22/12/2011
TERESA
Non era stata esattamente una bella settimana. Però era sabato.
Sabato uguale festa. Festa uguale divertimento. Divertimento uguale no problem.
Il preside aveva convocato sua madre. Passi. Tanto della scuola non glie ne fregava più niente.
Non le interessava di aver detto “brutta vacca” alla professoressa di arte.
Il suo compito non era da 2. Non si può prendere un 2 in arte, dai!
Passi anche che Carolina pensava che lei fosse una st***za. Solo perché le aveva detto che era una le*****lo! Che cosa aveva detto di male? Niente. Solo la verità.
Ecco, il suo difetto più grande. La sincerità. Una sincerità incontenibile, che esce dagli argini come un fiume e rende fango tutto ciò che gli è vicino.
Le cose per cui si stava disperando erano due. Anzi, due persone.
Michela l’aveva lasciata da sola.
Lo sapeva. Lo aveva fatto apposta, forse.
Marco se n’era andato perché lo aveva voluto lei, ma Michela sapeva che in realtà lo aveva mollato in un momento di debolezza, come una cretina.
L’avevano abbandonata entrambi, per andare a rifugiarsi tra le braccia di due altre persone.
Aveva bisogno di loro un po’ come un cane ha bisogno di una carezza tra le orecchie.
Aveva bisogno di loro per il semplice fatto che era un essere umano e, in quanto tale, un emerita id**ta.
Loro probabilmente non erano solo esseri umani. Dovevano avere qualcosa di più. Qualcosa che lei non avrebbe avuto mai.
Forse erano semplicemente gentili, cosa che lei, anche sforzandosi al massimo, non riusciva a essere.
La sua lingua era mai stata collegata al cervello? Mai, si rispose nella mente, mentre usciva dalla doccia.
Sua madre non era in casa, perché quella sera faceva il turno di notte. Lei e sua sorella Livia sarebbero uscite da lì a un’ora e sarebbero rientrate entro le sei per non farsi scoprire.
Livia la guardò con superiorità mentre si truccava allo specchio. Teresa pensò che lei e sua sorella non potessero essere più diverse. Lei era bassa, con lunghi capelli biondo-rossicci domabili solo con la piastra e tanta pazienza, e aveva gli occhi nocciola, mentre sua sorella era alta, con gli occhi verdi, e portava i capelli scurissimi sempre acconciati a opera d’arte sulla testa.
Per fortuna aveva già preparato le creme, i vestiti, il profumo e quant’altro, altrimenti non sarebbe mai riuscita a prepararsi in mezz’ora.
La festa a casa di Sandra era caotica, rombante, strillante. Era tutto ciò che voleva in quel momento.
Livia aveva parcheggiato lontanissimo dalla casa, e lei vacillava sui tacchi altissimi.
A due metri dalla casa però quasi correva. Sentiva la musica nei polmoni, e non vedeva l’ora di bersi qualcosa, tanto Livia avrebbe guidato al ritorno.
Per un momento le passò la voglia di entrare, ma come sempre la represse rapidamente, per non farsi rovinare la serata.
Era mattina, di questo ne era sicura.
Era seduta su una poltrona di casa sua, e questa era la sua seconda ed ultima certezza.
Non era più nemmeno sicura di essere lei, Teresa.
“Terry…? Cosa ci fa un ragazzo sdraiato sul tuo letto?”
M***a. Sua madre.
Teresa fece un respiro lungo e silenzioso, chiedendosi perché quando faceva una ca***ta, una di quelle piccole, innocenti, poi ne seguivano altre duecento, nere e pesanti.