Roman Aqueducts

Roman Aqueducts Enjoy a masterpiece of civil engineering in ancient Rome: the roman aqueducts. Via Lemonia 247

06/07/2026

Lui è Jack e viene da Shangai in Cina dove ha appena concluso il suo master’s degree in automation. Sta girando l’Europa prima di iniziare a lavorare in Cina. In Italia ha visitato Milano, Bolzano (dove l’ho conosciuto), Firenze e poi l’ho invitato a Roma a visitare il Parco degli Acquedotti. Gli ho raccontato perché questo posto è così speciale e lui mi ha risposto che avrebbe voluto vederlo. Ecco, Roma deve imparare a sapersi raccontare.

19/06/2026

Il bacio della Luna a Venere è stato un fenomeno astronomico magnifico, che ha lasciato a bocca aperta tutta l’Italia. Tra le foto più belle dell’evento ci sono quelle dell’astrofotografo Simeone Pendolo, che lo ha immortalato sul Parco degli Acquedotti, a Roma. E stasera lo spettacolo degli astri continua. ⬇

08/06/2026

𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗶 𝗰𝗮𝗽𝗽𝗲𝗿𝗶 crescono sull’Acquedotto Felice (1587) ma non sugli acquedotti romani, molto più antichi?

La risposta potrebbe trovarsi in un segreto dell’𝗶𝗻𝗴𝗲𝗴𝗻𝗲𝗿𝗶𝗮 𝗿𝗼𝗺𝗮𝗻𝗮 riscoperto solo negli ultimi anni.

La malta utilizzata dai Romani era infatti straordinaria: aveva proprietà di 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗶𝗽𝗮𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲. Quando l’acqua piovana penetrava nelle microfratture, innescava reazioni chimiche che producevano nuovi minerali capaci di sigillare le crepe e rendere nuovamente impermeabile la struttura.

Ogni nuova fessura esponeva materiale fresco agli agenti atmosferici, attivando un nuovo ciclo di riparazione. Un processo che ha contribuito a conservare molte opere romane per secoli, e in alcuni casi per 𝗺𝗶𝗹𝗹𝗲𝗻𝗻𝗶.

Le malte utilizzate nei secoli successivi, invece, non possedevano le stesse caratteristiche. Con il tempo tendevano a degradarsi, creando fessure e rilasciando minerali che favoriscono l’insediamento della vegetazione.

Anche per questo, sull’Acquedotto Felice troviamo spesso i nostri buonissimi 𝗰𝗮𝗽𝗽𝗲𝗿𝗶, mentre sugli acquedotti romani la loro presenza è molto più rara.

Archeologia CuriositàRomane

22/05/2026

Per 2000 anni abbiamo scambiato un capolavoro di ingegneria per un errore.

Quei grumi bianchi nel calcestruzzo romano — quelli che tutti gli studiosi avevano liquidato come "calce mal mescolata" — non erano difetti. Erano il progetto.

Partiamo dall'inizio. I Romani non usavano la calce spenta come facciamo noi oggi. Usavano la calce viva — quicklime, CaO — e la mescolavano direttamente nell'impasto ancora rovente. Una tecnica che lo studio del MIT del 2023, pubblicato su Science Advances, ha battezzato hot mixing.

Il risultato erano quelle inclusioni bianche, quei grumi che per secoli sono sembrati una prova di negligenza. Gli operai romani non erano sbadati. Stavano costruendo un materiale che nessun laboratorio moderno aveva ancora capito.

Ecco cosa succede quando una crepa si apre nel calcestruzzo romano. L'acqua entra. Raggiunge uno di quei grumi di calce reattiva. Li scioglie parzialmente, creando una soluzione satura di calcio. Il calcio ricristallizza come carbonato di calcio — calcite — e sigilla la frattura dall'interno.

Tempo necessario: circa due settimane.

Aspetta.

I ricercatori del MIT hanno riprodotto il processo in laboratorio. Hanno preso campioni identici di calcestruzzo — stessi ingredienti, stessa composizione — ma senza quei grumi di calce viva. Hanno aperto crepe identiche. Hanno fatto scorrere acqua.

Quei campioni non si sono mai riparati. Neanche dopo settimane.

La crepa rimaneva aperta. L'acqua continuava a passare. Nessuna cristallizzazione, nessuna guarigione.

Spoiler: i "difetti" erano l'unica cosa che funzionava.

Il meccanismo è ancora più raffinato di quanto sembri. Le fratture tendono a propagarsi proprio attraverso i clasti di calce — la parte più fragile — perché è lì che la chimica di riparazione è più efficace. La crepa non viene solo tappata: viene sigillata con un materiale che può anche rinforzare la zona danneggiata. Non è rattoppatura. È rigenerazione.

Il Pantheon è ancora in piedi dopo circa 2000 anni. La sua cupola in calcestruzzo non armato è la più grande mai costruita con quel materiale. Nessuna struttura moderna in calcestruzzo ordinario si avvicina a quella durabilità.

Per secoli l'abbiamo chiamato errore. Era il motivo per cui dura ancora.

In breve:
I grumi bianchi nel calcestruzzo romano erano intenzionali, non errori di lavorazione
La tecnica 'hot mixing' crea clasti di calce reattiva che sigillano le crepe in ~2 settimane a contatto con l'acqua
In laboratorio, i campioni senza quei grumi non si sono mai auto-riparati — confermando che erano il cuore del sistema

14/04/2026

Un impermeabilizzante inventato nel 144 a.C. è ancora intatto sotto Roma — e le nostre resine moderne non ci arrivano neanche lontanamente.

Non è una leggenda. È il risultato di una ricognizione del 2019 nel Parco degli Acquedotti, su un tratto di circa 70 metri dell'Aqua Marcia, uno degli acquedotti romani più antichi ancora in piedi.

L'Aqua Marcia fu costruita nel 144 a.C. dal pretore Quinto Marcio Re per portare acqua a Roma dall'alta Valle dell'Aniene. Per impermeabilizzare lo specus — il canale interno — i costruttori romani usarono il cocciopesto: una malta di calce e frammenti di terracotta tritata, ricchi di silicati e alluminosilicati.

La chimica che c'è dietro è precisa. A contatto con l'acqua, la calce reagisce con la silice del laterizio frantumato e forma composti calcio-silicato-alluminati idratati. Sostanze stabili, compatte, traspiranti. Una reazione pozzolanica che si auto-stabilizza sott'acqua invece di degradarsi.

Ma la vera scoperta del 2019 — firmata da Paolo Montanari e pubblicata su Thiasos — è un'altra.

I Romani non si erano limitati a rivestire le pareti interne. Avevano anche colato cocciopesto liquido all'interno degli incavi verticali tra i conci in opus quadratum — i blocchi di pietra squadrata che formano le pareti esterne. Una seconda barriera impermeabilizzante nascosta nella struttura stessa dell'acquedotto. Prima attestazione di questa tecnica in un'opera repubblicana: non era presente nell'Aqua Appia né nell'Anio Vetus, costruiti prima.

Dopo 2.170 anni di acqua continua, entrambi gli strati sono in condizioni perfette.

Aspetta la parte che fa male.

Le resine epossidiche moderne — quelle che usiamo oggi per impermeabilizzare piscine e cisterne, prodotte con chimica industriale avanzata — durano in media 20-30 anni. Dopodiché si degradano per idrolisi, cicli termici, umidità. Vanno rifatte.

Il cocciopesto dell'Aqua Marcia le batte per un fattore di 70. Senza petrolchimici, senza laboratori, senza brevetti.

I Romani non avevano trovato una soluzione antica. Avevano trovato quella giusta.

In breve:
Il cocciopesto dell'Aqua Marcia (144 a.C.) è ancora impermeabile dopo 2.170 anni
Una ricognizione del 2019 ha trovato anche una seconda barriera nascosta tra i blocchi di pietra, tecnica mai vista prima in opere repubblicane
Le resine epossidiche moderne durano 20-30 anni: il cocciopesto le supera per un fattore di 70

Indirizzo

Via Lemonia 215
Rome
00174

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