PCL Siena

PCL Siena Pagina ufficiale del nucleo di Siena del Partito Comunista dei Lavoratori

L' Ucraina e' la cartina di tornasole dei pacifinti e dei filo putiniani che affollano le formazioni della cosidetta sin...
11/08/2026

L' Ucraina e' la cartina di tornasole dei pacifinti e dei filo putiniani che affollano le formazioni della cosidetta sinistra radicale irrimediabilmente plasmata dalle scorie tossiche dello stalinismo

🔴SCHLEIN E CONTE: IL CINICO USO DELL’UCRAINA COME CORPO CONTUNDENTE DELLA LORO CONTESA

Partito Comunista dei Lavoratori

La segretaria del PD e il capo del M5S si contendono la guida del campo largo facendo dell’Ucraina il proprio corpo contundente. Con due menzogne speculari e incrociate.

Il PD usa cinicamente la “difesa dell’Ucraina” come copertura del proprio sostegno generale al riarmo imperialista. Che, come ognuno può capire, ha una portata incomparabilmente superiore, tanto più oggi, rispetto agli “aiuti” militari a Kiev. Sia su scala continentale che su scala nazionale. E soprattutto ha una motivazione diversa: quella di sostenere le ragioni negoziali degli imperialismi europei e dello stesso imperialismo italiano ai tavoli di spartizione di zone di influenza, mercati, materie prime. Come ha candidamente spiegato Crosetto, la dotazione militare dell’Italia misura il suo peso politico nel mondo. Il riarmo italiano non riguarda Kiev ma il piano Mattei. È il peso italiano nella spartizione del Medio Oriente, come della pen*sola balcanica, e solo in questo quadro generale anche dell’Ucraina (la fetta italiana nel business della ricostruzione). Il PD, da partito di sistema, difende semplicemente l’imperialismo di casa propria, sia esso UE e tricolore.

Il M5S dichiara di opporsi al riarmo nel nome… del disarmo dell’Ucraina. Cioè della sua resa alle truppe di occupazione dell’imperialismo russo e ai suoi bombardamenti quotidiani. Cioè della negazione del suo diritto a resistere ad una invasione. Naturalmente, per ca**tà, sempre nel nome… della “pace”. La stessa “pace” che Trump e Putin hanno più volte evocato per negoziare tra loro la pacifica spartizione dell’Ucraina.

Peraltro il “pacifista” Conte è quello che accettò da Presidente del Consiglio il primo forte rialzo al tetto delle spese militari al 2% del PIL. E quello che continua a dirsi per “la difesa europea”, cioè per il riarmo congiunto degli imperialismi europei tramite il ricorso al debito continentale al posto di quello nazionale. Insomma, se non è zuppa è pan bagnato. E sempre a spese dei lavoratori e dei popoli oppressi.

È sconfortante notare la subordinazione delle sinistre cosiddette radicali del campo largo alle truffe incrociate dei partiti borghesi.

Solo il PCL si oppone incondizionatamente al riarmo imperialista, sia esso nazionale o continentale, e al tempo stesso difende il diritto di resistenza di ogni paese aggredito da una potenza imperialista con i mezzi di cui dispone, quale che sia la potenza imperialista in questione (USA, UE, NATO, Russia), quale che sia il governo del paese invaso (regime iraniano o governo Zelensky), e sempre in piena autonomia politica da tale governo. Noi non facciamo due pesi e due misure. Perché non confondiamo il nostro campo con le finzioni della geopolitica. Il nostro campo sono gli sfruttati e gli oppressi del mondo intero. Il nostro nemico è il capitalismo e l’imperialismo, ovunque si trovi. Il nostro programma è la rivoluzione e il socialismo.

01/08/2026

SPAGNA-UE, A CEUTA LA NEFASTA EUROPA FORTEZZA ANCORA UNA VOLTA IN AZIONE

📢 Migliaia di persone fuggono dalla miseria, dalle guerre e da altre piaghe del capitalismo e, ancora una volta, l’Unione Europea, la Spagna e il Marocco trasformano le frontiere in una trappola mortale. Solidarietà e mobilitazione immediata in difesa dei migranti. Per un mondo senza frontiere

L’arrivo di decine di migliaia di migranti a Ceuta nel giro di pochi giorni ha provocato una grave crisi umanitaria. Centri di accoglienza sovraffollati, persone che dormono all’addiaccio, numerosi decessi durante i tentativi di attraversare a nuoto e una forte militarizzazione del confine mostrano, ancora una volta, il vero volto della cosiddetta “Europa fortezza”. I governi, i media e l’estrema destra presentano questi eventi come una «valanga migratoria» o un problema di sicurezza. Tuttavia, la realtà è esattamente l’opposto: non sono i migranti a generare la crisi, bensì un sistema capitalista e imperialista che prima espelle milioni di esseri umani dai loro paesi e poi nega loro il diritto di cercare una vita dignitosa. È una realtà segnata da decenni di dominio e saccheggio da parte dell’imperialismo europeo, che ora si strappa cinicamente le vesti di fronte alle conseguenze delle proprie politiche.

🔴 LE VERE CAUSE: SACCHEGGIO, GUERRE E POVERTÀ

Nessuno abbandona la propria casa, la propria famiglia e rischia la vita in mare di propria volontà. Le massicce migrazioni che attraversano il Nord Africa sono la conseguenza di decenni di sfruttamento economico, debito estero, distruzione delle economie locali, appropriazione delle risorse naturali e politiche commerciali imposte dalle grandi potenze. A ciò si aggiungono le guerre, l’instabilità provocata dagli interventi imperialisti in Medio Oriente e nel Sahel, l’espansione dei conflitti alimentati da quegli stessi interventi e gli effetti sempre più devastanti della crisi climatica, che colpiscono in modo particolare le regioni più povere del pianeta. Milioni di persone sono costrette a emigrare perché il capitalismo ha negato loro qualsiasi prospettiva di sopravvivenza nei propri paesi.

Anziché affrontare le cause del fenomeno migratorio, l’Unione Europea ha scelto di blindare i propri confini. Il potenziamento di Frontex, gli accordi per esternalizzare il controllo migratorio verso paesi terzi e il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo consolidano una politica basata sulla militarizzazione, sulle espulsioni e sulla criminalizzazione di chi cerca rifugio. L’UE destina miliardi di euro alla costruzione di muri, al finanziamento delle forze repressive e al potenziamento dei sistemi di sorveglianza, mentre limita le vie legali e sicure per la migrazione. Allo stesso tempo, il grande capitale europeo continua a trarre vantaggio da una manodopera migrante soggetta alla precarietà, utilizzata per ridurre i salari e indebolire i diritti lavorativi dell’intera classe lavoratrice.

🔴 IL GOVERNO SPAGNOLO MANTIENE UNA POLITICA REPRESSIVA

Il governo spagnolo di Pedro Sánchez e del PSOE – con la complicità di Sumar – prosegue nella gestione delle frontiere dell’Unione Europea con una politica di militarizzazione e di inasprimento dei controlli migratori ricorrendo a un linguaggio un po’ più articolato, ma nella stessa direzione della politica reazionaria del PP, di Vox e di Alianza Catalana. Il “progressista” Sánchez definisce quanto accaduto una «violazione dell’integrità territoriale» e ha annunciato l’installazione di «boe sul frangiflutti» per creare una barriera visiva che consenta rimpatri lampo.

I discorsi di incitamento all’odio hanno spinto gli estremisti di destra e i gruppi fascisti a perseguitare e aggredire fisicamente i migranti in pieno centro città; per questo occorre fermarli a Ceuta ed evitare che la situazione si estenda ad altre località, affinché non si ripeta quanto accaduto nell’estate del 2025 a Torre Pacheco.

I rimpatri immediati, lo schieramento permanente della Guardia Civil e dell’Esercito, le reti spinate e l’applicazione degli accordi firmati con il Marocco fanno parte di una strategia che privilegia la repressione rispetto alla tutela dei diritti umani. Le morti ricorrenti a Melilla, le nuove vittime registrate a Ceuta e la repressione sistematica contro i migranti non sono fatti isolati. Costituiscono la conseguenza diretta di una politica di frontiera che considera i migranti una minaccia e non esseri umani in fuga da situazioni disperate. Nessuna persona è illegale!

🔴 IL MAROCCO UTILIZZA GLI IMMIGRATI COME STRUMENTO POLITICO

La monarchia ultrareazionaria di Mohamed VI ha una responsabilità centrale in questa e in altre crisi migratorie. Mentre reprime lavoratori, giovani, movimenti sociali e il popolo saharawi, il regime marocchino agisce come guardiano delle frontiere europee in cambio di finanziamenti e sostegno politico. In diversi momenti, il regime marocchino ha inasprito o allentato i controlli alle frontiere a seconda dei propri interessi diplomatici con la Spagna e l’Unione Europea, utilizzando migliaia di migranti come strumento di pressione nei negoziati bilaterali.

La popolazione migrante rimane così intrappolata tra due politiche ugualmente reazionarie: la repressione del regime marocchino e la chiusura delle frontiere promossa dall’Unione Europea. Per il futuro, l’UE ha intenzione di adottare il modello reazionario dell’esponente di estrema destra Giorgia Meloni, prima ministra d’Italia, che consiste nell’esternalizzare le espulsioni in vere e proprie prigioni al di fuori del continente.

🔴 CONTRO IL RAZZISMO E LA MILITARIZZAZIONE, SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE

L’estrema destra cerca di sfruttare ogni crisi migratoria per fomentare il razzismo, dividere la classe lavoratrice e attribuire ai migranti la responsabilità di problemi la cui origine risiede nelle politiche del capitalismo. Di fronte alla retorica xenofoba, i governi liberali e socialdemocratici rispondono rafforzando esattamente le stesse politiche di controllo delle frontiere che alimentano l’odio e moltiplicano le tragedie. La risposta deve essere precisamente contraria: salvataggio immediato di tutte le persone in pericolo, fine dei rimpatri immediati, alloggi dignitosi, accesso effettivo al diritto d’asilo, regolarizzazione di chi vive e lavora in Europa, abrogazione della legge sugli stranieri e rottura degli accordi migratori con i regimi repressivi.

Finché continueranno il saccheggio imperialista, le guerre, lo sfruttamento e la disuguaglianza, milioni di persone continueranno a vedersi costrette ad abbandonare le proprie case. Nessun muro potrà fermare questa realtà. La lotta contro il razzismo e per i diritti dei migranti fa parte della stessa lotta della classe lavoratrice contro il capitalismo. Di fronte all’Europa fortezza, difendiamo l’unità tra i lavoratori, la piena parità di diritti e una prospettiva socialista internazionalista che ponga fine alle cause profonde delle migrazioni forzate. Non ci sono migranti di troppo. C’è un eccesso di frontiere militarizzate, governi al servizio del capitale e un sistema capitalista che trasforma il bisogno di vivere in un reato.

🔴 SOLIDARIETÀ E MOBILITAZIONE FIN DA SUBITO

Nell’Unione Europea esistono risorse sufficienti per garantire i diritti sociali di tutte le persone, indipendentemente dal loro luogo di origine; a maggior ragione dovrebbero essercene per chi fugge dall’orrore economico, sociale o di qualsiasi altro tipo. Il fatto è che i governi destinano i cospicui fondi di cui dispongono a favorire i ricchi, gli imprenditori e a promuovere il riarmo per le guerre interimperialiste. In nome della solidarietà, gli immigrati dovrebbero essere accolti nei paesi dell’UE con pieni diritti sociali e democratici. È necessario che i partiti politici, le confederazioni sindacali, le organizzazioni per i diritti umani e altri soggetti lancino immediatamente un appello alla mobilitazione unitaria in difesa dei migranti, della loro vita e dei loro diritti. Ed è necessaria l’auto-organizzazione e l’autodifesa per proteggere la vita degli immigrati dagli attacchi fascisti!

Di fronte a questo nuovo disastro umanitario, espressione del percorso di barbarie verso cui conducono il capitalismo imperialista e l’Europa fortezza, proponiamo un’alternativa completamente opposta: no all’austerità e alla spesa militare per le guerre interimperialiste! Risorse per i lavoratori e i popoli che ne hanno bisogno, qualunque sia la loro origine! Basta con i governi capitalisti e razzisti! Che governino i lavoratori e il popolo! No all’Unione Europea imperialista. Per un’Europa socialista e un mondo senza frontiere. La vita vale più delle armi!

📰 Rubén Tzanoff

25/07/2026

🔴 LA FINE DI KEIR STARMER E IL NUOVO CANDIDATO DEL CAMBIAMENTO

Dopo le dimissioni di Starmer, Andy Burnham promette un rilancio del Partito Laburista dal “No. 10 North”

Di Workers Power (LIS Gran Bretagna)

👉🏼 https://pclavoratori.it/la-fine-di-keir-starmer-e-il-nuovo-candidato-del-cambiamento/

Keir Starmer se n’è andato. Durante l’addio, ha affermato che la sua eredità più grande era un Partito Laburista in parlamento privo di un’ala sinistra.

Si era proposto di cancellare il corbynismo, rassicurare la City, lo Stato, i generali e Washington, e dimostrare che il Partito Laburista potesse governare la Gran Bretagna senza minacciare la proprietà, i profitti o le alleanze imperialiste. Sotto questi aspetti, ha largamente avuto successo. È mancata la fiducia del gruppo parlamentare nel fatto che il grigio personaggio di Starmer – figlio di un artigiano diventato tecnocrate – potesse vincere un’altra elezione.

Il Partito Laburista è salito al potere con una schiacciante maggioranza di seggi, sebbene con quasi un milione di voti in meno rispetto all’epoca di Corbyn, e ha poi governato come se il Paese potesse essere risanato senza affrontare le forze che ci hanno portato a questa situazione. Gli aumenti salariali non hanno tenuto il passo con il costo della vita, i servizi pubblici sono stati privati dei fondi necessari, gli enti locali sono stati portati alla bancarotta e gli alloggi sono diventati inaccessibili. I migranti sono stati usati come capri espiatori. La questione di Gaza ha messo a n**o la fedeltà del Partito Laburista all’imperialismo. Reform (il partito di estrema destra guidato da Nigel Farage, ndr) ha attinto alla rabbia a cui Starmer non è riuscito né a dare risposta né a organizzare un’opposizione.

Il governo ha cercato di far approvare drastici tagli alle indennità di invalidità e ha fatto marcia indietro solo a seguito di una massiccia rivolta dei deputati di seconda fila. Ha messo al bando l’organizzazione Palestine Action in base alla legislazione antiterrorismo, criminalizzando le espressioni di sostegno; la polizia ha arrestato migliaia di persone e ne ha incriminate centinaia, prima che il divieto fosse confermato dalla Corte d’Appello. Ha provveduto a limitare i processi con giuria per i reati che comportano pene fino a tre anni.

IL RILANCIO DI BURNHAM

Andy Burnham possiede uno stile politico che mancava a Starmer: radici regionali, un’esperienza come sindaco e un istinto per il linguaggio del territorio, dell’orgoglio, degli autobus, delle città, dei centri storici, dell’edilizia abitativa e del controllo pubblico. È in grado di dare voce a rivendicazioni che Starmer riconosceva a malapena.

Ma la sua proposta non è un ritorno al “corbynismo”. È un altro modo di preservare l’assetto post-Corbyn: cioè continuare con lo stesso governo laburista ma con un accento regionale, contorni più morbidi e una veste socialdemocratica.

Il suo discorso del 29 giugno a Manchester è stato scritto proprio a questo scopo. Burnham ha promesso un “No. 10 North”, il «centro nevralgico» di una «Gran Bretagna riprogettata» (1). Ha denunciato il modello fallimentare di Westminster, ha promesso «una crescita solida in ogni quartiere» e ha delineato una missione decennale volta a riequilibrare il potere e il tenore di vita.

Punta a un maggiore controllo pubblico su acqua, energia, trasporti e edilizia abitativa; un importante programma di costruzione di alloggi popolari; istruzione, occupazione giovanile e formazione tecnica; una riforma delle imposte sulle imprese; appalti a favore delle aziende britanniche; la reindustrializzazione nei settori dell’acciaio, dell’energia, dell’alimentare e della difesa.

Il suo fascino è evidente. La Gran Bretagna è deturpata da un governo centralizzato, disuguaglianze regionali, trasporti allo sfascio, centri cittadini deserti, lavoro precario, alloggi inaccessibili e abbandono sociale. Ma l’affermazione di Burnham secondo cui il Labour debba soprattutto riconquistare gli elettori che si stanno orientando verso Reform si basa su presupposti discutibili. Reform rappresenta una minaccia reale, ma i dati di YouGov sui flussi elettorali nelle elezioni locali hanno evidenziato che gli elettori laburisti del 2024 si sono orientati in misura maggiore verso i Verdi e i Liberaldemocratici, piuttosto che verso Reform. “Riconquistare gli elettori di Reform” può rapidamente diventare la giustificazione per una virata a destra in materia di immigrazione, ordine pubblico e identità nazionale: proprio il terreno su cui Starmer è stato sconfitto.

IL “MANCHESTERISMO”

Il linguaggio radicale di Burnham si scontra con lo stesso ostacolo anche su altri terreni. Promette il «più grande cambiamento delle nostre vite» pur ribadendo il proprio impegno nei confronti del programma elettorale del Partito Laburista del 2024 e delle regole di bilancio: una nuova direzione all’interno dello stesso quadro che ha intrappolato Starmer.

Vuole ridistribuire il potere, ma non quello di classe. Vuole il controllo pubblico, ma non parla di espropri. Vuole gli alloggi popolari, ma non lo scontro con il Ministero del Tesoro che la loro costruzione richiederebbe. Reindustrializzazione, sì, ma entro i limiti della competitività nazionale e della crescita capitalista, il che significa perdita di posti di lavoro e contenimento salariale.

Il “manchesterismo” è una strategia di pubbliche relazioni. I suoi slogan — crescita positiva, “No. 10 North”, il rinnovamento della Gran Bretagna, speranza in ogni cuore — sono elastici, quando non del tutto opachi. Sono concepiti proprio per permettere a ciascuno di vederci ciò che desidera.

Ma il “manchesterismo” non è solo una posa completamente vuota. È una forma politica: managerialismo dei sindaci, devoluzione, coalizioni per la crescita locale, intervento statale selettivo, promozione civica e un linguaggio di leadership più empatico. Sposta il potere a livello geografico, non sociale. Attacca il centralismo di Whitehall (quartiere sede dei ministeri a Londra, ndr), non la proprietà capitalista. Parla del luogo come sostituto della classe. Offre controllo pubblico senza controllo dei lavoratori.

Ecco perché Burnham è più pericoloso per la sinistra rispetto a Starmer. Laddove Starmer ha dovuto fare affidamento sulla disciplina, Burnham punterà sull’assimilazione. Può apparire “diverso da Starmer” pur rimanendo accettabile per la destra del Labour, lo Stato, il mondo degli affari, la burocrazia sindacale e gran parte della sinistra liberale.

Le nomine smontano la retorica. Il capo di gabinetto designato da Burnham, James Purnell, è un ministro dell’era Blair che ha introdotto programmi di reinserimento lavorativo per i beneficiari di sussidi sociali, nonché ex amministratore delegato di Flint Global, una società di consulenza aziendale che annovera tra i propri clienti BP, Uber e Amazon. Burnham parla di controllo pubblico sull’acqua e sull’energia, ma i monopoli interpreteranno la nomina di Purnell come una garanzia contro la nazionalizzazione.

I SINDACATI

La disputa sul Tesoro sta già mettendo alla prova la coalizione di Burnham. Unison ha appoggiato Ed Miliband come ministro del Tesoro, ritenendolo più propenso a sostenere gli investimenti, il controllo pubblico e una rottura con l’ortodossia in stile Reeves. Unite e GMB si oppongono a lui sui temi delle “emissioni zero” e delle licenze nel Mare del Nord, temendo per i posti di lavoro nei settori del petrolio, del gas e in quelli correlati.

Unite e GMB hanno ragione a rifiutare una transizione pagata con i posti di lavoro dei lavoratori. Ma questo non può significare difendere i piani di investimento di Shell, BP o Equinor. Unison ha ragione a cercare una rottura con la linea del Tesoro in stile Reeves. Ma nemmeno una transizione verde gestita attraverso i mercati, i sussidi e le aziende energetiche private garantirà giustizia.

I membri dei sindacati e del Partito Laburista dovrebbero dire: no alla perdita di posti di lavoro, no a una nuova manna per il settore privato dei combustibili fossili, no a una transizione guidata dal mercato che sacrifichi i lavoratori o il clima a favore dei bilanci dei giganti dell’energia. L’intero sistema energetico – petrolio, gas, elettricità, reti, energie rinnovabili e acqua, produzione e fornitura – dovrebbe essere nazionalizzato sotto il controllo dei lavoratori, senza indennizzi.

I lavoratori dei settori interessati hanno bisogno di posti di lavoro garantiti, salari, riqualificazione professionale e controllo sindacale sui piani di transizione prima che i loro posti di lavoro vengano eliminati. Un piano democratico dovrebbe indirizzare gli investimenti verso l’isolamento termico, i trasporti pubblici, il potenziamento delle reti, la produzione di energie rinnovabili e la produzione socialmente utile.

Ecco cosa significa demercificare l’energia: non fissare tetti ai prezzi, non regolamentare né supplicare le aziende private di investire, ma prendere i beni e i profitti, metterli sotto controllo democratico e pianificare l’uscita dal mercato.

NESSUN ASSEGNO IN BIANCO

La frase preferita di Burnham, «controllo pubblico», solleva la stessa questione. Significa nazionalizzazione, proprietà comunale, regolamentazione, partecipazione statale, partenariato pubblico-privato o controllo dei lavoratori?

La devolution non equivale alla democrazia. Trasferire il potere da Whitehall ai sindaci e alle autorità combinate può rafforzare le coalizioni imprenditoriali locali con la stessa facilità con cui rafforza quelle dei lavoratori e degli inquilini. L’esempio di Manchester dimostra che Burnham ha in mente la prima opzione. Qualsiasi vero riequilibrio deve basarsi su delegati eletti provenienti dai luoghi di lavoro, dai sindacati, dalle organizzazioni degli inquilini, dalle campagne per il clima, dalle comunità di migranti e dai quartieri della classe operaia.

I sindacati non dovrebbero concedere a Burnham un assegno in bianco. Che al numero 11 (sede del Ministero del Tesoro, ndr) sieda Miliband, Streeting o chiunque altro, le regole fiscali, il programma elettorale e la proprietà capitalista rimarranno invariati, a meno che il movimento operaio non imponga una rottura.

Anziché scegliere tra i ministri, i sindacati dovrebbero convocare un’assemblea generale del movimento operaio incentrato su un programma d’emergenza dei lavoratori: abrogare le leggi antisindacali, ripristinare i salari e i servizi, difendere i migranti, fermare le spedizioni di armi verso Israele, opporsi al riarmo della NATO, porre fine alla repressione del movimento palestinese, abolire le misure anti-immigrati di Shabana Mahmood e trasferire immediatamente l’energia, l’acqua, le ferrovie, le poste e le banche alla proprietà pubblica democratica sotto il controllo dei lavoratori.

L’ascesa di Burnham è un monito, non una soluzione. Il Partito Laburista sta cercando di rinnovarsi prima che la classe operaia rinnovi le proprie organizzazioni. I comunisti non dovrebbero né stare a guardare con disprezzo da bordo campo né saltare sul carrozzone di Burnham. Ogni promessa deve trasformarsi in una rivendicazione, ogni contraddizione in una campagna, ogni dibattito sindacale in una lotta per una politica indipendente della classe operaia.

Anche Starmer era arrivato come portatore di cambiamento. Nel giro di un anno il suo rinnovamento nazionale si è trasformato in tagli, repressione e ritirata. Burnham ora vende speranza, appartenenza locale e un rilancio del Nord all’interno delle stesse regole fiscali, della stessa distribuzione della ricchezza e delle stesse alleanze imperialiste. A meno che il movimento operaio non imponga una rottura con tutte e tre queste realtà, la nuova direzione riporterà alla vecchia delusione.

(1) Il numero civico 10 – “No. 10” – di Downing Street a Londra fa riferimento alla residenza del Primo Ministro. “No. 10 North” evoca l’idea di Burnham di uno spostamento nel Nord (dell’Inghilterra) delle funzioni e del baricentro dell’attività di governo, ivi compresa una decentralizzazione delle attività ministeriali (ndr).

20/07/2026

🚩 A venticinque anni dall’omicidio di Carlo Giuliani da parte dello Stato imperialista, protagonista di quel G8, come militanti comunisti e internazionalisti non possiamo dimenticare né perdonare. Di fronte all'avanzata di destre sempre più reazionarie rappresentate proprio da un esponente di quelle forze armate che posero fine alla vita di Carlo, rilanciamo la nostra rivendicazione per la massima unità d’azione delle forze del movimento operaio e comunista contro le politiche del governo Meloni, la repressione e il riarmo, ma anche contro quella "destra della destra" che inneggia alla "remigrazione".

Quest'anno, l'infausto anniversario cade nel giorno dell'ennesimo assassinio commesso dal braccio repressivo dello Stato, quello di Abderrahim Fakir. Al di là del lutto che stringe tutti, è anche l'occasione di un bilancio politico chiaro. Si tratta di omicidi consumati nel contesto di un intensificarsi della repressione statale che solo l'arretramento del movimento operaio e di tutti i movimenti democratici ha reso possibile. Venticinque anni fa le condizioni erano diverse. Il grande movimento No Global si predisponeva come terreno per la maturazione di una opposizione sociale dotata del potenziale di tenere ben sigillate nelle fogne le politiche reazionarie che, invece, sarebbero purtroppo seguite. La domanda allora è: cosa ne fu di quel potenziale alternativo, di quell'antagonismo sociale, di quel "popolo della sinistra"? Venne largamente disperso dal soggetto politico che se ne intestava le ragioni. Il tradimento clamoroso da parte di Bertinotti, in quella Rifondazione Comunista che, nell'interesse della governabilità borghese, voltò le spalle alla propria base, demoralizzò a tal al punto quel popolo, il nostro popolo, da produrre la passività e il qualunquismo "antipartito" da cui ancora si stenta a venir fuori. Solo un partito comunista di nome e di fatto può far giustizia di tutto il sangue scorso all'altare del profitto, anche quello di Carlo Giuliani. Soviet + Partito. Nessuna soluzione al di fuori di questo processo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ricordiamo il disastro di 50 anni fa' consapevoli che il capitalismo, che tutela  il profitto e non la vita delle person...
11/07/2026

Ricordiamo il disastro di 50 anni fa' consapevoli che il capitalismo, che tutela il profitto e non la vita delle persone, non può garantire la transizione ecologica

🔴 A CINQUANT’ANNI DAL DISASTRO DI SEVESO

Partito Comunista dei Lavoratori

👉🏼 https://pclavoratori.it/a-cinquantanni-dal-disastro-di-seveso/

Il 10 luglio 1976, in Brianza, dal reattore della fabbrica ICMESA di Meda, di proprietà della multinazionale svizzera Givaudan-Roche, si sollevò una nube tossica di Triclorofenolo, la forma più letale di diossina.

Nella narrazione dei principali quotidiani, Seveso è stato a lungo descritto come una fatalità, un errore tecnico, un “incidente” della modernizzazione industriale. Per noi il disastro di Seveso non è stato null’altro di diverso da quello che successe a Bhopal nel 1984 (con le dovute differenze in termini di vittime e di contesto, paese imperialista l’Italia e paese semicoloniale l’India) o, per rimanere a noi più vicini, è successo a Casale Monferrato con l’Eternit o in Campania con la miriade di discariche abusive nella Terra dei Fuochi.

Le inchieste indipendenti condotte nei mesi successivi da riviste come Sapere o quotidiani come Lotta Continua dimostrarono che le cause del disastro risiedevano interamente nel taglio dei costi di sicurezza per accelerare i ritmi produttivi.
Il reattore dell’ICMESA funzionava oltre i limiti di sicurezza prescritti e non era affatto dotato di sistemi di contenimento della nube in caso di sovrapressione, e i sistemi di controllo della temperatura erano carenti.

Per ben cinque giorni, l’ICMESA e la Givaudan-Roche tacquero la presenza della diossina alle autorità locali, permettendo a bambini e lavoratori di continuare a respirare il veleno.

Il governo, dal canto suo, guidato dalla Democrazia Cristiana di Giulio Andreotti, operò per settimane un controllo militare del territorio volto più a proteggere gli interessi e i segreti industriali della multinazionale che a salvaguardare la salute pubblica.

LE LEZIONI DI SEVESO PER UNA PROSPETTIVA ECOSOCIALISTA

Scrittrici e militanti comuniste come Laura Conti, con il testo di denuncia Visto da Seveso, e anche Tiziano Bagarolo, che citerà la tragedia di Seveso in vari passaggi del suo Marxismo ed Ecologia collegandola con altri disastri come quello di
Bhopal in India, compresero che anche dopo Seveso non era più possibile scindere la critica allo sfruttamento del lavoro dalla critica allo sfruttamento della natura.

La tragedia di Seveso, con il suo portato sui corpi delle proletarie e dei proletari della Brianza, accese il dibattito anche sull’aborto, visto l’alto rischio di malformazioni per le donne incinte di Seveso e dei comuni limitrofi.

Oggi, a cinquant’anni da quella tragedia, le cause che portarono a quel terribile disastro dominano ancora l’economia.
Le multinazionali, ma anche le piccole aziende sui territori continuano ad applicare lo stesso identico schema che portò all’esplosione dell’ICMESA, quello del profitto al di sopra di tutto.
Basti pensare al caso del fiume Sarno in Campania, il più inquinato d’Europa nel quale sversano i propri scarichi le industrie agroalimentari dell’Agro Nocerino Sarnese e le concerie di pelle di Solofra. O alle navi dei veleni inabissate al largo delle coste tirreniche calabresi.

La lezione di Seveso è questa: la transizione ecologica di cui tanto si parla non si farà che espropriando i mezzi di produzione dalle mani dei padroni, grandi o piccoli che siano, per consegnarli al controllo dei lavoratori.
Solo con un governo delle lavoratrici e dei lavoratori potrà accadere ciò e l’ambiente potrà tornare ad essere una priorità reale.

09/07/2026

🔴 IL DISEGNO DI LEGGE SULL’ANTISEMITISMO: UN PEZZO DELLA COSTRUZIONE AUTORITARIA DEL REGIME ITALIANO

Il 4 marzo il Senato ha approvato il disegno di legge contro l’antisemitismo. Ora si attende ola passaggio alla Camera. Ha avuto un consenso trasversale, infatti è stato votato dalla destra di governo e da parte del centrosinistra, con il voto favorevole di alcuni senatori e l’astensione della maggioranza dei senatori del PD

AVS e M5S hanno votato contro. Questo ddl vuole consolidare a livello giuridico la repressione del grande movimento per la libertà della Palestina che ha attraversato il nostro Paese nei mesi scorsi. Insieme al decreto sicurezza, che colpisce il diritto a manifestare e aumenta i poteri di polizia, esso costituisce un dispositivo articolato inteso a colpire i movimenti sociali, a cominciare dalle lotte dei lavoratori, i movimenti per i diritti civili e per la salvaguardia dell’ambiente, e i movimenti di solidarietà internazionale come quello per la libertà della Palestina.

Questo articolato complesso giuridico segna un salto di qualità nel carattere autoritario del regime italiano, funzionale agli interessi dell’imperialismo italiano, sia sul piano interno, prevenendo mobilitazioni di massa destabilizzanti, sia sul piano internazionale, tutelando le sue relazioni speciali, economiche e militari con lo Stato sionista ed in generale in tutto il Medio Oriente.

Lo scopo reale del ddl antisemitismo, che ufficialmente è quello di combattere la recrudescenza di questa forma di razzismo, in realtà è quella di equiparare antisemitismo e antisionismo e di perseguitare ogni critica ed ogni opposizione al governo e allo Stato di Israele.

Il testo aderisce completamente alla definizione di antisemitismo coniata all’organizzazione sionista dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Questa definizione, pur concedendo che si possano fare critiche “generiche” al governo di turno dello stato sionista, tende invece a stigmatizzare come antisemite la denuncia delle politiche dello Stato di Israele, e non solo di un suo congiunturale governo.

Cosi avviene che forme di boicottaggio economico dello stato di Israele, come quelle del movimento internazionale Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che si prefiggono di colpire Israele in quanto tale, vengano definite come azioni antisemite. La stessa sorte può perfino toccare al rapporto di Amnesty International. La stessa denuncia dell’apartheid di cui sono vittime i palestinesi e del genocidio di Gaza divengono espressioni antisemite.

Ora, se le definizioni dell’IHRA diventano legge, per cui esse debbano costituire la base della formazione al contrasto dell’antisemitismo di polizia, forze armate e magistratura, il punto di riferimento per il contrasto dell’antisemitismo sul web, nondimeno costituiscono la base giuridica per la repressione delle espressioni di denuncia della politica dello Stato sionista, e ancor più nella messa in discussione della sua stessa esistenza.

Bisogna sgombrare il campo dai dubbi. È certo che non verrà mai accusata di antisemitismo la teoria dei due stati per due popoli, ossia il diritto per i palestinesi ad avere uno staterello angusto e senza poteri, più simile ad un bantustan che ad uno Stato, e la cui esistenza peraltro non sarà mai consentita dallo Stato di Israele.

Questa è solo una scappatoia ipocrita per quelle forze politiche ed intellettuali che in realtà negano o addirittura si oppongono ad ogni sostegno serio della causa palestinese. Non è una possibile soluzione diplomatica ma una vera e propria parola d’ordine reazionaria.

La rivendicazione della liberazione della Palestina “dal fiume al mare” e del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese diventa ipso facto una espressione di antisemitismo che deve essere repressa dalle forze dell’ordine a termini di legge.

La libertà del popolo palestinese “dal fiume al mare” è stata la rivendicazione gridata nelle piazze piene di centinaia di migliaia di manifestanti tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Un movimento di solidarietà con la Palestina ed il popolo palestinese così imponente da scardinare le misure di polizia contenute nel decreto sicurezza. Ma soprattutto un movimento popolare, di studenti e lavoratori finalmente chiamati alla mobilitazione unitaria dalle proprie organizzazioni sindacali, così vasto da far tremare il governo italiano e mettere in seria discussione la sua complicità con i crimini dello Stato sionista.

La stessa possibilità futura di una nuova mobilitazione esplosiva deve essere preventivamente scongiurata, cominciando da subito a perseguitarne le possibili avanguardie, accusate di antisemitismo e per questo accusate di costituire una minaccia alla sicurezza nazionale, alla stregua delle organizzazioni terroristiche.

Di fatto, la sacrosanta lotta senza quartiere contro un’ideologia politica colonialista e razzista come quella sionista viene equiparata all’antisemitismo, e per questo repressa dall’apparato giudiziario e di polizia dello Stato italiano.

Quale che sia l’esito parlamentare del ddl antisemitismo, il Partito Comunista dei Lavoratori, che si riallaccia alle posizioni della Quarta Internazionale del 1948 (che, unica organizzazione politica, si oppose alla creazione di uno stato sionista e si pronunciò invece per l’unificazione della Palestina e di tutto il Medio Oriente), non si farà intimidire e continuerà a sostenere la necessità della distruzione rivoluzionaria dello stato sionista, l’eroica resistenza del popolo palestinese e di tutti i popoli attaccati dal sionismo, la liberazione della Palestina, per una Palestina libera democratica e socialista nell’ambito della federazione socialista di tutto il Medio oriente.

È ciò che i marxisti rivoluzionari devono sostenere se vogliono essere coerenti con le ragioni dei popoli oppressi e del proletariato internazionale.

Federico Bacchiocchi

Indirizzo

Siena
53100

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando PCL Siena pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'organizzazione

Invia un messaggio a PCL Siena:

Scelte rapide

Condividi