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Politica & Media Vi siete mai domandati perchè all'estero il nemico pubblico uno è il Covid-19, mentre in Italia sono i 5s ? Perchè Virginia Raggi deve essere sempre attaccata ?

Esistono diverse Italie. Ma in Italia il problema principale è l'informazione

31/12/2022

Signor Presidentissima il popolo va a fare le file alla Caritas per un pasto caldo
CHE FACCIANO PURE ... LA COPERTA DEI SOLDI DEL PNRR È TROPPO CORTA .
NOI DOBBIAMO COMPRARE ARMI NON PANE .

Il presidente di Confindustria Bonomi chiede di ammorbidire gli impegni ambientali per far fronte al caro energia"Quello...
06/03/2022

Il presidente di Confindustria Bonomi chiede di ammorbidire gli impegni ambientali per far fronte al caro energia

"Quello che succede in Ucraina mette a rischio la ripresa del nostro paese" che stava già "rallentando", e il "il conflitto ha accentuato il problema energetico dove si erano manifestati rincari molto importanti nel 2021, fino al 400%", ha affermato il presidente di Confindustria Carlo Bonomi che chiede una parità tra paesi per quanto riguarda le sanzioni nei confronti di Mosca.
Accantonata la possibilità di guidare il calcio italiano, il presidente di Confindustria Carlo Bonomi interviene sulla situazione geopolitica globale. Ospite del programma “Mezz’ora in più”, il leader degli industriali italiani si dice favorevole alle sanzioni contro la Russia a condizione che non ci siano differenze tra i diversi paesi perché altrimenti sarebbe “difficile giustificare alle imprese” italiane le perdite causate da queste misure. Bonomi fa quindi l’esempio della Gran Bretagna che sinora avrebbe calcato meno la mano rispetto a quanto ha fatto o si ripromette di fare l’Unione europea. Sul capitolo energia Bonomi chiede invece di accantonare, almeno per un po’, i propositi di riduzione delle emissioni. La nuova situazione creata con il conflitto in Ucraina e il balzo dei prezzi dell’energia impongono di “riscrivere il Pnrr e allungarlo temporalmente” oltre che “spostare gli obiettivi della transizione ecologica” dice il presidente di Confindustria secondo cui occorre anche nell’immediato “sospendere il mercato degli Ets (delle quote inquinanti) che è “diventato un mercato speculativo finanziario” e poi “sviluppare una strategia a medio lungo termine” sull’energia. “Quello che succede in Ucraina mette a rischio la ripresa del nostro paese” che stava già “rallentando”, e il “il conflitto ha accentuato il problema energetico dove si erano manifestati rincari molto importanti nel 2021, fino al 400%”, ha proseguito Bonomi. Secondo uno studio condotto nel 2016 riguardante le sanzioni imposte alla Russia dopo l’annessione della Crimea la penalizzazione degli scambi non ha colpito in modo preponderante l’Italia, anzi. Il danno per la Germania è stato stimato in 23 miliardi, quello per la Francia in 5 miliardi, per l’Olanda 4 miliardi e per l’Italia 3,5 miliardi.
Confindustria, annuncia il presidente, chiederà al governo una serie di misure per una “strategia di medio lungo periodo” nell’energia fra cui “la sospensione del mercato Ets, nuovi impianti gnl (rigassificatori di gas naturale liquido, al momento i tre italiani sono utilizzati al 50% delle loro capacità, ndr) magari in mare, l’aumento della produzione nazionale di gas e rinnovabili” con l’accelerazione degli iter burocratici. Secondo Bonomi “non ci può essere un ristoro pubblico” per la bolletta energetica dell’industria che, dopo gli ultimi rincari, è salita da 37 a 51 miliardi di euro l’anno. Bonomi ha spiegato come non c’è ancora in agenda un incontro con il premier Draghi “ma ci sentiamo costantemente al telefono”, “lui ha la situazione ben chiara”. Bonomi interviene anche sulla controversa riforma del catasto sui cui le forze della maggioranza sono divise. “Il catasto non è congruo ed equo, è dell’800 e va rifatto”, afferma spiegando che “non è vero che aumenteranno le tasse, ci sarà un aumento fra 5 anni se il governo lo deciderà. Bonomi ha infine stigmatizzato la polemica politica sorta sul tema in questi giorni di conflitto, “abbiamo sicuramente dei problemi più importanti da affrontare” e ha ricordato come la riforma fosse inserita fra gli obblighi del “next generation Eu” .

Detto in parole povere: dateci soldi perchè siamo poveri!
Questo Bonomi ha la stessa miopia degli imprenditori, cosiddetti, dei primi anni del secolo scorso.

L'EDITTINO UCRAINOdi Marco Travaglio  - 6 MARZO 2022Avevamo sempre pensato, ingenuamente, che i corrispondenti servisser...
06/03/2022

L'EDITTINO UCRAINO

di Marco Travaglio - 6 MARZO 2022

Avevamo sempre pensato, ingenuamente, che i corrispondenti servissero a raccontarci cosa si fa e si dice nei Paesi e nei governi esteri. Ora quell’idea, finora piuttosto diffusa, viene improvvisamente contestata dai migliori maestri di giornalismo, ma solo per il decano dei corrispondenti Rai da Mosca, Marc Innaro, macchiatosi di due crimini contro l’umanità che segnaliamo alla Corte dell’Aja: mostrare la cartina dell’Est Europa prima e dopo l’allargamento Nato e riportare la replica del governo russo al presidente ucraino Zelensky, che accusava Mosca di “usare il terrore atomico bombardando per ore i reattori nucleari della centrale Zaporizzja, ora in fiamme: poteva essere 10 volte peggio di Chernobyl, la fine dell’Europa”, e a tutti i governi Ue con stampa da riporto al seguito che condannavano orripilati il f***e gesto. Da dieci giorni Innaro è oggetto di un editto bulgaro a rate firmato da FI, dall’ala “liberale” del Pd (Romano, Quartapelle, Castagnetti&C.) e dal renziano Anzaldi, più il duo Stampa-Rep. Ecco le sue parole su Zaporizzja: “Qui da Mosca ripetono che il livello di radioattività è nella norma. Il ministero della Difesa smentisce Zelensky e afferma che da cinque giorni la centrale è sotto il controllo delle truppe speciali. La scorsa notte – continuano a dire qui – un gruppo di sabotatori ucraini ha attaccato il centro di addestramento a fianco della centrale, ma è stato respinto”.

Subito, dalla sede romana del Foglio munita di un telescopio satellitare che consente di monitorare palmo a palmo lo scacchiere ucraino, è intervenuto il rag. Claudio Cerasa a ristabilire la verità: “Il vostro Innaro tende a minimizzare in maniera grave. L’ambasciata americana in Ucraina l’ha definito un crimine di guerra e la Nato ha usato parole molto molto molto pesanti sull’attacco. Non c’è una guerra di propaganda: la Russia combatte una guerra con fake news, bugie, falsità; e tutto l’Occidente insieme cerca di smascherarle”. Il conduttore del Tg2 ringraziava il rag. Cerasa per avere sbugiardato l’importuno collega. E così, avuta conferma che la Rai mantiene a Mosca una quinta colonna di Putin, che la versione russa non va neppure citata perché è sempre falsa, mentre quelle dell’Ucraina e dell’Occidente vanno sempre sposate senza virgolette come dogmi, i telespettatori si facevano l’idea che i russi stiano tentando di scatenare il bis di Chernobyl nel Paese che occupano alle porte di casa propria, e che il putribondo Innaro tenti di coprirli.
Poi purtroppo la sottosegretaria americana all’Energia Jill Hruby ha dichiarato: “Non abbiamo visto alcuna prova che la Russia abbia attaccato la centrale”. E il Pentagono e l’Aiea hanno rassicurato: “Nessuna fuoriuscita di materiale radioattivo”. Quindi Innaro quando lo fucilano?

05/03/2022

Tra il dire e il fare

Editoriale di M. Travaglio FQ 5/3/22

Chi può contestare che il popolo ucraino non va lasciato solo nell’eroica resistenza all’invasore russo?
E che non ha bisogno di fiori, ma di armi? È tutto ovvio, in via di principio.

Ma, prima di inviare anche un solo petardo oltre i confini dell’Ucraina, bisognerebbe rispondere ad altre domande molto meno scontate che purtroppo nessuno – in questa spensierata decisione assunta dal governo dinanzi al Parlamento sdraiato – ha pensato di porre, né tantomeno di rispondere. L’obiettivo di Putin è chiaro: riprendersi l’Ucraina, poi si vede.
Quello di Zelensky pure: ricacciarlo indietro, magari sacrificando il Donbass e la Crimea già persi. Ma il nostro qual è? Allungare di qualche settimana la resistenza ucraina in vista di una resa scontata, per indebolire un po’ Putin nel negoziato finale, o aiutare l’esercito e i civili ucraini a respingere l’Armata russa? Trattare con Putin
o buttarlo giù?
L’invio o meno delle armi dovrebbe dipendere da queste due risposte.
Che dovrebbero dipendere dall’analisi del reale andamento della guerra, al di là delle opposte propagande. Se si pensa che gli ucraini abbiano buone probabilità di farcela nel breve e lungo periodo, complici le sanzioni alla Russia, inviare armi ha unl senso. Se invece si ritiene che l’esito dell’invasione sia segnato, armare civili non (o male) addestrati serve solo a prolungare l’agonia del Paese e a moltiplicare la carneficina, seguitando a usare quel popolo martoriato come carne da macello per i giochi di guerra dei “grandi”.

Supponiamo che chi invia armi pensi sinceramente che possano ribaltare l’esito della guerra: resterebbero un paio di interrogativi.
Secondo i calcoli più ottimistici, le armi giungeranno a destinazione non prima di qualche settimana, quando l’avanzata russa su Kiev sarà probabilmente completata:
se l’intelligence Nato era certa da tre mesi dell’attacco russo, perché non pensarci prima? Conosciamo la risposta: Usa e Uk l’han fatto in abbondanza,
mentre le armi dell’Italia e del resto dell’Ue sono perlopiù ferrivecchi e fondi di magazzino. E allora, di grazia, a che servono?

Come ha spiegato Mackinson sul Fatto, non potendo coinvolgere paesi Nato, bisognerà portarle in Ucraina con finti convogli umanitari e voli commerciali, affidando le consegne a milizie private di contractor: mercenari prezzolati senza bandiera che combattono per ogni bandiera, cioè per il miglior offerente.
Si tengono parte del carico come provvigione. Poi, se va bene (ma chi controlla?), consegnano il resto alle truppe o ai resistenti.

Ma, se la Russia vince la guerra, si prende tutto. E usa le nostre armi – come i talebani in Afghanistan, l’Isis in Iraq e in Siria, le milizie in Libia – contro di noi.

Che, ancora una volta, riusciremo a spararci sui piedi.

04/03/2022

Il cortigiano Johnny

Editoriale M. Travaglio FQ 4/3/22

Sgominati il direttore d’orchestra e la soprano russi alla Scala, respinto l’assalto della Brigata Dostoevskij all’Università Bicocca, attendevamo con ansia che qualcuno bombardasse l’hotel de Russie di Roma e la fermata Moscova della metro milanese, o boicottasse la griffe Moschino, o prendesse sul serio chi sul web propone di ribattezzare Ignazio La Russa “L’Ucraina” (Maurizio Mosca l’ha scampata bella, defungendo per tempo). Poi è giunto l’annuncio della Federazione Internazionale Felina che, “in segno di vicinanza verso gli ucraini”, ha deciso di “non registrare più gatti provenienti dalla Russia e mettere uno stop alla partecipazione degli allevatori russi alle esposizioni internazionali”. E abbiamo pensato che nessuno ne avrebbe più battuto il record di stupidità. Ma avevamo sottovalutato Johnny Riotta, che c’è riuscito in scioltezza su Repubblica con la lista di proscrizione “Destra, sinistra e no Green pass: identikit dei putiniani d’Italia. Da Savoini a Fusaro, da Barbara Spinelli a Mattei, Foa e Mutti, editore del fascio-putinista Dugin”. Un frittomisto scombiccherato e imbarazzante (non per lui, che non conosce vergogna e non ha mai la più pallida idea di ciò che dice, tipo quando negava in tv che l’articolo 1 della Costituzione affermi che la sovranità appartiene al popolo, ma per gli eventuali lettori). Piluccando da uno studio della Columbia University, forse per dimostrare la bruciante attualità de L’Idiota di Dostoevskij, il cortigiano Johnny frulla personaggi, storie, tesi diversi e spesso opposti, accomunando il leghista che chiedeva tangenti all’hotel Metropol di Mosca a chi osa obiettare al fumetto dell’Occidente buono, democratico e pacifista minacciato dal Nuovo Satana. Una barzelletta che farebbe scompisciare pure Kissinger, i migliori diplomatici Usa e il capo della Cia Burns, tutti molto critici sull’allargamento della Nato a Est.

Ma curiosamente Riotta, nella lista dei nemici pubblici, si scorda quei fottuti putinisti di Kissinger e Burns. E omette la Luiss, citata dalla Columbia fra gli amici della Russia, forse perché lui vi dirige una scuola di giornalismo (per mancanza di prove). In compenso ci infila la Spinelli, che scriveva su Rep quando era ancora un giornale e non il pannolone di Biden. E pure l’ex presidente Rai Marcello Foa, “commentatore di reti di propaganda russa”: cioè di Russia Today, che fino a sei anni fa usciva come inserto mensile di Rep. Il finale è un’istigazione ai rastrellamenti che piacerebbe un sacco a Putin e sarebbe un tantino inquietante, se Riotta lo leggesse e lo prendesse sul serio qualcuno: “Li riconoscete a prima vista: tutti hanno la stessa caratteristica”. Quella di pensare con la propria testa, ma soprattutto di averne una.

03/03/2022

Il CRETINO COLLETTIVO

di Marco Travaglio -3 MARZO 2022

“La prima vittima della guerra è la verità” (Eschilo). Dopo i civili innocenti, si capisce. Ma poi ci sono l’intelligenza, la logica, il senso dell’umorismo e anche del ridicolo. Visto come siamo messi in Italia, siamo in piena guerra pure noi, anche se non sta bene dirlo. Il Cretino Collettivo ha cacciato dalla Scala uno dei migliori direttori d’orchestra del mondo, Valery Gergiev, perché è russo e fan di Putin (ma entrambe le cose erano note prima che lo chiamassero). Una delle migliori soprano, Anna Netrebko, ha annunciato che diserterà Scala per non finire come lui, essendo pure lei orripilantemente russa. Il Festival della fotografia europea di Reggio Emilia ha annullato la partecipazione della Russia, che esponeva le opere di Alexandr Gronskij: un altro fottuto putinista? Mica tanto: la polizia l’ha appena arrestato a Mosca mentre manifestava contro Putin. E vabbè, pazienza, effetti collaterali. È russo pure Daniil Medvdev, il tennista n. 1 del mondo, che la Federazione ucraina chiede di escludere dal Grande Slam anche se si è pronunciato contro la guerra. E lo è soprattutto quel tal Dostoevskij, sedicente scrittore che, con Tolstoj, Cechov, Puskin, Gogol’ e altri putribondi figuri, minacciava di diffondere la propaganda putiniana alla Bicocca. Così l’ateneo ha sospeso il seminario del loro studioso Paolo Nori per “evitare qualsiasi forma di polemica”. Poi ci ha messo una toppa peggiore del buco: “Volevamo provare ad aggiungere anche autori ucraini”. La par condicio applicata alla letteratura, per giunta postuma. Ora nel mondo della tv, trema Carmen Russo.

Intanto dal Tg1 è sparito il corrispondente Marc Innaro, reo di conoscere bene la Russia visto che la segue da 40 anni e soprattutto di aver mostrato la cartina dell’allargamento della Nato nell’Est Europa: ma benedett’uomo, chi glielo fa fare di mostrare cartine? Pensi alle ragazze, invece. Noi, avendo sempre scritto contro Putin, anche quando Rep ospitava la sua propaganda a pagamento e Giornale, Libero, Foglio e tutto il cucuzzaro berlusconiano rilanciavano le fe****io del padrone al “dono del Signore”, dobbiamo sorbirci le lezioncine di antiputinismo da quei ridicoli tartufi. Francesco Merlo, la lingua più felpata del West, ce l’ha con “gli stessi ‘Italiban’ che tifavano per i tagliagole afghani”. Che poi sono gli eroici “mujaheddin” armati dall’Occidente per scacciare l’Armata Rossa dall’Afghanistan e divenuti improvvisamente “tagliagole” talebani quando usarono le nostre armi per scacciare le nostre truppe. A proposito: le armi che stiamo festosamente inviando agli ucraini, se vince Putin le userà contro di noi. Che in fondo gli somigliamo sempre di più. Perché le guerre presto o tardi finiscono: il Cretino Collettivo mai.

27/02/2022

DOV’È MARIO?
di Marco Travaglio - 23 FEBBRAIO 2022
L’altra sera, mentre tg e talk rilanciavano l’ennesima fake news americana dell’invasione russa dell’Ucraina (ancora rinviata causa bel tempo), eravamo tutti col fiato sospeso in attesa del Verbo. Ora – ci dicevamo – parla Draghi, nuovo Salvator Mundi, e mette in riga quel tamarro di Putin. Stiamo parlando dell’Uomo che “può imporsi come nuovo leader europeo” (Domani), a cui “la Merkel lascia il testimone della guida della Ue” (Stampa), “lo ama” (Libero) e gli dice “Sei tu il capo dell’Europa” (Riformista), tant’è che “Draghi è l’Europa” (Foglio), “incoronato leader europeo” (Giornale), dunque “ha un piano per comandare in Europa” (Libero), “è il faro del dopo Merkel” (Alan Friedman, Stampa), “fa sognare un miracolo europeo” grazie all’“amour fou di Parigi per Draghi” (Foglio), “riscrive le regole Ue” (Corriere), con la sola forza del pensiero stringe “patti” e crea “assi” con tutto l’orbe terracqueo, piega Paesi e continenti al suo “metodo”, alla sua “agenda”, al “fattore Draghi”, “indica la strada al G7” (Stampa), “guida la svolta del G20” (Messaggero), “punta a guidare la Nato” (Giornale), dirige “la svolta egiziana” (Rep), “smuove Pechino e Mosca con la tattica dell’empatia” (Corriere), è la “bussola tra Biden e Macron”, va “contro la fame nel mondo” (Stampa) e, già che c’è, spezza le reni agli “autocrati” (Rep), “allontana i turchi dalla Libia” (Verità), “si impone sui populisti” (Corriere), “li fa impazzire” (Foglio), “sfida i sovranisti” (Stampa), stipula con Biden un’“intesa atlantica” che “riunisce l’Occidente” (Rep), “Italia di SuperMario mai così centrale dai tempi di Cavour” (Varano, Dubbio), “quando parla Draghi tutti sono in ascolto e non succedeva da Ottaviano Augusto, perché supera anche leader regionali come Cavour e De Gasperi nel bene e come Mussolini nel male” (Brunetta), “ha fatto sognare il mondo” (Fabio Martini, Stampa).
Vi pare che un tal pezzo d’uomo non sia in grado di fermare l’Armata Rossa? È vero che non riesce neppure a spegnere le scaramucce fra i partiti presunti alleati del suo governicchio alla frutta, ma queste sono miserie su cui nemmeno s’abbassa. Grande è stata la nostra delusione nel veder esternare tutti i leader e sottoleader del mondo, tranne uno: il Fenomeno. Forse deluso dall’esito della sua annunciata missione a Mosca, che in patria gli è valsa candidature al Nobel per la Pace, ma al Cremlino non ha suscitato neppure un plissé: manco un appuntamento nell’anticamera di Putin, o sotto il tavolone. E Biden chiama tutti, da Macron a Scholz, e si scorda proprioil Capo dell’Ue appena incoronato sul trono del Sacro Draghiano Impero. Perché non se lo fila nessuno? La risposta non può essere che una: hanno tutti troppa paura di Lui.

27/02/2022

CERCANSI MONETINE

di Marco Travaglio -24 FEBBRAIO 2022

Undici anni fa, quando la Camera si coprì di ridicolo trascinando i magistrati di Milano alla Consulta per non aver creduto alla balla di B. su Ruby nipote di Mubarak, la grande stampa dedicò a quello sconcio paginate piene di sdegno e di parole come “vergogna”, “scandalo”, “impunità”. Ieri invece, dopo che il Senato ha concesso il bis trascinando i magistrati di Firenze alla Consulta per non aver creduto alla balla di Renzi sull’immunità parlamentare di un suo amico non parlamentare, le paginate erano su ben altro: la presunta crisi sentimentale fra Totti e Ilary Blasi. Il fatto che Renzi un anno fa abbia fatto il lavoro sporco per conto dei grandi editori e che il Pd nel 2011 fosse sulle barricate contro B. e l’altroieri sulle barricate con Renzi e B. non è casuale. In Italia il “garantismo” è come il patriottismo per Samuel Johnson: “l’ultimo rifugio delle canaglie”. Basta ascoltare le miserevoli dichiarazioni di voto (tutte, eccetto quella impeccabile di Grasso per LeU e quella troppo generica della Castellone per il M5S). Tal Parrini del Pd si arrampica sugli specchi spacciando quel voto eversivo per una disquisizione giuridica per “fare chiarezza con la Consulta”, non sapendo (o, peggio, ben sapendo) che è tutto chiarissimo: per la legge e la Cassazione, le chat sequestrate sui cellulari sono documenti e non corrispondenza e l’immunità parlamentare vale per i parlamentari, non per gli amici che chattano con loro. E il Senato non ha chiesto chiarimenti alla Consulta: ha votato la relazione di FI che accusa la Procura di Firenze di violare la Costituzione.

Per il resto il Senato pare quel vecchio spot dei preservativi, col professore che ne sventola uno in classe chiedendo di chi è e tutti gli allievi rispondono “È mio!”. Il leghista dice che la Lega non difende Renzi, ma la Costituzione, perché i giudici cattivi perseguitano anche il povero Salvini. La forzista dice che FI non difende Renzi, ma la Costituzione, perché i giudici cattivi perseguitano anche il povero Silvio. Il fratello d’Italia dice che FdI non difende Renzi, ma la Costituzione, perché vabbè, i giudici cattivi non hanno ancora fatto nulla alla povera Meloni, ma un cronista cattivo le ha chiesto se ha vaccinato la figlia e con quella “domanda impertinente e fuori luogo ha violentato una madre!”. Una scena strepitosa, che mescola vergogna e ridicolo in un’aula che ha smarrito l’una e l’altro. La perfetta natura morta di una casta autistica e interessata solo alla sua impunità di gregge, che si esibisce davanti a un Paese terrorizzato dal caro bollette, dagli stipendi da fame e dalle conseguenze della crisi ucraina. Una banda larga che, se non avesse tutta la stampa dalla sua, starebbe già rimpiangendo le monetine all’hotel Raphael.

27/02/2022

Zitti e Mosca
Editoriale di M. Travaglio FQ 25/2/22
L’attacco criminale di Putin all’Ucraina è un post scriptum degli imperialismi del XX secolo, totalmente fuori sincrono rispetto al comune sentire delle opinioni pubbliche mondiali. Non solo per le nuove generazioni che la guerra, fredda o guerreggiata che fosse, l’hanno letta sui libri di storia, ma anche per quelle che l’hanno vissuta e poi archiviata. Per questo lascia la gente senza parole e rende false e vuote le parole dei governanti che ne sono prodighi. Quelli che menano le danze, Putin e Biden, sono due cascami del Novecento che stanno per compiere 70 e 80 anni, formattati mentalmente nel vecchio mondo che ora rispunta dalla tomba come gli zombi. Con una differenza: Putin parla a un popolo che non dimentica nulla, tantomeno la sua vocazione nazionalista ancora frustrata dal crollo dell’Urss e dalle provocazioni dell’Occidente che ha fatto di tutto per umiliarlo, violando l’impegno di non allargare la Nato a Est; Biden parla a un popolo che non ricorda quasi nulla, salvo i tributi di sangue pagati a far guerre in giro per il mondo, perdendole drasticamente tutte dal 1945. Quindi la guerra non toglie consensi a Putin (a meno che la perda), ma ne toglierebbe parecchi a Biden (che già ne ha pochi) col rischio che ne approfitti la terza potenza, quella tragicamente più al passo coi tempi: la Cina. Quanto a noi, cittadini della cosiddetta Europa, pagheremo il solito tributo di soldi per conto terzi, passando da uno stato d’emergenza (sanitario) a un altro (bellico). Con l’aggravante – per noi italiani – di doverci pure sorbire il cinepanettone delle Sturmtruppen in servizio permanente effettivo, che trasformano le peggiori tragedie nell’eterna commedia all’italiana.
“Noi l’avevamo detto”. È il mantra dei Nando Mericoni a mezzo stampa (“Pronto-Amerega-me-senti?”), che da tre mesi si calano l’elmetto sul capino e rilanciano ogni giorno le veline della Cia sull’invasione russa “tra oggi e domani” e ora, dopo aver fatto e rifatto lo stesso titolo fasullo, si vantano di averci azzeccato. Come se il compito dell’informazione fosse ripetere cento volte una fake news sotto dettatura (“oggi piove”) e poi, quando la centunesima volta si avvera, fingere che fosse sempre stata vera (“visto che oggi piove?”). E come se drammatizzare urlando “Al lupo! Al lupo!” non fosse il modo migliore per sdrammatizzare: un regalo al lupo che, quando arriva, non ci crede o non si scandalizza più nessuno. Ora semmai qualcuno si chiede come mai l’amico americano, se sapeva tutto da mesi, ha lasciato l’Ucraina così impreparata e sola dinanzi all’attacco.
“Legalità internazionale”. Bei tempi quando qualche governo poteva insegnarla agli altri.
Oggi non ci sono “buoni” titolati a dare lezioni ai “cattivi” russi, visto che Usa e Ue si sono macchiati di guerre illegali e criminali (peggio ancora se avallate dall’Onu) in ex-Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Somalia e via bombardando.
“Ci vorrebbe l’Europa”. Fa il paio col “non ci sono più le mezze stagioni”. L’Europa politica e militare non è mai nata per non dispiacere al residuato bellico della Nato (a 31 anni dalla fine del Patto di Varsavia), con alleati indecenti come la Turchia (impegnata a sterminare i curdi nel silenzio degli atlantisti). Finché accetteremo che lo Zio Sam faccia casini in giro lasciandoci il conto da pagare, in termini di migranti (Libia e Afghanistan), terrorismo (Iraq), affari mancati (Cina) e bollette (Ucraina), resteremo il vaso di coccio fra due potenze che si rafforzano a scapito nostro. E piangere sull’Europa che non c’è non sarà solo inutile: sarà ridicolo.
“Tremenda vendetta!”. Posto che, in base ai trattati, la Nato non può inviare truppe in Ucraina, la reazione sarà in forma di parole e di sanzioni. Le parole abbondano e mettono tutti d’accordo. Ma Putin lesnobba, anzi le capitalizza agli occhi del suo popolo e del suo establishment(che l’altroieri era tutt’altro che allineato e coperto). Altra cosa sono le sanzioni, che per la Ue escludono gas e banche, per gli Usa no. Su questo conta Mosca: quando si passerà dalle parole ai fatti, il fronte occidentale si rivelerà pura finzione.
“Abbasso i putiniani!”. La caccia agli amici di Putin scatenata dai giornaloni e dal Pd c’entra poco con la guerra in Ucraina e molto con le guerricciole da buvette di Montecitorio: serve a screditare Salvini (che con e sulla Russia ne ha dette e fatte di tutti i colori, ma Putin manco lo conosce) e Conte (reo di un approccio multilaterale in politica estera, peraltro in linea con la tradizione diplomatica italiana, da Moro ad Andreotti, da Prodi a D’Alema allo stesso Frattini). Altrimenti sul banco degli imputati ci sarebbe anzitutto B., quello dei festini con l’amico Vlady nella dacia e a villa Certosa, delle sceneggiate a base di lettoni e plaid trapuntati, delle leccatine alle democrazie-modello di Putin e Lukashenko. Invece è tutto prescritto, in vista del campo largo di Letta (zio e nipote).
“Finché c’è guerra non si tratta”. È la linea di Biden, dunque di Draghi. Ma quando si dovrebbe trattare: in tempo di pace? I negoziati servono quando si combatte, per ottenere tregue e poi trattati. E a mediare non è adatto chi è intruppato in una fazione. Perciò servirebbe, in Europa, qualcuno che tenga una postura più terza e meno appiattita sugli Usa. O almeno che si levi l’elmetto, guardi al di là del proprio naso e scopra ciò che è ovvio dalla notte dei tempi: gli amici te li puoi scegliere, i nemici no.

27/02/2022

FINCHÉ C’È GUERRA…

di Marco Travaglio - 27 FEBBRAIO 2022

La scena è questa. Il presidente ucraino Zelensky, braccato dai russi sotto le bombe a Kiev, chiama Palazzo Chigi chiedendo del premier italiano e si sente rispondere dal consigliere diplomatico: “Prenda un appuntamento telefonico”. Poi, con calma, il premier richiama Zelensky senza riuscire a parlargli. E corre in Parlamento a commuoversi, glissando sulla prima parte della storia: “Zelensky mi ha cercato stamattina, avevamo stabilito una telefonata alle 9.30, ma a quell’ora non era più disponibile, è nascosto a Kiev da qualche parte”. A Zelensky, già furioso per i pigolii italioti sulle sanzioni, girano i santissimi che producono un tweet drammatico e sferzante: “Oggi, alle 10.30, ci sono stati pesanti combattimenti e sono morte delle persone. La prossima volta cercherò di spostare il programma di guerra per parlare con Mario Draghi in un momento specifico: nel frattempo l’Ucraina continua a lottare”. Ora sostituite “Mario Draghi” col nome e il cognome di un altro premier (uno a caso) e immaginate lo sdegno unanime misto a shignazzi di tg, talk, giornali e politici assortiti. Invece Draghi è come Dash: lava più bianco. Nessun titolo o commento indignato, anzi trovare la notizia completa è impossibile (fuorché su Dagospia). Rep la nasconde in una micro-brevina a pag. 14 senza la prima parte: “Zelensky ‘punge’ Draghi”. Anzi, “punzecchia” (Domani). Ma è solo un “malinteso” (Giornale). Anzi, per il Corriere è colpa del presidente ucraino che “fraintende le parole del premier”. E vabbè, dai, sarà rincoglionito dalle bombe.

Nessuno di quanti dipingevano Draghi come il nuovo capo dell’Europa al posto della Merkel spiega come mai il fu SuperMario s’è ridotto a bonsai e prende sberle da tutti: dai russi, dagli ucraini e persino dagli amici inglesi e americani che non lo riconoscono più. E nessuno gli ricorda, a proposito dei “giorni più bui dell’Europa” nel dopoguerra, che una guerra l’Europa l’ha già vissuta nel 1999 nell’ex Jugoslavia, e per mano della Nato. Del popolo ucraino non frega niente a nessuno: tutti usano la guerra per le proprie guerricciole domestiche. Biden ha ripetuto ossessivamente per tre mesi che la guerra era decisa quando non lo era ancora, per provocarla, far dimenticare l’ignominiosa débâcle afghana e tentare di salvarsi alle elezioni di medio termine. Macron ha le Presidenziali. E i nostri provincialotti giocano alla guerra per sistemare i loro campi larghi e le loro maggioranze Ursula. Infatti mettono Putin in conto a M5S, Meloni e Salvini senza dire una parola sul suo compare B., che per 20 anni ha detto e fatto per lui ciò che nessun altro ha mai fatto o detto in tutto il resto del mondo. Miserabili pagliacci.

19/02/2022

IL GOVERNO DI NESSUNO
di Marco Travaglio -19 FEBBRAIO 2022
Come volevasi dimostrare, e com’era chiaro fin dall’inizio a tutti fuorché a Mattarella e a Draghi, il “governo di tutti” non esiste. Presto o tardi gli cade la maschera e si rivela per quello che è: il “governo di nessuno”. Mattarella, che un anno fa lo escogitò con la ridicola formula del “governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica”, tarda ad accorgersene. Invece il fu SuperMario, liofilizzato dalla débâcle quirinalizia a MiniMario, inizia a capirlo. I giornaloni traboccano dell’“ira di Draghi” che è “furibondo” e “furioso con i partiti” e li “avverte”, anzi li “striglia” con “altolà”, “aut-aut”, “ultimatum” e “linea dura”, dopo le quattro bocciature parlamentari del suo decreto Milleproroghe. E non vuole più “perder tempo”, essendo in partenza per la campagna di Russia, dove gli eserciti di mezzo mondo sono in surplace da un mesetto in attesa di sue notizie. A noi spiace vederlo così nervosetto, ma temiamo non abbia ancora colto la differenza fra una banca e il Consiglio dei ministri di una democrazia parlamentare. Infatti le frasi che ha fatto trapelare dalla cabina di regia dell’altroieri, se portassero un’altra firma, farebbero pensare a un golpista o a un mitomane: “Il governo decide e voi dovete garantire i voti in Parlamento”. I ministri devono essersi guardati e domandati dove stia scritto nella Costituzione che le leggi le fa il governo e il Parlamento le timbra. Ma nella Costituzione c’è pure scritto che è il presidente della Repubblica che nomina il presidente del Consiglio e lui un mese fa tentava di invertire l’ordine dei fattori.
Urge un ripassino della Carta, prima che arrivi il generalissimo Figliuolo a rimettere in riga i ministri e le Camere, armi e siringhe in pugno. Ma urge soprattutto prendere atto di una realtà imbarazzante: se il governo con la maggioranza più ampia della storia repubblicana non riesce neppure a farsi approvare il Milleproroghe, un premier degno di questo nome non minaccia di andarsene perché “posso sempre fare altro”: se ne va subito a fare altro perché ha fallito. E non per colpa dei partiti o del Parlamento, ma per colpa sua: ha umiliato gli alleati (soprattutto uno, il più grande) costringendoli a votare provvedimenti a scatola chiusa, senza neppure farglieli leggere; ha mortificato le Camere con un record di decreti, per giunta convertiti a suon di fiducie (o nemmeno votati perché superati da altri decreti); ha accettato fischiettando che la Lega non votasse misure impopolari (tanto le votavano gli altri); ha indebolito il governo e la premiership candidandosi al Quirinale e uscendone umiliato; e ora finge che il Parlamento ce l’abbia col governo, quando è chiaro che ce l’ha con lui. E lui, fra l’altro, non fa neppure capoluogo.

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