Senigallia 2020 Battisti Sindaco

Senigallia 2020 Battisti Sindaco Consiglio Comunale di Senigallia

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Caro vecchio Primo....
23/10/2024

Caro vecchio Primo....

23/10/2024

Non sentirti in colpa se stai prendendo le distanze da ciò che ti toglie il sorriso.
Ti stai solo volendo bene.

R.I.P. giovane donna. Vittima di una guerra assurda che non guarda in faccia niente e nessuno...Era sopravvissuta al mas...
21/10/2024

R.I.P. giovane donna. Vittima di una guerra assurda che non guarda in faccia niente e nessuno...

Era sopravvissuta al massacro del 7 ottobre al Nova Festival: ieri, nel giorno del suo 22esimo compleanno, Shirel Golan ha deciso di togliersi la vita.
Doveva trascorrere la giornata con i genitori e visitare il Muro del Pianto a Gerusalemme. Invece, all’ultimo, ha deciso di annullare tutto. Amici e parenti l’hanno cercata invano per farle gli auguri. Era morta.
Il suo profilo Instagram, in ebraico, cita il verso dei Salmi: «Anche se cammino in una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me». Secondo amici e parenti, «il suo trauma era diventato insopportabile per lei».

ALLUVIONE: A Bologna neppure l'alluvione ferma gli ordini di cibo a domicilio.Guardate cosa tocca fare per vivere. Risch...
21/10/2024

ALLUVIONE: A Bologna neppure l'alluvione ferma gli ordini di cibo a domicilio.

Guardate cosa tocca fare per vivere. Rischiare la vita (una scivolata, altra acqua che arriva, una macchina che sbanda), per accontentare chi è al caldo a casa e non gli va di cucinare....

Per chi assume queste persone lo Stato dovrebbe obbligarli a fargli fare un contratto a tempo indeterminato con assicurazioni e tutto il resto....

Marco parla della sua esperienza dopo la morte di Leonardo Calcina di Senigallia: “Io, ex bullo, prendevo di mira i più ...
20/10/2024

Marco parla della sua esperienza dopo la morte di Leonardo Calcina di Senigallia: “Io, ex bullo, prendevo di mira i più fragili. Insulti e ceffoni, alcuni mi imploravano di smettere. Oggi chiedo scusa”.

La testimonianza di Marco, nome di fantasia, dopo il suicidio di Leonardo Calcina a Senigallia: «Ho visto diversi compagni soffrire, ma io andavo avanti a bullizzare. Avevo poca stima di me»

«I miei compagni di scuola mi imploravano di smettere di offenderli e deriderli, ma io continuavo. Se ci penso oggi, soffro tantissimo per quello che ho fatto agli altri. E soffro tantissimo anche a pensare che un ragazzo di 15 anni (Leonardo Calcina, ndr) si è tolto la vita perché è stato vittima di bullismo. Questo drammatico fatto di cronaca mi porta al mio passato e mi fa stare parecchio male».

Sono le parole di Marco (nome di fantasia), un ragazzo 25enne che ha compiuto atti di bullismo a partire dalle scuole medie e che, oggi, dopo una gioventù difficile e violenta, si trova alla comunità La Mammoletta, casa famiglia residenziale all’isola d’Elba gestita (per conto della Fondazione Exodus di don Antonio Mazzi) da Marta Del Bono e Stanislao Pecchioli.

Marco, ricorda la prima volta in cui ha compiuto atti di bullismo?
«Alle medie c’era un ragazzino che si chiamava Matteo, ricordo che veniva sempre sua mamma a prenderlo a scuola. Io lo prendevo in giro perché era un mammone, aveva bisogno della mamma per tornare a casa. Insieme a me c’erano altri ragazzi bulli. Seguivamo Matteo per gran parte del tragitto verso casa, lo insultavamo camminandogli dietro, gli dicevamo che era un bambino».

E alle superiori?
«C’era un ragazzo di nome Massimiliano, uno dei più bravi della classe, a cui tiravamo in continuazione chicchi di mais. Succedeva quando arrivava a scuola, succedeva quando usciva da scuola, ma succedeva anche durante la lezione, ricordo ancora che lui aveva paura di noi ed era proprio questo che in qualche modo ci esaltava. Un’altra volta entrò la polizia in classe con i cani anti-droga, nello zaino avevo un pezzo di fumo, lo misi di nascosto sotto il banco di un mio compagno, che fu sanzionato dalle forze dell’ordine per una cosa che era mia».

Altri episodi?
«Tantissime prese in giro a tanti compagni. Li prendevamo di mira e li offendevano, addirittura tiravamo loro degli "scappellotti". Una volta in classe c’era un ragazzo con autismo, lui faceva tutto quello che gli si chiedeva, lo mettevamo contro il muro, lo facevamo camminare acquattato, poi gli dicevamo di alzarsi in piedi quando passava sotto l’estintore, così batteva la testa. E noi ridevamo».

Contro chi vi scagliavate?
«Solitamente con le persone più fragili e quelle che studiavano, quelle che avevano buoni voti, a differenza mia e dei miei compagni bulli, che non studiavamo affatto, andavamo in giro col motorino truccato e fumavamo si*****te e spinelli».

I vostri compagni bullizzati vi chiedevano di smettere?
«Ho visto diversi compagni soffrire per quello che facevamo, mi chiedevano di lasciarli stare, a volte mi imploravano, vedevo il dolore nei loro sguardi ma io andavo avanti a bullizzare, non me ne rendevo conto in quel momento».

E i professori cosa dicevano?
«Sono stato convocato più volte in presidenza e qualche volto sono stato sospeso dalla scuola per diversi giorni. Ma ogni volta che il preside mi chiedeva di parlare dei miei atti di bullismo, io negavo spudoratamente tutto, come se non avessi fatto niente. Mi sentivo forte, intoccabile, ma in realtà ero totalmente fuori col cervello, era una condizione aggravata anche dall’uso di sostanze e alcol che ho iniziato nella tarda adolescenza».

E i genitori?
«Sapevano tutto, ma i nostri rapporti erano diventati difficili da quando ho iniziato a tornare tardi la sera e frequentare le compagnie sbagliate».

Cosa provava nel bullizzare i più fragili?
«Divertimento, volevo farmi vedere, volevo essere forte, cercavo tutto sommato un senso di appagamento per qualcosa che mi mancava».

Cosa le mancava?
«Avevo pochissima stima di me. Non riuscivo ad avere un buon rendimento scolastico, vedevo i miei compagni che andavano bene e questo mi creava frustrazione, allo stesso tempo i miei tre fratelli erano tutti bravi a scuola, e io invece avevo più difficoltà, ho finito per sfogare le mie frustrazioni sugli altri, così da sentirmi appagato e colmare un vuoto».

Si è sentito trascurato dalla famiglia?
«Direi di no, non mi hanno mai fatto mancare niente, sono stati sempre presenti, forse sono stati più gli amici sbagliati a farmi allontanare dalla famiglia e farmi precipitare».

Oggi si sente in colpa?
«Mi sento in colpa verso gli altri e verso me stesso, perché per lungo tempo ho fatto male agli altri ma anche a me stesso. Dopo l’adolescenza nel bullismo, a cavallo dei vent’anni ho avuto forti problemi di dipendenza da alcol e sostanze. Ero un ragazzo violento, sono stato molto male, ho tentato due volte il suicidio, ho perso la mia compagna, quello è stato il momento della svolta, in cui ho capito che non potevo andare avanti con una vita del genere».

Vorrebbe dire qualcosa alle vittime del suo bullismo?
«Scusa. E perdono».

Jacopo Storni per il Corriere della Sera

20/10/2024

Il successo è avere ciò che desideri.
La felicità è apprezzare ciò che ottieni.

19/10/2024

Insegna ai tuoi figli che il dolore dei compagni non è uno scherzo.
E che rendere qualcuno triste non è divertente.

INTERVISTA ALLA MAMMA DI LEONARDO SUL CORRIERE DELLA SERA(Evitare nei commenti giudizi facili, condanne preventive o ins...
19/10/2024

INTERVISTA ALLA MAMMA DI LEONARDO SUL CORRIERE DELLA SERA
(Evitare nei commenti giudizi facili, condanne preventive o insulti. Quella che faccio è cronaca che serve per comprendere un po' di più una cosa che ci riguarda tutti)

Senigallia, la madre di Leonardo, 15enne suicida: «Gli dissi: denunciamo i bulli. Ma lui sperava che tutto finisse»

Viktoryia Ramanenka: «Leo sognava la divisa. La sera prima di uccidersi ha guardato i pirati alla tv»

MARZOCCA DI SENIGALLIA- Viktoryia Ramanenka, la mamma di Leonardo, racconta che lui le diceva sempre: «Mamma ti lovvo», mamma ti amo nel gergo dei quindicenni di oggi. E poi con il pollice e l’indice disegnava nell’aria un cuore a metà aspettando che lei pure, col pollice e l’indice, chiudesse la figura. Un amore perfetto. Sul citofono ci sono i loro due nomi: Ramanenka V e Calcina L. «Lui era la mia copia, ci somigliavamo anche di carattere, serio e caparbio, una memoria di ferro, bello e muscoloso, cresceva a vista d’occhio, nuoto e judo, 45 di piede, sognava di indossare una divisa, vigile del fuoco o marina militare», bisbiglia questa mamma orgogliosa, mentre Wendy, la volpina bianca e nera di Leo, presa al canile, scodinzola in giro per l’appartamento. Viktoryia, 39 anni, di Minsk, professione contabile, con una laurea in economia e commercio, ci ha aperto la porta di casa ma vuole che per tutto il tempo dell’intervista, circa due ore, le resti seduta accanto l’avvocata Pia Perricci, che piange anche lei perché «era la seconda mamma di Leonardo», sussurra Viktoryia. È il giorno dopo il funerale di suo figlio. C’era tantissima gente a Montignano: amici, studenti, professori.
Un attestato di grande affetto, signora.
«Sì, ma mi chiedo: tutta questa gente prima dov’è stata? Dov’era? Io non l’ho vista aiutare Leo quando lui ne avrebbe avuto bisogno. A un certo punto della cerimonia si è avvicinato il preside del Panzini per farmi le condoglianze, a due passi c’era la bara di Leo. Io gli ho detto solo: “La prego di allontanarsi da me per favore”».
Parole durissime.
«Durissime? Avrei dovuto dirgli ben altro, inutile chiedere scusa adesso, adesso è troppo tardi. Leonardo chiedeva aiuto, ma loro non l’hanno ascoltato».
L’inferno dentro la classe: vogliamo parlare di questo?
«L’avevano preso di mira in tre e io dicevo a lui: almeno difenditi! Ma Leonardo era troppo buono, mite, un bambino d’oro. Il 7 ottobre, dopo che da giorni lo vedevamo abbattuto e lui continuava a dire che non voleva più studiare, che non voleva andare a scuola, io e suo padre, Francesco, vigile urbano, abbiamo deciso di fare tutti insieme una passeggiata per affrontare il problema. E Leo un po’ si è aperto. Diceva: mamma io mi vergogno a riferirti le parole con cui mi offendono, oscenità di tipo sessuale. E io allora gli dicevo: ma tu l’hai detto ai professori? E lui rispondeva: sì ma vanno avanti con la lezione come niente fosse. Il 9 ottobre era andato a parlare col prof di sostegno, ma quello gli aveva spiegato che la scuola è obbligatoria fino a 16 anni. E allora io insistevo: andiamo dai carabinieri, denunciamo quei tre ragazzi, ma Leo prendeva tempo, sperava che prima o poi l’inferno finisse. Il 10 ottobre, tre giorni prima di spararsi in bocca con la pi***la del padre, è tornato a casa e ha detto: mamma ho sistemato la cosa da me, ho fatto l’uomo, ho stretto la mano a uno di loro. Ma il giorno dopo, venerdì 11 ottobre, l’ho rivisto muto, angosciato. Di nuovo diceva che non voleva tornare più in quella scuola. La domenica sera s’è ucciso».
Non è passata neanche una settimana.
«Il tempo non passerà più, anche se adesso io pretendo giustizia: che quei bulli vadano dritti in riformatorio. E chi ha sbagliato tra i prof se la veda coi giudici. È un dovere per i docenti tutelare i ragazzi, noi li affidiamo a loro».
Ce la fa a raccontare gli ultimi momenti?
«Sì, lo faccio perché non dovrà capitare più, in nessuna scuola d’Italia, non bisogna chiudere gli occhi davanti al bullismo: il sabato di Leo era passato tranquillo, la sera aveva visto One Piece, una serie tv che parla di pirati. Ho iniziato a preoccuparmi la domenica sera: io e suo padre Francesco siamo separati, ma i rapporti tra noi sono buonissimi. Leo era a cena da Francesco, a Montignano, c’erano pure la nuova compagna Francesca, la nonna Lina. Io aspettavo la sua telefonata come ogni sera verso le 20: buonanotte mamma, sogni d’oro, questo era il saluto. Ma la telefonata non arrivava...».
A telefonare, invece, alle 20.40 è stato Francesco.
«Sì mi ha detto che Leo era sparito dopo aver preso dalla cassaforte la sua pi***la. Aveva disattivato anche la telecamera che punta l’armadio. Aveva pensato a tutto, ormai aveva deciso. Nella bara gli ho messo gli AirPods, le cuffiette che si portava sempre dietro e l’orsacchiotto Teddy a fargli compagnia. Ma perché non mi ha telefonato quella sera? Forse sarei riuscita a fermarlo».

di Fabrizio Caccia, inviato a Marzocca di Senigallia

"I DESIDERI NON SONO DIRITTI". Per Vendola e tutti i radical chic che tengono conto solo dei loro interessi«Utero in aff...
17/10/2024

"I DESIDERI NON SONO DIRITTI". Per Vendola e tutti i radical chic che tengono conto solo dei loro interessi

«Utero in affitto: vogliamo dire cosʼè? È la mercificazione delle donne, principalmente, è un uso classista e razzista delle donne, quasi sempre povere e del terzo mondo, perché i desideri non sono diritti...

Avere un figlio è un desiderio, legittimo: ma non è un diritto che io lo abbia, e se non lo posso avere adottando, se non lo posso avere normalmente per qualche motivazione, non è che io devo pretenderlo come un diritto, e devo, per arrivare a questo diritto, pagare - lautamente, e quindi se sei povero questo diritto non ce lʼhai - una donna, in genere del terzo mondo, povera... Lʼutero in affitto è una delle cose più terribili che ci siamo inventati.

Credo che questa legge sia giusta. I figli non si comprano. L'utero non può essere dato in affitto. Non è un'auto o un monolocale. Il desiderio della maternità e giusto ma non può diventare un diritto. Piuttosto, bisogna fare subito una legge per rendere veloci le adozioni. In 12/24 mesi dalla domanda. Perché tenere dei bambini in un orfanotrofio e poi chiedere soldi a chi li vuole adottare è una cosa orribile.

15/10/2024

Mattarella: "Nella Sanità non possiamo consentire divari territoriali, generazionali o sociali"

Ahahahahahahahahahahahahahhahahah

E noi continuiamo a votare sempre gli stessi partiti da decenni...
11/10/2024

E noi continuiamo a votare sempre gli stessi partiti da decenni...

La tecnica della rana bollita viva a fuoco lento. Smontano il SSN attraverso stanziamenti di bilancio sempre inferiori a...
11/10/2024

La tecnica della rana bollita viva a fuoco lento. Smontano il SSN attraverso stanziamenti di bilancio sempre inferiori alla crescita dei costi. E, come la rana di Noam Chomsky, la ggente non capisce e non se la prende con i responsabili, ma rivolge la sua incazzatura verso il personale del Pronto soccorso.

È il principio della «rana bollita» di Noam Chomsky, linguista e filosofo americano: la rana immersa in acqua bollente salta fuori immediatamente dalla pentola, ma posta in acqua fredda riscaldata lentamente, dapprima si adatta, ma quando bolle, stremata, non ce la fa a uscire e finisce inevitabilmente bollita.

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