21/08/2026
Da qualche giorno seguo con molta attenzione i video di Roberto Saviano sulla vicenda della bomba a Sigfrido Ranucci. Come solo lui sa fare, sta spiegando perfettamente come si è arrivati agli arresti degli esecutori e al mandante (Valter Lavitola) del vile attentato ai danni del giornalista di Report. La cosa grave della vicenda di Sigfrido e Valterino, i due quasi amici, non è neppure la bomba messa, secondo la confessione del mandante, per evitare altre bombe.
Il punto è un altro. Per molti Report è il vero giornalismo d’inchiesta. Per tanti giornalisti d’inchiesta locali è la Mecca, il sogno di noi giornalisti che passiamo giorni a studiare una delibera comunale o una determina dirigenziale, che ci interessiamo alle visure di società a cui è stato affidato un appalto per capire chi c’è veramente dietro. Ci occupiamo di consigli comunali, camorristi di paese, imprenditori che improvvisamente diventano ricchi, concorsi strani, soldi pubblici che prendono vie misteriose. Ci occupiamo di cose da poco eppure riceviamo offese, querele, minacce con la stessa regolarità della bolletta del gas.
Poi, però, c’era Report. Per noi giornalisti di provincia un sogno essere citati una volta a Report, che ora si sta sgretolando davanti ai nostri occhi. Non per la bomba di Lavitola. Ma per qualcosa di molto più pericoloso per noi giornalisti italiani. La vanità, che negli passati ha spinto molti giornalisti anche a fingere attentati e minacce da parte della criminalità organizzata.
La vanità è oggi la vera cosa che tiene unita la categoria dei giornalisti. Più perdiamo autorevolezza, soldi, lettori, libertà e dignità economica, più abbiamo bisogno di sentirci importanti. È bello essere invitati alle cene che contano. È bello partecipare agli aperitivi. È bello saltare una fila grazie all’accredito stampa. E Ranucci è caduto in questa trappola della vanità. Lavitola che gli ripete che è bravo. Che potrebbe fare il premier. Che da solo prenderebbe percentuali da partito di massa. Lavitola che commissiona sondaggi, immagina scenari, vede già Ranucci a Palazzo Chigi. E lui magari non gli crede, però ascolta. Poi sorride. Poi si incuriosisce e diventa amico di Lavitola.
La mia agenda è piena di numeri di telefono di persone che, nel piccolo mondo delle quisquilie delle quali mi occupo, contano parecchio. Magistrati. Politici. Imprenditori. Avvocati. Pregiudicati. Poliziotti. Carabinieri. Gente assolta, gente condannata, gente che ancora deve decidere da che parte stare. Li chiamo. Mi chiamano. Mi raccontano cose. A volte mi mentono. A volte provo a farli parlare. È il mestiere. Ma non necessariamente diventano amici.
Non sapete quanti caffè o cene ho rifiutato con garbo. Non perché io sia un santo. Ma perché gli scontrini dei caffè e delle cene offerte poi pesano, anche sulla tastiera. Il giornalista d’inchiesta frequenta persone discutibili. Deve farlo. Se vuoi raccontare la mafia, prima o poi un mafioso lo incontri. Se vuoi capire la corruzione, prima o poi devi parlare con qualcuno che la corruzione l’ha vista, organizzata, subita o praticata. Se vuoi raccontare il potere, non puoi avere in rubrica soltanto persone simpatiche.
Il problema non è quindi parlare con Valter Lavitola. Il problema è quando Valter Lavitola smette di essere una fonte e comincia a diventare l'amico Valterino. Un giornalista deve avvicinarsi abbastanza da vedere. Ma restare sufficientemente lontano da poter scrivere. È una distanza difficile da mantenere. Non c’è un metro, ma esiste un allarme interiore, che ti dice: stai attento, perché questa persona ormai non ti sta soltanto dando informazioni. Vuole usarti, vuole altro da te. E quell'allarme va ascoltato da chi fa giornalismo di provincia senza grandi mezzi ma con grandi ambizioni professionali. Va ascoltato da chi ogni mattina cerca di capire cosa succede a pochi chilometri da casa e lo fa sapendo che, in fondo, in quei pochi chilometri c’è già tutto: il denaro, il potere, il sesso, l’invidia, la camorra, la politica, la generosità, la vigliaccheria.
Noi proviamo a fare questo mestiere mentre il mestiere naufraga. Con editori poveri, giornalisti ancora più poveri, lettori distratti, social network che trasformano una menzogna in una verità prima ancora che abbiamo il tempo di telefonare alla seconda fonte. Eppure continuiamo. Non perché siamo migliori, ma perché sappiamo che, in mezzo a cento articoli inutili, ne capita uno che alla fine serve. Una persona legge. Un magistrato controlla. Un amministratore corregge una decisione. Un cittadino capisce.
Per questo la vicenda Ranucci è così grave. Non soltanto per lui, non soltanto per Report. È grave per tutti noi. Perché nel rosario delle piccole ambizioni, delle confidenze, dei sondaggi, delle telefonate notturne, degli amici che sono fonti e delle fonti che diventano amici, viene meno un altro baluardo. Un altro luogo verso il quale potevamo indicare dicendo: vedete? Questo mestiere, quando viene fatto bene, serve ancora. E quando cade un gigante non diventiamo più grandi noi nani. Diventiamo soltanto più visibili. E più soli.