ROMA Boicotta Israele

ROMA Boicotta Israele "Un vincitore è un sognatore che non ha smesso mai di sognare". Nelson Mandela
Vittorio Arrigoni

02/06/2026

𝗟𝗜𝗕𝗘𝗥𝗔𝗧𝗘 𝗗𝗜𝗡𝗔 𝗔𝗟𝗕𝗘𝗥𝗜𝗭𝗜𝗔
𝗘 𝗧𝗨𝗧𝗧𝗜 𝗚𝗟𝗜 𝗔𝗧𝗧𝗜𝗩𝗜𝗦𝗧𝗜 𝗗𝗘𝗧𝗘𝗡𝗨𝗧𝗜 𝗜𝗡 𝗟𝗜𝗕𝗜𝗔.

L'arresto di Leonarda "Dina" Alberizia, di Domenico Centrone e degli altri attivisti fermati in Libia mentre erano diretti verso Gaza in missione umanitaria, non è soltanto una vicenda umana dolorosa.
È un caso politico che interroga direttamente il Governo italiano e mette sotto accusa vent'anni di politiche costruite sulla delega, sull'esternalizzazione delle frontiere e sulla subordinazione dei diritti umani alle convenienze geopolitiche.

Dina Alberizia è una cittadina italiana. È una pensionata. Per oltre trent'anni ha lavorato come educatrice della prima infanzia presso il Comune di Torino. Ha dedicato la propria vita alla cura, all'educazione e alla protezione dei più fragili.

Non è una criminale.
Non è una 'combattente'.
Non rappresenta una minaccia per nessuno.

Eppure oggi si trova detenuta, insieme ad altri attivisti internazionali, in una Libia frammentata, attraversata da poteri militari e milizie, mentre familiari, amici e cittadini attendono informazioni certe sulle loro condizioni.

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La prima richiesta è semplice e non dovrebbe nemmeno essere oggetto di discussione politica:
𝗶𝗹 𝗴𝗼𝘃𝗲𝗿𝗻𝗼 𝗶𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗱𝗲𝘃𝗲 𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗺𝗺𝗲𝗱𝗶𝗮𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗰𝗮𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶𝗽𝗹𝗼𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗼𝘁𝘁𝗲𝗻𝗲𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗶𝗺𝗺𝗲𝗱𝗶𝗮𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮𝗱𝗶𝗻𝗶.

È il minimo che uno Stato serio deve ai suoi cittadini.

Ma sarebbe un errore fermarsi qui,
perché questa vicenda non nasce nel vuoto.

Da anni l'Italia considera la Libia un partner privilegiato nella gestione dei flussi migratori e nella stabilizzazione del Mediterraneo. Attraverso accordi bilaterali, finanziamenti, addestramento, forniture di mezzi navali e cooperazione operativa, Roma ha investito enormi risorse politiche ed economiche nel rapporto con le autorità libiche.

Ogni volta che si è trattato di bloccare migranti, pattugliare il mare o contenere partenze, il governo italiano ha sostenuto di avere interlocutori affidabili.

Ogni volta che si è trattato di giustificare questi accordi, è stato detto che la cooperazione con la Libia era strategica, indispensabile e nell'interesse nazionale.

Se questo è vero, allora oggi il Governo non può nascondersi dietro 'complessità della situazione sul terreno'.

Se esiste una relazione privilegiata tra Italia e Libia, quella relazione deve servire anche a proteggere cittadini italiani detenuti.

Se l'Italia è in grado di negoziare memorandum, programmi di cooperazione e accordi sulla sicurezza, deve essere in grado di pretendere informazioni immediate e risultati concreti quando vengono arrestati propri cittadini impegnati in una missione civile e umanitaria.

Diversamente emerge una contraddizione difficile da ignorare: forte con i deboli, debole con chi detiene realmente il potere.

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La questione riguarda inoltre un principio più generale.

Quando uno Stato accetta di costruire la propria politica mediterranea sulla collaborazione con attori accusati da numerose organizzazioni internazionali di gravi violazioni dei diritti umani, assume inevitabilmente una responsabilità politica. Non può rivendicare i vantaggi di quella collaborazione e poi dichiararsi impotente quando emergono le sue conseguenze.

La detenzione di Dina Alberizia e degli altri attivisti non riguarda soltanto il destino di alcune persone coraggiose che hanno scelto di mettersi in cammino verso Gaza.

Riguarda la credibilità dello Stato italiano.
Riguarda la coerenza della nostra politica estera.
Riguarda il valore concreto che attribuiamo ai diritti umani quando questi entrano in conflitto con gli interessi geopolitici.

Per questo non basta chiedere prudenza
e attendere gli sviluppi.

Serve trasparenza.
Serve iniziativa diplomatica.
Serve una presa di posizione pubblica.

E serve soprattutto una risposta chiara a una domanda che milioni di cittadini italiani hanno il diritto di porre:
a cosa serve la speciale relazione costruita negli anni con la Libia, se non è nemmeno in grado di garantire tutela e protezione a cittadini italiani detenuti senza che vi sia alcuna accusa pubblica chiara e verificabile?

𝗗𝗶𝗻𝗮 𝗔𝗹𝗯𝗲𝗿𝗶𝘇𝗶𝗮, 𝗗𝗼𝗺𝗲𝗻𝗶𝗰𝗼 𝗖𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶 𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗶𝘀𝘁𝗶 𝗱𝗲𝘃𝗼𝗻𝗼 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮𝘁𝗶.

Non per ragioni ideologiche, non soltanto per ragioni umanitarie, ma perché questa è la responsabilità minima che uno Stato democratico deve assumersi nei confronti dei propri cittadini.

Il tempo del silenzio è già scaduto.
Sta diventando il tempo dell'ennesima vergogna di questo governo.

° ° °

02/06/2026

"Sei completamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il c***. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo motivo".

Il bue che dà del co***to all’asino.

01/06/2026

Par-delà les informations effarantes que nous livrent les journalistes gazaouis et les humanitaires qui ont pu se rendre sur place, nous tenons à (…)

01/06/2026

🌍 US must pay for Israeli crimes in Lebanon: Iran parliament speaker

📌 Tehran, IRNA – Iranian Parliament Speaker Mohammad Bagher Ghalibaf has condemned the United States for its complicity in the Israeli regime’s escalating attacks on Lebanon, declaring that Washington must pay the price for the war crimes committed by the regime.

https://en.irna.ir/news/86170424/

01/06/2026

Subscribers // by Ilan Pappe (Le Monde diplomatique - English edition, May 2026)

01/06/2026

Un articolo di Najwa Barakat che abbiamo tradotto dall' arabo riflette sulle testimonianze dei detenuti palestinesi riportate dal New York Times da Nicholas Kristof, sollevando una domanda centrale: perché la violenza nei centri di detenzione va oltre la morte stessa?

Il testo interpreta il corpo, seguendo il filosofo Maurice Merleau-Ponty, come ciò che definisce l’esistenza umana: il detenuto, privato di libertà e diritti, resta solo con il proprio corpo, che diventa l’ultimo bersaglio di controllo e umiliazione.

Le testimonianze citate parlano di abusi e violenze che lasciano ferite profonde e silenzi duraturi. Secondo l’analisi, ciò non è frutto di episodi isolati, ma di un sistema strutturato di potere e controllo, che agisce sul corpo e sulla psiche dei prigionieri.

Richiamando Foucault, Fanon e Arendt, l’articolo descrive come la violenza, la disumanizzazione e l’impunità possano diventare parte di una logica politica e culturale, in cui la vittima viene ridotta a “non persona”.

https://bocchescucite.org/il-corpo-del-palestinese/

01/06/2026
01/06/2026
01/06/2026

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