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Riprendiamoci il nostro futuro e quello dei nostri figli.

11/04/2026

Il 22 e il 23 Marzo



08/03/2026

Per favore NON leggete questo post, se vi interessa soltanto fare POLEMICA. Ci sono alcuni punti che vanno chiariti sulla «famiglia del bosco». Purtroppo quando una vicenda diventa fortemente politicizzata è difficile non farsi trascinare dal rumore. Provare a ragionare con calma. Ma questa è una vicenda molto più complessa di come viene raccontata.

Perché ha diviso gli esperti ancor prima dell’opinione pubblica. Ma andiamo con ordine. Al di là dell’allontanamento della madre, c’è un aspetto più controverso: la decisione di spezzare il nucleo familiare. Una misura drastica, che lo Stato prende in considerazione solo come estrema ratio. Per una ragione molto semplice: il legame familiare non è un dettaglio. È una struttura emotiva fondamentale, un bisogno primario. Anche gli educatori più preparati e sensibili non possono sostituire una famiglia.

Un istituto non può colmare il vuoto dei legami familiari perduti. Molte si chiedono: perché si è deciso di non preservare almeno tali legami? Perché, dato che sono in vita i parenti di primo grado dei piccoli, nonna, zia, non sono stati presi in considerazione e si è subito optato per la scelta molto più traumatica dell’Istituto?

Ecco perché il caso della famiglia del bosco continua a destare tanto scalpore. Perché se per migliorare alcune criticità emerse nella vita dei piccoli, si va ad infliggere un danno maggiore, la misura, come ha sottolineato il garante dell’infanzia Marina Terragni, diventa sproporzionata. Alla stessa conclusione ad esempio era giunta la ASL di Chieti. Nel frattempo la storia di questa famiglia è stata trasformata in uno spettacolo che ha polarizzato le opinioni. Mentre le obiezioni più serie, quelle degli psicologi e dei giuristi, si sono p***e nel rumore delle polemiche. E a ciò, credo, bisognerebbe dare attenzione.

Perché questa storia non riguarda soltanto la famiglia del bosco. Ma il confine delicatissimo tra protezione e intervento eccessivo. Per questo parlarne con serietà è necessario. Non per alimentare il circo mediatico, ma per fare ciò che una società MATURA dovrebbe fare: interrogarsi e porre domande che si spera possano contribuire a migliorare il futuro.

Guendalina Middei, Professor X

08/03/2026

Qualche piccolo individuo ha deciso di strappare via i manifesti presenti in Piazza dello Zodiaco in vista del referendum del 22 e 23 marzo.

Nessun problema, questo pomeriggio ne abbiamo attaccati dei nuovi ✨

25/02/2026

Ha venticinque anni, due lauree e una condanna. Ha distribuito un opuscolo contro il fascismo, stampato a sue spese.
Lo hanno preso, processato e sbattuto in carcere. È la prima volta. Non sarà l’ultima.
Si chiama Alessandro Giuseppe Antonio Pertini. Lo chiameranno Sandro. E passerà i prossimi quindici anni della sua vita tra una cella e l’altra.
Nel 1926 organizza la fuga clandestina di Filippo Turati in Francia. Lo porta in salvo attraversando il Mediterraneo di notte, insieme a Carlo Rosselli e Ferruccio Parri.
Poi resta in Francia. Lui che ha due lauree fa il muratore, l’imbianchino, il manovale. Lavora con le mani perché le sue idee lo hanno reso un fuggiasco nel suo stesso paese. Ma non riesce a stare lontano dall’Italia. Ha bisogno di tornare. Ha bisogno di lottare.
Rientra con documenti falsi nel 1929. Lo prendono quasi subito. Lo condannano a undici anni di reclusione a Santo Stefano, un’isola nel Tirreno. Una roccia in mezzo al mare dove il regime mandava quelli che non riusciva a piegare.
A Santo Stefano si ammala gravemente. I suoi amici, terrorizzati, convincono sua madre ad intervenire. La donna, che conosce il figlio e gli ha giurato di non farlo mai, alla fine cede e chiede la grazia a Mussolini.
Quando Pertini lo scopre le scrive una lettera: “Ti considero morta per ciò che hai fatto”. La tiene senza posta per due mesi. È esasperato.
Ma poi gli arriva una lettera dei suoi amici di Savona: “Sandro, tu la stai ammazzando questa povera vecchia. Lei rispondeva no, non devo farla la domanda di grazia perché il mio Sandro non vuole, gliel’ho promesso, gliel’ho giurato, voglio essere degna di lui”.
Se ne pentirà per il resto della vita.
Sconta sette anni, poi il confino a Ponza, poi Ventotene. Non firma mai niente. Non chiede mai la grazia. Quando gli propongono una dichiarazione di sottomissione al regime in cambio della libertà, rifiuta. Ogni volta, rifiuta.
Nel 1943, Mussolini cade e Pertini torna libero dopo quattordici anni. Non perde un giorno: entra nella Resistenza.
Viene catturato dai tedeschi insieme a Saragat. Lo rinchiudono a Regina Coeli. Lo condannano a morte. La sentenza non viene eseguita perché le Brigate Matteotti organizzano un’evasione: scampa alla fucilazione per un soffio.
Si sposta nel Nord Italia occupato dai nazisti. Organizza la lotta partigiana. Il 25 aprile 1945 è a Milano e proprio lui, con un intervento entrato nella storia, proclama l’insurrezione a Radio Milano Libera: “Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire”.
Ha quarantanove anni. Non ha mai tradito le sue idee.
Nel 1978, a ottantadue anni, viene eletto Presidente della Repubblica con 832 voti su 995.
Da Presidente esulta come un ragazzino sugli spalti del Bernabeu quando l’Italia vince i Mondiali del 1982. Gioca a scopone sull’aereo del ritorno con Zoff, Bearzot e Causio. Perde, se la prende con Zoff, poi lo richiama per chiedergli scusa.
Gli italiani lo adorano anche perché è l’esatto contrario del protocollo.
Ma Pertini non è solo l’uomo dei Mondiali. È l’uomo che dice: “Dietro ogni articolo della Costituzione stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza”.
Che dice: “Questa democrazia l’abbiamo conquistata col sangue e la galera”.
Che dice: “Tutte le idee vanno rispettate. Il fascismo, no. Non è un'idea. È la morte di tutte le idee. L'unico modo di intendere il fascismo è combatterlo”.
E quando lo dice, ogni parola pesa il doppio.
Il 24 febbraio 1990 Sandro Pertini muore nel suo appartamento. Ha novantré anni. L’Italia piange come non piangeva da tempo.
Alla fine del suo mandato la maggioranza degli italiani lo avrebbe voluto ancora Presidente. Indro Montanelli, che non era certo un socialista, scrisse: “Non è necessario essere socialisti per amare Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità”.
Questo era Sandro Pertini.

Abolizione del suffragio universale

07/01/2026

A diciannove anni la rinchiudono in manicomio. Una parola cade su di lei come un sigillo: ISTERIA. Un’etichetta che trasformava l’intelligenza in patologia e la sensibilità in colpa. Una parola che per una donna, all’inizio del Novecento, è una condanna. Lì in manicomio non la ascoltano: la studiano. La osservano. La legano. Una GABBIA chiamata cura. Eppure Sabina Spil’rejn non è pazza. È solo troppo intelligente per il mondo che la circonda.

Fu lì che incontrò Carl Gustav Jung. Lui era un giovane brillante e carismatico, lei una donna che tutti credevano «senza speranza». Fu allora che scoccò la scintilla di una passione che li avrebbe legati per tutta la vita. Sabina lo provoca con la sua intelligenza, lo sfida a guardare il mondo con occhi nuovi, gli offre intuizioni. Molte delle idee di Jung non avrebbero potuto esistere senza Sabina. Lei fu per lui MUSA, amante, amica. Jung le salvò la vita, ma le spezzò il cuore.

Quando finalmente uscì dal manicomio, Sabina decide di riprendersi in mano la sua vita. Studia, diventa psicoanalista, pubblica articoli sull’ambivalenza dell’amore. Capì che ogni TRASFORMAZIONE passa dalla perdita e che la vita nasce anche dalla frattura. E che alle volte l’anima si spezza solo per imparare a diventare altro. Intuì delle verità che diventeranno pilastri della psicologia moderna. Ma i MERITI andarono a Jung e a Freud.

Sabina divenne un capitolo imbarazzante, da non citare. Eppure Sabine non si arrende. Insegna. Scrive. Resiste. Finché la Storia la CANCELLA per sempre. Venne fucilata dai nazisti nel 1942. E il suo nome scomparve. Ma alcune voci non si spengono. Restano come brace sotto la cenere. Dopo decenni di oblio riemersero i suoi scritti: lettere, articoli, diari. E il mondo è costretto a vederla per ciò che è davvero: una delle madri della psicoanalisi moderna. Una pioniera, una donna che era stata rinchiusa perché troppo viva e dimenticata perché troppo SCOMODA. Perché certe menti, anche se chiuse in una gabbia, nascono per insegnare al mondo come si vola.

Guendalina Middei, Professor X (➡️ Se volete leggere altre storie come questa, qui trovate un estratto del mio «Innamorarsi di Anna Karenina il sabato sera» che ho scritto per farvi innamorare della letteratura come me ne sono innamorata io: https://www.amazon.it/innamorarsi-Karenina-leggere-classici-lezioni/dp/8807174359

23/12/2025
23/12/2025

Questa mattina, durante il tragitto in metropolitana, mi sono imbattuto in una scena che mi ha colpito profondamente. Un ragazzo giovane, con il cappello calato sugli occhi e gli auricolari nelle orecchie, stringeva tra le braccia un cucciolo addormentato. Il cane si era rannicchiato contro il suo petto, come se quel posto fosse l’unico rifugio sicuro al mondo.

Il ragazzo non si muoveva. Era in piedi, immobile, come se stesse proteggendo qualcosa di estremamente delicato. La testa del cucciolo era affondata nel suo collo, respirando piano, fiducioso. Sembrava che avesse finalmente trovato pace, come se sapesse di essere amato.

Nessuno parlava, eppure tutti avevano notato quella scena. C’era una dolcezza silenziosa, quasi sacra, che attraversava l’aria. In un luogo dove ognuno è perso nei propri pensieri, quel momento di quiete aveva un peso diverso. Un piccolo frammento di umanità, fragile e puro.

Perché a volte l’amore non ha bisogno di parole. A volte si manifesta così: in un abbraccio silenzioso tra un ragazzo e il suo cane. ♥️🐾

Tratto dalla pagina «Le fotografie che sono passate alla storia»

23/12/2025

Indirizzo

Piazza Roma, 1
Sona
37060

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