04/07/2026
Un incontro tra poesia e musica che celebra la restanza come scelta di cura trasformando i luoghi e le comunità in spazi di relazione e speranza. Un invito a riscoprire il valore del restare, senza rinunciare al desiderio di immaginare nuovi orizzonti.
𝗖𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝘀𝗲𝗿𝗮𝘁𝗲 𝗱𝗼𝘃𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗼 𝗲 𝗶𝗹 𝗹𝘂𝗼𝗴𝗼 𝗳𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗳𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗲𝗱 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗲𝘃𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗲̀ 𝘂𝗻𝗶𝗰𝗼 𝗲 𝗶𝗿𝗿𝗶𝗽𝗲𝘁𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲.
Percorrendo l'Italia palmo a palmo, nella sua paziente auscultazione del mondo, già da tempo 𝗙𝗿𝗮𝗻𝗰𝗼 𝗔𝗿𝗺𝗶𝗻𝗶𝗼 ha registrato ovunque la crisi della dimensione comunitaria. Il poeta ci offre le sue parole come fiaccole per illuminare il presente e ci porta la sua testimonianza, tra visioni e orazioni civili, che pongono domande e chiedono risposte con vibrante ostinazione. La lingua poetica si fa strumento di conoscenza, alla ricerca di una comunicazione, di un senso condiviso, di quella intima vicinanza della quale abbiamo tutti più che mai bisogno.
A dare corpo sonoro a questa ricerca è la voce del cantautore calabrese 𝗣𝗲𝗽𝗽𝗲 𝗩𝗼𝗹𝘁𝗮𝗿𝗲𝗹𝗹𝗶. La sua vocalità calda e ruvida, radicata nel canto mediterraneo e nella grande tradizione della canzone d'autore, non si limita ad accompagnare le parole del poeta, ma entra in dialogo con esse. Le sue canzoni — attraversate dai temi della partenza e del ritorno, della dignità dei luoghi minori, di un Sud che resiste anche al di là dei suoi confini geografici — sono un altro modo di dire la nostra malinconia e la nostra ostinata vitalità con raffinata ironia.
I loro incontri sono anche un viaggio nelle nostre fragilità, per federarle e farne una forza quieta, una serena obiezione alle arroganze e alle sciatterie del nostro tempo. Franco Arminio legge i versi in cui racconta le sue crepe più intime e quelle dei luoghi che attraversa, un intreccio tra il dentro e il fuori, tra la malinconia e l'ardore, che è anche un modo di usare la poesia non come ingegneria della lingua, ma come lievito di una nuova vita comunitaria — un lievito cui la musica di Voltarelli presta il suo respiro e il suo controcanto.
È una cerimonia lieta e pensosa: c'è spazio per il nostro lato dolente, come se ogni incontro fosse una sorta di federazione delle nostre ferite, e c'è spazio per la voglia di lietezza e di comunità che non possiamo più permetterci di trascurare.