26/05/2026
Ascoltiamo gli esperti. Affidiamoci all' esperienza. Possiamo evitare tanto dolore.
Viene la pelle d’oca a pensare a quanta fatica chiediamo, ogni giorno, ai bambini dislessici.
Fatica per leggere una pagina che per altri scorre veloce. Fatica per copiare una frase, ricordare una consegna, decifrare una parola, trovare il punto esatto in cui erano rimasti. Fatica per restare dentro un ritmo pensato da chi quella fatica nemmeno la immagina.
E il problema riguarda TUTTI.
Chi dice: “Deve solo impegnarsi di più”; chi guarda il voto e dimentica il percorso; chi confonde lentezza con svogliatezza; chi pensa che uno strumento compensativo sia un vantaggio, quando spesso è solo il ponte minimo per arrivare dall’altra parte.
Un bambino dislessico può tornare a casa dopo ore di sforzo silenzioso e sentirsi dire ancora: “Dai, adesso studiamo”.
Come se fosse appena iniziata la giornata. Invece lui ha già corso una MARATONA.
La fatica dei bambini dislessici ha una caratteristica crudele: NON SI VEDE.
E allora noi adulti abbiamo una responsabilità enorme: accorgercene PRIMA che quella fatica diventi rinuncia.
Gli strumenti compensativi servono A QUESTO.
A ridurre il carico INUTILE.
A liberare energie per capire, ragionare, collegare, imparare.
A dire a quel bambino: “Il tuo valore sta in ciò che comprendi, in ciò che costruisci, in ciò che puoi diventare. Non nella velocità con cui attraversi una riga”.
Perché la vera ingiustizia è pretendere che tutti facciano la stessa strada, con le stesse scarpe, portando pesi completamente diversi.