PCI - Partito Comunista Italiano

PCI - Partito Comunista Italiano Pagina Ufficiale del Partito Comunista Italiano.

Il Partito Comunista Italiano è l’organizzazione politica d’avanguardia
della classe operaia e di tutte le lavoratrici e lavoratori che, nella realtà del
Paese, lottano per l’indipendenza e la libertà, per l’edificazione della
democrazia, per l’eliminazione dello sfruttamento, per la libertà e la
valorizzazione della personalità umana, per la pace tra i popoli: per il
socialismo.

𝗔 𝗤𝗨𝗔𝗟𝗖𝗨𝗡𝗢 𝗜𝗠𝗣𝗢𝗥𝗧𝗔?L'Osservatorio Nazionale morti sul lavoro curato da Carlo Soricelli informa che i morti nei luoghi di...
31/08/2026

𝗔 𝗤𝗨𝗔𝗟𝗖𝗨𝗡𝗢 𝗜𝗠𝗣𝗢𝗥𝗧𝗔?

L'Osservatorio Nazionale morti sul lavoro curato da Carlo Soricelli informa che i morti nei luoghi di lavoro da inizio anno al 29 agosto sono 756 che diventano complessivamente 959 se di considerano anche i decessi in itinere. Questo è il numero di gran lunga più alto da quando l'Osservatorio ha iniziato ad operare il 1° gennaio 2007. Solo che quel numero non è “neutro”, né una sequenza di cifre.

Rappresenta una moltitudine di persone vittime di veri e propri “omicidi sul lavoro” che, chi ci governa non considera tali visto che non fa nulla per contenere un fenomeno che non è più emergenza ma frutto del sistema spaventoso nel quale viviamo. Ma non ci facciamo più caso, ci stiamo abituando a una tragedia che sta diventando, nel pensiero comune, normale, inevitabile. Del resto, ci fanno capire “lorsignori”, non abbiamo forse altre cose alle quali pensare? Cose come, ad esempio, “cosa promettere per vincere le elezioni?” o “chi sarà il candidato del Campo Largo?” e magari “come convincere la gente della necessità di fare quante più guerre possibile?”, “come nascondere le intercettazioni scomode?”, “come rimuovere le persone non gradite?” e così via.

Intanto lavoratrici e lavoratori devono sottostare a condizioni disastrose e accettare lavori insicuri, pagati poco o niente, subire ricatti occupazionale e condizioni di servitù indegne per una nazione che si definisce civile e democratica. E lo sarebbe se solo si decidesse di attuare la Costituzione invece che volerla distruggere cancellando i diritti fondamentali, favorendo la precarietà, permettendo i subappalti a cascata, chiudendo gli occhi di fronte alla piaga del caporalato, aumentando l'età pensionabile, rendendo il lavoro sempre più faticoso e stressante.

Si guardino i numeri e non si giri la vista da un'altra parte. Se il 29 agosto si contano 756 morti nei luoghi di lavoro, il 24 agosto, quindi solo cinque giorni prima, erano 735 e a fine agosto negli anni scorsi furono 683 nel 2025, 686 nel 2024, 620 nel 2023, 534 nel 2022. Una crescita che si oppone, con la forza dei numeri, a qualsiasi tentativo di minimizzazione e all'indifferenza che copre il massacro di lavoratrici e lavoratori.

Risolvere la questione della mancanza di sicurezza nel lavoro dovrebbe essere la vera priorità di una società come la nostra. Una società malata e impoverita (tranne che per un'esigua minoranza di ricchissimi individui). Invece ci armiamo spendendo decine di miliardi non certo per difenderci ma per preparare le prossime guerre. Solo chi non vuole vedere non vede e chi non vuole capire può far finta di non sapere che sono necessari investimenti importanti, che bisogna indirizzare l'uso della tecnologia e dell'intelligenza artificiale verso il benessere della collettività, che le “morti bianche” sono veri e propri “omicidi sul lavoro” e, quindi, reati penali, che è necessario abolire il precariato e il lavoro nero, alzare i salari, diminuire il tempo di lavoro e far pagare il giusto a chi non paga le tasse e si arricchisce grazie alla fatica, al tempo e alla vita di chi lavora.

Dipartimento lavoro PCI

𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗦𝗢 𝗥𝗔𝗡𝗨𝗖𝗖𝗜 𝗘̀’ 𝗦𝗢𝗟𝗢 𝗟𝗔 𝗣𝗨𝗡𝗧𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟'𝗜𝗖𝗘𝗕𝗘𝗥𝗚Quello che sta accadendo in Rai con Sigfrido Ranucci non riguarda soltanto...
29/08/2026

𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗦𝗢 𝗥𝗔𝗡𝗨𝗖𝗖𝗜 𝗘̀’ 𝗦𝗢𝗟𝗢 𝗟𝗔 𝗣𝗨𝗡𝗧𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟'𝗜𝗖𝗘𝗕𝗘𝗥𝗚

Quello che sta accadendo in Rai con Sigfrido Ranucci non riguarda soltanto Report. Riguarda tutti noi e, soprattutto, l’idea stessa di servizio pubblico.

Prima la sospensione delle repliche estive di Report, poi le verifiche interne sul lavoro della redazione, infine la decisione di togliere a Ranucci la conduzione della trasmissione. Una sequenza che arriva dopo mesi di attacchi, polemiche e pressioni politiche nei confronti di uno dei pochi programmi della televisione pubblica che ha fatto dell’inchiesta, anche scomoda, la propria ragione d’essere.

Ed è proprio questo il punto. Non occorre essere d’accordo con ogni servizio di Report, né considerare Ranucci infallibile, per capire che qui è in gioco qualcosa di molto più importante: l’indipendenza dell’informazione dal potere politico.

La Rai non è la televisione del Governo, né della maggioranza di turno. È il servizio pubblico, finanziato dai cittadini, e proprio per questo dovrebbe garantire pluralismo, autonomia e libertà ai giornalisti, soprattutto quando fanno domande scomode a chi governa. Se invece il destino di programmi, direttori e giornalisti sembra dipendere dagli equilibri della politica, il problema non è più soltanto televisivo: diventa un problema democratico.

Lo abbiamo visto anche nel modo controverso con cui la Rai ha raccontato la tragedia palestinese. All’interno della stessa azienda non sono mancate denunce e prese di posizione dei giornalisti sulla necessità di raccontare Gaza senza reticenze, così come non sono mancati tentativi di mettere in discussione chi quel racconto ha cercato di farlo fino in fondo. È significativo che proprio il sindacato dei giornalisti Rai abbia dovuto ricordare più volte che informare su Gaza è parte della missione del servizio pubblico.

È questo clima che dovrebbe preoccuparci: non necessariamente una censura dichiarata, con qualcuno che ordina apertamente “questo non va in onda”, ma qualcosa di forse ancora più insidioso. Il progressivo restringimento degli spazi di autonomia, il messaggio che arriva alle redazioni, la consapevolezza che alcune inchieste possono avere conseguenze e che certi argomenti è meglio trattarli con prudenza.

La libertà di stampa non scompare necessariamente da un giorno all’altro. Può essere erosa poco alla volta, attraverso nomine, pressioni, spostamenti, delegittimazioni e condizionamenti. Ed è proprio per questo che bisogna difenderla prima che diventi normale accorgersi della sua assenza.

Un servizio pubblico davvero tale non deve essere comodo per chi governa. Deve essere libero da chi governa.

Perché una televisione pubblica indipendente non appartiene alla destra, alla sinistra o a un partito. Appartiene ai cittadini. E quando la politica mette le mani sull’informazione, a perdere non è un giornalista o una trasmissione: perdiamo tutti un pezzo di democrazia.

PCI Federazione di Roma

𝗦𝗢𝗟𝗜𝗗𝗔𝗥𝗜𝗘𝗧𝗔̀’ 𝗔𝗗 𝗔𝗟𝗘𝗦𝗦𝗔𝗡𝗗𝗥𝗢 𝗗𝗜 𝗕𝗔𝗧𝗧𝗜𝗦𝗧𝗔Il Partito Comunista Italiano esprime la propria vicinanza e solidarietà ad Aless...
29/08/2026

𝗦𝗢𝗟𝗜𝗗𝗔𝗥𝗜𝗘𝗧𝗔̀’ 𝗔𝗗 𝗔𝗟𝗘𝗦𝗦𝗔𝗡𝗗𝗥𝗢 𝗗𝗜 𝗕𝗔𝗧𝗧𝗜𝗦𝗧𝗔

Il Partito Comunista Italiano esprime la propria vicinanza e solidarietà ad Alessandro Di Battista, colpito da un grave malore mentre si trovava in visita a Cuba.

Alessandro Di Battista è un interlocutore con il quale non mancano, e non sono mai mancate, differenze di natura politica e di impostazione che rivendichiamo con chiarezza e rispetto ma su molte questioni ci ritroviamo dalla stessa parte.

Abbiamo condiviso e condividiamo la difesa della Rivoluzione cubana e del diritto del popolo cubano a decidere liberamente del proprio futuro, opponendoci al criminale bloqueo e alle politiche di ingerenza e di aggressione degli Stati Uniti.

Così come condividiamo la necessità di continuare a stare dalla parte del popolo palestinese, del suo diritto all’autodeterminazione e alla libertà, contro l’occupazione, la guerra e il genocidio.

Su molti temi di politica internazionale, inoltre, abbiamo trovato punti di convergenza nell’analisi di un mondo attraversato da guerre, riarmo, imperialismo e crescente contrapposizione tra potenze, nel quale l’Italia e l’Europa continuano a perseguire politiche che riteniamo profondamente sbagliate e pericolose.

In questo momento difficile, il Partito Comunista Italiano è vicino ad Alessandro Di Battista, alla sua famiglia e alle persone che gli vogliono bene, con l’auspicio sincero che possa superare presto questo grave momento e tornare alla sua attività.

Forza Alessandro.

Partito Comunista Italiano

𝗜𝗟 𝗣𝗖𝗜 𝗗𝗜𝗖𝗘 𝗡𝗢 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗖𝗛𝗜𝗨𝗦𝗨𝗥𝗔 𝗗𝗜 𝗥𝗔𝗜 𝗦𝗖𝗨𝗢𝗟𝗔!È annunciata dal 1° Ottobre prossimo la scomparsa di RAI SCUOLA, il canale 57...
26/08/2026

𝗜𝗟 𝗣𝗖𝗜 𝗗𝗜𝗖𝗘 𝗡𝗢 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗖𝗛𝗜𝗨𝗦𝗨𝗥𝗔 𝗗𝗜 𝗥𝗔𝗜 𝗦𝗖𝗨𝗢𝗟𝗔!

È annunciata dal 1° Ottobre prossimo la scomparsa di RAI SCUOLA, il canale 57 Educational del digitale terrestre della TV di Stato. Sullo stesso canale verrà trasmesso un programma, chiamato “ITALIANA” dedicato alle sagre e tradizioni locali.

La RAI chiude un programma di cultura e divulgazione scientifica, utile e utilizzato dai docenti e dalle scuole per approfondimenti e supporto alle lezioni in classe e come istruzione degli adulti. Tra l’altro durante la pandemia ha fatto da aula televisiva, accessibile gratuitamente dal televisore, e sono state trasmesse 110 lezioni per gli studenti costretti a casa.

Proprio questa esperienza avrebbe dovuto indurre a potenziare RAI SCUOLA. Invece le nuove produzioni sono state quasi azzerate e il canale ha trasmesso soprattutto repliche. Ora la chiusura, per dare spazio a quanto pare ai ripiegamenti governativi verso un “nazionalismo” municipalistico di ripiego, mentre si abdica a una politica estera fondata sull’interesse nazionale.

Intanto si rischia anche la dispersione di materiali di archivio molti dei quali culturalmente ancora validi e attuali.

Il PCI dice NO alla chiusura di RAI SCUOLA!

Invitiamo a firmare la petizione: https://change.org/rai_scuola

Dipartimento Istruzione PCI

𝗟’𝗨𝗡𝗜𝗩𝗘𝗥𝗦𝗔𝗟𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗖𝗢𝗡𝗖𝗥𝗘𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝗖𝗢𝗡𝗙𝗟𝗜𝗧𝗧𝗢 𝗗𝗜 𝗖𝗟𝗔𝗦𝗦𝗘, 𝗣𝗘𝗥 𝗨𝗡𝗔 𝗥𝗜𝗖𝗢𝗠𝗣𝗢𝗦𝗜𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗠𝗔𝗧𝗘𝗥𝗜𝗔𝗟𝗜𝗦𝗧𝗔 𝗘 𝗢𝗥𝗚𝗔𝗡𝗜𝗭𝗭𝗔𝗧𝗔Il dibattito estivo s...
26/08/2026

𝗟’𝗨𝗡𝗜𝗩𝗘𝗥𝗦𝗔𝗟𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗖𝗢𝗡𝗖𝗥𝗘𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝗖𝗢𝗡𝗙𝗟𝗜𝗧𝗧𝗢 𝗗𝗜 𝗖𝗟𝗔𝗦𝗦𝗘, 𝗣𝗘𝗥 𝗨𝗡𝗔 𝗥𝗜𝗖𝗢𝗠𝗣𝗢𝗦𝗜𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗠𝗔𝗧𝗘𝗥𝗜𝗔𝗟𝗜𝗦𝗧𝗔 𝗘 𝗢𝗥𝗚𝗔𝗡𝗜𝗭𝗭𝗔𝗧𝗔

Il dibattito estivo sulla cultura woke e sui diritti civili, alimentato dagli interventi di Giuseppe Conte, dalle repliche di Matteo Renzi e dalle oscillazioni del Partito Democratico, richiede un’analisi comunista seria e priva di opportunismi elettorali. Per comprendere cosa stia accadendo, dobbiamo unire le tessere di un unico mosaico politico, partendo da un esame profondo delle contraddizioni del progressismo borghese.

𝟏. 𝐈𝐥 𝐟𝐚𝐥𝐥𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 "𝐰𝐨𝐤𝐞" 𝐞 𝐥'𝐢𝐧𝐜𝐨𝐫𝐩𝐨𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐞𝐨𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚𝐥𝐞

La stagione del progressismo identitario d'oltreoceano è entrata in crisi per i suoi stessi limiti strutturali. Come evidenzia acutamente Mimmo Cangiano, questo modello ha preteso di combattere le discriminazioni concentrandosi quasi esclusivamente sui simboli, sulle accademie e sulla modifica dei vocabolari, dimenticando chi lavora, chi non arriva a fine mese e chi subisce il crollo del salario reale. Ma l'autocritica non può fermarsi alla superficie di una "strategia comunicativa sbagliata". Bisogna comprendere il paradosso strutturale: il neoliberalismo ha scientemente incoraggiato gli individui a percepirsi come soggetti unici e autonomi sul piano simbolico, riducendo contemporaneamente, attraverso le privatizzazioni e la precarizzazione, il loro potere materiale sul mondo. Si è consolidato così un "neoliberalismo progressista" (teorizzato da Nancy Fraser), un'alleanza in cui il capitalismo flessibile e dinamico non ha alcun bisogno di conservare le gerarchie tradizionali: incorpora selettivamente le istanze di inclusione e le trasforma in strategie di marketing, in branding e in dispositivi di gestione della forza-lavoro. Una società può avere più donne o minoranze ai vertici manageriali, ma se la ricchezza non viene redistribuita, quelle figure finiranno solo per rappresentare e legittimare un rapporto sociale di sfruttamento. La sproporzione di quella stagione è stata tra la radicalità discorsiva e l'assenza di capacità organizzativa. La moltiplicazione delle connessioni sui social non produce automaticamente un soggetto collettivo. L'egemonia non è una vittoria di opinione su Internet, ma la costruzione paziente di istituzioni, strutture decisionali e alleanze capaci di sostenere il conflitto nel tempo.

𝟐. 𝐋'𝐮𝐫𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐫𝐚𝐦𝐦𝐢: 𝐫𝐢𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐝𝐚 𝐊𝐚𝐫𝐥 𝐌𝐚𝐫𝐱

Su questo terreno di fragilità politica, Massimo Cacciari ha gioco facile nello svelare l'ipocrisia del centrosinistra contemporaneo: «Al centrosinistra mancano totalmente i programmi... farebbero bene a ripassare i fondamentali, ad esempio le analisi di un certo Karl Marx», cosa che peraltro riuscirebbe particolarmente feconda grazie alla rinnovata analisi di Roberto Fineschi. Non si costruiscono partiti di massa parlando solo a pochissimi eletti o arroccandosi nel perimetro del politically correct. Mentre i leader borghesi litigano tatticamente sulle regole delle primarie in chiave elettorale, le urgenze reali del Paese sono drammaticamente materiali: la guerra, l'arretramento del potere d'acquisto dei salari, la sicurezza sui posti di lavoro, la difesa e il rifinanziamento della sanità, della scuola e dell’università pubblica. La destra reazionaria cavalca le guerre culturali solo perché la finta sinistra ha abbandonato ogni progetto di redistribuzione strutturale della ricchezza.

𝟑. 𝐋𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐝𝐢𝐞𝐭𝐫𝐨𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭: 𝐥𝐨 𝐬𝐫𝐚𝐝𝐢𝐜𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞

Ma attenzione: la fretta con cui oggi l'intera classe politica – da Washington fino a Renzi – ordina la ritirata dalla cultura identitaria deve insospettirci, come suggerisce Vincenzo Costa. Sotto l'esca della giusta critica agli asterischi o alle derive dissolutive del legame sociale, si nasconde un veleno liberale. L'obiettivo profondo di questa retromarcia non è redistribuire la ricchezza, ma imporre un universalismo astratto di stampo settecentesco. Si vuole far credere che la soluzione sia azzerare ogni differenza, riducendo l'essere umano a un atomo isolato, a un mero "soggetto consumatore". Questo disegno si sposa con quanto altrove denunciato: l'attacco frontale e sistematico del capitalismo avanzato contro la cultura popolare. La cultura popolare è storicamente il patrimonio vivente di valori, linguaggi, conflitti e storie comuni attraverso cui i gruppi umani hanno sempre costruito la propria complessa identità e la propria resistenza contro l'oppressione. È quella lezione che il PCI storico ha appreso da Antonio Gramsci e dalle ricerche antropologiche di Ernesto de Martino nelle nostre terre: la cultura delle classi subalterne non è folklore passivo, ma il terreno vivo su cui si costruisce l'egemonia e il riscatto sociale. Le multinazionali dell'intrattenimento e le grandi piattaforme digitali impongono oggi un “pensiero unico” standardizzato e privo di radici, azzerando le specificità locali e obliterando ogni conflitto. Distruggere la cultura popolare significa recidere un ulteriore, profondo nesso sociale e politico, rendere incapaci quegli stessi gruppi umani di difendere i propri diritti, prepararli a subire la guerra.

𝟒. 𝐏𝐞𝐫 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐦𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐫𝐢𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐞 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐚

Non cadremo nella reazione prevedibile che gli algoritmi del sistema hanno calcolato per noi. La risposta alla guerra culturale non è una guerra culturale più elegante, ma nemmeno il ritorno al grigio individualismo liberale. La vera proposta politico-militante per il futuro non è un'alleanza moderata di centro, né l'abbandono nostalgico delle lotte antirazziste o femministe. Deve essere una ricomposizione materialista capace di ricollegare ciò che il neoliberalismo tende continuamente a separare: classe e identità, produzione e riproduzione, riconoscimento e redistribuzione. La via d'uscita è il passaggio radicale dalla cultura isolata alla cultura come dimensione dei rapporti sociali. Il salario è una questione di genere; la casa e il caporalato sono questioni di migrazione; la scuola e la sanità sono questioni di classe e di territorio. Contro l'universalismo astratto dei padroni, che eredita una finta uguaglianza formale per nascondere lo sfruttamento reale nei rapporti di produzione e l'omologazione dei consumi, noi rivendichiamo l'universalismo concreto del conflitto di classe. Non cerchiamo l'inclusione individuale nello Stato borghese, ma l'organizzazione della forza collettiva.

La classe lavoratrice pugliese – frammentata tra l'industria, la logistica, i servizi e il precariato agricolo – condivide la medesima dipendenza dal salario e la stessa assenza di controllo sulle proprie condizioni materiali di vita. Il nostro compito è tenere ferma la lezione di Gramsci, De Martino, Pasolini, difendere e ricostruire i corpi sociali ridando voce e potere alle identità popolari, alla nostra storia di riscatto territoriale e alla solidarietà militante. Una politica emancipativa non può limitarsi a rendere il mondo diversamente dicibile; deve, prima di tutto, organizzarci per scardinare i rapporti di proprietà e renderlo diversamente abitabile.

Federazione PCI Puglia

𝗕𝗔𝗦𝗧𝗔 𝗙𝗘𝗠𝗠𝗜𝗡𝗜𝗖𝗜𝗗𝗜 𝗘 𝗩𝗜𝗢𝗟𝗘𝗡𝗭𝗔! 𝗦𝗘𝗥𝗩𝗢𝗡𝗢 𝗣𝗥𝗢𝗧𝗘𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗘 𝗣𝗥𝗘𝗩𝗘𝗡𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘In tre giorni, quattro femminicidi annunciati.La politica ...
21/08/2026

𝗕𝗔𝗦𝗧𝗔 𝗙𝗘𝗠𝗠𝗜𝗡𝗜𝗖𝗜𝗗𝗜 𝗘 𝗩𝗜𝗢𝗟𝗘𝗡𝗭𝗔! 𝗦𝗘𝗥𝗩𝗢𝗡𝗢 𝗣𝗥𝗢𝗧𝗘𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗘 𝗣𝗥𝗘𝗩𝗘𝗡𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘

In tre giorni, quattro femminicidi annunciati.

La politica dice che ha fallito. Ma la sintesi più drammatica è un’altra: queste donne non ci sono più.

Non basta più denunciare. Una denuncia deve significare protezione, valutazione immediata del rischio, interventi tempestivi e concreti. Quando i segnali ci sono, non possiamo arrivare sempre dopo, a nostro avviso si ha l'impressione che ci sia la volontà di arrivare dopo, sempre dopo.

Abbiamo bisogno di più prevenzione, più protezione, più risorse per i centri antiviolenza e di una risposta dello Stato all’altezza dell’emergenza.

Dobbiamo dire basta a questa mattanza, perché di questo si tratta. Scendiamo tutte in piazza. Incrociamo le braccia. Fermiamo tutto. Siamo il motore della società, del lavoro, della cura, dell'economia, della vita quotidiana.

È ora di far sentire il peso della nostra assenza. Finché una donna sarà in pericolo, nessuna di noi può sentirsi davvero libera.

Basta femminicidi. Basta violenza. Basta parole: servono protezione e prevenzione, adesso non dopo.

ADoC

𝗖𝗨𝗕𝗔: 𝗟’𝗜𝗡𝗧𝗘𝗥𝗩𝗘𝗡𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝗣𝗖𝗜 𝗔𝗟 𝟮𝟰° 𝗜𝗡𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗜𝗡𝗧𝗘𝗥𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘 𝗗𝗘𝗜 𝗣𝗔𝗥𝗧𝗜𝗧𝗜 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗜𝗦𝗧𝗜 𝗘 𝗢𝗣𝗘𝗥𝗔𝗜LA PARTECIPAZIONE AL SIMPOSIO SU...
19/08/2026

𝗖𝗨𝗕𝗔: 𝗟’𝗜𝗡𝗧𝗘𝗥𝗩𝗘𝗡𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝗣𝗖𝗜 𝗔𝗟 𝟮𝟰° 𝗜𝗡𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗜𝗡𝗧𝗘𝗥𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘 𝗗𝗘𝗜 𝗣𝗔𝗥𝗧𝗜𝗧𝗜 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗜𝗦𝗧𝗜 𝗘 𝗢𝗣𝗘𝗥𝗔𝗜

LA PARTECIPAZIONE AL SIMPOSIO SU FIDEL E AL CENTENARIO DELLA NASCITA DI FIDEL

Dal 7 al 9 agosto si è svolto all’Avana il 24° Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai (IMCWP), alla presenza di 48 delegazioni, fra le quali quella del Partito Comunista Italiano, rappresentato da Salvatore Ferraro del Dipartimento Esteri.

"Difesa dell'eredità della Rivoluzione Cubana nel centenario della nascita di Fidel Castro, solidarietà con Cuba e unità delle forze contro l'aggressione imperialista" è stato il filo conduttore dell'incontro.

Pubblichiamo l'intervento letto dal compagno Ferraro a nome del Segretario Nazionale Mauro Alboresi.

INTERVENTO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO AL 24° MEETING INTERNAZIONALE DEI PARTITI COMUNISTI E OPERAI (L'AVANA, 7-8-9 AGOSTO 2026)

Dopo l’aggressione armata USA contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuta il 3 gennaio scorso e che ha visto il sequestro del legittimo Presidente Nicolas Maduro e della compagna Cilia Flores e l’eroica morte in combattimento di trentadue militari cubani, è sempre più chiaro che gli Stati Uniti stanno mettendo a punto i loro piani per abbattere a breve termine la Rivoluzione cubana, con lo strangolamento economico ed energetico ma senza escludere un’aggressione militare. Se ancora non si sono mossi in tal senso è probabilmente dovuto alla mobilitazione di forze legata all'aggressione armata contro l'Iran, condotta assieme ad Israele e anche alla grande capacità di mobilitazione che il PCC e il popolo di Cuba hanno messo in campo in questi mesi.

Con il blocco del transito delle petroliere verso i porti di Cuba e i dazi agli Stati che cercassero di inviarne, l'Amministrazione Trump si propone di rendere impossibile la vita al popolo cubano, bloccando la generazione di elettricità e quindi colpendo duramente la produzione, l'assistenza sanitaria e i servizi pubblici in generale.

Occorre che coloro i quali hanno a cuore il diritto dei popoli a determinare liberamente il proprio destino comprendano che la battaglia che il popolo e il governo rivoluzionario di Cuba stanno combattendo per riaffermare il diritto alla vita e alla difesa della Rivoluzione riguardano anche tutti gli altri popoli, indipendentemente dalle ideologie politiche: gli USA vogliono cancellare il diritto internazionale sancito dalla sconfitta del nazifascismo e stabilire un nuovo "diritto" che sia quello statunitense ad impossessarsi delle risorse di ogni nazione e ad assoggettarne le politiche.

Ciò avviene in una fase politica internazionale oltremodo complessa, oggettivamente aperta a molteplici sbocchi.

Essa è fortemente segnata da un’alternativa sempre più stringente tra pace e guerra, il rischio di un conflitto su scala globale è sempre più evidente, l’opinione pubblica europea è da tempo fatta oggetto di una campagna di disinformazione volta a farla entrare in tale ordine di idee, a prepararla alla ineluttabilità della guerra.

Le politiche che ne sono discese, ne discendono, sono evidenti: la corsa al riarmo, l’economia di guerra, a ciò tutto finisce con l’essere sacrificato, a partire dalle condizioni di vita dei ceti popolari. Evidente è la motivazione che è alla base di tale propensione al conflitto: l’ordine internazionale.

L’assetto geopolitico affermatosi dopo la “guerra fredda”, ossia quello unipolare a guida statunitense, non regge più, esso è da tempo messo in discussione dalla Russia, dalla Cina e da altri Paesi, i quali, pur assai diversi tra loro, propugnano un assetto multipolare che il blocco occidentale è intenzionato ad impedire ad ogni costo, anche con la guerra.

Le statistiche hanno in questi anni certificato la crisi del sistema capitalista a guida statunitense e all’opposto la crescita cinese, le difficoltà degli USA sono dunque alla base di quella che si è proposta da tempo come una vera e propria strategia di contenimento dello sviluppo e ruolo della Cina.

In un contesto così drammaticamente segnato, caratterizzato dalla messa in discussione del diritto internazionale, con l’ONU ridotto a simulacro, l’Unione Europea, e con essa l'Italia, ha evidenziato la sua subalternità all’interno dell’Alleanza Atlantica a guida statunitense.

Il sostegno alla guerra condotta dall’Ucraina per conto della NATO nei confronti della Russia, l’assunzione di 20 pacchetti di sanzioni nei confronti della stessa, la rinuncia ad acquistarne il gas a basso prezzo, la scelta di investire a debito 800 miliardi di euro in spese militari per gli Stati membri, di portare in 10 anni al 5% del PIL la spesa militare sono scelte emblematiche della preparazione dell’Unione Europea al conflitto.

Scelte che hanno determinato e determinano pesanti ripercussioni sulla finanza e sull’economia del vecchio continente, che acuiscono la già grave crisi sociale da tempo in atto, scelte che con il Governo italiano di Giorgia Meloni in prima fila) hanno registrato, registrano, nel Parlamento Europeo ed in quelli nazionali, compreso quello italiano, anche la condivisione di tanta parte delle forze politiche che oggi si pongono all’opposizione dello stesso.

Ciò che viene proposto è una sorta di “suprematismo occidentale”, una presunta superiorità morale dell’Occidente che non ha retto, non regge alla prova dei fatti.

Ciò che riecheggia di nuovo è lo scontro di civiltà, la lotta tra il bene ed il male.

Noi siamo contro il riarmo, contro la guerra, per la pace, che è la questione di fondo, che sovraordina tutte le altre, senza se e senza ma, e questo dovrebbe valere anche e soprattutto per la sinistra, che è tale solo se assume la stessa come discriminante.

Noi siamo contro la NATO, siamo per l’uscita dell’Italia dalla Nato, per ciò che essa è e si prefigge di essere.

Il liberismo economico, la crescente centralizzazione dei processi decisionali evidenziano il vero volto del processo di integrazione capitalista rappresentato dall’Unione Europea; il militarismo e l’interventismo nelle relazioni internazionali ne segnano la politica estera; l’ipocrisia, il doppiopesismo, la complicità la connotano nel caso della politica genocida portata avanti dal governo israeliano, sempre più immerso in una deriva sionista, illiberale, fascista, nei confronti dei palestinesi, sempre più proteso alla costruzione della “grande Israele"; l’ambiguità ne è il tratto distintivo se guardiamo a come si è posta in relazione all’aggressione del Venezuela da parte degli USA, in ultimo dell’Iran da parte degli USA e di Israele, di quest’ultimo nei confronti del Libano, etc.

Per noi la questione non è più Europa, ma quale Europa: no a quella in essere del grande capitale, dei poteri forti, sì ad un’Europa dei lavoratori e dei popoli.

Noi siamo per una Confederazione di stati indipendenti e sovrani, “dall’Atlantico agli Urali”. L’elezione di Donald Trump a 47° Presidente degli USA non è un “incidente di percorso”, ma il prodotto della degenerazione di quel sistema democratico, più in generale della democrazia liberale, della torsione autoritaria che ha investito quel Paese, la stessa Unione Europea, e con essa l’Italia, l’altra faccia del sistema capitalista immerso nella propria crisi strutturale.

La politica di Trump ha pesato e pesa oltremodo per l’Unione Europea, chiamata a fare i conti con la sua politica protezionista, con il suo approccio circa la NATO, con la sua politica internazionale (l’attacco all’Iran, le sue ripercussioni sull’economia del vecchio continente lo sottolineano).

Ciò che è emerso dalle piazze di tutta Europa nei mesi scorsi contro la guerra, il riarmo, per la Palestina, etc. è per noi chiaro: c’è bisogno di un’alternativa radicale.

C’è bisogno di una politica volta alla pace, ad un diverso modello di sviluppo, di un’altra idea di società, dove l’interesse generale, il bene comune, tornino al centro, dove il noi si contrapponga all’io imperante. C'è bisogno del Socialismo, di un’alternativa di sistema quale risposta alla crisi di civiltà prodotta dal capitalismo.

USA e Israele stanno incoraggiando e sostenendo la rinascita del fascismo in ogni parte del mondo. La difesa della Rivoluzione Cubana, con i suoi ideali socialisti di giustizia ed uguaglianza, costituisce uno snodo fondamentale della lotta tra fascismo e antifascismo a livello mondiale.

Il segretario di Stato Marco Rubio sta inoltre cercando di mettere insieme una sorta di internazionale antimarxista, che metta sullo stesso piano la lotta di classe dei partiti comunisti e anticapitalistici, oltre a quella dei movimenti di liberazione nazionale, con il terrorismo.

Lo "spettro" del comunismo e del socialismo, della lotta per una società libera dallo sfruttamento e dalle diseguaglianze sociali, continua e continuerà ad aggirarsi in tutto il mondo, contro sfruttatori e imperialisti guerrafondai.

Quanto sta accadendo in Iran ed in Libano, ciò che è accaduto recentemente in Venezuela, che si prospetta in relazione a Cuba, etc. confermano che i veri nemici della pace sono e restano gli USA, Israele ed i loro alleati, la NATO (al di là delle posizioni espresse da Trump in merito ad un'alleanza della quale, di fatto, gli USA hanno la guida).

Occorre saldare un fronte internazionale di forze fautrici di un nuovo equilibrio mondiale multipolare. L'alleanza Cina-Russia e i BRICS sono gli assi portanti di questo processo di democratizzazione delle relazioni internazionali.

Il Partito Comunista Italiano rende omaggio allo storico leader della Rivoluzione cubana, il Comandante Fidel Castro Ruz, in occasione del centenario della sua nascita, che ricorre il 13 di questo mese. Senza la sua opera, senza la Cuba rivoluzionaria e socialista da lui guidata e ispirata direttamente fino alla sua scomparsa fisica, il "Socialismo del XXI Secolo" e il processo di unificazione dell'America Latina non si sarebbe affermato negli ultimi decenni.

MAURO ALBORESI (Segretario Nazionale del Partito Comunista Italiano)

Il compagno Salvatore Ferraro ha partecipato per il PCI anche al Simposio Internazionale "Fidel, Eredità e Futuro", a 100 anni dalla scomparsa fisica del Comandante in Capo della Rivoluzione cubana, Fidel Castro Ruz, tenutosi sempre all’Avana dall'11 al 13 agosto, alla presenza di 1.500 delegati provenienti da 63 nazioni.

A Roma, presso l'Ambasciata della Repubblica di Cuba, la Presidente del Comitato Centrale del PCI, compagna Cristina Cirillo, ha partecipato all'iniziativa ufficiale, svoltasi l'11 agosto, per celebrare i 100 anni dalla nascita del Compagno Fidel Castro (13 agosto 1926).

Il Partito Comunista Italiano è e sarà sempre a fianco della Rivoluzione, del Popolo cubano e del suo Governo Rivoluzionario.

PCI - Dipartimento Esteri

𝗘𝗦𝗣𝗟𝗢𝗦𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗞𝗡𝗗𝗦 𝗗𝗜 𝗖𝗢𝗟𝗟𝗘𝗙𝗘𝗥𝗥𝗢: 𝗢𝗖𝗖𝗢𝗥𝗥𝗘 𝗦𝗜𝗖𝗨𝗥𝗘𝗭𝗭𝗔 𝗡𝗘𝗟 𝗦𝗜𝗦𝗧𝗘𝗠𝗔 𝗜𝗡𝗗𝗨𝗦𝗧𝗥𝗜𝗔𝗟𝗘; 𝗢𝗖𝗖𝗢𝗥𝗥𝗘 𝗨𝗡𝗔 𝗣𝗢𝗟𝗜𝗧𝗜𝗖𝗔 𝗜𝗡𝗗𝗨𝗦𝗧𝗥𝗜𝗔𝗟𝗘 𝗔𝗟𝗧𝗘𝗥𝗡𝗔𝗧...
19/08/2026

𝗘𝗦𝗣𝗟𝗢𝗦𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗞𝗡𝗗𝗦 𝗗𝗜 𝗖𝗢𝗟𝗟𝗘𝗙𝗘𝗥𝗥𝗢: 𝗢𝗖𝗖𝗢𝗥𝗥𝗘 𝗦𝗜𝗖𝗨𝗥𝗘𝗭𝗭𝗔 𝗡𝗘𝗟 𝗦𝗜𝗦𝗧𝗘𝗠𝗔 𝗜𝗡𝗗𝗨𝗦𝗧𝗥𝗜𝗔𝗟𝗘; 𝗢𝗖𝗖𝗢𝗥𝗥𝗘 𝗨𝗡𝗔 𝗣𝗢𝗟𝗜𝗧𝗜𝗖𝗔 𝗜𝗡𝗗𝗨𝗦𝗧𝗥𝗜𝗔𝗟𝗘 𝗔𝗟𝗧𝗘𝗥𝗡𝗔𝗧𝗜𝗩𝗔

L’incidente occorso nello stabilimento Franco-Tedesco della KNDS di Colleferro, per puro caso, ovvero per la ridotta presenza di operai a causa del periodo feriale, fortunatamente non ha prodotto vittime, ma solo danni alle strutture oltre a tanta paura. L'azienda produce munizioni di medio e grosso calibro per la difesa terrestre e navale nonché combustibili solidi per vettori aerospaziali.

L'incidente si è verificato nel reparto 'Pressatura Polveri' e stando alle prime testimonianza sarebbe partito da una pressa esplosa durante la lavorazione. La destinazione di questi prodotti sono diretti in Europa (con rifornimenti per Kiev/Ucraina), in Turchia e in Arabia Saudita.

L’esplosione è stata avvertita in un’area di decine di chilometri di distanza: è l’ennesimo campanello d’allarme che proviene da un territorio, prima fortemente inquinato (fiume e Valle del Sacco), le cui conseguenze e i cui costi li sta ancora pagando e continuerà a pagarli la popolazione residente, sia in termini economici, ma soprattutto in termini di salute; e che oggi viene ulteriormente intossicato dalla produzione dalle armi e delle munizioni pesanti. Come avviene sempre in questo paese, i costi di gestione economica dell’inquinamento, non sono mai pagati dalle aziende che lo hanno prodotto, bensì dai cittadini che oltre a sostenere i costi di bonifica pagano anche in termini di salute, secondo il principio di privatizzare i profitti e socializzare le perdite che in questo caso sono costi soprattutto di salute e vite umane.

La concentrazione di aziende produttrici di materiali e esplosivi ad uso bellico di Colleferro, unitamente alla trasformazione produttiva nella filiera degli armamenti della Leonardo e della stessa Avio tutte presenti a questo territorio, unitamente all’opera di riconversione in atto di aziende del territorio, sta determinando un polo industriale ad alta concentrazione di industrie belliche trasformando l’economia del territorio e dell’intera regione Lazio in un’economia di guerra.

La pericolosità più volte dichiarata, come durante le molteplici assemblee tenutesi davanti ai cancelli della ex Wi******er di Anagni, azienda del gruppo KNDS, inizialmente adibita a demilitarizzazione, termine che indica lo smantellamento delle munizioni e degli armanti a fine vita, oggi in fase di riconversione industriale, al fine e con lo scopo di sostenere lo stabilimento della vicina azienda di Colleferro , il cui progetto di riconversione prevede la lavorazione e trasformazione della nitrogelatina.

Stigmatizziamo l’alta pericolosità di tale progetto, e l’inopportunità tecnica - vista l’ubicazione dell’azienda in centro abitato e adiacente all’autostrada A1-, oltre all’assurdità politica della corsa al riarmo voluta da una classe politica pervasa da una cultura bellicista che ci sta trasportando in un conflitto mondiale. Per tutto questo, sono previsti circa 40 milioni di euro, con uno stanziamento che rientra nel programma ASAP, che già a marzo 2025 attraverso le parole di Ursula Von Der Leyen facendo rientrare l’Europa nell’era del riarmo annunciava l’arrivo di 800 miliardi di Euro per rafforzare la capacità di difesa dell’Europa. Che unitamente all’innalzamento fino al 5 % di PIL del nostro governo la dice lunga sulla necessità di questa politica di privilegiare la guerra sacrificando la vita dei cittadini e soprattutto delle nuove generazioni.

Come comunisti indichiamo che non vogliamo aggiungere un nuovo rischio industriale e militare a un territorio già ferito. La sicurezza delle persone viene prima della produzione bellica. Quello che è accaduto a Colleferro deve spingerci a pretendere più prevenzione, più trasparenza e più controllo, con una inversione totale sulle politiche industriali regionali che non possono prevedere produzioni belliche per siti con alto rischio, ma riconversioni non belliche. Riempiamo i granai, svuotiamo gli arsenali, ci sembra ancora la parola d’ordine attuale come amava dire il nostro Presidente Sandro Pertini.

Bruno Barbona
Segretaria nazionale PCI
Segretario PCI Lazio

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