06/06/2026
Da oltre quattro anni, in televisione, sui social e nelle piazze, ci viene ripetuto che Putin voleva la pace, che Zelensky era una marionetta degli Stati Uniti e dell’Europa e che la responsabilità dell’invasione russa non fosse di Mosca, ma dell’Occidente.
Poi è arrivato Trump. Ha steso tappeti rossi allo Zar, ha ridotto il sostegno all’Ucraina, lasciando l’Europa più sola nel sostenere la resistenza ucraina e nel fronteggiare gli attacchi ibridi provenienti dalla Russia.
Eppure Putin non si è fermato. Al contrario.
Qualche giorno fa Zelensky ha rivolto a Putin un appello pubblico, chiedendo un confronto serio e autentico. La risposta del presidente russo è stata netta: un dialogo sarebbe inutile, perché il processo di “denazificazione” dell’Ucraina deve continuare.
Non solo. Putin ha anche attaccato l’Europa, accusandola di destabilizzare il mondo attraverso le sanzioni, dimenticando che quelle misure sono la conseguenza diretta delle sue scelte e della sua aggressione.
Nel frattempo la guerra continua. I civili continuano a morire, le città continuano a essere bombardate. La Russia ha ormai trasformato la propria economia in un’economia di guerra e, nonostante le difficoltà e i costi enormi del conflitto, Putin sembra costretto a proseguirlo per evitare che il sistema costruito attorno alla guerra entri in crisi.
Eccola, la pace di Putin.