17/02/2023
Da “L’Unità” del 2 giugno 1983 uno stralcio di un articolo di Michele Serra:
[...] Giovani e giovanissimi affollano i concerti di Guccini come per ripararsi all'ambra di un corpulento fratello maggiore, con il vocione, la barbona e tutto il resto. Fratello, non padre, e la differenza sta tutta nella naturale complicità con cui questa antica familiarità è vissuta. Accompagnato da alcuni tra i più bravi strumentisti italiani, l'altra sera ha presentato a Milano, in un teatrino già assediato dalla prima afa e dalle prime zanzare, il suo nuovo 33 giri, intitolato senza troppa fantasia (ecco l'unica concessione alla moda, che gli perdoniamo volentieri) Guccini. Sei lunghe canzoni: tema dominante il viaggio. Proprio il viaggio come lo intendeva quell'ultime degli umanisti che fu Kerouac come itinerario di conoscenza e tirocinio esistenziale. Niente «fughe da New York», niente folli corse «da costa a costa». Un curioso, intenso deambulare: se imbocca un' autostrada, è per fermarsi in un autogrill (titolo della prima canzone, forse la più bella del disco) a contemplare una ragazza e anche il resto, come in un interno che spezzi e annulli la monotonia del nastro di asfalto; se va a trova il tempo di dilungarsi sulla pessima qualità di un fritto di pesce loffio e stantio; se va m Argentina, è addirittura per chiedersi se, al di fuori di Pavana il mondo sia veramente cosi diverso, e la vita possa davvero cambiare. Sostenuto dalla consueta intensità vocale, e questa volta anche da una particolare cura negli arrangiamenti Guccini è un disco vigoroso e mai noioso; persino l'ultima canzone, una di quelle tirate «tra c**o al mondo» in cui Francesco celebra il piacere di stare con i suoi pochi amici alla faccia di chi gli vuole male, si rende bene accetta per la gioviale allegria dell'interprete, facendogli perdonare quel tanto di manieristico di cui le sue dichiarazioni-invettive sono spesso intrise. A parte l'ottima riuscita delle canzoni, la qualità della musica, l'indovinata varietà dei testi, come al solito gradevolmente «scolastici» nelle rime, quello che, personalmente, amiamo in questo disco (come in tutti i dischi di Francesco) è la trasparente schiettezza: tra i solchi si sente, sempre, una vena genuina, sincera. Come il vino buono (perdonate la terribile ovvietà della metafora), Guccini invecchia secondo criteri antichi e onesti. lui nulla è artefatto, o dettato da esigenze modaiole. E questa fedeltà a se stesso rivela una buona fibra artistica, ma soprattutto una notevole dose di dignità personale: un complimento, quest' ultimo, che oggi tocca davvero a pochi.