27/07/2026
27 luglio · Giornata Nazionale dei TFCPC
Oggi la Commissione d’Albo dei Tecnici di Fisiopatologia Cardiocircolatoria e Perfusione Cardiovascolare dell’Ordine TSRM e PSTRP di Roma e Provincia celebra questa giornata speciale con le parole di chi ha dedicato una vita intera alla professione:
“È un onore salutare i colleghi e amici TFCPC nella giornata dedicata alla nostra professione per celebrare il suo riconoscimento giuridico.
Da Tecnico di Cardiochirurgia nel 1982 era difficile immaginare di raggiungere gli obiettivi che oggi ci qualificano, perché sono il frutto di molteplici fasi ardue e articolate, eppure vi assicuro che l’intensità della passione e dell’ambizione ha fatto trascorrere i 44 anni di vita professionale in un baleno lasciandomi in una “quiescenza” non verosimile.
Siamo nati nelle sale operatorie nelle quali portavamo il miglior aggiornamento possibile attraverso la nostra prima associazione A.N.P.E.C. (Associazione Nazionale Perfusionisti in Cardioangiochirurgia), la nostra prima rivista In By Pass, partecipando ai primi congressi internazionali, venendo coinvolti da alcune aziende produttrici che ci consultavano sulla funzionalità dei loro prototipi e migrando in centri di amici che magari applicavano tecniche avanzate da imparare e riproporre al nostro primario.
Poi abbiamo cominciato a svolgere noi il lavoro di segreterie organizzative e scientifiche per i nostri convegni, avendo solo a disposizione fax, telefono e fotocopiatrice. Ci siamo spinti a presentare le prime relazioni con l’aiuto di anestesisti e cardiochirurghi perché non avevamo la formazione per farlo in autonomia.
Si cercavano abbonamenti a riviste non sempre facili da reperire, dalle quali si fotocopiavano articoli e si approfondivano argomenti specifici che nelle “Scuole speciali per tecnici di cardiochirurgia” nate negli anni ’70 non erano stati mai affrontati.
Il rischio di un lavoro che imparavamo facendolo era incalzante per noi e per i pazienti, perché le esigenze chirurgiche e la tecnologia ci sopravanzavano e dovevamo rincorrere sempre le innovazioni. L’introduzione degli ossigenatori a membrana, della p***a centrifuga e del materiale monouso ha in seguito costituito una svolta epocale.
Tra le procedure salvavita dovevamo cimentarci con la contropulsazione aortica e l’ECMO, che rappresentavano sfide alla nostra capacità di ottenere risultati su pazienti critici e ci regalavano tante soddisfazioni, ma anche frustrazioni che faticavamo a elaborare.
Le esigenze cliniche crescenti in ambiti diversi da quello cardiochirurgico ci chiamavano a studiare le varie applicazioni della CEC con l’entusiasmo pionieristico che ci ha sempre contraddistinto.
Ho partecipato fin dall’inizio alla vita associativa, a quel tempo imperniata sulle richieste al Ministero della Sanità di riconoscimento della nostra figura professionale. Un primo passo arrivò con il D.M. 26 gennaio 1988, n. 30, che istituiva la figura del tecnico di angiocardiochirurgia perfusionista. Ma la strada restava lunga, e vi assicuro che nelle delusioni di quegli anni il senso di appartenenza non era stato minato, bensì rinforzato per lottare ancora e ottenere l’istituzione del nostro profilo professionale, finalmente raggiunta con il D.M. 27 luglio 1998, n. 316.
Cercavamo sempre con orgoglio di presidiare la nostra funzione in tutti gli ambiti assistenziali nei quali veniva insidiata da altre figure professionali. La nostra esiguità numerica, pur non consentendoci un potere contrattuale adeguato, era compensata da una rete forte di rapporti tra noi di consulto, fiducia e condivisione delle nostre capacità.
Ho vissuto pertanto l’epoca dei colleghi amici, che tali restano nei miei ricordi perché qualcuno non c’è più, e ho vissuto il senso di appartenenza a una famiglia che, essendo appena entrata in quiescenza, non vivo più nella routine, ma che non finisce certo con l’attività lavorativa.
Quando l’evoluzione formativa ha introdotto il nostro Diploma Universitario è stato ancora più impegnativo, per chi come me lavorava da tempo ma non era anziano, occuparsi del tutorato di tirocinio degli studenti. Potete intuire che dopo il percorso gli studenti venivano avviati al lavoro e poi tornavano a salutare e riferire le proprie esperienze professionali, regalandoci una soddisfazione di carattere non solo pedagogico ma umano.
L’istituzione della Laurea di I livello consentì ad alcuni di noi di riprendere gli studi per un 3° anno e ottenere il “Riconoscimento studi pregressi” conseguendo la laurea e potendo accedere alla “Specialistica”.
Si apriva un nuovo iter che con estrema fatica e attesa mi offrì la possibilità di proseguire come direttore didattico del Corso di laurea, docente e dirigente del servizio TFCPC dell’ospedale.
L’impegno profuso nei vari ambiti descritti ha accresciuto in me l’empatia per i miei colleghi sia del centro che esterni incentivando relazioni che sfociavano nel coinvolgimento in attività formative, tutoriali e di aggiornamento.
Il peso della nostra categoria professionale, in seguito, diventò maggiore non solo nella sala operatoria cardiochirurgica ma anche nelle prestazioni in sale di emodinamica, di rianimazione, di terapia intensiva, impegnandoci per affermare e far rispettare il nostro valore.
Questo iter veniva coronato dall’istituzione degli Ordini e Albi professionali — sancita dalla legge 11 gennaio 2018, n. 3 — che mi permetto d’interpretare come un inquadramento ufficiale necessario e agognato ma che non sostituisce quel sentimento di comunità professionale che ho sviluppato nella mia carriera.
Da quel perfezionamento normativo siamo istituzionalmente protetti in un contenitore; tuttavia, mi piace pensare che il contenuto dovrebbe restare la sinergia dei nostri sentimenti di passione per un’attività lavorativa ricca di stimoli e aperta ai cambiamenti; sono le nostre competenze specifiche a renderci comunque insostituibili.
L’impulso a migliorare i molteplici aspetti che a vario titolo caratterizzano il nostro lavoro ci dovrebbe aiutare ad arrivare al pensionamento con la nostalgia di un vissuto lavorativo che ha impregnato pienamente quella parte di vita: è questo, al di là degli aspetti personali, che sto tentando di raccontarvi.
Ho dovuto evidenziare solo poche tracce rispetto alla storia della nostra professione che ho vissuto in prima persona, ciononostante spero di avervi comunicato l’essenza di quanto ho provato a riassumere: l’auspicio di non consentire che la nostra energia profusa nel lavoro venga annichilita dal contesto complesso. Ritengo che i colleghi svolgano un ruolo fondamentale: fare in modo che costituiscano un “porto sicuro” mi ha dato la possibilità di approdarci.
Ringrazio tutti i colleghi, e non solo quelli del mio gruppo di lavoro, per i preziosi contenuti che mi hanno lasciato fino anche a offrirmi l’opportunità di salutarvi che mi fa apprezzare la fortuna di poter esporre questi pensieri.
Con nostalgia e riconoscenza alla Professione e a Voi tutti”
Alessandra Capelli