Laboratorio per l'Alternativa - Municipio 8

Laboratorio per l'Alternativa - Municipio 8 Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Laboratorio per l'Alternativa - Municipio 8, Organizzazione politica, Via Benedetto Croce 50, Rome.

Pagina di una rete di persone antifasciste attive sul territorio dell'Ottavo Municipo di Roma per la costruzione di uno spazio politico per l'alternativa allo stato di cose presente, pensando globalmente ed agendo localmente.

13/08/2026

La Generazione Gaza, la Flottiglia, i No Kings, lo Stop al Rearm e – da noi – il referendum contro la controriforma sulla giustizia fanno ben sperare in

Il comitato Politico Federale di Torino, ritenendo assolutamente necessario operare per salvare il Partito della Rifonda...
13/08/2026

Il comitato Politico Federale di Torino, ritenendo assolutamente necessario operare per salvare il Partito della Rifondazione Comunista,
Preso atto della decisione assunta a stretta maggioranza dalla Commissione Nazionale di Garanzia avversa alla sacrosanta richiesta sottoscritta da oltre 2200 compagni di tenere una consultazione tra tutte e tutti gli iscritti relativamente alla linea politica del partito.
Preso atto che la Presidente della Comitato Politico Nazionale ha deciso, nell’ultima riunione del CPN, di ritenere irricevibile e quindi non votabile un Ordine del Giorno del tutto condivisibile che chiedeva la riapertura della discussione negli organismi dirigenti e di garanzia nazionale in merito alla negazione della possibilità per i compagni e le compagne di esprimersi sulla linea politica del partito,
Ritenendo che entrambe queste decisioni rappresentino una grave violazione delle regole democratiche del nostro partito e ritenendo che la consultazione sulla linea politica da attuarsi tra tutti gli iscritti sarebbe un’ottima modalità attraverso cui dirimere la divisione che attraversa il partito riguardo alle prossime elezioni
Fa proprio integralmente l’Ordine del Giorno non ammesso alla votazione del CPN, lo integra nel presente Ordine del giorno e ripropone quindi la riapertura della discussione interna al Partito sulla necessità di dar corso nel più breve tempo possibile alla consultazione di tutti e tutte le iscritte in merito alla linea politica del partito.
Ordine del Giorno:
Una assunzione di responsabilità politica per salvare il partito
Il Comitato Politico Nazionale
Preso atto della decisione assunta a stretta maggioranza (5 a 4) dal Collegio Nazionale di Garanzia che ha dichiarato inammissibile - in quanto non conforme allo Statuto - la consultazione degli iscritti e delle iscritte sulla base della richiesta avanzata da oltre 2200 compagni e compagne.
Preso atto che riguardo all’effettivo fondamento statutario di questo parere sono emersi numerosi rilievi critici e precisamente che:
Il Collegio ha trasformato un controllo di legittimità in un giudizio politico in quanto lo Statuto attribuisce al Collegio il compito di verificare la conformità del quesito allo Statuto, non di decidere se il quesito sia politicamente giusto, opportuno o condivisibile. Il Collegio è invece entrato direttamente nel merito della linea politica proposta sostenendo che essa sarebbe incompatibile con la linea congressuale.
Vi sia una palese contraddizione nel dispositivo del Collegio là dove sostiene che la linea politica è materia esclusiva del Congresso e quindi non consultabile ma non tiene in conto che lo stesso art. 15, comma 3, prevede consultazioni sulla "collocazione politica del partito" in caso di conflitti territoriali. È infatti evidente che se la collocazione politica è consultabile quando la Direzione nazionale promuove la consultazione, lo stesso diritto lo hanno anche gli iscritti visto che lo Statuto non prevede in alcun modo una differenza di poteri di questo tipo.
il Collegio ha introdotto una valutazione puramente politica sostenendo che, se si ammettesse questa consultazione, ogni decisione congressuale potrebbe essere continuamente rimessa in discussione e si avrebbe un "congresso permanente a base plebiscitaria". È infatti evidente che sul piano giuridico lo Statuto prevede già forti limiti alla richiesta di indire una consultazione in quanto questa deve essere richiesta almeno da un decimo degli iscritti a livello nazionale presenti in almeno tre regioni. Inoltre, lo Statuto prevede un quorum della maggioranza assoluta degli aventi diritto affinché il risultato della consultazione sia vincolante.
Di fronte a tali limiti posti dallo Statuto, come può il Collegio utilizzarne altri non meglio specificati? Non è una prerogativa del Collegio quella di poter sindacare sulle garanzie - previste proprio dal Congresso che ha approvato lo Statuto - ritenendole insufficienti.
Il Collegio ha introdotto una seconda valutazione puramente politica anche quando afferma che il quesito proposto per la consultazione propone una linea respinta dal Congresso. È infatti evidente che il quesito proposto parla di una coalizione alternativa al PD e al centrosinistra e che il documento approvato dal Congresso e citato dai promotori afferma: "Non si pone il tema di un nostro ingresso nel centrosinistra o nel cosiddetto campo largo". La richiesta di consultazione chiede quindi di confermare questa impostazione, non certo di stravolgerla.
Il Collegio ha usato pesi diversi a seconda dei proponenti della consultazione in quanto prende atto che il documento approvato dal CPN di aprile 2026 prevede che le iscritte e gli iscritti siano chiamati a pronunciarsi sulle modalità di partecipazione alle elezioni politiche e, dall’altra parte, valuta come inammissibile la consultazione richiesta da 2200 aderenti al partito. È del tutto evidente che se quella materia è per definizione sottratta alla consultazione, come sostiene il Collegio, nemmeno il CPN potrebbe organizzare una consultazione su questo tema.
Si tratta di una contraddizione logica in quanto da una parte si dice che la materia è consultabile e dall'altra si dichiara inammissibile una consultazione sulla stessa materia, senza che questa diversità di trattamenti abbia alcuna base statutaria.
Grande perplessità ha poi sollevato il fatto che il Collegio ritenga inammissibile la consultazione in quanto il quesito prevederebbe l’utilizzo del simbolo del partito. Per giudicare inammissibile tale quesito il Collegio cita l'art. 74 dello Statuto e le relative procedure di votazione dimenticandosi però che l’art. 74 disciplina le procedure di decisione nel caso in cui si voglia usare un simbolo diverso da quello del PRC.
Il Collegio applica quindi una norma che regola un'eccezione alla situazione opposta, determinando un salto logico piuttosto evidente, usando però questa argomentazione per respingere il quesito.
Inoltre, il Collegio per dichiarare inammissibile la consultazione richiama le norme statutarie che respingono pratiche plebiscitarie. Ma come può essere definita plebiscitaria una consultazione prevista dallo Statuto e attivata rispettando le soglie statutarie? Non può essere definita "plebiscitaria" una pratica semplicemente perché coinvolge tutti gli iscritti, altrimenti sarebbe plebiscitario lo stesso art. 15. e lo stesso Congresso potrebbe essere definito tale.
Infine, molti hanno sottolineato come l’art. 15, comma 3 dello Statuto reciti: "Tali consultazioni sono effettuate anche quando richiesto…" usando una formula imperativa e non facoltativa.
Ora, se il numero di firme richiesto è stato verificato e raggiunto, il potere del Collegio dovrebbe essere interpretato restrittivamente, limitandosi a verificare:
• conformità statutaria;
• chiarezza del quesito;
• assenza di violazioni espresse dello Statuto.
Qualsiasi interpretazione estensiva del potere di bloccare la consultazione rischia di svuotare completamente di efficacia il diritto degli iscritti previsto dall'articolo 15.
In altre parole, se ogni volta che emerge una questione politicamente rilevante il Collegio può dichiarare che essa riguarda la "linea politica" e quindi è inammissibile, il diritto di iniziativa degli iscritti diventa sostanzialmente inutilizzabile.
Il CPN, visti i forti rilievi che vengono mossi alla pronuncia assunta a stretta maggioranza dal Collegio di Garanzia e ritenendo che questo possa sollevare un più che legittimo dubbio sul grado di democrazia interna al partito - fatto che aggraverebbe la profonda spaccatura che vive il partito -
28/6/2026
invita tutti gli organismi dirigenti e il Collegio di Garanzia a riesaminare la questione a partire dalle considerazioni politiche sopra esposte.

13/08/2026
𝗥𝗜𝗙𝗢𝗡𝗗𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗘 𝗟'𝙊𝙋𝙀𝙍𝘼𝙕𝙄𝙊𝙉𝙀 𝘾𝘼𝙇𝙑𝙄𝙉𝙊Abbiamo deciso di dedicare questo nostro brevissimo scritto al Partito che per una pa...
13/08/2026

𝗥𝗜𝗙𝗢𝗡𝗗𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗘 𝗟'𝙊𝙋𝙀𝙍𝘼𝙕𝙄𝙊𝙉𝙀 𝘾𝘼𝙇𝙑𝙄𝙉𝙊

Abbiamo deciso di dedicare questo nostro brevissimo scritto al Partito che per una parte della sua storia è stato la casa, se non di tutt3, di buona parte delle comuniste e dei comunisti di questo Paese.

Potevate trovarci di tutto: stalinisti e trotskisti, rivoluzionari e socialdemocratici, ambientalisti e industrialisti, atei e credenti, cigiellini e cobas, estremisti e moderati, ex autonomi ed ex Pci, cattolici e buddisti... tale coacervo di tante anime diverse è stato la forza ma anche il limite del Partito e ha funzionato fino a un certo punto per poi andare in crisi ed essere colpito da una infinita serie di scissioni che forse non hanno uguali (chi non ha perso il conto di tutti i vari micro partiti comunisti che affollano il panorama politico odierno?).

Il pezzo di Partito che ha mantenuto la denominazione originaria, pur essendo quello numericamente più importante, non ha la forza di superare lo zerovirgola cui è condannato da alcuni anni a questa parte ma il suo destino sembra, da una serie di indizi, destinato a peggiorare ancora.

Perché "operazione Calvino"? Ci siamo ispirati ai titoli della famosa trilogia dello scrittore.

𝗥𝗔𝗠𝗣𝗔𝗡𝗧𝗘 - come il barone - ci appare in questo periodo l'atteggiamento del segretario che dopo aver affermato, in sede congressuale, che l'ipotesi di un accordo con il centrosinistra neanche si poneva, ora propone (e sotto certi aspetti impone) una alleanza "tecnica" col campo largo nobilitandola con il titolo di «fronte costituzionale, democratico e antifascista».

𝗗𝗜𝗠𝗘𝗭𝗭𝗔𝗧𝗢 - come il visconte - ci appare invece il Partito spaccato a metà tra una parte che vorrebbe trovare un accordo con il campo largo al fine di tornare a marcare una presenza nelle stanze istituzionali (con tutto ciò che ne consegue, anche in termini di visibilità e fonti di finanziamento) e un'altra parte che invece vuole provare a (ri)costituire una forza politica comunista, nemica delle destre ma avversaria del centrosinistra, ponendosi come "alternativa di sistema" (qualcuno, errando, la definirebbe antipolitica).

𝗜𝗡𝗘𝗦𝗜𝗦𝗧𝗘𝗡𝗧𝗘 - come il cavaliere - ci appare infine la possibilità del Partito di incidere sulla situazione politica attuale (pur se ancora sussiste una residua capacità di intervento nel sociale). Sostanzialmente, nessun media ha finora prestato attenzione alla proposta di formazione del fronte costituzionale pur interrogandosi sul tema dell'inclusione di altre forze rispetto a quelle "canoniche" (PCivico, +Eu, IV, magari Azione?); sembra quindi che tra i commentatori i confini del campo largo si fermino a Sinistra Italiana e sembra non essere un caso se il segretario di Rifondazione non appare, se non in casi eccezionalissimi, più unici che rari, a fianco dei leader del Csx.

A questo punto la domanda, di leniniana memoria, sorge spontanea: CHE FARE?

Per ricostruire una nuova casa comune delle sinistre autenticamente popolari che sia anche in grado di rifondare Rifondazione, di far uscire finalmente le forze comuniste dalla secca in cui si trovano incagliate e di essere polo di attrazione per tanta parte della sinistra diffusa, pensiamo che la questione debba essere dibattuta da una parte più ampia della società rispetto alla ristretta cerchia dei vertici del Partito.

𝗜𝗹 𝗱𝗶𝘀𝗲𝗿𝘁𝗼𝗿𝗲 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮 𝗹𝗲 𝘀𝗽𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗮𝗴𝗹𝗶 𝘀𝗰𝗶𝗮𝗰𝗮𝗹𝗹𝗶𝘓𝘢 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦 𝘮𝘪𝘨𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘩𝘢 𝘤𝘢𝘮𝘣𝘪𝘢𝘵𝘰 𝘪𝘭 𝘱𝘢𝘯𝘰𝘳𝘢𝘮𝘢 𝘴𝘰𝘤𝘪𝘢𝘭𝘦, 𝘮𝘢 𝘪𝘭 𝘮𝘰𝘷𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘰𝘱𝘦𝘳𝘢𝘪𝘰...
12/08/2026

𝗜𝗹 𝗱𝗶𝘀𝗲𝗿𝘁𝗼𝗿𝗲 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮 𝗹𝗲 𝘀𝗽𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗮𝗴𝗹𝗶 𝘀𝗰𝗶𝗮𝗰𝗮𝗹𝗹𝗶

𝘓𝘢 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦 𝘮𝘪𝘨𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘩𝘢 𝘤𝘢𝘮𝘣𝘪𝘢𝘵𝘰 𝘪𝘭 𝘱𝘢𝘯𝘰𝘳𝘢𝘮𝘢 𝘴𝘰𝘤𝘪𝘢𝘭𝘦, 𝘮𝘢 𝘪𝘭 𝘮𝘰𝘷𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘰𝘱𝘦𝘳𝘢𝘪𝘰 𝘦 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘳𝘯𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘪𝘴𝘵𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘩𝘢 𝘴𝘢𝘱𝘶𝘵𝘰 𝘳𝘪𝘥𝘦𝘧𝘪𝘯𝘪𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘪𝘷𝘢: 𝘱𝘦𝘳 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘢𝘣𝘣𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰.

Vincent Pestiau, segretario regionale del sindacato belga Fgtb di Charleroi ha rivendicato l’azione compiuta da un gruppo di lavoratori belgi in occasione della presenza di un fascista di nome La Russa.

“Tutti i compagni dell’Fgtb si sono girati, perché noi siamo contro la presenza di partiti fascisti, e per noi Fdi è un partito di estrema destra. Noi siamo contro la presenza di tutti i partiti fascisti. La loro presenza non è bella, soprattutto in un luogo molto importante per l’immigrazione italiana.” ha dichiarato il compagno Pestiau.

Se mi fossi trovato al Bois du Cazier, dove si commemorava l’eccidio di settanta anni fa, avrei voltato le spalle a quell’individuo la cui sola presenza è un insulto alla memoria dei minatori di allora e un insulto al sacrificio di migliaia di lavoratori migranti che ogni giorno, in Italia, rischiano la loro vita per salari di m***a.

𝗜𝗟 𝗗𝗜𝗦𝗘𝗥𝗧𝗢𝗥𝗘 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮 𝗹𝗲 𝘀𝗽𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗮𝗶 𝗳𝗮𝘀𝗰𝗶𝘀𝘁𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗼𝗴𝗴𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗻𝗲𝗹 𝟭𝟵𝟱𝟲, 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗮𝗹 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗶𝘇𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝘀𝗳𝗿𝘂𝘁𝘁𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗲 𝗼𝗴𝗴𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗼𝗿𝗮 𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁à 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗼𝗳𝗳𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗼𝗿𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗺𝗶𝗴𝗿𝗮𝗻𝘁𝗶, 𝗰𝗵𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗼𝗿𝗮 𝗲𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗶𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮𝗻𝗶, 𝗼𝗴𝗴𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗮𝗳𝗿𝗶𝗰𝗮𝗻𝗶, 𝗮𝗳𝗴𝗵𝗮𝗻𝗶 𝗼 𝗯𝗲𝗻𝗴𝗮𝗹𝗶.

Quest’anno ne sono morti 482 fino al mese di giugno, ma negli ultimi due mesi di canicola infernale ogni giorno nei campi e nei cantieri muore qualche lavoratore: la maggior parte di loro sono stranieri.

Come possiamo definire i fascisti che respingono gli stranieri, li costringono a traversare il mare in condizioni pericolose, e infine li mantengono in condizioni di clandestinità per sfruttare al massimo il loro lavoro, se non sciacalli?

Questi sciacalli stanno oggi speculando su un episodio che, a Ceuta, è costato la vita a centocinquanta marocchini ed africani che cercavano di raggiungere la costa sp****la.

Qui sotto un testo di Gustavo Zagrebelski pubblicato dal Manifesto qualche giorno fa.

𝗨𝗻 𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗚𝘂𝘀𝘁𝗮𝘃𝗼 𝗭𝗮𝗴𝗿𝗲𝗯𝗲𝗹𝘀𝗸𝗶

«Cara Giorgia,
a distanza di qualche settimana ti riscrivo mentre a Ceuta si contano i morti e tu, invece di piangerli, ci costruisci sopra un comizio.

Quello che stai facendo ha un nome preciso, e non è “difesa dei confini”: si chiama sciacallaggio politico sulla pelle dei poveri.
Menti sapendo di mentire.

Hai annunciato la sospensione di Schengen con la Spagna come se le poche migliaia entrate a Ceuta stessero per bussare a Ventimiglia domani mattina.

Sai benissimo che non è vero: Ceuta è un’enclave in territorio marocchino, chi arriva lì non entra in Europa continentale, viene identificato sul posto.

I tuoi stessi funzionari del Viminale hanno ammesso che si tratta di controlli “a campione”. Tradotto: una misura simbolica, inefficace, che serve solo a te e al generale Vannacci che ti incalza da destra.

Il prezzo lo pagano i turisti in coda ai porti, gli imprenditori e soprattutto la verità.

Cara Giorgia, il vero regista di Ceuta si chiama Donald Trump.

Il tuo ex amico che continui a difendere. Tu fai lo sciacallo contro Sánchez, ma il fiammifero l’ha strofinato l’inquilino della Casa Bianca.

Te lo dico in breve:

1. Trump ha regalato a Rabat il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale — nel 2020, riaffermato nell’estate 2025 — blindando l’asse Washington–Rabat contro il diritto internazionale.

2. La visita di Sánchez ad Algeri ha fatto scattare la ritorsione: il Marocco ha aperto i rubinetti dei migranti verso Ceuta. Non lo dico io, lo scrivono i giornali che non appartengono ad Angelucci.

3. Il 29 giugno 2026 Trump ha sospeso per otto mesi i dazi sui fosfati marocchini.

Il quadro che fingi di non vedere è questo: Trump premia il Marocco con fosfati, Sahara e basi militari.

Il Marocco usa i migranti come arma di ricatto contro una Spagna “colpevole” di riavvicinarsi ad Algeri.

Migliaia di giovani — molti minorenni — si buttano in acqua e diciannove muoiono annegati. E tu prendi quei corpi e li usi come sfondo per un post su X.

Questo non è governare.

Questo è sciacallaggio.

Non è da statista — perché una statista non chiude Schengen per un teatrino interno mentre nel Mediterraneo si muore: chiama Bruxelles, convoca l’ambasciatore USA, chiede conto a Trump del ricatto marocchino, costruisce una politica migratoria europea.

Non è da italiana — perché l’Italia è il Paese di Lampedusa, di don Puglisi, di don Milani, di don Bosco.

Il Paese che ha inventato la parola “solidarietà” nella Costituzione.

Non è da madre — perché quei ragazzi affogati a Tarajal sono figli di qualche madre.

I miei figli, tua figlia, hanno avuto la fortuna di nascere in Italia.

Loro no.

È l’unica differenza.

Una madre lo sa.

Da cristiana non ne parliamo neanche.

Noi che accogliamo sappiamo cosa vuol dire stare sulla frontiera vera.

Non quella retorica dei tuoi tweet.

Ti chiediamo una cosa sola: smettila.

Smettila di mentire agli italiani sulle cause.

Smettila di attaccare Sánchez per coprire Trump.

Smettila di trasformare diciannove cadaveri in punti percentuali.

E se non lo fai per statura politica, fallo almeno perché — come hai detto tu — sei una madre.

E sei cristiana.»

𝗨𝗻𝗮 𝗿𝗶𝗳𝗹𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗲 𝗺𝗶𝗴𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝗹𝗮 𝘀𝗰𝗼𝗻𝗳𝗶𝘁𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶𝘀𝗺𝗼

Mentre i razzisti usano la vita e la morte per le loro guerre ibride o meno, mentre il fascismo conquista il potere in tutto l’Occidente (con l’eccezione della Spagna) speculando sulla paura dell’onda migrante, da trent’anni ormai noi internazionalisti brancoliamo nel buio.

𝑸𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒍’𝒂𝒖𝒕𝒐𝒏𝒐𝒎𝒊𝒂 𝒅𝒆𝒈𝒍𝒊 𝒐𝒑𝒆𝒓𝒂𝒊 𝒓𝒆𝒏𝒅𝒆𝒗𝒂 𝒑𝒐𝒔𝒔𝒊𝒃𝒊𝒍𝒆 𝒍𝒂 𝒅𝒆𝒎𝒐𝒄𝒓𝒂𝒛𝒊𝒂 𝒔𝒐𝒄𝒊𝒂𝒍𝒆, 𝒏𝒐𝒏 𝒂𝒃𝒃𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒊𝒖𝒕𝒐 (𝒆 𝒏𝒆𝒑𝒑𝒖𝒓𝒆 𝒑𝒆𝒏𝒔𝒂𝒕𝒐) 𝒍𝒂 𝒓𝒊𝒄𝒐𝒎𝒑𝒐𝒔𝒊𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒆𝒍 𝒍𝒂𝒗𝒐𝒓𝒐 𝒎𝒊𝒈𝒓𝒂𝒏𝒕𝒆 𝒄𝒐𝒏 𝒍𝒂 𝒄𝒍𝒂𝒔𝒔𝒆 𝒐𝒑𝒆𝒓𝒂𝒊𝒂. 𝑺𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒓𝒊𝒖𝒔𝒄𝒊𝒕𝒊 𝒂 𝒔𝒗𝒐𝒍𝒈𝒆𝒓𝒆 𝒔𝒐𝒍𝒕𝒂𝒏𝒕𝒐, 𝒕𝒂𝒍𝒗𝒐𝒍𝒕𝒂, 𝒖𝒏𝒂 𝒇𝒖𝒏𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒊 𝒕𝒊𝒑𝒐 𝒂𝒔𝒔𝒊𝒔𝒕𝒆𝒏𝒛𝒊𝒂𝒍𝒆.

𝙎𝙤𝙡𝙤 𝙞𝙣 𝙖𝙡𝙘𝙪𝙣𝙞 𝙘𝙖𝙨𝙞 (𝙘𝙤𝙢𝙚 𝙦𝙪𝙚𝙡𝙡𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙡𝙤𝙩𝙩𝙚 𝙣𝙚𝙡 𝙨𝙚𝙩𝙩𝙤𝙧𝙚 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙡𝙤𝙜𝙞𝙨𝙩𝙞𝙘𝙖) 𝙞 𝙢𝙞𝙜𝙧𝙖𝙣𝙩𝙞 𝙨𝙞 𝙨𝙤𝙣𝙤 𝙧𝙞𝙘𝙤𝙣𝙤𝙨𝙘𝙞𝙪𝙩𝙞 𝙣𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙡𝙤𝙩𝙩𝙚 𝙙𝙚𝙡 𝙢𝙤𝙫𝙞𝙢𝙚𝙣𝙩𝙤 𝙤𝙥𝙚𝙧𝙖𝙞𝙤.

La migrazione non è un fenomeno recente. Negli anni ‘50 e ‘60 l’industria europea aveva bisogno di forza lavoro: le fabbriche dell’auto inglesi importarono così lavoratori giamaicani, le fabbriche francesi assunsero lavoratori arabi, quelle tedesche chiamarono lavoratori turchi, e le fabbriche del nord italiano si riempirono di lavoratori calabresi.

In molti casi quei migranti si integrarono a contatto coi loro compagni, e la solidarietà di classe spazzò via il razzismo: i calabresi furono avanguardia a Mirafiori, gli arabi del Mouvement des travailleurs arabes condussero le lotte alla Renault, e i giamaicani cambiarono per sempre la scena culturale e sociale della periferia londinese: la fusione di movimenti anti-colonialisti e movimento operaio trasformò la migrazione in un processo di trasformazione culturale.

Ma nel nuovo secolo il rapporto tra migranti e metropoli capitalista si è rovesciato.

Dopo gli anni Novanta, la globalizzazione del mercato del lavoro ha disintegrato la solidarietà di classe e usato i flussi migranti come fattore di precarizzazione, provocando reazioni razziste in vasti settori della popolazione.

Non abbiamo saputo elaborare sul piano teorico la nuova gigantesca ondata di migrazione, né abbiamo saputo organizzarla sul piano sociale. Siamo stati capaci soltanto di una protesta etica e umanitaria contro la violenza razzista. E’ meglio che niente, ma non basta.

L’effetto politico della nostra incapacità di elaborare la questione migrante la vediamo bene: disintegrazione della solidarietà sociale, conflitto razziale e fascismo, fine della democrazia.

Fin dalla sua origine il pensiero marxista non comprese il senso della colonizzazione (Marx salutava la colonizzazione dell’India che avrebbe portato le ferrovie, l’industria e avrebbe creato la classe operaia). Nel secondo dopoguerra i partiti stalinisti sposarono gli interessi nazionali contro il processo di decolonizzazione, come accadde in Francia durante la guerra d’Algeria.

Al tempo stesso i movimenti di liberazione dal colonialismo rimasero spesso intrappolati dal nazionalismo e dall’identitarismo razziale o religioso.

Su questa sconnessione tra movimento operaio e movimento anti-coloniale si è fondata la controffensiva imperialista globale che ha mirato a rompere il fronte operaio grazie all’inserimento di settori di lavoro migrante, e che ha usato l’emarginazione e la clandestinizzazione per far lavorare i migranti a salari sempre più bassi.

𝗜𝗹 𝗰𝗮𝗽𝗶𝘁𝗮𝗹𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗲𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲𝗼 𝗵𝗮 𝘂𝘀𝗮𝘁𝗼 𝗹𝗮 𝗺𝗶𝗴𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗿𝘂𝗴𝗴𝗲𝗿𝗲 𝗹’𝗼𝗿𝗴𝗮𝗻𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗼𝗽𝗲𝗿𝗮𝗶𝗮, 𝗲 𝗮𝗯𝗯𝗮𝘀𝘀𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝘀𝗮𝗹𝗮𝗿𝗶𝗼, 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗿𝗲 𝗶 𝗴𝗼𝘃𝗲𝗿𝗻𝗶 𝗿𝗮𝘇𝘇𝗶𝘀𝘁𝗶 𝗱’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝗶𝗻𝘁𝗿𝗮𝗽𝗽𝗼𝗹𝗮𝘃𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝗺𝗶𝗴𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗹𝗮𝗻𝗱𝗲𝘀𝘁𝗶𝗻𝗶𝘁à 𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝘀𝗰𝗵𝗶𝗮𝘃𝗶𝘀𝗺𝗼, 𝗼𝗽𝗽𝘂𝗿𝗲 𝗻𝗲𝗹 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗶𝗻𝗴𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼: 𝗺𝗼𝗿𝘁𝗶 𝗶𝗻 𝗺𝗮𝗿𝗲, 𝗰𝗮𝗺𝗽𝗶 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗲𝗻𝘁𝗿𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼.
𝗟𝗮 𝗴𝗶𝗴𝗮𝗻𝘁𝗲𝘀𝗰𝗮 𝗼𝗻𝗱𝗮 𝗺𝗶𝗴𝗿𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗵𝗮 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗮𝘁𝗼 𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝗮𝗻𝗼𝗿𝗮𝗺𝗮 𝘂𝗿𝗯𝗮𝗻𝗼, 𝗺𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗿𝗶𝘂𝘀𝗰𝗶𝘁𝗶 𝗮 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗮𝗿𝗹𝗮 𝗻𝗲𝗹 𝗳𝗿𝗼𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼.

Non basta comprendere la genesi storica della migrazione, non basta sapere che il colonialismo ha impoverito i territori e costretto le popolazioni all’emigrazione. Né basta sapere che il cambio climatico ha peggiorato le condizioni di gran parte del sud del mondo, accentuando la pressione migratoria.

Neppure basta affermare il dovere etico dell’accoglienza, né ripetere che nessun essere umano è illegale, e rivendicare il diritto degli umani a muoversi con la stessa libertà con cui si muovono i capitali.

Né la comprensione storica né la reazione etica sono bastati a fare del lavoro migrante componente della composizione di classe operaia. Un processo di soggettivazione autonoma e solidale delle diverse componenti culturali religiose ed etniche del flusso migrante è stato quasi sempre impossibile: di conseguenza la migrazione ha avuto un effetto dirompente sulla solidarietà sociale, spingendo a destra gran parte dei lavoratori.

𝗟𝗮 𝗿𝗮𝗴𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝗿𝗶𝗻𝗰𝗶𝗽𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝘀𝗰𝗼𝗻𝗳𝗶𝘁𝘁𝗮, 𝗹𝗮 𝗿𝗮𝗴𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝗿𝗶𝗻𝗰𝗶𝗽𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗿𝗶𝘁𝗼𝗿𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗯𝗮𝗿𝗯𝗮𝗿𝗶𝗲 𝗿𝗮𝘇𝘇𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗲 𝗳𝗮𝘀𝗰𝗶𝘀𝘁𝗮 𝘀𝘁𝗮 𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗶𝗻𝗰𝗮𝗽𝗮𝗰𝗶𝘁à 𝗱𝗶 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗺𝗶𝗴𝗿𝗮𝗻𝘁𝗲 (𝗻𝗼𝗻 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗢𝗰𝗰𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗺𝘂𝗹𝘁𝗶𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲), 𝗺𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗼𝘀𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗼𝗹𝗶𝗱𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗱𝗶𝗽𝗲𝗻𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲.
𝗣𝗼𝘁𝗲𝘃𝗮 𝗮𝗻𝗱𝗮𝗿𝗲 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶? 𝗣𝗼𝘁𝗿à 𝗮𝗻𝗱𝗮𝗿𝗲 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗶𝗻 𝗳𝘂𝘁𝘂𝗿𝗼?
𝗡𝗼𝗻 𝗵𝗼 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝘀𝘁𝗮 𝗮 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗼𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮, 𝗺𝗮 𝗼𝗰𝗰𝗼𝗿𝗿𝗲 𝗽𝗼𝗿𝘀𝗲𝗹𝗮, 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗿𝗮𝗴𝗶𝗼𝗻𝗶 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗰𝗵𝗲.
𝗗𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝘀𝘁𝗮 𝗮 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗼𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮 𝗱𝗶𝗽𝗲𝗻𝗱𝗲 𝗶𝗹 𝗳𝘂𝘁𝘂𝗿𝗼 𝗱𝗶 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼: 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗺𝗼𝗰𝗿𝗮𝘇𝗶𝗮, 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗰𝗲, 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗶𝗱𝗮𝗿𝗶𝗲𝘁à 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲.

𝗔 𝗣𝗥𝗢𝗣𝗢𝗦𝗜𝗧𝗢 𝗗𝗜 𝗘𝗟𝗟𝗬Ecco quanto scriveva Maurizio Acerbo di Elly Schlein e del PD prima di avere la "geniale" idea dell'a...
11/08/2026

𝗔 𝗣𝗥𝗢𝗣𝗢𝗦𝗜𝗧𝗢 𝗗𝗜 𝗘𝗟𝗟𝗬

Ecco quanto scriveva Maurizio Acerbo di Elly Schlein e del PD prima di avere la "geniale" idea dell'accordo tecnico (𝑠𝑖𝑐!) col campo largo, accordo che però né il PD né il resto del centrosinistra hanno finora minimamente preso in considerazione:

«IMBARAZZANTE

Elly Schlein non è in grado di dire che è contraria all'aumento delle spese militari al 2% del PIL.

A molte persone ha dato fastidio il modo con cui è stata incalzata da Lilli Gruber ma baderei alla sostanza. Se Elly avesse risposto "sono contraria all'aumento delle spese militari anzi propongo di tagliarle" ci sarebbe stato poco da incalzare.

Sostanzialmente il Pd ha la stessa posizione del governo Meloni (lo dice lei stessa). L'aumento della spesa per armamenti richiesto da USA e NATO è già spalmato in più anni ma rimane un'enorme e inaccettabile spreco di risorse pubbliche. Ogni decimo di percentuale in più significa ulteriori miliardi di euro da togliere a sanità, scuola, ambiente e spesa sociale.

L'Italia è ultima in Europa in spesa per istruzione, siamo sotto la media europea per spesa sanitaria e vogliamo aumentare enormemente le spese militari?

Purtroppo anche con Elly Schlein il Pd non rompe con il militarismo e le scelte di guerra della NATO. Per raggiungere l'obiettivo del 2% del PIL l'Italia dovrebbe aumentare la spesa militare di almeno 10 miliardi.

𝗣𝗲𝗿 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗶 𝗽𝗮𝗰𝗲 𝗲 𝗱𝗶𝘀𝗮𝗿𝗺𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝗽𝘂𝗼̀ 𝗳𝗮𝗿𝗲 𝗮𝗳𝗳𝗶𝗱𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝘀𝘂𝗹 𝗣𝗱.»

11/08/2026

Premiare i piccoli della Striscia significherebbe riconoscere la loro sofferenza innocente, affermare che ogni bambino ha diritto alla pace, e chiamare la comunità internazionale alla responsabilità

𝗢𝗿𝗱𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗖𝗼𝗺𝗶𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗣𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗙𝗲𝗱𝗲𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝗟𝘂𝗰𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝟭𝟬 𝗮𝗴𝗼𝘀𝘁𝗼 𝟮𝟬𝟮𝟲Un’alleanza tecnica con il centrosinistra ri...
11/08/2026

𝗢𝗿𝗱𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗖𝗼𝗺𝗶𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗣𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗙𝗲𝗱𝗲𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝗟𝘂𝗰𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝟭𝟬 𝗮𝗴𝗼𝘀𝘁𝗼 𝟮𝟬𝟮𝟲

Un’alleanza tecnica con il centrosinistra rischia di snaturare il PRC.
Contrastare l’avanzata della destra è un obiettivo necessario e rappresenta un dovere per ogni forza che si richiami ai valori della Costituzione e dell’antifascismo. Ma proprio per questo occorre interrogarsi sulle cause che hanno consentito alla destra di crescere fino ad arrivare al governo.

Non si può rimuovere una responsabilità politica fondamentale: quelle condizioni sono state costruite anche da decenni di politiche portate avanti dal centrosinistra.

Al di là delle contrapposizioni elettorali e mediatiche, sui grandi nodi che determinano il futuro del Paese sono spesso più le convergenze tra centrodestra e centrosinistra che le differenze che li separano.

Entrambi gli schieramenti hanno accettato, con modalità diverse, un modello economico fondato sul primato dei mercati finanziari, sulla competizione globale, sulle privatizzazioni, sulla precarizzazione del lavoro e sulla progressiva riduzione dell’intervento pubblico nell’economia.

Per troppi anni sono stati presentati come inevitabili vincoli che erano invece precise scelte politiche: austerità, contenimento della spesa sociale, privatizzazioni dei servizi pubblici, flessibilizzazione del lavoro e subordinazione delle politiche nazionali agli interessi economici e finanziari dominanti.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: aumento delle disuguaglianze, salari stagnanti, precarietà, impoverimento dei ceti popolari, difficoltà di accesso alla casa, indebolimento della sanità pubblica e crescente distanza tra cittadini e istituzioni.

È proprio dentro questa frattura sociale che la destra ha costruito una parte importante del proprio consenso.

Quando la sinistra smette di rappresentare il lavoro, i pensionati, i giovani precari, chi vive nelle periferie e chi subisce le conseguenze delle disuguaglianze, quello spazio politico non rimane vuoto. Viene occupato da chi trasforma il disagio sociale in paura, nazionalismo, ricerca del nemico e guerra tra poveri.

Per questo non basta dire: “uniamoci per ba***re la destra”.
Bisogna chiedersi anche quali politiche verranno praticate dopo averla battuta.

La questione diventa ancora più evidente sul terreno internazionale. L’aumento delle spese militari, la corsa al riarmo e una crescente subordinazione della politica europea alla logica dei blocchi militari hanno raccolto consensi trasversali.

Per una forza comunista, internazionalista e pacifista questo rappresenta un punto discriminante.

Non è possibile proclamarsi forza della pace e contemporaneamente accettare politiche che destinano risorse sempre maggiori agli armamenti. Non è accettabile chiedere sacrifici sulla sanità, sulle pensioni, sulla scuola o sui servizi pubblici mentre miliardi vengono destinati alla spesa militare.
L’articolo 11 della Costituzione non può diventare un riferimento puramente simbolico.

Pace, disarmo, giustizia sociale, redistribuzione della ricchezza, centralità del lavoro e difesa dei beni comuni devono essere elementi concreti di una proposta politica alternativa. È qui che emerge il problema di una cosiddetta “alleanza tecnica” con il centrosinistra.

Un accordo presentato come esclusivamente elettorale rischia inevitabilmente di assumere un significato politico molto più ampio. Agli occhi degli elettori potrebbe apparire come l’accettazione di un campo politico e di un programma che il PRC ha contrastato per anni.

Il rischio è quello di trasformare Rifondazione Comunista da forza autonoma e alternativa in componente marginale di una coalizione nella quale le scelte fondamentali vengono determinate da altri.

L’autonomia del PRC non è una questione testimoniale né una difesa nostalgica della propria identità.
È la condizione necessaria per poter continuare a dire ciò che altri non dicono: che il neoliberismo va superato, che la ricchezza deve essere redistribuita, che i servizi pubblici devono tornare pienamente pubblici, che il lavoro deve tornare al centro, che la pace viene prima del riarmo e che la politica deve riconquistare autonomia rispetto ai grandi poteri economici e finanziari.

L’antifascismo resta un valore irrinunciabile e fondativo.
Ma l’antifascismo non può essere ridotto a una formula elettorale attraverso la quale si chiede alla sinistra radicale di sospendere ogni giudizio sulle politiche del centrosinistra.

Perché se non si interviene sulle cause economiche, sociali e democratiche che hanno alimentato la crescita della destra, si rischia semplicemente di combatterne gli effetti lasciandone intatte le radici.

E allora il problema non è soltanto impedire alla destra di vincere una prossima elezione.

Il problema è costruire le condizioni perché la destra perda il terreno sociale sul quale ha costruito il proprio consenso.
Per questo Rifondazione Comunista dovrebbe continuare a lavorare alla costruzione di un’alternativa autonoma, popolare e di classe, capace di unire pace, lavoro, giustizia sociale, difesa della Costituzione, tutela dei beni comuni, partecipazione democratica, difesa dell’ambiente e istituire una tassa sui grandi patrimoni.
Solo mantenendo questa autonomia potrà rappresentare una proposta credibile per chi non si riconosce né nelle politiche del centrodestra né in quelle del centrosinistra.

10/08/2026

Spin Time e Firenze.

Il Sindaco di Roma si lamenta che Investire SGR non ha un cuore. Mi ha ricordato un noto portiere della Juventus che accusava un arbitro di avere un bidone al posto del cuore.

Perché Investire SGR non è un nome misterioso anche da noi: è il soggetto a cui è affidata larga parte del progetto ex Lupi di Toscana, insieme alla Fondazione CR Firenze. Un'operazione di cui le ultime Giunte si vantano da anni (in Consiglio, ogni volta che abbiamo sollevato critiche alle politiche sociali, spuntava questa rivendicazione).

Quattro cose, in ordine.

1) Siamo in ritardo nel consegnare l'area ex Lupi di Toscana. Ma i 15 anni (pochissimi) di social housing partono a prescindere da quando gli appartamenti saranno realizzati. Finita la convenzione, vanno sul libero mercato.

2) Se si guarda la rendita garantita, il Comune incassa poco o niente. La parte finanziaria dell'investimento è molto più tutelata.

3) Investire SGR aveva ipotizzato l'acquisto delle case costruite da Le Quinte già nel 2023, con un bando di Cassa Depositi e Prestiti. Oggi decine di nuclei familiari passano l'estate nell'incertezza, per l'assenza di azione del Comune.

4) A settembre Invimit (un altro fondo) mette all'asta ex immobili del Comune, alcuni dei quali erano di fatto case popolari (le case di via de' Pepi). Siamo stati l'unico gruppo a chiederne la sospensione: la maggioranza si è assunta la responsabilità di bocciarla.

La precisazione: il modo in cui il centrosinistra governa i principali centri urbani dovrebbe dire molto sul senso e la credibilità di un'alternativa alle destre. Occupare il potere politico sembra servire soprattutto a legittimare un sistema in crisi, provando a restare in qualche modo a galla.

Ci dicono spesso in aula che "il meglio è nemico del bene". Ma se non lavori per un'alternativa di sistema, è il sistema che governa tutte le buone intenzioni con cui ti siedi al tavolo del potere.

Indirizzo

Via Benedetto Croce 50
Rome
00142

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Laboratorio per l'Alternativa - Municipio 8 pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Scelte rapide

Condividi