Quando qualcosa di fragile si rompe, immediatamente si è portati a pensare che l’abbiamo persa per sempre, senza rimedio. Non solo, nell’eventualità a dir poco improbabile che riuscissimo a ripararla, non sarà mai più la stessa e perderà ai nostri occhi molto dell’originaria bellezza. Penso ai vasi di ceramica, ai recipienti di terracotta, di porcellana, oggetti che una volta danneggiati mostreran
no per sempre le cicatrici e le tracce della loro ormai irreversibile imperfezione. Questo modo di pensare il perfetto e l’imperfetto con le categorie del bello e del brutto, è un aspetto piuttosto tipico della cultura occidentale che riconosce il valore delle cose solo quando si offrono nella compiutezza e nell’esemplarità. Esiste in Giappone una pratica che prende il nome di “Kintsugi”. Consiste nel riparare le ceramiche aggiungendo una vena dorata di smalto lungo la linea in cui i frammenti si ricongiungono. In questa maniera i segni della rottura non solo non vengono nascosti ma al contrario messi orgogliosamente in risalto. La frattura diventa un nuovo e irripetibile tratto distintivo: la ceramica avrebbe potuto frantumarsi in qualsiasi altro modo ma tra tutti ha scelto proprio quello. Il Kintsugi è un esempio di pratica ascrivibile a WABI, un modello filosofico, un ideale estetico, una visione universale delle cose del mondo che affonda le radici nella cultura orientale. In WABI la natura e la realtà sono costantemente in movimento, in continuo divenire, ed è in quest’ottica che l’idea di compiuto svanisce. WABI è la bellezza delle cose imperfette, temporanee, incompiute, è la bellezza che nasce dall’irregolarità, dalle cose insolite. spazio WABI è un luogo di incontro, sperimentazione e sviluppo, un luogo in cui l'idea di perfezione svanisce a contatto con la realtà e ciò che rimane è l’eccezionalità delle esperienze.