25/07/2026
🔴 LA FINE DI KEIR STARMER E IL NUOVO CANDIDATO DEL CAMBIAMENTO
Dopo le dimissioni di Starmer, Andy Burnham promette un rilancio del Partito Laburista dal “No. 10 North”
Di Workers Power (LIS Gran Bretagna)
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Keir Starmer se n’è andato. Durante l’addio, ha affermato che la sua eredità più grande era un Partito Laburista in parlamento privo di un’ala sinistra.
Si era proposto di cancellare il corbynismo, rassicurare la City, lo Stato, i generali e Washington, e dimostrare che il Partito Laburista potesse governare la Gran Bretagna senza minacciare la proprietà, i profitti o le alleanze imperialiste. Sotto questi aspetti, ha largamente avuto successo. È mancata la fiducia del gruppo parlamentare nel fatto che il grigio personaggio di Starmer – figlio di un artigiano diventato tecnocrate – potesse vincere un’altra elezione.
Il Partito Laburista è salito al potere con una schiacciante maggioranza di seggi, sebbene con quasi un milione di voti in meno rispetto all’epoca di Corbyn, e ha poi governato come se il Paese potesse essere risanato senza affrontare le forze che ci hanno portato a questa situazione. Gli aumenti salariali non hanno tenuto il passo con il costo della vita, i servizi pubblici sono stati privati dei fondi necessari, gli enti locali sono stati portati alla bancarotta e gli alloggi sono diventati inaccessibili. I migranti sono stati usati come capri espiatori. La questione di Gaza ha messo a n**o la fedeltà del Partito Laburista all’imperialismo. Reform (il partito di estrema destra guidato da Nigel Farage, ndr) ha attinto alla rabbia a cui Starmer non è riuscito né a dare risposta né a organizzare un’opposizione.
Il governo ha cercato di far approvare drastici tagli alle indennità di invalidità e ha fatto marcia indietro solo a seguito di una massiccia rivolta dei deputati di seconda fila. Ha messo al bando l’organizzazione Palestine Action in base alla legislazione antiterrorismo, criminalizzando le espressioni di sostegno; la polizia ha arrestato migliaia di persone e ne ha incriminate centinaia, prima che il divieto fosse confermato dalla Corte d’Appello. Ha provveduto a limitare i processi con giuria per i reati che comportano pene fino a tre anni.
IL RILANCIO DI BURNHAM
Andy Burnham possiede uno stile politico che mancava a Starmer: radici regionali, un’esperienza come sindaco e un istinto per il linguaggio del territorio, dell’orgoglio, degli autobus, delle città, dei centri storici, dell’edilizia abitativa e del controllo pubblico. È in grado di dare voce a rivendicazioni che Starmer riconosceva a malapena.
Ma la sua proposta non è un ritorno al “corbynismo”. È un altro modo di preservare l’assetto post-Corbyn: cioè continuare con lo stesso governo laburista ma con un accento regionale, contorni più morbidi e una veste socialdemocratica.
Il suo discorso del 29 giugno a Manchester è stato scritto proprio a questo scopo. Burnham ha promesso un “No. 10 North”, il «centro nevralgico» di una «Gran Bretagna riprogettata» (1). Ha denunciato il modello fallimentare di Westminster, ha promesso «una crescita solida in ogni quartiere» e ha delineato una missione decennale volta a riequilibrare il potere e il tenore di vita.
Punta a un maggiore controllo pubblico su acqua, energia, trasporti e edilizia abitativa; un importante programma di costruzione di alloggi popolari; istruzione, occupazione giovanile e formazione tecnica; una riforma delle imposte sulle imprese; appalti a favore delle aziende britanniche; la reindustrializzazione nei settori dell’acciaio, dell’energia, dell’alimentare e della difesa.
Il suo fascino è evidente. La Gran Bretagna è deturpata da un governo centralizzato, disuguaglianze regionali, trasporti allo sfascio, centri cittadini deserti, lavoro precario, alloggi inaccessibili e abbandono sociale. Ma l’affermazione di Burnham secondo cui il Labour debba soprattutto riconquistare gli elettori che si stanno orientando verso Reform si basa su presupposti discutibili. Reform rappresenta una minaccia reale, ma i dati di YouGov sui flussi elettorali nelle elezioni locali hanno evidenziato che gli elettori laburisti del 2024 si sono orientati in misura maggiore verso i Verdi e i Liberaldemocratici, piuttosto che verso Reform. “Riconquistare gli elettori di Reform” può rapidamente diventare la giustificazione per una virata a destra in materia di immigrazione, ordine pubblico e identità nazionale: proprio il terreno su cui Starmer è stato sconfitto.
IL “MANCHESTERISMO”
Il linguaggio radicale di Burnham si scontra con lo stesso ostacolo anche su altri terreni. Promette il «più grande cambiamento delle nostre vite» pur ribadendo il proprio impegno nei confronti del programma elettorale del Partito Laburista del 2024 e delle regole di bilancio: una nuova direzione all’interno dello stesso quadro che ha intrappolato Starmer.
Vuole ridistribuire il potere, ma non quello di classe. Vuole il controllo pubblico, ma non parla di espropri. Vuole gli alloggi popolari, ma non lo scontro con il Ministero del Tesoro che la loro costruzione richiederebbe. Reindustrializzazione, sì, ma entro i limiti della competitività nazionale e della crescita capitalista, il che significa perdita di posti di lavoro e contenimento salariale.
Il “manchesterismo” è una strategia di pubbliche relazioni. I suoi slogan — crescita positiva, “No. 10 North”, il rinnovamento della Gran Bretagna, speranza in ogni cuore — sono elastici, quando non del tutto opachi. Sono concepiti proprio per permettere a ciascuno di vederci ciò che desidera.
Ma il “manchesterismo” non è solo una posa completamente vuota. È una forma politica: managerialismo dei sindaci, devoluzione, coalizioni per la crescita locale, intervento statale selettivo, promozione civica e un linguaggio di leadership più empatico. Sposta il potere a livello geografico, non sociale. Attacca il centralismo di Whitehall (quartiere sede dei ministeri a Londra, ndr), non la proprietà capitalista. Parla del luogo come sostituto della classe. Offre controllo pubblico senza controllo dei lavoratori.
Ecco perché Burnham è più pericoloso per la sinistra rispetto a Starmer. Laddove Starmer ha dovuto fare affidamento sulla disciplina, Burnham punterà sull’assimilazione. Può apparire “diverso da Starmer” pur rimanendo accettabile per la destra del Labour, lo Stato, il mondo degli affari, la burocrazia sindacale e gran parte della sinistra liberale.
Le nomine smontano la retorica. Il capo di gabinetto designato da Burnham, James Purnell, è un ministro dell’era Blair che ha introdotto programmi di reinserimento lavorativo per i beneficiari di sussidi sociali, nonché ex amministratore delegato di Flint Global, una società di consulenza aziendale che annovera tra i propri clienti BP, Uber e Amazon. Burnham parla di controllo pubblico sull’acqua e sull’energia, ma i monopoli interpreteranno la nomina di Purnell come una garanzia contro la nazionalizzazione.
I SINDACATI
La disputa sul Tesoro sta già mettendo alla prova la coalizione di Burnham. Unison ha appoggiato Ed Miliband come ministro del Tesoro, ritenendolo più propenso a sostenere gli investimenti, il controllo pubblico e una rottura con l’ortodossia in stile Reeves. Unite e GMB si oppongono a lui sui temi delle “emissioni zero” e delle licenze nel Mare del Nord, temendo per i posti di lavoro nei settori del petrolio, del gas e in quelli correlati.
Unite e GMB hanno ragione a rifiutare una transizione pagata con i posti di lavoro dei lavoratori. Ma questo non può significare difendere i piani di investimento di Shell, BP o Equinor. Unison ha ragione a cercare una rottura con la linea del Tesoro in stile Reeves. Ma nemmeno una transizione verde gestita attraverso i mercati, i sussidi e le aziende energetiche private garantirà giustizia.
I membri dei sindacati e del Partito Laburista dovrebbero dire: no alla perdita di posti di lavoro, no a una nuova manna per il settore privato dei combustibili fossili, no a una transizione guidata dal mercato che sacrifichi i lavoratori o il clima a favore dei bilanci dei giganti dell’energia. L’intero sistema energetico – petrolio, gas, elettricità, reti, energie rinnovabili e acqua, produzione e fornitura – dovrebbe essere nazionalizzato sotto il controllo dei lavoratori, senza indennizzi.
I lavoratori dei settori interessati hanno bisogno di posti di lavoro garantiti, salari, riqualificazione professionale e controllo sindacale sui piani di transizione prima che i loro posti di lavoro vengano eliminati. Un piano democratico dovrebbe indirizzare gli investimenti verso l’isolamento termico, i trasporti pubblici, il potenziamento delle reti, la produzione di energie rinnovabili e la produzione socialmente utile.
Ecco cosa significa demercificare l’energia: non fissare tetti ai prezzi, non regolamentare né supplicare le aziende private di investire, ma prendere i beni e i profitti, metterli sotto controllo democratico e pianificare l’uscita dal mercato.
NESSUN ASSEGNO IN BIANCO
La frase preferita di Burnham, «controllo pubblico», solleva la stessa questione. Significa nazionalizzazione, proprietà comunale, regolamentazione, partecipazione statale, partenariato pubblico-privato o controllo dei lavoratori?
La devolution non equivale alla democrazia. Trasferire il potere da Whitehall ai sindaci e alle autorità combinate può rafforzare le coalizioni imprenditoriali locali con la stessa facilità con cui rafforza quelle dei lavoratori e degli inquilini. L’esempio di Manchester dimostra che Burnham ha in mente la prima opzione. Qualsiasi vero riequilibrio deve basarsi su delegati eletti provenienti dai luoghi di lavoro, dai sindacati, dalle organizzazioni degli inquilini, dalle campagne per il clima, dalle comunità di migranti e dai quartieri della classe operaia.
I sindacati non dovrebbero concedere a Burnham un assegno in bianco. Che al numero 11 (sede del Ministero del Tesoro, ndr) sieda Miliband, Streeting o chiunque altro, le regole fiscali, il programma elettorale e la proprietà capitalista rimarranno invariati, a meno che il movimento operaio non imponga una rottura.
Anziché scegliere tra i ministri, i sindacati dovrebbero convocare un’assemblea generale del movimento operaio incentrato su un programma d’emergenza dei lavoratori: abrogare le leggi antisindacali, ripristinare i salari e i servizi, difendere i migranti, fermare le spedizioni di armi verso Israele, opporsi al riarmo della NATO, porre fine alla repressione del movimento palestinese, abolire le misure anti-immigrati di Shabana Mahmood e trasferire immediatamente l’energia, l’acqua, le ferrovie, le poste e le banche alla proprietà pubblica democratica sotto il controllo dei lavoratori.
L’ascesa di Burnham è un monito, non una soluzione. Il Partito Laburista sta cercando di rinnovarsi prima che la classe operaia rinnovi le proprie organizzazioni. I comunisti non dovrebbero né stare a guardare con disprezzo da bordo campo né saltare sul carrozzone di Burnham. Ogni promessa deve trasformarsi in una rivendicazione, ogni contraddizione in una campagna, ogni dibattito sindacale in una lotta per una politica indipendente della classe operaia.
Anche Starmer era arrivato come portatore di cambiamento. Nel giro di un anno il suo rinnovamento nazionale si è trasformato in tagli, repressione e ritirata. Burnham ora vende speranza, appartenenza locale e un rilancio del Nord all’interno delle stesse regole fiscali, della stessa distribuzione della ricchezza e delle stesse alleanze imperialiste. A meno che il movimento operaio non imponga una rottura con tutte e tre queste realtà, la nuova direzione riporterà alla vecchia delusione.
(1) Il numero civico 10 – “No. 10” – di Downing Street a Londra fa riferimento alla residenza del Primo Ministro. “No. 10 North” evoca l’idea di Burnham di uno spostamento nel Nord (dell’Inghilterra) delle funzioni e del baricentro dell’attività di governo, ivi compresa una decentralizzazione delle attività ministeriali (ndr).