio di migliaia di lavoratori migranti che ogni giorno, in Italia, rischiano la loro vita per salari di m***a.
𝗜𝗟 𝗗𝗜𝗦𝗘𝗥𝗧𝗢𝗥𝗘 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮 𝗹𝗲 𝘀𝗽𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗮𝗶 𝗳𝗮𝘀𝗰𝗶𝘀𝘁𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗼𝗴𝗴𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗻𝗲𝗹 𝟭𝟵𝟱𝟲, 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗮𝗹 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗶𝘇𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝘀𝗳𝗿𝘂𝘁𝘁𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗲 𝗼𝗴𝗴𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗼𝗿𝗮 𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁à 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗼𝗳𝗳𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗼𝗿𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗺𝗶𝗴𝗿𝗮𝗻𝘁𝗶, 𝗰𝗵𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗼𝗿𝗮 𝗲𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗶𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮𝗻𝗶, 𝗼𝗴𝗴𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗮𝗳𝗿𝗶𝗰𝗮𝗻𝗶, 𝗮𝗳𝗴𝗵𝗮𝗻𝗶 𝗼 𝗯𝗲𝗻𝗴𝗮𝗹𝗶.
Quest’anno ne sono morti 482 fino al mese di giugno, ma negli ultimi due mesi di canicola infernale ogni giorno nei campi e nei cantieri muore qualche lavoratore: la maggior parte di loro sono stranieri.
Come possiamo definire i fascisti che respingono gli stranieri, li costringono a traversare il mare in condizioni pericolose, e infine li mantengono in condizioni di clandestinità per sfruttare al massimo il loro lavoro, se non sciacalli?
Questi sciacalli stanno oggi speculando su un episodio che, a Ceuta, è costato la vita a centocinquanta marocchini ed africani che cercavano di raggiungere la costa sp****la.
Qui sotto un testo di Gustavo Zagrebelski pubblicato dal Manifesto qualche giorno fa.
𝗨𝗻 𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗚𝘂𝘀𝘁𝗮𝘃𝗼 𝗭𝗮𝗴𝗿𝗲𝗯𝗲𝗹𝘀𝗸𝗶
«Cara Giorgia,
a distanza di qualche settimana ti riscrivo mentre a Ceuta si contano i morti e tu, invece di piangerli, ci costruisci sopra un comizio.
Quello che stai facendo ha un nome preciso, e non è “difesa dei confini”: si chiama sciacallaggio politico sulla pelle dei poveri.
Menti sapendo di mentire.
Hai annunciato la sospensione di Schengen con la Spagna come se le poche migliaia entrate a Ceuta stessero per bussare a Ventimiglia domani mattina.
Sai benissimo che non è vero: Ceuta è un’enclave in territorio marocchino, chi arriva lì non entra in Europa continentale, viene identificato sul posto.
I tuoi stessi funzionari del Viminale hanno ammesso che si tratta di controlli “a campione”. Tradotto: una misura simbolica, inefficace, che serve solo a te e al generale Vannacci che ti incalza da destra.
Il prezzo lo pagano i turisti in coda ai porti, gli imprenditori e soprattutto la verità.
Cara Giorgia, il vero regista di Ceuta si chiama Donald Trump.
Il tuo ex amico che continui a difendere. Tu fai lo sciacallo contro Sánchez, ma il fiammifero l’ha strofinato l’inquilino della Casa Bianca.
Te lo dico in breve:
1. Trump ha regalato a Rabat il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale — nel 2020, riaffermato nell’estate 2025 — blindando l’asse Washington–Rabat contro il diritto internazionale.
2. La visita di Sánchez ad Algeri ha fatto scattare la ritorsione: il Marocco ha aperto i rubinetti dei migranti verso Ceuta. Non lo dico io, lo scrivono i giornali che non appartengono ad Angelucci.
3. Il 29 giugno 2026 Trump ha sospeso per otto mesi i dazi sui fosfati marocchini.
Il quadro che fingi di non vedere è questo: Trump premia il Marocco con fosfati, Sahara e basi militari.
Il Marocco usa i migranti come arma di ricatto contro una Spagna “colpevole” di riavvicinarsi ad Algeri.
Migliaia di giovani — molti minorenni — si buttano in acqua e diciannove muoiono annegati. E tu prendi quei corpi e li usi come sfondo per un post su X.
Questo non è governare.
Questo è sciacallaggio.
Non è da statista — perché una statista non chiude Schengen per un teatrino interno mentre nel Mediterraneo si muore: chiama Bruxelles, convoca l’ambasciatore USA, chiede conto a Trump del ricatto marocchino, costruisce una politica migratoria europea.
Non è da italiana — perché l’Italia è il Paese di Lampedusa, di don Puglisi, di don Milani, di don Bosco.
Il Paese che ha inventato la parola “solidarietà” nella Costituzione.
Non è da madre — perché quei ragazzi affogati a Tarajal sono figli di qualche madre.
I miei figli, tua figlia, hanno avuto la fortuna di nascere in Italia.
Loro no.
È l’unica differenza.
Una madre lo sa.
Da cristiana non ne parliamo neanche.
Noi che accogliamo sappiamo cosa vuol dire stare sulla frontiera vera.
Non quella retorica dei tuoi tweet.
Ti chiediamo una cosa sola: smettila.
Smettila di mentire agli italiani sulle cause.
Smettila di attaccare Sánchez per coprire Trump.
Smettila di trasformare diciannove cadaveri in punti percentuali.
E se non lo fai per statura politica, fallo almeno perché — come hai detto tu — sei una madre.
E sei cristiana.»
𝗨𝗻𝗮 𝗿𝗶𝗳𝗹𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗲 𝗺𝗶𝗴𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝗹𝗮 𝘀𝗰𝗼𝗻𝗳𝗶𝘁𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶𝘀𝗺𝗼
Mentre i razzisti usano la vita e la morte per le loro guerre ibride o meno, mentre il fascismo conquista il potere in tutto l’Occidente (con l’eccezione della Spagna) speculando sulla paura dell’onda migrante, da trent’anni ormai noi internazionalisti brancoliamo nel buio.
𝑸𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒍’𝒂𝒖𝒕𝒐𝒏𝒐𝒎𝒊𝒂 𝒅𝒆𝒈𝒍𝒊 𝒐𝒑𝒆𝒓𝒂𝒊 𝒓𝒆𝒏𝒅𝒆𝒗𝒂 𝒑𝒐𝒔𝒔𝒊𝒃𝒊𝒍𝒆 𝒍𝒂 𝒅𝒆𝒎𝒐𝒄𝒓𝒂𝒛𝒊𝒂 𝒔𝒐𝒄𝒊𝒂𝒍𝒆, 𝒏𝒐𝒏 𝒂𝒃𝒃𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒊𝒖𝒕𝒐 (𝒆 𝒏𝒆𝒑𝒑𝒖𝒓𝒆 𝒑𝒆𝒏𝒔𝒂𝒕𝒐) 𝒍𝒂 𝒓𝒊𝒄𝒐𝒎𝒑𝒐𝒔𝒊𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒆𝒍 𝒍𝒂𝒗𝒐𝒓𝒐 𝒎𝒊𝒈𝒓𝒂𝒏𝒕𝒆 𝒄𝒐𝒏 𝒍𝒂 𝒄𝒍𝒂𝒔𝒔𝒆 𝒐𝒑𝒆𝒓𝒂𝒊𝒂. 𝑺𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒓𝒊𝒖𝒔𝒄𝒊𝒕𝒊 𝒂 𝒔𝒗𝒐𝒍𝒈𝒆𝒓𝒆 𝒔𝒐𝒍𝒕𝒂𝒏𝒕𝒐, 𝒕𝒂𝒍𝒗𝒐𝒍𝒕𝒂, 𝒖𝒏𝒂 𝒇𝒖𝒏𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒊 𝒕𝒊𝒑𝒐 𝒂𝒔𝒔𝒊𝒔𝒕𝒆𝒏𝒛𝒊𝒂𝒍𝒆.
𝙎𝙤𝙡𝙤 𝙞𝙣 𝙖𝙡𝙘𝙪𝙣𝙞 𝙘𝙖𝙨𝙞 (𝙘𝙤𝙢𝙚 𝙦𝙪𝙚𝙡𝙡𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙡𝙤𝙩𝙩𝙚 𝙣𝙚𝙡 𝙨𝙚𝙩𝙩𝙤𝙧𝙚 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙡𝙤𝙜𝙞𝙨𝙩𝙞𝙘𝙖) 𝙞 𝙢𝙞𝙜𝙧𝙖𝙣𝙩𝙞 𝙨𝙞 𝙨𝙤𝙣𝙤 𝙧𝙞𝙘𝙤𝙣𝙤𝙨𝙘𝙞𝙪𝙩𝙞 𝙣𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙡𝙤𝙩𝙩𝙚 𝙙𝙚𝙡 𝙢𝙤𝙫𝙞𝙢𝙚𝙣𝙩𝙤 𝙤𝙥𝙚𝙧𝙖𝙞𝙤.
La migrazione non è un fenomeno recente. Negli anni ‘50 e ‘60 l’industria europea aveva bisogno di forza lavoro: le fabbriche dell’auto inglesi importarono così lavoratori giamaicani, le fabbriche francesi assunsero lavoratori arabi, quelle tedesche chiamarono lavoratori turchi, e le fabbriche del nord italiano si riempirono di lavoratori calabresi.
In molti casi quei migranti si integrarono a contatto coi loro compagni, e la solidarietà di classe spazzò via il razzismo: i calabresi furono avanguardia a Mirafiori, gli arabi del Mouvement des travailleurs arabes condussero le lotte alla Renault, e i giamaicani cambiarono per sempre la scena culturale e sociale della periferia londinese: la fusione di movimenti anti-colonialisti e movimento operaio trasformò la migrazione in un processo di trasformazione culturale.
Ma nel nuovo secolo il rapporto tra migranti e metropoli capitalista si è rovesciato.
Dopo gli anni Novanta, la globalizzazione del mercato del lavoro ha disintegrato la solidarietà di classe e usato i flussi migranti come fattore di precarizzazione, provocando reazioni razziste in vasti settori della popolazione.
Non abbiamo saputo elaborare sul piano teorico la nuova gigantesca ondata di migrazione, né abbiamo saputo organizzarla sul piano sociale. Siamo stati capaci soltanto di una protesta etica e umanitaria contro la violenza razzista. E’ meglio che niente, ma non basta.
L’effetto politico della nostra incapacità di elaborare la questione migrante la vediamo bene: disintegrazione della solidarietà sociale, conflitto razziale e fascismo, fine della democrazia.
Fin dalla sua origine il pensiero marxista non comprese il senso della colonizzazione (Marx salutava la colonizzazione dell’India che avrebbe portato le ferrovie, l’industria e avrebbe creato la classe operaia). Nel secondo dopoguerra i partiti stalinisti sposarono gli interessi nazionali contro il processo di decolonizzazione, come accadde in Francia durante la guerra d’Algeria.
Al tempo stesso i movimenti di liberazione dal colonialismo rimasero spesso intrappolati dal nazionalismo e dall’identitarismo razziale o religioso.
Su questa sconnessione tra movimento operaio e movimento anti-coloniale si è fondata la controffensiva imperialista globale che ha mirato a rompere il fronte operaio grazie all’inserimento di settori di lavoro migrante, e che ha usato l’emarginazione e la clandestinizzazione per far lavorare i migranti a salari sempre più bassi.
𝗜𝗹 𝗰𝗮𝗽𝗶𝘁𝗮𝗹𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗲𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲𝗼 𝗵𝗮 𝘂𝘀𝗮𝘁𝗼 𝗹𝗮 𝗺𝗶𝗴𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗿𝘂𝗴𝗴𝗲𝗿𝗲 𝗹’𝗼𝗿𝗴𝗮𝗻𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗼𝗽𝗲𝗿𝗮𝗶𝗮, 𝗲 𝗮𝗯𝗯𝗮𝘀𝘀𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝘀𝗮𝗹𝗮𝗿𝗶𝗼, 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗿𝗲 𝗶 𝗴𝗼𝘃𝗲𝗿𝗻𝗶 𝗿𝗮𝘇𝘇𝗶𝘀𝘁𝗶 𝗱’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝗶𝗻𝘁𝗿𝗮𝗽𝗽𝗼𝗹𝗮𝘃𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝗺𝗶𝗴𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗹𝗮𝗻𝗱𝗲𝘀𝘁𝗶𝗻𝗶𝘁à 𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝘀𝗰𝗵𝗶𝗮𝘃𝗶𝘀𝗺𝗼, 𝗼𝗽𝗽𝘂𝗿𝗲 𝗻𝗲𝗹 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗶𝗻𝗴𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼: 𝗺𝗼𝗿𝘁𝗶 𝗶𝗻 𝗺𝗮𝗿𝗲, 𝗰𝗮𝗺𝗽𝗶 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗲𝗻𝘁𝗿𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼.
𝗟𝗮 𝗴𝗶𝗴𝗮𝗻𝘁𝗲𝘀𝗰𝗮 𝗼𝗻𝗱𝗮 𝗺𝗶𝗴𝗿𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗵𝗮 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗮𝘁𝗼 𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝗮𝗻𝗼𝗿𝗮𝗺𝗮 𝘂𝗿𝗯𝗮𝗻𝗼, 𝗺𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗿𝗶𝘂𝘀𝗰𝗶𝘁𝗶 𝗮 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗮𝗿𝗹𝗮 𝗻𝗲𝗹 𝗳𝗿𝗼𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼.
Non basta comprendere la genesi storica della migrazione, non basta sapere che il colonialismo ha impoverito i territori e costretto le popolazioni all’emigrazione. Né basta sapere che il cambio climatico ha peggiorato le condizioni di gran parte del sud del mondo, accentuando la pressione migratoria.
Neppure basta affermare il dovere etico dell’accoglienza, né ripetere che nessun essere umano è illegale, e rivendicare il diritto degli umani a muoversi con la stessa libertà con cui si muovono i capitali.
Né la comprensione storica né la reazione etica sono bastati a fare del lavoro migrante componente della composizione di classe operaia. Un processo di soggettivazione autonoma e solidale delle diverse componenti culturali religiose ed etniche del flusso migrante è stato quasi sempre impossibile: di conseguenza la migrazione ha avuto un effetto dirompente sulla solidarietà sociale, spingendo a destra gran parte dei lavoratori.
𝗟𝗮 𝗿𝗮𝗴𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝗿𝗶𝗻𝗰𝗶𝗽𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝘀𝗰𝗼𝗻𝗳𝗶𝘁𝘁𝗮, 𝗹𝗮 𝗿𝗮𝗴𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝗿𝗶𝗻𝗰𝗶𝗽𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗿𝗶𝘁𝗼𝗿𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗯𝗮𝗿𝗯𝗮𝗿𝗶𝗲 𝗿𝗮𝘇𝘇𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗲 𝗳𝗮𝘀𝗰𝗶𝘀𝘁𝗮 𝘀𝘁𝗮 𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗶𝗻𝗰𝗮𝗽𝗮𝗰𝗶𝘁à 𝗱𝗶 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗺𝗶𝗴𝗿𝗮𝗻𝘁𝗲 (𝗻𝗼𝗻 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗢𝗰𝗰𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗺𝘂𝗹𝘁𝗶𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲), 𝗺𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗼𝘀𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗼𝗹𝗶𝗱𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗱𝗶𝗽𝗲𝗻𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲.
𝗣𝗼𝘁𝗲𝘃𝗮 𝗮𝗻𝗱𝗮𝗿𝗲 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶? 𝗣𝗼𝘁𝗿à 𝗮𝗻𝗱𝗮𝗿𝗲 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗶𝗻 𝗳𝘂𝘁𝘂𝗿𝗼?
𝗡𝗼𝗻 𝗵𝗼 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝘀𝘁𝗮 𝗮 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗼𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮, 𝗺𝗮 𝗼𝗰𝗰𝗼𝗿𝗿𝗲 𝗽𝗼𝗿𝘀𝗲𝗹𝗮, 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗿𝗮𝗴𝗶𝗼𝗻𝗶 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗰𝗵𝗲.
𝗗𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝘀𝘁𝗮 𝗮 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗼𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮 𝗱𝗶𝗽𝗲𝗻𝗱𝗲 𝗶𝗹 𝗳𝘂𝘁𝘂𝗿𝗼 𝗱𝗶 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼: 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗺𝗼𝗰𝗿𝗮𝘇𝗶𝗮, 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗰𝗲, 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗶𝗱𝗮𝗿𝗶𝗲𝘁à 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲.