Radicali

Radicali Movimento democratico, nonviolento, radicalmente laico, liberale, federalista europeo, ecologista

01/06/2026

firma su stoptassaetica.it

28/05/2026

Long story short: no, non c’è pericolo che i Paesi Baltici invadano la Russia. Se eravate preoccupati, state pure tranquilli.

27/05/2026

Centinaia di commenti che ripetono la stessa frase. In sostanza: Kyiv, l’attacco, se l’è cercato.

Ma non è verità. È propaganda.
E per proteggerci è essenziale riconoscerla e contrastarla.

Slava Ukraïni

Christian, 55 anni, conviveva con la sclerosi multipla dal 1999. Una patologia devastante, che lo aveva condannato a sof...
26/05/2026

Christian, 55 anni, conviveva con la sclerosi multipla dal 1999. Una patologia devastante, che lo aveva condannato a sofferenze quotidiane, alla totale dipendenza dal proprio caregiver e alla necessità di supporti medici per compiere i gesti più semplici.

Lo scorso 18 maggio, Christian ha compiuto qualcosa che, ancora oggi, nel nostro Paese resta difficile da ottenere: l’esercizio pieno dell’autodeterminazione sul proprio corpo.

Christian ha finalmente avuto accesso al fine vita ed è morto dopo essersi autosomministrato il farmaco letale. Il suo è il diciassettesimo caso in Italia.

Ma nel nostro Paese vi sono tanti altri Christian. Esistono soprattutto coloro che non possono accedere a questi percorsi perché ostacolati dallo stigma, dall’inerzia della politica e da un Parlamento immobile, incapace di colmare un vulnus normativo che continua a pesare su migliaia di malati, costretti a sofferenze non più sostenibili.

Forse, persino l’espressione “fine vita” non restituisce davvero il significato di questo diritto. “Fine dell’agonia”, probabilmente, ne interpreta con maggiore onestà il senso più puro: la possibilità di porre termine non alla dignità della vita, ma alla tortura del dolore imposto.

Nessuno venga lasciato solo nella sofferenza. Il Parlamento abbia finalmente il coraggio di approvare una legge vera, che garantisca ed espanda i diritti sanciti dalle sentenze.

Erdoğan “ha ordinato che la sede del nostro partito venisse perquisita dalla polizia, ha sparato gas, ci ha picchiato co...
25/05/2026

Erdoğan “ha ordinato che la sede del nostro partito venisse perquisita dalla polizia, ha sparato gas, ci ha picchiato con i manganelli, ha devastato il partito e ci ha buttato in strada. Solo per sbarazzarsi di noi e consegnare il partito a un avversario che pensa di poter sconfiggere facilmente”.

Le parole di Ozgur Ozel, neoletto leader del principale partito d’opposizione al presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, descrivono perfettamente il clima che si respira oggi in Turchia. Un Paese che, negli ultimi anni, sembra aver completato la sua tragica deformazione: da possibile democrazia in transizione verso l’Europa a una democratura sempre più aggressiva, capace di reprimere il dissenso, colpire gli oppositori e comprimere ogni spazio di libertà.

La sede del Partito Popolare Repubblicano (CHP) è infatti finito sotto l’assedio della polizia turca, in uno scenario che assume i contorni di un vero e proprio regolamento di conti politico, finalizzato a indebolire la nuova leadership del partito e favorire figure più compatibili con gli interessi del potere presidenziale. Tutto questo ha un nome preciso: colpo di Stato.

Parallelamente, il presidente turco ha disposto, tramite decreto, la chiusura di una delle più importanti università indipendenti del Paese, colpendo ancora una volta quei luoghi nei quali sopravvivono l’autonomia culturale e libertà di pensiero.

L’Europa e le sue istituzioni non possono continuare a voltarsi dall’altra parte. Serve una presa di posizione contro quanto, da anni, avviene nella Turchia di Erdoğan.

Quella appena trascorsa è stata, senza dubbio, una delle notti più buie per Kyiv.Sulla capitale ucraina si sono riversat...
25/05/2026

Quella appena trascorsa è stata, senza dubbio, una delle notti più buie per Kyiv.

Sulla capitale ucraina si sono riversati circa 600 tra droni e missili, in appena 100 secondi. Un’apocalisse bellica figlia dell’isteria e del nervosismo che, da molto tempo, attraversa le stanze del Cremlino. Si è trattato infatti, con ogni evidenza, di una rappresaglia punitiva contro le ultime stangate subite dall’esercito ucraino che, nonostante tutto, resta in piedi e non arretra.

Sotto il mirino della furia di Vladimir Putin sono finiti, nell’ordine: un centro commerciale, un mercato, alcuni musei, due scuole, una decina di condomini multipiano, una stazione delle fogne, box auto, qualche magazzino, teatri, ministeri, uffici, bar e ristoranti. Non una singola base militare, una raffineria, una fabbrica, un deposito o un obiettivo che possa essere definito “strategico”.

Il bersaglio scelto, in modo deliberato, sono stati edifici civili, con un bilancio di 4 morti e oltre 100 feriti non gravi che, se vogliamo, rappresenta un numero irrisorio rispetto la pioggia di droni.

Eppure, nonostante la città sia stata invasa dallo zolfo dei missili e dalle polveri dei detriti, questa mattina gli ucraini si sono alzati e hanno continuato a vivere . Perché gli eroi veri non sono soltanto i partigiani del fronte, ma anche coloro che cercano, ogni giorno, di preservare la normalità.

Per la Russia, oltre all’ennesima macchia su un curriculum criminale e, questa rappresenta un’ulteriore sconfitta: un impiego massiccio di mezzi bellici (pari a due bilanci regionali) per colpire un centro commerciale e un parcheggio.

Così la “super potenza” dimostra, ancora una volta, come gli ucraini siano impiegabili.

Dopo Norimberga, la comunità internazionale promise a se stessa: “mai più”. Qualche anno dopo, nel 1994, di fronte a uno...
23/05/2026

Dopo Norimberga, la comunità internazionale promise a se stessa: “mai più”. Qualche anno dopo, nel 1994, di fronte a uno dei genocidi più efferati della storia, quel “mai più” fallì.

L’ONU sapeva. I suoi vertici erano stati informati dal generale Roméo Dallaire, che nel gennaio del 1994 inviò al quartier generale delle Nazioni Unite il celebre “fax del gen0cidi0”. In quel documento c’era l’avvertimento preciso che, di lì a poco, si sarebbe messa in moto una delle macchine di morte più efficienti, rapide e spietate del Novecento.

La risposta fu l’inerzia. Così, tra aprile e luglio del 1994, quasi un milione di persone vennero sterminate dalle milizie hutu.

Oggi ricordiamo quella tragica pagina di storia perché, pochi giorni fa, è morto Félicien Kabuga, il cervello economico di quella macchina. Di fronte all’inerzia americana e con una Francia che, nel quadro della Françafrique, intratteneva rapporti con il governo hutu, Kabuga ebbe campo libero per finanziare e organizzare la struttura militare e mediatica che rese possibile il gen0cidi0.

Kabuga è morto a novantatré anni in un centro di detenzione dell’Aja. Il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda riuscì, negli anni, a perseguire quasi tutti i responsabili di quei crimini; lui fu l’ultimo ad essere arrestato, nel 2020, dopo decenni di latitanza. Eppure, quella tragedia resta ancora oggi il simbolo di un fallimento storico che pesa ancora oggi: il diritto internazionale è forte solo quanto gli Stati scelgono di permettergli di esserlo.

Per rendere giustizia davvero alle vittime del Ruanda, e a tutte quelle della storia, l’unica strada resta quella di un sistema internazionale nel quale prevalga la volontà del diritto, e non il diritto della forza.

Trump sogna per Cuba lo stesso destino del Venezuela. Il mandato di arresto contro Raúl Castro, fratello di Fidel ed ex ...
22/05/2026

Trump sogna per Cuba lo stesso destino del Venezuela. Il mandato di arresto contro Raúl Castro, fratello di Fidel ed ex leader del regime, riecheggia quanto già visto con Maduro: la giustizia trasformata in uno strumento politico, usata per legittimare una strategia americana che punta a decapitare il vertice del regime per sostituirlo, come avvenuto a Caracas, con una leadership più accomodante, ma sempre proveniente dagli stessi apparati.

E sarebbe però altrettanto ipocrita ignorare la realtà che il mondo, per decenni, ha preferito non vedere proprio su quegli “apparati”.

Fidel e Raúl Castro, insieme all’attuale leadership guidata da Miguel Díaz-Canel, hanno edificato e difeso un sistema responsabile di repressioni, incarcerazioni arbitrarie, torture, esecuzioni e persecuzioni contro dissidenti e oppositori. Le loro mani sono sporche di sangue. Sessant’anni di autoritarismo hanno soffocato le libertà politiche, il pluralismo e l’autonomia economica, lasciando un paese fragile, impoverito e governato dalla paura.

Oggi Cuba è allo stremo: blackout continui, ospedali al collasso, stazioni di servizio vuote, scaffali deserti. Non è più soltanto una crisi economica, ma un lento martirio umanitario. E la strategia di Trump, fatta di sanzioni, embargo e minacce militari, sta aggravando ulteriormente la sofferenza della popolazione, trasformando fame e disperazione in una leva geopolitica.

È qui che emerge il nodo centrale: la giustizia internazionale non può diventare il linguaggio selettivo delle potenze. I crimini del regime cubano meritano di essere giudicati, ma da istituzioni internazionali vive e credibili, non attraverso la forza arbitraria degli Stati in cerca di pretesti per interventi, ricatti economici o campagne di destabilizzazione.

Cuba non può restare prigioniera né del castrismo né delle logiche imperiali. La sua libertà non nascerà da un collasso imposto dall’esterno, ma da una transizione democratica autentica, accompagnata da una giustizia internazionale finalmente capace di difendere davvero la vita, la libertà e i diritti dei popoli.

“La mia proposta riflette la situazione particolare dell’Ucraina, un paese in guerra. Contribuirà a facilitare i colloqu...
21/05/2026

“La mia proposta riflette la situazione particolare dell’Ucraina, un paese in guerra. Contribuirà a facilitare i colloqui di pace in corso nell’ambito di una soluzione di pace negoziata”.

Con queste parole Friedrich Merz interviene in un primo, concreto tentativo di riportare al centro una questione che in molti, anche tra i sostenitori della resistenza ucraina, tendono a mettere in secondo piano: che cosa accadrà a Kyiv dopo la guerra? Quale destino attende gli ucraini? Possiamo davvero immaginare un Paese consumato dalla guerra lasciato in balia della Russia?

Una pace giusta può affermarsi solo se le parti in guerra dispongono di una reale simmetria nelle capacità negoziali. Questo significa non soltanto sostenere militarmente la resistenza ucraina (elemento imprescindibile se si vuole davvero parlare di pace), ma anche garantire al Paese una prospettiva per il “dopo”, quando questa lunga e logorante fase di guerra sarà finalmente conclusa.

Rafforzare la posizione internazionale e regionale dell’Ucraina, integrandola nel progetto europeo, rappresenta solo il primo passo di un percorso più ambizioso e complesso: quello degli Stati Uniti d’Europa, di una costruzione istituzionale e geopolitica fondata sul rispetto dei diritti e sulla capacità di tutelare i propri membri attraverso strumenti condivisi, incluso l’esercito comune.

Kyiv ha già deciso da che parte stare: quella della grande famiglia europea, aspirando a un futuro di emancipazione, libertà e sicurezza.

“Un errore catastrofico”.Così il dimissionario ministro Wes Streeting definisce l’uscita del Regno Unito dall’UE, riport...
21/05/2026

“Un errore catastrofico”.

Così il dimissionario ministro Wes Streeting definisce l’uscita del Regno Unito dall’UE, riportando al centro del dibattito britannico l’idea di un possibile riavvicinamento a Bruxelles.

Oggi, nonostante una parte consistente degli inglesi si dichiari favorevole a un nuovo ingresso nell’Unione, un eventuale percorso di reintegrazione si presenta complesso, tra riallineamento normativo, gestione dei confini, e soprattutto l’adozione dell’euro per l’abbandono della sterlina.

Questi sono nodi che la politica britannica ha sempre rifiutato, persino nel post-Maastricht, scegliendo una traiettoria di distacco in nome di un nazionalismo miope.

Ma le parole di Streeting segnano un nuovo obbiettivo non soltanto tra i laburisti euroscettici, ma anche nel cuore del paese, dove riaffiora una certa consapevolezza: “Il futuro della Gran Bretagna è con l’Europa, e un giorno, di nuovo nell’Unione Europea”.

Quel divorzio, alimentato da fake news, da una narrazione nazionalista amplificata dall’intelligence straniera — riconducibile alla strategia di guerra ibrida del Cremlino — e dall’ondata sovranista globale, ha prodotto effetti, appunto, “catastrofici”: il PIL risulterebbe oggi inferiore di circa il 4% rispetto allo scenario senza Brexit, con un impatto negativo di lungo periodo sugli scambi commerciali stimato intorno al 15%. Un costo economico e politico, ormai, innegabile.

Chi ha sostenuto la separazione lo ha fatto promettendo sovranità e controllo, nella realtà ha prodotto isolamento e perdita di peso strategico. Oggi il Regno Unito si confronta con le conseguenze di una scelta che ha indebolito la sua statura politica e commerciale.

Da europeisti e federalisti convinti, guardiamo a questo possibile ripensamento come un’opportunità per tutti gli Stati membri. Non un semplice ritorno nell’Unione di ieri, ma l’apertura verso una prospettiva più forte, più ampia, più concreta e magri anche più ambiziosa.

Quella degli Stati Uniti d’Europa.

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Rome
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Sito Web

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/5600018, https://radicali.i

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