10/03/2026
AVERE LA REGINA PIÙ AMATA DAL REGNO COME MADRE: L'EREDITARIETÀ FILIALE DI UNA DONNA COME MARGHERITA DI SAVOIA.
Di solito, quando si introduce un discorso sull'eredità lasciata da un genitore o una genitrice, le argomentazioni vertono principalmente sull'aspetto finanziario; in taluni casi, invece, vertono sulle capacità artistiche dell'individuo, come nel caso dei/delle "figli/ie di" riguardo il campo espressivo.
Ma esistono altri significati adducibili al concetto di "eredità", in particolare se l'individuo in questione risulta figlio di sovrani.
Vittorio Emanuele III, penultimo re d'Italia, era figlio di due figure decisamente ingombranti: Umberto I di Savoia, il re che riuscì a far apprezzare l'operato di Casa Savoia in un Mezzogiorno ancora diviso, oltreché divisivo e, soprattutto, Margherita di Savoia.
Margherita, donna dal grande ascendente intellettuale, dal carattere gioviale e dal carisma indiscutibile, fu fondamentale nell'ascesa "reputazionale" del marito: fu infatti lei, nel 1862, a richiedere il trasferimento nell'ex capitale borbonica, in una Napoli ancora frazionata tra gruppi aristocratici di legittimisti borbonici e il fronte compatto di aristocratici unitaristi; fu lei a spingere il marito a non rintanarsi presso il "Palazzo Reale" e a mostrarsi in pubblica piazza, come lei faceva tranquillamente ogni giorno, anche durante la gravidanza; fu lei a supportare il marito dopo il primo attentato a opera di Giovanni Passannante; fu sempre lei a spingere il marito alla stipulazione di relazioni sempre più vantaggiose con gli altri sovrani europei.
Margherita di Savoia fu la regina più amata dalla popolazione del Regno d'Italia e, di fatto, l'unica regina dello Stato unificato a raggiungere un altissimo prestigio nella Bassa Italia: memorabile fu il suo intervento nel 1884, quando il cuore di Napoli fu infestato da una fortissima epidemia colerica, in cui si espose personalmente nella distribuzione dei viveri ai militanti della "Croce Bianca" (col marito, Umberto, in prima linea nella zona più danneggiata dalla stessa epidemia).
Altro esempio emblematico riguardò una sua visita pugliese del 1875, quando finanziò personalmente un'opera pia, versando una cifra cospicua all'Ordine delle Carmelitane, affinché costruisse un alloggio per gli indigenti delle province settentrionali della futura regione (edificio che fu innalzato nei pressi della località che sarà rinominata "Margherita di Savoia").
Margherita fu anche una donna al passo coi tempi, moderna, dinamica mentalmente e culturalmente: fu una delle prime donne a guidare delle auto veloci, tanto da possedere una sua collezione di vetture, rendendola un esempio anche per le altre sovrane d'Europa.
La regina non disdegnava neanche lo sport, anzi: sovente, usava percorrere lunghi tratti su una bicicletta personalizzata (tra le prime nobildonne d'Europa a interessarsi al ciclismo leggero), oppure nuotare per segmenti veloci nelle acque termali.
Vittorio Emanuele III viveva le figure dei genitori come "oscuranti", poiché godevano di un blasone difficile da eguagliare, in particolare riguardo la considerazione sulla madre. Con lei, ebbe sempre un rapporto basato sulla riverenza filiale, mai realmente affettivo (tipico delle casate reali del tempo), sempre in contrasto con le sue idee.
Margherita era conservatrice, mentre Vittorio Emanuele III era di vertenze filoliberali; Margherita era una fervente frequentatrice di salotti culturali di rilievo (noti sono i riferimenti letterari a lei dedicati da Serao, Carducci, Pascoli, D'Annunzio, Salgari), mentre il timido figlio preferiva la vita domestica e lo studio delle materie prettamente scientifiche; Margherita aveva polso e tempra, il figlio era manchevole in tali aspetti.
Tutte queste differenze solcarono profondamente il rapporto tra i due, soprattutto quando Margherita tentò di influenzare il figlio sulle scelte politiche decisive (l'intervento nella Prima Guerra Mondiale, la presa del potere da parte di Mussolini), riuscendovi quasi sempre e inimicandosi spesso la nuora, la regina Elena del Montenegro, da ella quasi malvista.
Quando Margherita morì a Bordighera, il 4 gennaio 1926, Vittorio Emanuele III ebbe la conferma di quanto la madre fosse adorata dalla popolazione: giunsero telegrammi di cordoglio da ogni rappresentante politico (dimostrazione di quanto Margherita polarizzasse i favori su di sé, nonostante le divergenze ideologiche), un'enorme folla si strinse in lutto per le strade adiacenti a "Villa Regina Margherita" (sita nella stessa Bordighera) e al "Quirinale", le amministrazioni comunali di tutti i capoluoghi calarono le bandiere a mezz'asta, interi comitati d'opere filantropiche inviarono la propria corona di fiori (col nastro commemorativo recante lo stemma sabaudo), il treno che trasportava la salma verso la capitale fu letteralmente assediato dalla folla commossa in ogni stazione di sosta (soprattutto a Savona, Genova e Pisa, tanto che fu soprannominato dalla stampa "il Treno del Dolore").
Addirittura Pio XI, sovrano del futuro Stato Vaticano non ancora riconosciuto, inviò un telegramma di cordoglio in cui riconobbe le grandi virtù umane di Margherita.
"Il Popolo Toscano", nota testata dell'epoca, scrisse: "il vuoto lasciato dalla Regina Madre lacera il nostro cuore. La Patria rende riconoscenza alla donna d'Italia. Un cordoglio così sentito lo vedemmo solo in due occasioni. La morte del Padre della Patria. La morte del Generale Garibaldi".
Vittorio Emanuele III, ergo, fu un sovrano che dovette emergere dall'ombra di una delle monarche più importanti, ascoltate e affermate di ogni tempo.