14/10/2026
Aldo Bianzino era un falegname, un padre, un uomo incensurato. Per alcune piante di cannabis trovate nel suo giardino finì in carcere. Non ne uscì mai vivo.
Il 14 ottobre 2007, appena 48 ore dopo l’arresto, venne trovato morto nella sua cella, nel carcere di Perugia.
La sua compagna Roberta lo scoprì solo quando chiese quando avrebbe potuto rivederlo. Le risposero: «Martedì, dopo l’autopsia».
Gli esami rilevarono lesioni al cervello e al fegato. L’indagine per omicidio fu archiviata per “morte naturale” e un agente penitenziario venne condannato per omissione di soccorso.
Due anni dopo morì anche Roberta, lasciando il figlio Rudra, appena sedicenne, senza entrambi i genitori.
Da allora Rudra non ha mai smesso di lottare per conoscere la verità sulla morte di suo padre.
Non è normale finire in carcere per qualche pianta di cannabis. Non è accettabile che, diciannove anni dopo, un figlio debba ancora cercare risposte sulla morte del padre, avvenuta mentre era sotto la custodia dello Stato.
Aldo Bianzino non può essere dimenticato. Rudra non può essere lasciato solo nella sua battaglia per la verità.