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La frase di La Russa sul clima — “ci abitueremo al clima caraibico, non moriremo” — non è una battuta infelice. È la fot...
02/07/2026

La frase di La Russa sul clima — “ci abitueremo al clima caraibico, non moriremo” — non è una battuta infelice. È la fotografia di una classe dirigente che davanti alla crisi climatica sceglie la minimizzazione, lo slogan, la propaganda da salotto climatizzato.
Mentre Copernicus certifica che il 21 giugno 2026 la temperatura media dei mari extra-polari ha superato i record del 2023 e del 2024, arrivando a 20,86 °C secondo C3S e a 21,0 °C secondo Copernicus Marine, la seconda carica dello Stato riduce tutto a una questione di adattamento. Come se alluvioni, siccità, incendi, mari surriscaldati, agricoltura in ginocchio e salute pubblica fossero solo fastidi stagionali. (Copernicus Climate Services)
Il problema non è “abituarsi”. Il problema è sopravvivere a un modello economico e politico che continua a consumare territorio, energia, acqua e futuro.
E a nella Piana questa logica è ancora più pericolosa. Qui si accumulano infrastrutture pesanti, termovalorizzatore, depuratore, ipotesi di rigassificatore, promesse industriali, slogan sul porto, senza una vera visione complessiva , , ed . Si concentra tutto in un territorio fragile, sismico, già stressato, e poi ci raccontano che sarà “sviluppo”.

No. Questo non è sviluppo. È autolesionismo istituzionale.

Chi appoggia questo sistema per disciplina di partito, per simpatia politica, per convenienza o per “altro”, si assume una responsabilità enorme. Perché il clima non guarda le tessere, non rispetta le conferenze stampa, non si commuove davanti agli annunci. Presenta il conto.
E il conto lo pagheranno i territori più deboli, i lavoratori all’aperto, gli anziani, i bambini, l’agricoltura, il mare, le comunità già abbandonate.

La politica seria dovrebbe prevenire. Questa invece consola, deride e normalizza il disastro.

Dire “ci abitueremo” mentre gli oceani battono record storici non è realismo: è irresponsabilità travestita da buonsenso.

E chi oggi ride, applaude o minimizza, domani non potrà dire: “non lo sapevamo”.

11 giugno 1980.Sono passati decenni, ma a Rosarno il nome di Peppe Valarioti continua a parlare al presente.Peppe non fu...
11/06/2026

11 giugno 1980.

Sono passati decenni, ma a Rosarno il nome di Peppe Valarioti continua a parlare al presente.

Peppe non fu ucciso soltanto perché comunista. Fu assassinato perché libero. Perché aveva capito che dietro il sottosviluppo, la povertà e l’emigrazione della nostra terra c’era un sistema di potere mafioso che rubava il futuro ai calabresi e trasformava il denaro pubblico in ricchezza per pochi.

La sera della sua uccisione si festeggiava una vittoria elettorale. La sua morte doveva essere un messaggio: fare politica, denunciare, ribellarsi, aveva un prezzo.

Quel messaggio, però, non ha vinto.

Peppe vive ancora nelle battaglie di chi non si piega, di chi chiede verità, giustizia e dignità per questa terra.

Eppure, quarantasei anni dopo, la mafia non è scomparsa. È cambiata. Meno lupara e più affari. Meno sangue nelle strade e più potere silenzioso. Si nasconde dietro appalti, favori, consenso, relazioni, indifferenza. Cresce quando i cittadini smettono di indignarsi, quando la politica rinuncia al coraggio, quando il silenzio diventa più conveniente della verità.

Per questo ricordare Peppe Valarioti non è un esercizio di memoria. È una scelta di campo.

Perché la mafia continua ad essere forte dove si dimentica. E continua ad avere paura dove qualcuno trova ancora il coraggio di pronunciare il suo nome.

Peppe Valarioti non appartiene al passato.

Appartiene a tutti coloro che credono che la Calabria meriti molto di più del destino che i poteri mafiosi hanno provato a imporle.

Il modo migliore per ricordarlo oggi non è deporre un fiore.

È continuare la sua lotta.

23/05/2026

Un grande in bocca al lupo a tutte le nostre candidate e candidati a sindaci e ai Consigli comunali dei tantissimi comuni che andranno al voto domenica e lunedì! Vota PD e l’alleanza progressista!

07/04/2026

L’autonomia differenziata non è una parola tecnica lontana dalla vita reale. È una scelta politica che incide su cose molto concrete: sanità, scuola, trasporti. E allora parliamoci chiaro, senza ideologie e senza slogan.
A chi ha votato questo governo nazionale e regionale, non dico “avete sbagliato” per partito preso. Dico: fermiamoci un attimo e guardiamo cosa sta succedendo davvero.

L’Italia, secondo la Costituzione, è una Repubblica “una e indivisibile”. Non è una frase poetica: significa che i diritti devono essere uguali ovunque. Se ti ammali a Milano o a Reggio Calabria, devi avere le stesse possibilità di cura. Se vai a scuola a Bologna o a , devi avere le stesse opportunità.

Con l’autonomia differenziata questo principio si incrina.

Perché? Perché si trasferiscono competenze e risorse alle Regioni senza prima garantire i livelli essenziali delle prestazioni (LEP). Tradotto: prima si divide, poi – forse – si aggiusta. Ma nel frattempo chi è più debole resta indietro.

E qui arriva il punto che spesso viene ignorato: per rendere davvero uguali i diritti servono tra gli 80 e i 90 miliardi di euro. Non lo dice l’opposizione, lo dicono studi ufficiali, lo richiama anche la Conferenza Episcopale Italiana. Senza quei soldi, parlare di autonomia è come costruire una casa senza fondamenta.

E allora la domanda è semplice: questi soldi ci sono? No.

E senza quei soldi cosa succede? Succede che chi già sta meglio potrà offrire servizi migliori. E chi già fatica, come la Calabria, resterà ancora più indietro.

Sanità: liste d’attesa più lunghe, migrazione sanitaria che aumenta.
Scuola: meno risorse, meno servizi, meno opportunità.
Trasporti: divari ancora più profondi.

Non è un’opinione. È una conseguenza logica.

E qui arriva il punto più amaro.

I politici calabresi di riferimento fanno finta di essere combattuti. Parlano di prudenza, di attenzione, di “valuteremo”. Ma intanto votano, firmano, si allineano.

Perché?

Perché troppo spesso il loro orizzonte non è la Calabria, ma la propria carriera. È un equilibrio fragile tra dire una cosa qui e compiacere altrove. Un doppio linguaggio che serve a non perdere consenso sul territorio mentre si costruiscono percorsi personali verso vette politiche ben più alte.

E allora diciamolo senza giri di parole: questa non è cautela, è convenienza.

È il trasformismo di chi non vuole scegliere davvero da che parte stare.
È la politica che si piega agli interessi personali mentre il territorio paga il prezzo più alto.

Chi oggi difende questa riforma spesso lo fa per appartenenza, non per convinzione. E quando si parla di diritti fondamentali, l’ideologia deve fermarsi davanti alla realtà.

Perché qui non si tratta di essere di destra o di sinistra.
Si tratta di capire se un bambino calabrese deve avere meno possibilità di uno lombardo.
Si tratta di capire se una persona deve essere costretta a partire per curarsi.

Chi insiste su questa strada senza prima garantire l’uguaglianza dei diritti dimostra una grave mancanza di visione storica. L’Italia è nata unendo, non dividendo.

Questa non è autonomia.
È il rischio concreto di una disuguaglianza istituzionalizzata.

E allora sì, serve dirlo chiaramente:
questa classe dirigente sta giocando con l’unità del Paese e con il futuro del Sud.

Non basta dire “difendiamo il territorio” a parole e poi votare atti che lo indeboliscono nei fatti.

Perché alla fine la verità è una, semplice e dura:
se nasci in Calabria non puoi avere meno diritti.

E chi lo accetta, per calcolo o per carriera, non sta rappresentando il proprio popolo. Sta semplicemente usando il potere per salire più in alto.

LE RAGIONI DEL NONon è una riforma della giustizia.È un intervento che rischia di indebolire l’autonomia della magistrat...
07/03/2026

LE RAGIONI DEL NO

Non è una riforma della giustizia.
È un intervento che rischia di indebolire l’autonomia della magistratura e alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato disegnato dalla Costituzione.

Mentre il Paese affronta problemi reali – processi troppo lenti, carceri sovraffollate, carenza di personale e risorse negli uffici giudiziari – il Governo sceglie di intervenire su altro.

Il vero obiettivo è colpire il Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo previsto dalla Costituzione per garantire l’indipendenza di ogni magistrato dal potere politico.

Il CSM non è un “sindacato dei giudici”.
È uno dei pilastri della nostra democrazia, perché assicura che chi esercita la giustizia sia libero da pressioni e condizionamenti della politica.

Non lo diciamo solo noi.
Lo hanno dichiarato apertamente esponenti del Governo:
si vuole “riequilibrare i poteri”, fermare quella che definiscono “invadenza della magistratura”.

Ma l’equilibrio tra i poteri non si cambia per convenienza politica.
È la garanzia che nessuno, nemmeno chi governa, sia sopra la legge.

Questa riforma si inserisce in un disegno più ampio:
• indebolire il potere giudiziario,
• rafforzare l’esecutivo e ridurre il ruolo del Parlamento,
• frammentare lo Stato con l’autonomia differenziata.

Tre pezzi di uno stesso progetto che rischia di cambiare profondamente l’equilibrio della nostra democrazia.

Per questo votiamo NO.
Per difendere la Costituzione, l’autonomia della magistratura e l’equilibrio tra i poteri dello Stato.





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