24/05/2026
Per tanti ragazzi le stragi di Capaci e di via D'Amelio sono ricorrenze, giornate di incontri con la scuola per ricordare che i magistrati Falcone e Borsellino non sono solo due tizi che hanno dato i loro nomi ad una strada o ad una villa comunale.
In quelle occasioni, scatta la retorica del “ragazzi, siete voi il futuro”. Se alla nostra generazione è stato dato in sorte il tempo del tritolo, dei morti ammazzati, della paura di trovarsi in mezzo per caso, a loro viene dato in sorte il compito di aggiustare questo tempo. Purtroppo, non ne hanno gli strumenti, a volte la sensibilità o semplicemente la spinta per farlo.
In primis, perché non è vero che tutti i giovani sono belli e buoni e migliori. Alcuni sono esattamente come i loro padri, come noi, perché così li abbiamo voluti.
In secundis, perché la mia generazione ha memoria di quei tempi, di quegli anni di attesa di notizie che un altro magistrato o poliziotto saltasse per aria, ma credo che nessuno di noi riesca a trasmettere davvero ai ragazzi di oggi cosa abbiamo provato, cosa abbiamo pensato allora. Non riusciamo a trasmettere quel senso di solitudine che ci ha inondati, perche' erano come se con Falcone e Borsellino si fossero presi chi doveva difenderci. Quella solitudine che fa sentire colpevole e rende impotenti, perché è poi quella che uccise Falcone prima e Borsellino poi.
Ed è forse quel senso di impotenza di non essere riusciti a cambiare tante cose che ci spinge a lasciare il testimone a chi è più giovane, quasi come a volersi liberare di qualcosa che brucia. Noi che vogliamo affidare il futuro ai ragazzi, però, possiamo solo raccontargli dove eravamo alle 17.58 di quel 23 maggio. Noi possiamo insegnare ai giovani a tagliare nastri, inaugurare ville e vie e scuole che portino quei nomi (Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo) a suonare qualche concerto, pensare un nuovo murales.
Non conviene, però, dirgli dover eravamo dopo e, soprattutto, cosa abbiamo fatto per costruire quella famosa “società dove valga la pena trovare un posto”. Perché se oggi è permesso ai camorristi di continuare a gestire la cosa pubblica, perché se il nostro comune è stato sciolto per camorra solo pochi anni fa, è evidente che, da quel 23 maggio in poi, di certo, siamo sempre stati nel posto sbagliato.