13/01/2018
“Era una persona capace di scherzare su tutto, mi faceva giocare sugli elicotteri grandi e veri; praticamente mi accontentava su tutto. Ora che io sto per avere l’età che aveva mio padre quando è stato ammazzato, penso al primo ricordo che ho della mia vita che risale a quando avevo circa 2-3 anni: ero con mio padre, su un motorino “Ciao”, quando mi si apre davanti una immensa distesa blu. Mio padre è la persona che mi ha fatto conoscere il mare, che per me è la cosa più bella della natura” (Alfredo Borrelli)
La mattina del 13 gennaio del 1982, nella piazza di Cutro (paese in provincia di Crotone), avviene una scena che potrebbe sembrare quella di un film: sullo sfondo si vede arrivare una macchina a tutta velocità, con le canne dei fucili che sporgono dai finestrini; ci vuole solo qualche secondo per realizzare che sta per scoppiare una pioggia di proiettili indirizzati al boss Antonio Dragone. In quel momento, ci sono due esponenti delle forze dell'ordine a Largo Rimini: uno è il comandante della stazione dei carabinieri di Cutro, che è dentro il bar Detroit e che, vedendo avvicinarsi gli uomini armati, invece di intervenire e provare a difendere le persone inermi che sono in piazza, prontamente abbassa la saracinesca del bar e si barrica dentro per nascondersi e assicurarsi la propria protezione. L'altro è il maresciallo dei carabinieri in servizio al Nucleo Elicotteri dell'Anonima Sequestri di Vibo Valentia, Francesco Borrelli. Era stato in servizio sia a Natale che a Capodanno, per qualche giorno era in ferie, a casa con la famiglia - la moglie e due figli, Alfredo di 7 anni e Caterina di 6 - lontano dal proprio lavoro e dalla propria divisa. Ma l'autentico senso del dovere non conosce vacanza. Assistendo a quella scena, istintivamente si mette a urlare per fare allontanare la gente. I fucili sparano, il boss si salva, il maresciallo Borrelli viene colpito in pieno all'altezza dell'arteria femorale. Nei momenti successivi all'attentato tutto si tace e si ferma, nessuno presta soccorso al ferito, finchè non arriva Tonino Caccia che, coraggiosamente, si mette in mezzo alla strada e ferma il primo furgoncino che vede passare per chiedere aiuto a trasportare il ferito in ospedale. Francesco Borrelli spira, dissanguato, su quel furgoncino. Una "morte semplice" la chiama oggi il figlio Alfredo. Infatti, il maresciallo Borrelli non muore in una eroica missione mentre con il suo elicottero vola in Aspromonte alla ricerca di latitanti, ma muore a un chilometro da casa, mentre faceva commissioni quotidiane fra la tabaccheria e l'edicola; muore perché è un uomo onesto e generoso.
Al maresciallo Francesco Borrelli è dedicato il nostro presidio, in via del Peperino 19, affinché la sua memoria guidi il nostro impegno ogni giorno.