22/05/2026
CANDIDATO Sì CANDIDATO NO, LE ELEZIONI DEI CACHI.
Provo a fare un po’ di chiarezza dopo aver ascoltato diverse voci provenienti dal panorama politico sestese. Voci che non citerò, per evitare di mettere involontariamente qualcuno in difficoltà.
I tavoli di coalizione sono iniziati ormai circa un anno fa e, già di per sé, questo dato non rappresenta esattamente un segnale incoraggiante: dopo mesi di confronti, infatti, la montagna non sembra ancora essere riuscita a partorire nemmeno un topolino.
L’obiettivo dei tavoli, almeno da quanto emerge, sarebbe quello di arrivare a tre risultati concreti:
1. una carta dei valori
2. un programma condiviso
3. un candidato unitario
Fino all’uscita pubblica del PD con il nome di Paola Morsiani, sembrerebbe che l’unico candidato emerso fosse Paolo Vino. Uso volutamente il condizionale perché, prima di arrivare a decisioni definitive, sarebbe stato corretto mantenere i nomi all’interno dei gruppi partecipanti ai tavoli, evitando di renderli immediatamente di dominio pubblico. È quindi possibile che altri nomi siano stati discussi senza che siano trapelati. Il nome di Vino, seppur ipotizzabile, non è emerso come candidato ufficiale fino all’uscita del PD con il nome di Paola Morsiani.
Di certo, il profilo ricercato avrebbe dovuto possedere alcune caratteristiche condivise dalle forze di opposizione: esperienza amministrativa e forte radicamento sul territorio sestese, così da garantire conoscenza diretta del tessuto cittadino e delle problematiche locali.
Il PD ha però deciso di annunciare pubblicamente la candidatura di Paola Morsiani. Una scelta che, personalmente, considero comunicativamente discutibile. Perché la domanda sorge spontanea: candidata a cosa?
Dalle notizie circolate, sembrerebbe una candidatura diretta a sindaco. Tuttavia, considerando la presenza di almeno due possibili candidati dell’opposizione — con l’eventualità che possa emergere anche un terzo nome proveniente da AVS o da altre forze politiche — appare più plausibile interpretare quella candidatura come una proposta in vista di eventuali primarie di coalizione.
Ed è proprio qui che emerge il nodo comunicativo: il messaggio percepito non è stato “questa è la candidata proposta dal PD da condividere con la coalizione”, bensì “questa è la candidata sindaco”. Una differenza tutt’altro che secondaria e che magari il PD ci chiarirà, forse.
A questo punto si possono ipotizzare diversi scenari.
Il primo è quello più lineare: restano in campo Morsiani e Vino, si va alle primarie e il PD ritiene di non correre particolari rischi, confidando nella vittoria della propria candidata. Primarie, risultato e avanti così.
Ma esiste anche un secondo scenario, potenzialmente più complesso: l’arrivo di un terzo candidato considerato “pericoloso” dal PD. Un nome come quello di Soad Hamdy — esempio del tutto personale e non riportato da alcuna fonte — potrebbe teoricamente intercettare il consenso di AVS, Città in Comune, Rifondazione e di una parte dello stesso elettorato PD. Realtà politiche molto attive sul territorio, sicuramente più attive del PD stesso, i cui sostenitori parteciperebbero con ogni probabilità alle primarie.
In quel caso si aprirebbero tre possibili sviluppi:
• il PD ritiene comunque di poter vincere e si va serenamente alle primarie;
• il PD teme una sconfitta ma decide comunque di restare nella coalizione affrontando il voto;
• oppure il PD valuta troppo alto il rischio di perdere nuovamente le primarie (come già successo 4 anni fa) e decide di sfilarsi dalla coalizione per correre da solo.
Nel frattempo, i tavoli continueranno: fino a quando si comprenderà che la coalizione non ha più ragione di esistere, oppure fino all’individuazione di un candidato unitario, o ancora fino alla decisione definitiva di celebrare le primarie. Primarie che, se ci saranno, forse sarebbe opportuno organizzare il prima possibile, evitando di arrivare a ridosso della campagna elettorale vera e propria con un candidato ancora da consolidare.
La comunicazione scelta dal PD, in ogni caso, trasmette l’impressione di voler forzare la mano e la reputo quindi errata dal punto di vista comunicativo.
C’è poi un altro elemento fondamentale: la necessità di tenere unita la coalizione. E il motivo è semplice. Se il PD dovesse correre da solo, difficilmente riuscirebbe ad avvicinarsi al 40%, soglia che potrebbe diventare decisiva qualora venisse approvata la proposta di legge — non ancora calendarizzata ma data da molti come imminente — che prevede, nei comuni sopra i 15.000 abitanti, l’abolizione del ballottaggio nel caso in cui uno dei candidati superi il 40% dei voti.
In uno scenario simile, un centrodestra unito capace di attestarsi intorno al 42-43% avrebbe ottime possibilità di conquistare immediatamente il Comune contro un’opposizione frammentata in più candidature, con il miglior candidato alternativo fermo magari al 30-35% (e sono ottimista).
Ed è probabilmente proprio questa prospettiva a rendere oggi la partita delle coalizioni molto più delicata di quanto possa apparire e irrinunciabile rimanere in coalizione a tutti i costi.
Tutto questo se si vuole competere per la carica di sindaco. Se ci si accontenta, invece, di essere il primo partito di Sesto San Giovanni, il discorso appena fatto va a ramengo.