Secinaro - Gruppo di minoranza

Secinaro - Gruppo di minoranza Gruppo consiliare di opposizione del Comune di Secinaro (AQ).

24 agosto 2016 – 24 agosto 2026Dieci anni fa, alle 3:36 del mattino, la terra tornò a tremare nel cuore dell’Italia. Ama...
24/08/2026

24 agosto 2016 – 24 agosto 2026

Dieci anni fa, alle 3:36 del mattino, la terra tornò a tremare nel cuore dell’Italia. Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e tanti piccoli paesi dell’Appennino furono devastati. In pochi istanti cambiarono per sempre la vita di migliaia di persone e il volto di intere comunità.
Qui in Abruzzo sappiamo bene cosa significa.
Solo sette anni prima, il 6 aprile 2009, il terremoto dell’Aquila aveva lasciato una ferita profonda nella nostra terra. Per questo, quella notte di agosto del 2016, il dolore di Amatrice e degli altri centri colpiti lo sentimmo ancora più vicino. Quelle immagini, quelle macerie, quel silenzio avevano qualcosa di terribilmente familiare.
E forse c’è un’immagine che, più di tutte, racconta lo spirito delle genti che hanno vissuto la devastazione dei terremoti: la torre di Amatrice ancora in piedi in mezzo alle macerie, con la bandiera italiana che continua a sventolare.
Una torre ferita, circondata dalla distruzione, ma ancora lì.
È l’immagine di una gente che ha saputo rialzarsi e che, nonostante tutto, ha scelto di restare, di ricostruire e di continuare a vivere nella propria terra. È il simbolo di valori che le popolazioni dell’Appennino conoscono bene: coraggio, resilienza, forza di volontà e amore per le proprie radici.
Sono passati dieci anni. Le case e i paesi possono essere ricostruiti, ma ci sono assenze che nessuna ricostruzione potrà mai colmare.
Ricordare significa anche questo: non lasciare sole le comunità ferite quando si spengono i riflettori.
Qui in Abruzzo non dimentichiamo.
Un pensiero alle 299 vittime, alle loro famiglie e a tutte le comunità colpite dal terremoto del Centro Italia.

24 agosto 2016. Dieci anni dopo, quella torre è ancora lì. E la memoria resta. 🇮🇹

16/06/2026

Oggi sarebbe stato il tuo compleanno.

Ci sono date che non passano mai davvero, anche quando il tempo continua ad andare avanti.
Ci sono persone che, in un modo o nell’altro, restano: nei pensieri improvvisi, nelle frasi che tornano in mente, nei sorrisi ricordati, nelle cose non dette e in quelle che avremmo ancora voluto condividere.
Ti avrei fatto gli auguri, magari con una battuta, una telefonata, un ricordo di quelli nostri.
Buon compleanno, amico mio.
Ovunque tu sia, spero ti arrivi tutto l’affetto che qui non si è mai spento 🤍

Con affetto.
Marianna

Si può studiare l’universo anche partendo da una montagna.Oggi è scomparso Antonino Zichichi, scienziato visionario e lu...
09/02/2026

Si può studiare l’universo anche partendo da una montagna.

Oggi è scomparso Antonino Zichichi, scienziato visionario e lungimirante.
Negli anni ’70, mentre sotto il Gran Sasso si scavava un traforo autostradale, immaginò qualcosa che allora sembrava quasi impossibile: costruire nel cuore della montagna il più grande laboratorio sotterraneo del mondo. Lui vide nel Gran Sasso qualcosa che andava al di là dell’immaginario: vide la possibilità di trasformare la roccia più profonda in una finestra sul cosmo. Da quell’idea nacquero i Laboratori Nazionali del Gran Sasso e l’Abruzzo entrò stabilmente nella rete internazionale della ricerca scientifica. Appunto, intuizione e lungimiranza.
La potenza di quella visione sta nel messaggio sotteso: lo sviluppo non dipende solo dalle dimensioni di un luogo, ma dalla capacità di pensarlo in modo nuovo. Zichichi ha dimostrato che anche lì dove altri non vedono molto, è possibile compiere una rivoluzione.
A lui rivolgo un pensiero riconoscente per aver legato indissolubilmente il suo nome all’Abruzzo e per la sua capacità di immaginare il futuro.

MB

𝗔𝘃𝘃𝗶𝘀𝗼: «𝘀𝘂𝗽𝗽𝗼𝗿𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹’𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗼»📌 Questo post è dedicato alle associazioni attive nel nostro paese che, in u...
09/01/2026

𝗔𝘃𝘃𝗶𝘀𝗼: «𝘀𝘂𝗽𝗽𝗼𝗿𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹’𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗼»

📌 Questo post è dedicato alle associazioni attive nel nostro paese che, in un contesto di progressiva disgregazione del tessuto sociale, stanno dimostrando straordinaria unità e resilienza.

📣 Attenzione:
la Regione Abruzzo ha pubblicato l’Avviso “Supporto all’invecchiamento attivo” (PR FSE+ Abruzzo 2021–2027), rivolto ad associazioni, APS, ETS e realtà del terzo settore che operano con la popolazione over 65.
Le domande, presentabili direttamente online, saranno istruite e finanziate in ordine cronologico su base provinciale, fino a esaurimento fondi.

👉🔗 Link all’avviso regionale:
https://coesione.regione.abruzzo.it/sites/coesione.regione.abruzzo.it/files/allegati/1065/2025-12-15/avviso-supporto-all-invecchiamento-attivo-def.pdf

🛠️ Un consiglio pratico:
Il progetto deve nascere dai bisogni delle persone e del territorio, mantenendo semplicità e concretezza. Ancor meglio, se replicabile altrove.
📑🧾Tra le spese ammissibili vi sono i contratti di collaborazione (ivi inclusi quelli necessari alla predisposizione e rendicontazione del progetto), nonché i contratti di affitto, noleggio o leasing di mezzi e attrezzature necessari alla sua realizzazione.
Individuate un bisogno concreto e un’idea realistica per soddisfarlo (finanziamento ammissibile: 30-50 mila euro).
💡Per chi non avesse i requisiti soggettivi, nessun problema, basta unirsi a un ente capofila che sia un ETS iscritti al RUNTS, una ASD iscritta al relativo registro o una fondazione iscritta all’anagrafe ONLUS con sede legale nella Regione Abruzzo.

🔄💬💡Il feedback non si ferma a questo post, resto a disposizione per condividere eventuali spunti e ipotesi di fattibilità.

Marianna

🌄** VERSO UN MANIFESTO DI POLITICA ECONOMICA PER LA MONTAGNA COME RIMEDIO ALLA RASSEGNAZIONE ISTITUZIONALE **STATO ATTUA...
28/09/2025

🌄** VERSO UN MANIFESTO DI POLITICA ECONOMICA PER LA MONTAGNA COME RIMEDIO ALLA RASSEGNAZIONE ISTITUZIONALE **

STATO ATTUALE DELLE POLITICHE PUBBLICHE PER LA MONTAGNA

Nel corso degli ultimo lustro l’intervento pubblico per la montagna si è progressivamente ridotto, divenendo sempre meno inciso e più frammentato.

La recente legge 12 settembre 2025, n. 131, recante disposizioni per il riconoscimento e la promozione delle zone montane prevede una pluralità di interventi: incentivi per l’impiego dei coltivatori diretti nella manutenzione di boschi e sentieri, misure per attrarre personale sanitario e docente, sgravi per il lavoro agile, assegni di natalità, e altro ancora. La legge ha stanziato anche delle risorse finanziarie, derivanti per buona parte dalla corrispondente riduzione del Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane.

I comuni beneficiari saranno individuati con successivo decreto, sulla base di criteri altimetrici e di pendenza non ancora definiti. Con oltre 7.800 comuni in Italia, di cui circa 2.000 situati sopra i 500 metri di altitudine, è facile prevedere che le risorse disponibili potranno essere distribuite in modo selettivo e frammentato.

📊Una semplice simulazione basata su dati ISTAT 2025 può rendere l'idea:

• soglia ipotetica > 500 m → ~95.000 € per comune
• soglia ipotetica > 600 m → ~132.000 €
• soglia ipotetica > 700 m → ~194.000 €
• soglia ipotetica > 800 m → ~299.000 €
• soglia ipotetica > 900 m → ~465.000 €

In assenza di una cornice strategica complessiva, tale meccanismo rischia di tradursi in una competizione tra territori strutturalmente fragili per l’accesso a risorse marginali, trasformando la politica per la montagna in una gestione amministrativa della scarsità.

I criteri fisico-territoriali adottati dalla norma differiscono da quelli della Strategia Nazionale per le Aree Interne, che tengono conto anche della distanza dai servizi essenziali. È il motivo per cui, ad esempio, tutti i comuni della Valle d’Aosta e del Trentino sono montani, ma non tutti rientrano nelle aree interne. Per contro, diversi comuni dell'Appennino che ricadono nelle aree interne potrebbero essere esclusi dall'aiuto. Secinaro e gli altri comuni dell’Unione Montana Sirentina dovrebbero essere inclusi.

Ma non è questo il punto. La legge offre piuttosto l’occasione per inquadrare il tema in una prospettiva più generale. Il dossier disponibile sul sito del Senato è una lettura interessante per farsi un'idea sullo stato attuale della strategia per la montagna (https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?tab=dossier&did=58033).

ALCUNI DATI

I dati ISTAT 2023 richiamati nel Libro Bianco sulla Montagna mostrano che i comuni montani rappresentano il 31% del totale (2.487 comuni), ma ospitano appena il 12% della popolazione italiana (7,1 milioni di persone). Oltre il 75% di questi comuni ricade nelle aree interne, così come identificate dall'Istat. Si tratta, grosso modo, dei comuni ultraperiferici della classificazione Istat.

I comuni che ricadono nella aree interne secondo la classificazione Istat sono molti di più: in base alla nuova mappatura relativa al ciclo di programmazione 2021-2027 della SNAI, le aree interne comprendono oltre 4mila comuni, il 48,5% del totale, con circa 13milioni e 400mila abitanti, il 25% della popolazione italiana.

I piccoli comuni di montagna, soprattutto quelli ultraperiferici, sono fortemente marginalizzati sul piano economico e demografico. Il livello di istruzione è mediamente più basso rispetto alla media nazionale. La decrescita demografica e l'invecchiamento della popolazione in questi comuni procedono con tassi più altri rispetto al resto del paese e anche rispetto agli altri comuni delle aree interne. Il fenomeno è più accentuato nei piccoli comuni montani del Mezzogiorno d'Italia, molti dei quali risultano collocati sotto la soglia di povertà definita dall'Istat.

I tagli alla spesa sociale e perequativa hanno colpito in modo particolare i territori privi di caratteristiche geomorfologiche e infrastrutturali idonee ad attrarre soggetti economici capaci di generare valore e, quindi, basi fiscali solide. Le mancate entrate proprie dei comuni italiani ammontano a circa 33 miliardi di euro (fonte: BDAP). I comuni maggiormente penalizzati sono i comuni montani, dove le seconde case rappresentano il 44,6% delle abitazioni, contro il 23,7% dei comuni non montani (fonte: Libro Bianco della Montagna).

Parallelamente, i trasferimenti pubblici si sono ridotti. Sommando tutte le risorse annualmente destinate a finanziare aree interne e comuni montani (FOSMIT, SNAI, PAC, POR, PNRR), non si raggiunge oggi l’1% del PIL. Inoltre, con la conclusione del PNRR tali risorse sono destinate a ridursi sensibilmente, fino a diventare quasi irrilevanti in rapporto al PIL.

Consideriamo ora i piccoli comuni di montagna in cui vivono circa 7,1 milioni di persone. Il tasso di disoccupazione è dell’8% (fonte: Libro Bianco della Montagna). Prendendo a riferimento questo dato e assumendo che il tasso di disoccupazione sia calcolato rispetto alla popolazione attiva, appare ragionevole stimare circa 210–230 mila disoccupati.

🧑‍🏭 Il relativo costo sociale può essere ricondotto ad un reddito non prodotto compreso tra 4,2 e 4,6 miliardi di euro annui e a mancate entrate fiscali e contributive comprese tra 1,7 e 1,8 miliardi di euro. Si tratta di un onere strutturale che incide negativamente sulla crescita economica, sulla sostenibilità della finanza pubblica e sulla capacità fiscale dei territori.

IL PROBLEMA DELLO SPOPOLAMENTO

Di fronte al paradosso della disoccupazione che convive con bisogni sociali irrisolti, la risposta naturale è lo spopolamento, rectius l’emigrazione. È una legge economica universale: funziona allo stesso modo nelle aree montane italiane come in molti paesi in via di sviluppo. Quando il lavoro manca dove i bisogni sono evidenti, le persone non restano a spiegare il paradosso: semplicemente, se ne vanno.

Per dirla in modo molto semplice: chi non guadagna in modo adeguato è difficile che decida di fare un figlio o se è giovane di mettere su famiglia. Se è giovane ed ha buone competenze è anzi molto probabile che se ne vada a lavorare in un paese che gli offra una buona retribuzione.

Il Il crollo demografico legato all'invecchiamento è un fenomeno generale che riguarda tutta l'Europa, l'emigrazione per motivi economici e per l'assenza di servizi riguarda invece soprattutto i comuni ultraperiferici delle aree interne.

Il caso di Secinaro è eloquente in tal senso; la popolazione si è quasi dimezzata negli ultimi vent’anni e, se il trend dovesse continuare, nel 2035 resterebbero meno di 200 abitanti (v. grafico a corredo del post).

Per riequilibrare l’attuale trend demografico servirebbero 10-15 nuove famiglie con figli. Ma per attrarle non bastano gli incentivi, servirebbe offrire loro una reale prospettiva di vita. Una prospettiva di vita significa soprattutto lavoro e reddito. Nessuna famiglia con figli sceglierebbe di trasferirsi in un piccolo paese con pochi servizi solo per prendere un bonus di natalità, una case gratuita o qualche esenzione fiscale.

LA CORNICE MACROECONOMICA DI RIFERIMENTO

Il problema dello spopolamento dei comuni montani merita di essere inquadrato nel più generale contesto macroeconomico.

Occorre premettere che il calo demografico è un fenomeno osserrvabile in tutta Europea. Le proiezioni ISTAT evidenziano che, per effetto del calo della natalità e dell'aumento delle prospettove di vita, nei prossimi decenni la società italiana sarà composta prevalentemente da nuclei familiari unipersonali e il ricambio generazionale sarà affidato prevalentemente agli immigrati.

Per quanto concerne le dinamiche economiche globali, occorre inoltre evidenziare che gli ultimi decenni sono stati caratterizzati da tre grandi cambiamenti, che hanno contribuito al progressivo svuotamento delle aree interne a favore del popolamento del crescente popolamento delle metropoli e delle città costiere: una progressiva concentrazione della ricchezza nelle mani di un ristretto gruppo di soggetti (peggioramento dell'indice di Gini); un progressivo trasferimento del patrimonio nazionale dfal settore pubblico a quello privato: 3. una progressiva concentrazione del controllo delle infrastrutture tecnologiche nelle mani di poche grandi società. Basti pensare che l'80 percento del capitale azionario è controllato del 2 percento degli azionisti (Brancaccio, Giammetti e Lucarelli, 2022), che i paradisi fiscali nascondono non meno di cinque volte il PIL dell'Italia (fonte dati: EU Tax Observatory) e che poche big tech controllano le principali infrastrutture e piattaforme tecnologiche utilizzate a livello globale.

Il fenomeno si è accompagnato al progressivo declino della quota salari, che nel caso dell'Italia è scesa dal 78% del 1960 al 60% di oggi, segnando una tra le peggiori diminuzioni in Europa. Parallelamente, la quota profitti è passata dal 22% al 46% del PIL (fonte dati: Istat, Ameco e INAPP). Contestualmente, si è assistito ad una generale precarizzazione dell'ìmpiego e al fenomeno del declino demografico, che ha interessato in misura maggiore i comuni ultraperiferici (fonte dati: Istat).

Per quanto concerne le politiche pubbliche, occorre segnalare che, a partire dai primissimi anni Novanta, in concomitanza con l’adesione al Trattato di Maastricht, l’Italia ha avviato una politica di riduzione della spesa pubblica che l’ha portata a divenire il principale paese europeo per entità dell’avanzo primario del bilancio pubblico (la differenza tra entrate e spese al netto degli interessi sul debito pubblico). Parallelamente, per effetto del divorzio tra Tesoro e Banca Centrale, l’Italia non ha più potuto utilizzare la leva monetaria come strumento di politica economica. Infine, per effetto dell’introduzione della moneta unica, la politica commerciale è stata provata della leva del deprezzamento del tasso di cambio (c.d. svalutazioni competitive), con la conseguenza che i riequilibri della bilancia commerciale sono stati perseguiti contenendo il costo del lavoro e comprimendo la domanda interna.

Che le regole fiscali europee abbiano carattere pro-cicilico, nel senso che contribuiscono ad aggravare le fasi recessive, imponendo consolidamenti dei bilanci statali proprio nei momenti di maggiore fragilità economica degli stati, è un aspetto che molti economisti hanno recentemente evidenziato. Infatti, rispetto a qualche decennio fa, il dibattico economico si è evoluto e molti auspicano una revisione dei parametri di Maastricht come condizione necessaria per salvare il progetto politico europeo.

In un arco di tempo di circa trent'anni, il nuovo assetto delle politiche pubbliche in Italia ha contribuito:
1. alla riduzione della domanda interna e del reddito disponibile;
2. al peggioramento delle condizioni economiche delle zone a più basso reddito, soprattutto i comuni montani del Mezzogiorno.

Nel frattempo, la riforma del Titolo V della Costituzione ha frammentato a livello regionale funzioni precedentemente riservate alla competenza statale, rendendo più difficile il coordinamento unitario della politica economica. Gli interventi pubblici a favore delle aree montane sono stati frammentati tra più livelli di governo, trasformando le regioni in soggetti coordinatori di politiche pubbliche che utilizzano strumenti finanziari eterogenei, con risultati non sempre soddisfacenti dal punto di vista dell'efficienza allocativa e dal punto di vista dei tempi di realizzazione degli interventi.

Il nuovo modello costituzionale si è accompagnato anche a una profonda riforma del sistema dei controlli. In particolare, i controlli di regolarità amministrativa-contabile si sono profondamente evoluti negli ultimi decenni, non soltanto per effetto dell'abolizione dei Co.Re.Co, ma anche in funzione del crescente peso relativo che le risorse di provenienza comunitaria hanno assunto nel bilancio degli enti territoriali.

Nell'ambito delle politiche pubbliche territoriali si è fatto progressivo ricorso a fondi PON, POR, PNRR, ecc., la cui dinamica di spesa è strettamente legata ad un peculiare sistema di controllo coordinato dalla Commissione Europea.

Si pensi, ad esempio, il recente Accordo di Programma Quadro (APQ) per l'area Gran Sasso - Valle Subequana, che vede coinvolti il Parco Sirente Velino, l'ex Comunità Montana Sirentina, due comuni della Valle Subequana e un comune della media valle dell'Aterno. L'APQ è stato finanziato nel 2023 dall'ormai soppressa Agenzia per la Coesione Territoriale per circa 6.9 mln di euro. Le linee di finanziamento del progetto derivano in parte dai fondi del Programma di Sviluppo Rurale del FEASR e in parte dai fondi del Programma Operativo Regionale del FSE. La realizzazione sarà affidato ad un ente capofila, che dovrà attuarlo rendicontando ogni spesa nei confronti dell'Autorità di gestione.

Gli atti di spesa prodotti nell'ambito di simili progetti sono soggetti ad un controllo di primo livello da parte delle autorità di gestione che mette a disposizione le risorse e ad un controllo di secondo livello da parte della Commissione Europea (nel caso dell'Italia la relativa funzione di audit è esercitata dalla Ragioneria Generale dello Stato tramite l'IGRUE).

Se annualmente l'Italia non riesce a spendere i fondi comunitari a propria disposizione e molti progetti non giungono a conclusione nei tempi, il motivo è da ricercare nel cattivo rapporto col nuovo sistema dei controlli che caratterizza l'impiego dei fondi di derivazione comunitaria.

Per programmare e gestire in modo efficace simili progetti occorrono competenze professionali e processi organizzativi interni adeguati. Accade talvolta che i progetti partono in ritardo, che gli atti amministrativi non superano il banco di prova delle "checklist di controllo" (affidamenti pubblici, gestione delle spese di personale, ecc.) o che i progetti si blocchino.

Inoltre, anche laddove simili progetti siano gestiti in modo efficiente ed efficace, non sempre il risultato in termini di outcome a medio-lungo termine è quello programmato. In altre parole, non sempre l'indotto locale ne trae beneficio in termini di crescita.

PAC, CODICE DEI CONTRATTI E EFFICIENZA ALLOCATIVA DELLA SPESA

Non tutti gli interventi pubblici per le aree di montagna si traducono in incremento del reddito locale. Solo alcune forme di spesa settoriale – come i fondi PAC o specifici progetti di sviluppo locale di successo – producono un aumento del reddito disponibile.

In altri casi, la spesa pubblica si trasmette attraverso meccanismi che fanno fuoriuscire il reddito dai piccoli comuni, come avviene per parte della spesa per investimenti gestita secondo il Codice dei contratti pubblici: una normativa finalizzata a tutelare la concorrenza, non specificamente orientata a correggere i fallimenti di mercato nelle aree marginali né a considerare la dimensione territoriale della distribuzione del reddito.

La quasi totalità della spesa pubblica italiana per consumi intermedi e per investimenti è intermediata dalle centrali uniche di committenza: l'84% della spesa pubblica gestita dalle stazioni appaltanti in Italia (242 mld) è concentrata su pochi affidamenti d'importo a base d'asta compreso tra 1 e 25 mln. di euro (Fonte: ANAC, Relazione annuale al Parlamento 2025 su dati 2024). Si tratta di un ulteriore aspetto, talvolta sottovalutato, che occorre tenere a mente quando si impostano politiche pubbliche volte alla diffusione del reddito nei circuiti economici territorali delle zone montane.

All'efficienza allocativa della spesa pubblica si collega il tema dell'outcome e, in particolare, del modello di crescita che la spesa è chiamata a promuovere.

QUALE VISIONE STRATEGICA PER I PICCOLI COMUNI DI MONTAGNA?

Più che una strategia, quella per i piccoli comuni sembra attualmente una narrazione. Si racconta che il futuro passa da prodotti tipici e turismo, ma è risaputo che un'offerta può esistere soltanto se incontra una corrispondente domanda per quei beni e servizi. Se non intravedono prospettive di domanda concrete, gli operatori economici non investono e il mercato non si crea. Ciò anche se la decisione di investore è incentivata da contributi pubblici.

Talvolta mancano le infrastrutture, in altri casi le infrastrutture vi sono, ma non sono adeguatamente valorizzare. Le infrastrutture possono essere di tipo materiale o immateriale, tra queste ultime vi sono anche quelle di tipo culturale. Ad esempio i paesi della Valle Subequana possiedono un patrimonio linguistico, culturale, storico e naturalistico unico al mondo, il cui valore non è percepito al di fuori di una ristretta cerchia di studiosi e appassionati. Laddove tale "asimmetria informativa" fosse rimossa, l'offerta creerebbe da sola i presupposti per la domanda. Si tratta di un caso di "fallimento del mercato" a cui l'azione pubblica non ha saputo finora offrire una risposta soddisfacente. Alla valorizzazione del territorio in chiave culturale sembrerebbe dedicata una linea di intervento dell'APQ Gran Sasso Valle Subequana, che potrebbe essere interessante da monitorare in ottica di "outcome".

Il “neopolamento” nei piccoli comuni, se attuato accogliendo pensionati, ricercatori o altre categorie, può sembrare positivo, ma non basta a invertire il trend demografico. Infatti, il vero cambiamento avverrebbe solo con l’arrivo di nuclei familiari con figli, che sono cruciali per garantire una crescita sostenibile e un futuro demografico stabile. Senza questo tipo di popolazione, il problema dello spopolamento rimane irrisolto.

Un'ulteriore proposta che si sente circolare è creare una "zona franca" nelle aree montane, con incentivi fiscali per le imprese. Una siffatta azione, seppure fosse realizzanbile compatibilmente con la disciplina comunitaria in tema di aiuti di stato e in materia fiscale, non sarebbe sufficiente a garantire il rilancio economico delle aree interne. L’esperienza dimostra che le aree in cui simili iniziative hanno avuto successo sono quelle che già ospitavano distretti industriali o sistemi produttivi locali.

Aziende come il gruppo Luxottica e il gruppo De Rigo non sono cresciute tra le montagne del Cadore perchè hanno beneficiato degli sgravi fiscalli concessi dallo Stato dopo il crollo della diga del Vajont, ma perchè in quel luogo hanno potuto beneficiare di una rete locale di relazione tra imprese e di competenze artigianali presenti allo stato diffuso. Si tratta del distretto italiano dell'occhialeria.

Tra i territori italiani che hanno ospitato distretti industriali, vi è anche la Valle Subequana. Il locale distretto dell'edilizia era considerato tutt'uno con quello di Raiano nella letteratura di settore degli anni Ottanta (Giacomo Becattini e Roberto Garofoli) . Si tratta di uno di quei distretti non valorizzati in occasione della legge n. 317 del 1991, che ha riconosciuto i distretti industriali come aree omogenee di piccole e medie imprese con caratteristiche comuni e con la capacità di sviluppare sinergie tra le aziende. All'epoca, la priorità politica era probabilmente più focalizzata sulla valorizzazione della vocazione turistica delle aree interne dell'Abruzzo, tramite gli enti parco.

Oggi di quel distretto rimane soltanto il vanto di aver ospitato una generazione di stuccatori, carpentieri e pavimentisti tra i migliori d'Italia. Nel frattempo, i paesi si sono svuotati, la popolazione residente è diventata sempre più anziana e la forza lavoro attiva si è ridotta, senza che ci fosse il necessario ricambio generazionale. In un simile contesto, è difficile che gli incentivi fiscali possano ravvivare un sistema produttivo locale ormai ai minimi termini.

Allo stesso modo, è improbabile che gli sgravi contributivi previsti dalla legge 131/2025 per le imprese che consentono ai lavoratori under 40 di lavorare da remoto possano avere un impatto rilevante. Per chi la possibilità di scegliere dove lavorare, soprattutto se si hanno figli in età scolare, la scelta è influenzata principalmente dall'accesso ai servizi essenziali, come scuole, ospedali, farmacie, strutture sportive e simili. Anche mantenere aperta una farmacia o un negozio di generi alimentari nei piccoli comuni di montagna sta diventando una sfida. E, se si considerano le proiezioni demografiche sull'invecchiamento della popolazione residente, è verosimile che nei prossimi anni i piccoli dovranno farsi carico persino dell'apertura dei negozi.

UN'INEVITABILE AGONIA?

L'unica strada possibile è dunque accompagnare i paesi di montagna verso un "percorso di cronicizzato declino e invecchiamento", come suggerito dal Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne approvato il 10 aprile 2025?

Fortunatamente, le condizioni macroeconomiche sono oggi più favorevoli rispetto a qualche decennio fa. I saldi positivi della bilancia commerciale accumulati dall’Italia negli ultimi anni hanno ridotto notevolmente la nostra posizione finanziaria netta sull'estero. Più in particolare, la bilancia commerciale italiana è tornata in surplus e non sussiste più l'urgenza di riallineare le partite correnti tramite politiche di compressione del reddito disponibile (https://www.youtube.com/watch?v=bSRlJsrn3aQ).

L'incremento del reddito disponibile delle fasce di popolazione con maggior propensione marginale al consumo è tornato ad essere un'opzione di politica economica per la crescita. E l'incremento del reddito disponibile è l'unico strumento a disposizione per invertire il calo demografico.

Per trovare un esempio storico di politica economica anticiclica per la montagna, bisogna tornare indietro agli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso e all'esperienza dei cantieri-scuola istituiti con la legge 29 aprile 1949, n. 264, per attività forestali, di rimboschimento, sistemazione montana e realizzazione di opere di pubblica utilità.

Finanziati attraverso il Fondo per l’addestramento professionale dei lavoratori presso la Cassa depositi e prestiti, i cantieri erano gestiti operativamente dai comuni, sotto la supervisione dei ministeri competenti. Questi interventi crearono lavoro e stimolarono l’economia locale, senza peraltro causare l'aumento del debito pubblico.

Nel ventennio 1950-1970 si registrarono nella Regione Abruzzo 8.9 mld di lire a titolo di contributi ad agricoltori e allevatori e 15.6 mld di lire di lire a titolo di spesa in opere di bonifica, consilidamento, provvista di acqua, cabine di trasformazione, sistamazione di pascoli montani, rimboschimento, opere murarie di correzione, ecc. Sommando gli stanziamenti dei cantieri con quelli Piano Casa Fanfani, la spesa annua dell’intervento non superò l’1% del PIL dell’epoca a livello nazionale. Ciononostante, ne derivò un incremento del reddito disponibile e dei consumi privati, che innescarono un circolo virtuoso di crescita trainato dalla domanda interna.

SPUNTI ECONOMETRICI

Prendendo a riferimento i numeri del Libro bianco della montagna (che, si ricorda, sono diversi rispetto ai numeri delle aree interne) si può fare qualche esercizio simulazione e ricavare l'ordine di grandezza delle variabili macroeconomiche in gioco.

🏗️Per impiegare 210–230 mila disoccupati a tempo pieno per 12 mesi l’anno in attività strategiche (es. manutenzione delle infrastrutture, tutela valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale, servizi sociali e alla persona, supporto alle filiere locali, ecc.) si spenderebbe meno di quanto annualmente a suo tempo per il Reddito di cittadinanza. Tanto per avere un'idea di grandezza, l'intervento potrebbe essere finanziato recuperando con un decimo del tax gap, ossia la differenza tra gettito fiscale potenziale e gettito fiscale reale (La stima del tax gap è documentata in MEF, Relazione sull'economia non osservata e sull'evasione fiscale e contributiva - anno 2025).

🔁Nei piccoli comuni montani, caratterizzati da mercati locali poco integrati con le grandi fasi del ciclo produttivo e commerciale, il meccanismo di trasmissione reddito–consumi alimenterebbe prevalentemente il commercio locale e i servizi di prossimità, innescando ulteriore domanda di lavoro sul territorio. Con un unico strumento si potrebbero conseguire più obiettivi: la crescita del PIL, il riequilibrio territoriale e, non ultimo, la tutela del patrimonio nazionale.

L'occupazione, anche se temporanea, potrebbe produrre un effetto crescita di lunga durata, soprattutto se promossa con attenzione alle politiche di genere. Infatti, le statistiche di Bankitalia evidenziano che i territori con più elevato tasso di presenza femminile presentano un maggiore propensione al consumo e le statistiche Istat evidenziano che il tasso di presenza femminile è inversamente correlato al tasso di spopolamento.

Un maggiore reddito disponibile a livello locale genererebbe consumi e investimenti, dunque ulteriore reddito. Si innescherebbe, così, un circuito virtuoso capace di generare maggiori entrate proprie per i comuni montani, riducendo la loro dipendenza dai trasferimenti statali e restituendo coerenza al federalismo fiscale.

💸Si tratterebbe di un investimento strategico, capace di incidere simultaneamente sulla crescita del PIL, sul contrasto allo spopolamento e sulla creazione di servizi locali, con effetti positivi anche sulla cura del territorio e sulla riduzione dei costi pubblici futuri legati al rischio idrogeologico e al degrado ambientale.

🌱Un simile intervento ridurrebbe le passività implicite e potenziali (c.d. implicit and contingent liabilities) per la finanza pubblica, riconducibili alla progressiva perdita di presidio umano dei territori. La mancata manutenzione ordinaria tende, infatti, a tradursi in costi futuri elevati e difficilmente comprimibili a carico dello Stato. Non curare i territori e le infrastrutture esistenti oggi, significa doversi farsi carico di più costosi interventi strutturali domani. Se abbandonati a sè stessi, i territori franano e le infrastrutture si deteriorano.

Lo sviluppo dei piccoli comuni montani a maggior rischio di fragilità socio-economica potrebbe essere dunque promosso in un arco di tempo relativamente breve, tramite piccole manovre finanziarie realizzabili senza stravolgere il saldo primario del bilancio statale e nel rispetto degli attuali vincoli di finanza pubblica. L'onere per il bilancio dello Stato potrebbe essere alleggerito nella misura in cui una quota della spesa pubblica in argomento fosse finanziata dalle regioni tramite le risorse del bilancio comunitario.

LA NUOVA GOVERNANCE ECONOMICA EUROPEA

La scelta degli strumenti di politica economica dipende dalle priorità politiche del momento (i valori etici condivisi in senso alla società in un determinato momento storico) e dal grado di indipendenza dei policy makers rispetto alle influenze esterne. Ad esempio, il Piano Fanfani fu attuato nonostante fosse guardato con sospetto dagli Stati Uniti, che avrebbero preferito destinare le risorse del Piano Marshall all’incremento del potere d’acquisto della classe media, al fine di favorire le importazioni.

Con la sottoscrizione del Trattato di Maastricht, l'Italia ha rinunciato alla sovranità di bilancio. L’opinione pubblica dell’epoca riteneva che la classe politica non fosse in grado di utilizzare il bilancio dello Stato in modo responsabile. Il Trattato divenne, così, un dispositivo di autocontenimento imposto da un vincolo esterno, una forma di disciplina eterodiretta destinata a sostituire quella che non si riusciva a costruire a livello parlamentare. L'adesione era anche vista come una garanzia di stabilità economica e credibilità internazionale, necessaria per evitare crisi nei mercati finanziari e per rafforzare la posizione del paese nell'Unione Europea.

Nell'attuale contesto storico, un manifesto di politica economica per la montagna andrebbe disegnato nell'ambito delle regole europee di finanza pubblica, utilizzando i pochi margini di manovra a disposizione.

L'occasione offerta dalla nuova governance economica europea è la graduale transizione della contabilità pubblica degli stati verso il metodo "accrual", ossia verso la contabilità economico-patrimoniale.

In un siffatto sistema contabile, il patrimonio ambientale e culturale di cui le aree interne sono ricche può trasformarsi da mera spesa a vera e propria “ricchezza” del bilancio pubblico. Nella prospettiva economico-patrrimoniale, infatti, montagne, paesaggi, beni culturali, patrimonio naturale e infrastrutture smettono di essere visti soltanto come fonte di spesa pubblica, e sono considerati anche come asset da inventariare e valorizzare nell'Attivo patrimoniale del bilancio pubblico consolidato. Inoltre, i principi contabili dell'attuale riforma "accrual" consente di iscrive in bilancio i beni del demanio e del patrimonio indisponibile al valore d'uso, ossia al valore netto attualizzato dei flussi prospettici delle entrate che il bene può generare in futuro (incluso il contribito alla fiscalità locale tramite le ricadute sulla crescita terrotiriale).

Una volta iscritti nell'attivo patrimoniale, con corrispondente annotazione di una riserva indisponibile tra le poste del patrimonio netto, il valore dei beni in argomento si colloca in contopartita delle passività, contibuendo, per differenza, al calcolo del patrimonioo netto.

Nella prospettiva economico patrimoniale, i criteri di sostenibilità del debito pubblico sono più ampi rispetto al rapporto debito/PIL, oggi individuato come parametro nell'ambito della procedura europea per i disavanzi eccessivi.

Inoltre, le spese in conto capitale finalizzate a migliorare la fruizione dei beni in argomento possono essere capitalizzate direttamente nel cespite patrimoniale, senza transitare per il conto economico dell'esercizio.

L'attuale conto economico consolidato del settore pubblico, ossia il prospetto di calcolo del disavanzo pubblico utilizzato dalla Commissione Europea nell'ambito della procedura per i disavanzi eccessivi, non è un vero e proprio conto economico. Infatti, la spesa per investimento è considerataper intero nell'esercizio in cui viene sostenuta e non incide sull'esercizio per la sola quota di ammortamento, come avverrebbe in un conto economico redatto secondo la logica economico patrimoniale.

Laddove anche il conto economico consolidato inziasse ad essere redatto secondo il criterio di competenza economica, si aprirebbero più ampi margini di investimento. E se tali investimenti fossero finalizzati alla messa in sicurezza, alla tutela e alla valorizzazione dei beni del demanio e del patrimonio indisponibile, tale da accrescerne il valore d'uso, si potrebbe anche pensare di esonerandoli dall'ammortamento e, pertanto, dal calcolo del disavanzo pubblico.

L'APPARENTE IRRILEVANZA DEI PICCOLI COMUNI

Il paese destinato ad essere più avvantaggiato dalla prospettiva "accrual" è proprio l'Italia, con i suoi "heritage assets", presenti soprattutto nelle aree interne. In contesti territoriali caratterizzati da elavata dotazione patrimoniale e fragilità demografica, la spesa corrente destinata alla tutela e alla valorizzazione dell'attivo pubblico non costituisce invero consumo improduttivo, ma rappresenta una forma di investimento diffuso, in grado di generare reddito, contrastare lo spopolamento e preservare il capitale materiale e immateriale.

Un simile ragionamento si potrebbe estendere agli heritage assets e agli intangible assets, alla formazione, all'assistenza alle persone svantaggiate, alla prevenzione delle malattie e a tutte le attività che nel lungo termine si traducono in minori costi futuri e i minori passività potenziali per la finanza pubblica.

L'idea che la montagna stia assumendo un ruolo e una rappresentanza politica sempre più marginali, mentre la popolazione si concentra nelle grandi città, è un fatto reale che si collega a dinamiche globali connesse al crescente grado di concentrazione del capitale e delle tecnologie e al crescente divario tra riccheza pubblica e ricchezza privata. Tuttavia, valorizzando adeguatamente il demanio e il patrimonio pubblico delle aree interne, si potrebbe rilanciare la crescita economica del Paese e promuovere il riequilibrio territoriale.

Un simile cambiamento di prospettiva, oggi favorito dalla riforma "accrual", richiederebbe il contributo di competenze multidisciplinare e un sapiente bilanciamento tra coordinamento e collaborazione interistituzionale.

Una nuova politica economica per la montagna potrebbe trovare consenso anche ben oltre i confini amministrativi dei piccoli comuni, intercettando un bacino elettorale apparentemnente inesistente, ma tutt’altro che irrilevante. Infatti, il declino demografico dei piccoli paesi comporta che alcune case stanno crollando, mentre altre sono vuote e continuano ad essere tassate. Dietro a quei muri ci sono famiglie, storie, risparmi e patrimoni che progressivamente svalutati da decenni di politiche di sottosviluppo delle aree interne. Restituire valore a quei territori significherebbe restituire valore anche a chi mantiene un legame economico, affettivo e patrimoniale con i paesi di origine.

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