Comitato No e Astensione Consapevole Referendum 2025

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Comitato No e Astensione Consapevole Referendum 2025 Comitato per il No e per l’Astensione Consapevole ai 5 quesiti del Referendum dell'8-9 giugno 2025.

08/04/2026

TANTO RUMORE PER NULLA
Il dimenticatoio come luogo di lotta sindacale – Che fine hanno fatto, dopo quasi un anno, i 4 quesiti sul lavoro?

Quattro milioni di firme. Quattordici milioni di voti. Otto mesi di campagna, volantinaggi, maratone contro l'astensionismo, palchi, cortei. E poi? Il silenzio. Le norme contestate sono ancora lì, intatte. I sindacati sono già altrove. Una storia italiana di passione improvvisa e smemoratezza strutturale.

I. Il teatro della mobilitazione
C'è una liturgia ben collaudata nella storia del sindacalismo italiano. Inizia sempre con un'assemblea solenne — meglio se al PalaDozza di Bologna, meglio ancora se il 25 aprile — in cui si annuncia che stavolta è diverso, che stavolta si fa sul serio, che stavolta i lavoratori non resteranno a guardare. Si raccolgono le firme. Si organizzano i banchetti davanti ai supermercati. Si affittano i pullman. Si tappezzano i muri. Si celebra ogni traguardo intermedio come una vittoria di popolo.
Il referendum sul lavoro dell'8 e 9 giugno 2025 ha rispettato il copione alla lettera. La CGIL di Maurizio Landini ha raccolto oltre quattro milioni di firme per quattro quesiti che toccavano la vita concreta di milioni di lavoratori: il Jobs Act e i suoi licenziamenti senza reintegro, i contratti a termine e la loro causale, le indennità nelle piccole imprese, la responsabilità solidale negli appalti — dove, non a caso, muore la maggior parte di chi muore sul lavoro in Italia, circa mille persone all'anno.
La mobilitazione è stata imponente, almeno sulla carta. Il 19 maggio 2025, la CGIL ha organizzato in piazza Vittorio Emanuele a Roma una "maratona contro l'astensionismo". Il Partito Democratico ha presidiato le sedi Rai in tutta Italia, accusando il servizio pubblico di oscurare il dibattito referendario. Un deputato radicale si è presentato alla Camera travestito da fantasma per protestare contro il silenzio del governo. Il 14 maggio, il simbolo della campagna è stato proiettato sulla facciata di Palazzo Chigi con un flash mob notturno. Non mancava niente.
Quattordici milioni di italiani sono andati a votare Sì. Due milioni in più di quanti avessero votato i partiti di governo alle politiche del 2022. Eppure, otto mesi dopo, non è cambiato nulla.
Il risultato è noto. L'affluenza si è fermata al 30,5%: troppo poca per superare il quorum del 50%+1 imposto dall'articolo 75 della Costituzione. I Sì hanno preso l'88% dei voti espressi su tutti e quattro i quesiti sul lavoro — una percentuale bulgara, si direbbe in altro contesto — ma non è bastato. Il governo Meloni, che aveva invitato i propri elettori all'astensione con coerenza e disciplina, ha vinto senza nemmeno presentarsi al ring.
II. La strategia dell'astensione organizzata e il problema del quorum
Prima di scaricare ogni responsabilità sul governo di centrodestra — che pure ha scelto consapevolmente una strategia di boicottaggio democratico — è necessario fare i conti con una domanda scomoda: chi ha scelto lo strumento referendario sapeva perfettamente a cosa andava incontro.
Il quorum del 50%+1 è, nell'Italia contemporanea, una soglia quasi proibitiva. Negli ultimi trent'anni, su dieci referendum abrogativi che richiedevano il quorum, solo due lo hanno superato: quello del 1995 e quello del 2011. In tutti gli altri casi — trivelle, giustizia, lavoro — il meccanismo dell'astensione organizzata ha funzionato come un veto silenzioso ma efficacissimo. Lo sapevano i giuristi. Lo sapevano gli analisti elettorali. Lo sapeva chiunque avesse memoria storica del movimento referendario italiano.
Lo sapeva anche la CGIL. Eppure ha scelto quella strada. E qui sta il primo nodo critico che nessuno, nel dibattito post-referendum, ha voluto affrontare con onestà: il referendum non era solo uno strumento per cambiare le norme. Era anche, forse soprattutto, uno strumento di visibilità politica.
L'assemblea generale della CGIL del 26 marzo 2024 — quella che ha deliberato la campagna referendaria — aveva previsto un pacchetto più ampio: manifestazioni nazionali, proposte di legge di iniziativa popolare, giornate di sciopero. Il referendum era uno dei tanti strumenti, non il solo. Ma nel corso dei mesi è diventato il tutto, oscurando tutto il resto e caricandosi di un peso politico e simbolico che uno strumento con un quorum quasi invalicabile non avrebbe mai potuto sostenere.
Il referendum non era solo uno strumento per cambiare le norme. Era anche uno strumento di visibilità politica. E come tale, anche la sconfitta poteva essere gestita come una vittoria.
Landini lo ha confermato lui stesso, la sera del 9 giugno, di fronte ai microfoni: "Il quorum non è stato raggiunto, ma tutte le persone che hanno votato sono la base di partenza. La mobilitazione continua." Una frase perfetta nella sua ambiguità: un modo per non ammettere la sconfitta senza negare il risultato. Il problema è che quella "base di partenza" non è mai diventata punto di arrivo di nulla di concreto.
III. Dopo il referendum: il grande silenzio
Nei mesi successivi al voto di giugno, le norme contestate sono rimaste esattamente dove erano. Nessuna iniziativa parlamentare specifica è stata avviata sull'abrogazione del Jobs Act. Nessuna proposta di legge di iniziativa popolare sul lavoro — non sulla sanità, non sulla giustizia, sul lavoro — è stata costruita e portata in Parlamento con la stessa energia con cui era stata costruita la campagna referendaria.
La CGIL ha invece cambiato terreno di gioco con una velocità che avrebbe fatto invidia a un centrocampista di Serie A. A dicembre 2025 c'è stato uno sciopero generale contro la Legge di Bilancio 2026: salari bassi, caro-vita, tagli alla sanità. Temi importanti, per ca**tà, ma completamente diversi dai quattro quesiti per cui quattro milioni di persone avevano firmato in primavera. Poi è arrivato il nuovo referendum sulla riforma della giustizia — separazione delle carriere dei magistrati — su cui Landini ha annunciato l'impegno della CGIL con lo stesso vigore con cui aveva annunciato i referendum sul lavoro.
Il lavoratore assunto dopo il 7 marzo 2015, quello che viene licenziato ingiustamente e non ha diritto al reintegro, è rimasto solo con il suo contratto a tutele crescenti. Il lavoratore a termine che non sa se il suo contratto verrà rinnovato è rimasto solo con la sua precarietà. Chi lavora in un cantiere in appalto è rimasto solo con una catena di responsabilità che si dissolve nel nulla ogni volta che c'è un infortunio.
Il dimenticatoio non ha un indirizzo fisico. Ma ha un'apertura straordinaria ogni volta che una battaglia sindacale scomoda cessa di essere utile come palcoscenico e diventa solo un problema da gestire.
IV. La CISL e la politica del risultato concreto
C'è un'altra storia, meno raccontata, che si intreccia con il fallimento referendario. Mentre la CGIL combatteva la sua battaglia di visibilità, la CISL — che aveva invitato all'astensione sui quesiti sul lavoro — lavorava su un obiettivo diverso, più pragmatico e meno spettacolare: la legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese.
La legge è entrata in vigore proprio mentre si consumava il flop del referendum, quasi a sottolineare il contrasto tra due visioni del sindacalismo. Da un lato la logica della mobilitazione di massa, del grande gesto politico, del referendum come manifesto ideale. Dall'altro la logica della contrattazione paziente, dell'emendamento capitolo per capitolo, del risultato concreto negoziato dentro le istituzioni piuttosto che contro di esse.
Non si tratta di giudicare quale delle due visioni sia più "autentica". Si tratta di riconoscere che una delle due, in questo caso, ha prodotto un risultato tangibile. E l'altra no.
V. La surrogazione dell'urgenza come strategia
Esiste un meccanismo psicologico e politico che potremmo chiamare surrogazione dell'urgenza: si genera un enorme clamore attorno a una causa, si mobilitano energie enormi, si crea l'impressione che quella causa sia il centro di tutto. Poi, quando la causa non vince, si sposta l'energia su un'altra causa. Senza bilancio. Senza autocritica. Senza chiedersi se lo strumento scelto fosse quello giusto, o se esistessero alternative che nessuno ha voluto imboccare.
Questo meccanismo non è prerogativa esclusiva dei sindacati italiani. Lo conoscono i partiti politici, le associazioni di categoria, i movimenti sociali di ogni orientamento. Ma nel caso del sindacalismo italiano ha una specificità: si applica a questioni che riguardano la vita quotidiana di milioni di persone — il lavoro, il salario, la sicurezza, la continuità dell'impiego — e che quindi non possono essere trattate come oggetti intercambiabili in un catalogo dell'indignazione.
Quattro milioni di persone hanno firmato per cambiare le norme sul licenziamento. Non per cambiare la riforma della giustizia. Non per ottenere un taglio alla spesa sanitaria privata. Per quello, e solo per quello. Quando quella causa viene archiviata e sostituita con un'altra senza spiegazioni, senza un bilancio onesto di cosa è andato storto e perché, quelle quattro milioni di firme diventano carta straccia. E il messaggio implicito che arriva a chi ha firmato è il peggiore possibile: la tua firma serviva a fare numero, non a fare politica.
Quattro milioni di persone hanno firmato per cambiare le norme sul licenziamento. Non per cambiare la riforma della giustizia. Quando quella causa viene sostituita con un'altra senza bilancio, quelle firme diventano carta straccia.
VI. Cosa si poteva fare — e non si è fatto
Non è vero che dopo il fallimento referendario non esistessero strade percorribili. Ne esistevano almeno tre, e nessuna è stata imboccata con convinzione.
La prima era la proposta di legge di iniziativa popolare specifica sul lavoro. La CGIL aveva già uno strumento simile nel cassetto — erano parte del pacchetto originario del 2024, accanto ai referendum. Portare in Parlamento una proposta articolata sulle tutele contro il licenziamento, sulla causale dei contratti a termine, sulla responsabilità negli appalti avrebbe mantenuto vivo il dossier, costretto l'opposizione a votare e il governo a motivare il no, e soprattutto avrebbe dato un segnale ai quattro milioni di firmatari: siamo ancora qui, non abbiamo smesso.
La seconda era la pressione sulle opposizioni parlamentari per presentare emendamenti mirati. Il Partito Democratico, che aveva sostenuto i referendum nonostante le sue contraddizioni interne sul Jobs Act — introdotto dal governo Renzi, lo ricordiamo — avrebbe potuto e dovuto tradurre quella posizione referendaria in atti parlamentari concreti. Non è accaduto, anche perché nessuno gliel'ha chiesto con la stessa energia con cui gli era stata chiesta la campagna per il Sì.
La terza era più semplice e più radicale di tutte: fare un bilancio pubblico, onesto, della campagna. Spiegare ai lavoratori perché il referendum non ha funzionato, cosa non ha funzionato nella strategia, cosa si farà diversamente la prossima volta. Questo è il minimo che si deve a chi ha dedicato tempo, energie e speranze a una causa. Il sindacato non lo ha fatto.
VII. Il nodo strutturale: quando il sindacato perde il mandato
C'è una questione più profonda che attraversa questa vicenda e che riguarda la crisi del mandato sindacale nell'Italia contemporanea. Il sindacato tradizionale nasce per rappresentare gli interessi dei lavoratori nelle sedi in cui quegli interessi vengono decisi: le aziende, i contratti collettivi, il Parlamento. È uno strumento di mediazione e di pressione dentro le istituzioni.
Negli ultimi anni, almeno nella sua componente più visibile, il sindacalismo italiano — o almeno una parte di esso — ha progressivamente spostato il proprio baricentro verso un modello diverso: quello della mobilitazione permanente, della piazza come strumento primario, del referendum come surrogato della politica parlamentare. Un modello che ha una sua legittimità e che risponde a un'esigenza reale — la distanza crescente tra istituzioni e cittadini — ma che presenta un rischio serio: quello di essere più efficace nel generare visibilità che nel produrre cambiamenti.
La vicenda del referendum sul lavoro è, da questo punto di vista, emblematica. Si è investito tutto in uno strumento di democrazia diretta che per funzionare richiedeva condizioni — il superamento del quorum — quasi impossibili da creare nell'Italia di oggi. E quando quello strumento non ha funzionato, non si è tornati agli strumenti tradizionali della mediazione istituzionale. Si è semplicemente cercato un nuovo strumento di visibilità.
Il risultato è che i lavoratori che avevano firmato, votato, speranzosi che qualcosa cambiasse, si trovano oggi esattamente dove erano prima. Con in tasca la certezza, rafforzata dall'esperienza, che la loro partecipazione non cambia nulla. Che le battaglie sindacali cominciano con grande frastuono e finiscono in silenzio. Che il posto più affollato del sindacalismo italiano non è la sede di contrattazione, non è il tavolo del Ministero del Lavoro, non è l'aula del Parlamento.
È il dimenticatoio.

Shakespeare sapeva quello che faceva quando ha intitolato una commedia "Molto rumore per nulla". Nella commedia, alla fine, gli equivoci si risolvono, i personaggi si riconciliano, tutto finisce bene. Il difetto del modello applicato al sindacalismo italiano è che il sipario cala, e tutto rimane com'era. Con buona pace dei quattro milioni che avevano firmato, convinti che quella firma servisse a qualcosa di più che a riempire un archivio.
Il lavoro — quello vero, quello che si svolge ogni mattina alle 8 nei cantieri, nei magazzini, negli uffici e nelle fabbriche — non aspetta i comunicati stampa. Non aspetta i congressi. Non aspetta il prossimo referendum. Aspetta che qualcuno, una volta tanto, torni sulle cose dette e non fatte. Che dica: avevamo promesso quello. Non l'abbiamo ottenuto. Ecco perché, ecco come ci riproviamo.
Fino ad allora, il dimenticatoio resta il luogo di lotta sindacale più frequentato d'Italia. E non ha nemmeno bisogno di un indirizzo.

Al Referendum dell'8 e 9 giugno si puo anche non andare a votare. Lo spiega Claudio Armeni coordinatoee nazionale del Co...
31/05/2025

Al Referendum dell'8 e 9 giugno si puo anche non andare a votare. Lo spiega Claudio Armeni coordinatoee nazionale del Comitato nazionale per il Jo e l'astensione consapevole

Udc e associazioni scendono in campo in vista del voto dell'8 e 9 giugno: "Sono temi che vanno affrontati in Parlamento"

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29/05/2025

Referendum: disinformazione, par condicio e il silenzio degli onesti

di Claudio Armeni*
Coordinatore Nazionale del Comitato per il NO e l’Astensione Consapevole
Segretario Generale Conf.SELP.

Scrivo con amarezza e indignazione dopo aver partecipato, come ospite e intervistato, a numerosi programmi televisivi e radiofonici nazionali e locali sul tema dei Referendum in programma l’8 e 9 giugno.

Un’esperienza che, invece di alimentare un sano confronto democratico, ha messo a n**o le profonde crepe di un sistema comunicativo ridotto ormai a una vetrina di slogan, frasi a effetto e verità piegate alle convenienze di chi le pronuncia.

Le modalità con cui vengono raccontati e spiegati i quesiti referendari sono, nella maggior parte dei casi, inadeguate, fuorvianti, quando non apertamente manipolatorie.

I tempi imposti dalla par condicio – pur formalmente rispettati – risultano insufficienti per fornire una reale informazione. Il confronto diventa parodia: la complessità viene ridotta a battute, e la verità viene sacrificata sull’altare della semplificazione.

I quesiti, di natura tecnica e articolata, vengono banalizzati. Il cittadino non è trattato come un soggetto da informare, ma come un consumatore da persuadere. In molti casi – non tutti, per fortuna – alcuni conduttori favoriscono una parte, consapevolmente o meno.

Si concede prima la parola alla parte opposta, poi a me, e infine si torna al primo interlocutore per commentare le mie parole, senza garantirmi il diritto di replica.

Un trucco sottile, ma efficace, per alterare la percezione del dibattito.
Abbiamo dichiarato apertamente la nostra posizione a favore dell’astensione consapevole, ma questa voce viene sistematicamente ignorata o distorta.

Non nostante lo ribadiamo in ogni sede, i media tendono a escluderla dal racconto, orientando così l’opinione pubblica in modo parziale e scorretto.

Si insiste ossessivamente sul “diritto democratico al voto”, evocando una moralità di facciata e costruendo un senso di colpa contro chi esprime dissenso. Ma si tace su alcuni punti fondamentali:

L’abolizione delle tutele crescenti non garantisce il reintegro per tutti.
Le mensilità risarcitorie passano da 36 a 24, peggiorando le condizioni dei lavoratori.

La reintroduzione della causale rischia di alimentare il lavoro nero, senza risolvere il precariato.

Servono incentivi fiscali e contributivi, non formalismi, per favorire assunzioni stabili.

I contratti collettivi sono frutto della contrattazione sindacale, non decisioni del governo.

Sul fronte della sicurezza, si confonde la responsabilità con la colpa. Spostare gli obblighi sul committente non migliora la sicurezza, ma genera solo ingiustizie. È assurdo pensare che un piccolo imprenditore abbia gli strumenti per valutare il rischio tecnico di un appalto. La responsabilità deve restare a chi ha i mezzi e le competenze per garantirla.

Un altro punto critico è l’eliminazione del limite alle mensilità risarcitorie per le aziende sotto i 16 dipendenti. Demandare tutto al giudice aumenterà i contenziosi e metterà in difficoltà le microimprese, già in difficoltà. In nome della giustizia, rischiamo di creare nuove ingiustizie.

E tutto questo viene taciuto. Il cittadino è chiamato a decidere, ma non è messo nelle condizioni di comprendere. Voterà – o non voterà – da tifoso, sulla base di verità parziali o falsità, non con piena consapevolezza.

Un referendum dovrebbe essere uno strumento di democrazia, non una trappola propagandistica. Sui temi del lavoro servono confronto, approfondimento e dialogo tra le parti sociali, non plebisciti su questioni che non possono essere compresse in uno slogan.

Anche sul quesito relativo alla cittadinanza, più “referendario” per natura, regnano confusione e disinformazione. Non si spiega, ad esempio, che ottenere la cittadinanza apre al ricongiungimento familiare illimitato. Né si dice che i 5 anni richiesti oggi si trasformano, nella pratica, in 8 o 9 anni, a causa delle lentezze burocratiche. Basterebbe mantenere i 10 anni attuali e rendere più efficienti le procedure.

La par condicio è ormai diventata un alibi morale. I messaggi autogestiti sono uno strumento utile solo alle emittenti, che incassano fondi pubblici, peraltro pochi e concessi con un meccanismo che sembra una lotteria, mentre i comitati – come il nostro – devono autofinanziarsi.

Paradossalmente, se si raggiunge il quorum, i promotori incassano un premio economico, a fronte di una spesa pubblica di circa 300 milioni di euro. Possibile che non esista in Italia un modo più intelligente e meno costoso per affrontare questi temi?

Le parti sociali tacciono o si espongono solo quando conviene. Il referendum è stato trasformato in uno spot elettorale, una sceneggiata in cui il cittadino è solo una comparsa inconsapevole.

Non ci stanno permettendo di spiegare. E l’ignoranza diffusa sta diventando la regola. Il cittadino, privato degli strumenti per comprendere, è trasformato in spettatore passivo. Ma dietro le quinte, i veri padroni della scena sanno benissimo come usarlo.

Meno si sa, meglio è.
Ed è proprio questo il vero dramma democratico.

Quattro rappresentanti del Comitato per il No e L'Astensione consapevole hanno partecipato a questa puntata di Super Par...
24/05/2025

Quattro rappresentanti del Comitato per il No e L'Astensione consapevole hanno partecipato a questa puntata di Super Partes ed hanno spiegato le ragioni che secondo noi spiegano perché il prossimo 8 e 9 giugno è meglio non andare a votare o votare No ai cinque quesiti.
Se non volete "votare di pancia", se non volete farvi confondere da commentatori improvvisati, propagandisti del copincolla e urlatori dinogni genere, potete ascoltare in questo video le argomentazioni proposte da entrambe le parti.
Non sono sufficienti a squadernare tutti i dettagli e tutte le implicazioni della complessa materia legale toccata dai quesiti, soprattutto quelli sul lavoro, e ciò spiega anche perchè sarebbe stato meglio evitare questi referendum.
Ma almeno ci si può fare un'idea approfondita sul contenuto dei cinque quesiti. Buon ascolto

In questa puntata intervengono: Cristian Ferrari (Primo quesito: comitato per il Si); Pietro Nigro (Primo quesito: comitato per il No); Claudio Armeni (Secondo quesito: comitato per il No); Fulvio Fammoni (Secondo quesito: comitato per il Si); Luisa Diana (Terzo quesito: comitato per il Si); Raffael...

16/05/2025

Le ragioni del no e del si al secondo quesito del Referendum dell'8 e 9 giugno in questo servizio di Alfredo Cardone per il Tg2 del 16 maggio. Attualmente in caso di licenziamento senza giusta causa di una azienda al di sotto dei 16 dipendenti il giudice può comminare un risarcimento fino a sei mensilità di stipendio. Il referendum chiede se si vuole abolire questo limite. Se vincesse il sì, non ci sarebbe più limite all'indennizzo decido dal giudice, che potrebbe essere anche molto ingente e quindi insostenibile per hna piccola o piccolissima impresa. Ecco perchè suggeriamo di votare no a questo quesito. Risarcire sì, non distruggere una piccola azienda.

In questo video, il coordinatore nazionale del Comitato per il No e l'Astensione Consapevole Claudio Armeni in una rubri...
15/05/2025

In questo video, il coordinatore nazionale del Comitato per il No e l'Astensione Consapevole Claudio Armeni in una rubrica Referendum di CentroMarche Tv, storica emittente di Jesi che meritoriamente ha fatto informazione sui quesiti e sul voto al Referendm 2025. Ecco il video: https://youtu.be/wPf_kfCT-QI?si=bZiWfBeO_LCuPGSg
Astensione2025 Armen

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15/05/2025

In questo video, il Coordinatore nazionale del Comitato per il No e l'Astensione Consapevole Claudio Armeni spiega le ragioni che spiegano perché è possibile non andare a votare e respingere in toto il referendum e i quesiti che propone, e i motivi per andare a votare NO a ciascuno dei cinque quesiti.

Indirizzo

Via Nazionale, 172
Rome

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