28/07/2026
«Speravo fosse un cristiano bianco»
Con questa frase, pronunciata durante una veglia per le vittime dell'attentato al Pride di Berlino, un'attivista ha involontariamente firmato la confessione più onesta che la sinistra contemporanea potesse fare di se stessa. Non il dolore per i morti, non la ricerca di giustizia, non la volontà di capire, ma la speranza che il responsabile appartenesse alla categoria giusta, quella che non crea imbarazzo, quella che si può condannare senza che l'ideologia tremoli. Un cristiano bianco. Il nemico perfetto.
Perché se l'attentatore fosse stato islamista, come poi è emerso, si sarebbe aperto un abisso. Da un lato la comunità LGBT, difesa per decenni come simbolo della battaglia progressista, dall’altro il fondamentalismo islamico, che quella comunità la considera incompatibile con la propria visione religiosa in termini che non ammettono sfumature. Due pilastri della stessa ideologia che non possono stare assieme, è il cortocircuito che la sinistra europea porta dentro di sé da anni e che ha sempre evitato di guardare in faccia, spostandosi ogni volta sull'attacco successivo, sulla prossima battaglia, sul prossimo nemico da indicare.
L'attentato di Berlino e il successivo accoltellamento di tre donne a Parigi hanno reso quel cortocircuito impossibile da ignorare, almeno per un momento. L'intersezionalità, quella teoria che pretende di tenere insieme tutte le oppressioni in un unico sistema coerente, mostra qui tutti i suoi limiti strutturali. Quando due dei suoi gruppi protetti entrano in collisione diretta, il paradigma non offre risposte, offre solo silenzi imbarazzati e tentativi di spostare l'attenzione altrove. Ed è esattamente quello che è accaduto. Invece di nominare con chiarezza l'estremismo che li ha generati, il dibattito si è spostato sul rischio di strumentalizzazione, il problema non erano i morti, ma chi ne avrebbe potuto parlarne. “L'estrema destra” che avrebbe potuto usare quei fatti per rafforzare il proprio consenso è diventata, nella narrazione progressista, il vero pericolo da combattere. Le vittime, nel frattempo, erano già diventate uno sfondo.
Questa è la dimostrazione che per una certa sinistra la realtà conta meno della narrativa, che i fatti esistono solo nella misura in cui possono essere inquadrati nel schema prestabilito, e che quando la realtà non si piega allo schema, il problema diventa la realtà, o meglio, diventa chi la racconta. Noi la raccontiamo e non ci scuseremo mai per questo.