Associazione Nazionale Carabinieri Soverato

Associazione Nazionale Carabinieri Soverato La lotta contro il male non finisce mai.

03/09/2026

Le immagini delle telecamere mostrano il mezzo usato per la fuga. U...

01/09/2026

MARESCIALLO ANTONIO SANGINITI
Vittima del dovere
(Petrizzi (CZ) 12.04.1910 – Ω Delianova (RC) 01/09/1951)
(a cura di Antonio Parretta)

Il giovane carabiniere petrizzese aveva iniziato la sua carriera a Delianova, dove il destino volle che la finisse. Egli aveva reso segnalati servizi alla giustizia meritandosi la stima dei suoi superiori. Il Maresciallo Antonio Sanginiti stava trascorrendo un breve periodo di riposo, infatti da alcuni giorni si trovava in licenza, ma non per questo trascurava il suo ufficio. Era un sabato mattina, ed il caldo estivo ancora si faceva sentire sulle pendici aspromontane. Il Maresciallo viveva la vita sociale del paese e si faceva carico dei problemi dei “suoi” cittadini; infatti era in compagnia di alcuni conoscenti seduti a un tavolo di fronte al caffè “Loira” nei pressi dell’Ufficio postale, sul Corso Umberto I, al centro di Delianova.
Un giovane incensurato, Angelo Macrì, considerato un bravo ragazzo se pur appartenendo a una famiglia che da venti anni faceva parlare di sé nella cronaca nera, verso le ore 10,00 fece la sua apparizione in quei paraggi , ma la sua presenza non destò alcun sospetto perché godeva della più assoluta libertà non avendo precedenti penali nonostante le malefatte commesse dai suoi fratelli Rocco e Giuseppe arrestati dal Maresciallo Sanginiti nei primi mesi del 1951, e Gianni, caduto in conflitto a fuoco con i Carabinieri il 3 luglio dello stesso anno.
Il più giovane dei Macrì si allontanò verso la Piazza Municipio ma ritornò subito dopo sui suoi passi imboccando il cancello dell’Ufficio postale che era a pochi metri di distanza dal luogo dove il Maresciallo dei Carabinieri si trovava seduto.
Pochi notarono la figura del Macrì il quale con azione fulminea usciva dal cancello e fatti pochi passi con la pi***la in pugno indirizzava l’arma (una Beretta calibro 9) a braccio teso, contro il Maresciallo Sanginiti, sparandogli quattro colpi a bruciapelo. Il sottufficiale, attinto alla regione toracica, non emise nemmeno un lamento e si accasciò al suolo.
Angelo Macrì non si scompone e non perde la calma. Si guarda attorno e coglie la paura nello sguardo delle persone, poi si volta e a passo spedito va verso la periferia del paese, teneva ancora nella mano sinistra la pi***la quando ad un giovane che gli veniva incontro domandandogli cosa fosse accaduto disse con fermezza: “Il Maresciallo non mi chiamerà più in caserma! Per lui è finita, e finirà presto anche per qualche altra carogna”. Quindi si allontanò indisturbato verso la montagna di Carmelia che sovrasta l’abitato deliese, si nasconde nelle campagne e fa perdere le sue tracce in pochi minuti. Intanto sul luogo del delitto gli astanti, superato il primo attimo di sbigottimento, tentarono di portare soccorso al Maresciallo agonizzante. Tra i primi ad accorrere furono il Sindaco di Delianova, avv. Lombardo, l’ing. Frisina e il dott. Leopoldo Greco. Ma ormai non c’era più nulla da fare: senza un lamento il povero Sanginiti reclinò il capo nello spasimo della morte. Il Macrì aveva applicato la “sua legge”, la legge della macchia, della malavita contro un Sottufficiale dei Carabinieri che tanto valido contributo aveva recato all’azione di bonifica sociale in una zona in cui la delinquenza, fino ad alcuni anni prima, dominava da padrona incontrastata.
Volle compiere il giovane esponente di una triste famiglia la sua personale vendetta contro Sanginiti per l’uccisione del fratello Giovanni, sanguinario bandito caduto durante un conflitto a fuoco con i Carabinieri.
Ma l’anello di questa lunga catena sporca di sangue (ben otto delitti erano imputabili ai membri della famiglia Macrì) non era ultimata. Sui Piani di Carmelia vi era un pastore che il Macrì considerava confidente dei Carabinieri e quindi delatore di suo fratello ucciso. Da Delianova a Carmelia, attraverso un sentiero da capre, il Macrì corse filato verso l’altra vittima designata. Vi trovò un figlio del Papalia al quale domandò dove il padre si trovasse e avutone l’indicazione si avviò alla volta della contrada Mastro Gianni dove in pieno bosco, sotto una tettoia di ramaglie, era stato allestito un posto di ristoro per i pellegrini di passaggio diretti al Santuario della Madonna della Montagna. Il Papalia era lì davanti alla tavola imbandita in compagnia di suoi amici e di alcuni pellegrini che sostavano per un breve rinfrescante riposo. Francesco Papalia, di quarantasette anni, non aveva avuto mai a che fare con i Macrì; tuttavia appena scorse il giovane, lo invitò premuroso a sedersi e ne ebbe un netto rifiuto. Il Macrì gli chiese un bicchiere d’acqua e gli disse di continuare a mangiare “perché non aveva fretta e poteva ancora attendere per regolare quel conto”. Il Papalia comprese allora dall’atteggiamento risoluto del Macrì che la sua ultima ora stava per scoccare. Fu un attimo. Estratta la pi***la esplose immediatamente quasi a bruciapelo sette colpi contro il disgraziato pastore che piegò la testa sul petto cadendo fulminato. L’assassino chiese scusa, con atteggiamento spavaldo, ai presenti “per il disturbo che aveva loro arrecato” e si allontanò per un viottolo tagliato nel fitto di un’abetaia. Fatti alcuni passi si voltò indietro e disse a quelli che gli erano più vicini: “E due! C’è ancora un terzo che scoverò ad Acquaro”.
Quando uccise il Maresciallo Sanginiti e il pastore Papalia, il futuro “re dell’Aspromonte” aveva appena diciannove anni. I fratelli maggiori avevano cercato di lasciarlo fuori dalla mischia. E ci erano riusciti fino al 3 luglio 1951. Quella notte il Maresciallo Sanginiti e i suoi militari, in contrada Cammarella, a quota 1200 metri, avevano localizzato una casupola di sassi ricoperta di fascine e di terra. Era il nascondiglio di Gianni Macrì, l’ultimo dei fratelli rimasto ancora alla macchia. I Carabinieri si avvicinarono al capanno e ci fu un conflitto a fuoco nel quale perirono Gianni Macrì e un suo favoreggiatore, Leo Palumbo.
Il corpo di Gianni Macrì fu rinvenuto con il capo rivolto verso l’ingresso del capanno e la mano destra contratta nell’impugnatura del mitra. Angelo Macrì era molto legato a suo fratello Giovanni. Erano i più piccoli della famiglia ed erano cresciuti insieme. La mente di Angelo fu ottenebrata dalla “diceria”, subito sparsasi per il paese, che Gianni era stato trucidato nel sonno e che era stato tradito da un delatore. Da qui il tragico regolamento di conti avvenuto il primo settembre successivo davanti al caffè Loria.
Venticinque persone furono denunciate dai Carabinieri per associazione a delinquere e concorso in duplice omicidio. Tutti furono prosciolti per mancanza d’indizi. Il Giudice Istruttore di Palmi, con sentenza del 3 marzo 1955, proscioglieva i Carabinieri da ogni accusa per avere fatto uso legittimo delle armi e rinviava a giudizio Angelo Macrì, latitante, per duplice omicidio premeditato e aggravato da motivi abietti.
In quel periodo Angelo Macrì aveva lasciato l’Aspromonte e attraverso la Francia aveva raggiunto gli Stati Uniti. Attorno a lui si creò una leggenda. Durante l’operazione Marzano fu distribuita ai giornalisti una fotografia del bandito, paffutello e biondo, che era poi stata quella di Gianni Macrì caduto nel conflitto con i Carabinieri.
Angelo Macrì verrà arrestato il 9 febbraio 1956 a Buffalo (Stati Uniti) dove si faceva chiamare Domenico Ferrara.

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