25/06/2026
Ci sono parole che, per la loro solennità, meriterebbero di sopravvivere nel tempo, a qualunque cosa.
E poi ci sono parole che, purtroppo, vengono smentite con una rapidità tale da trasformarsi troppo velocemente in semplici formule di circostanza, senza vere fondamenta.
Allorquando, a seguito di un risultato elettorale, si decide di avviare un ricorso, è inevitabile interrogarsi sul significato delle dichiarazioni rese dagli stessi attori, immediatamente dopo il voto.
«Il responso delle urne è chiaro e lo rispettiamo.»
Una dichiarazione impeccabile. Maestoso, persino.
E poi? Cosa è cambiato?
Perché dare l’impressione di rimettere indirettamente in discussione un risultato elettorale e, di riflesso, anche il lavoro di coloro che hanno operato nello svolgimento delle stesse ?
Scrutatori, presidenti di seggio, rappresentanti di lista, dipendenti comunali, forze dell’ordine…
tutti sono stati richiamati in causa. Additati.
Ed è giusto, signori, secondo voi ?
Naturalmente, il ricorso è uno strumento previsto dall’ordinamento e nessuno contesta il diritto di avvalersene.
Ma il punto non è giuridico.
È politico.
Ed è, prima ancora, culturale, morale e soprattutto sociale.
Perché le parole hanno e devono conservare un peso. Un peso vero.
Se il responso era davvero chiaro, per quale ragione invocarne una rivalutazione solo alla scadenza dei termini giuridici ?
Spiegateci come si arena la vostra coerenza.
Se era davvero rispettato, per quale ragione domandarne la revisione?
Non sorprende più la scelta, ormai abitudinaria, del ricorso. Si fa ricorso per qualsiasi cosa. Al TAR Campania avranno un archivio unicamente dedicato a Sant’Agata De’Goti.
Sorprende ancora la straordinaria rapidità con cui un principio proclamato pubblicamente diviene, nei fatti, suscettibile di eccezioni postume.
La democrazia, signori, non si misura dall’eleganza dei comunicati diffusi all’indomani del voto. Si misura dalla capacità di riconoscere il valore del consenso popolare anche quando esso non coincide con le proprie idee o aspettative.
Si tratta di lasciare LIBERTÀ. E respiro. E pace.
C’è bisogno di unione per una città che merita di volare in alto. Non c’è spazio per le zavorre. Non più.
Il resto appartiene a quella peculiare concezione della politica secondo cui il giudizio degli elettori è definitivo soltanto finché conferma le proprie convinzioni; quando invece le contraddice, diventa improvvisamente meritevole di essere rimesso in discussione.
Sarà il TAR a pronunciarsi sulla legittimità del ricorso.
Gli elettori, invece, si sono già pronunciati.
Ed è singolare che il loro verdetto venga definito «chiaro» soltanto fino all’istante in cui cessa di essere gradito.
È proprio a quegli elettori, difatti, che si manca di rispetto.
La coerenza, a differenza dei comunicati, non dovrebbe conoscere scadenze.