01/04/2026
Il problema non è Trump, sono gli americani
C’è un editoriale, sul New York Times, che in queste ore di guerra e di crisi internazionale sta facendo discutere l’America. Perché il suo autore, il premio Pulitzer David Brooks, non si limita a criticare il presidente. Va oltre. E dice una cosa che molti pensano ma pochi hanno il coraggio di pronunciare: il problema non è Trump, sono gli americani. “Trump è il compimento di ciò che l’America è sempre stata”, scrive Brooks. “Una nazione autorizzata dai propri miti sull’eccezionalismo a fare ciò che vuole. Trump non è spuntato dal nulla. Le sue due vittorie sono il risultato delle scelte compiute dagli americani e dai leader che hanno eletto”. Parole pesanti, che in un paese abituato a celebrare se stesso suonano come un anatema. Ma che forse, in questo momento di crisi, meritano di essere ascoltate.
La tesi di Brooks è provocatoria, ma non infondata. L’eccezionalismo americano, quella convinzione che gli Stati Uniti siano una nazione diversa dalle altre, chiamata a guidare il mondo verso la libertà e la democrazia, è stato per decenni il fondamento della politica estera americana. Ma è stato anche l’alibi per guerre discusse, interventi militari non autorizzati, violazioni del diritto internazionale. E Trump, secondo Brooks, non ha fatto altro che portare alle estreme conseguenze questa logica. “Trump è un’anomalia della storia o il suo compimento? La risposta è entrambe le cose”, scrive. “Ma nel corso della sua presidenza, Trump ha rivelato una malattia più antica: la fede incrollabile dell’America nella propria capacità di modellare il mondo a suo piacimento, indifferente a ciò che gli altri potrebbero volere e convinta che il proprio piano sia quello giusto”.
La guerra in Iran, per Brooks, è l’esempio più evidente di questa malattia. L’America ha deciso di attaccare l’Iran perché ritiene di avere il diritto di imporre il proprio ordine in Medio Oriente. Non importa se questo significa violare la sovranità di un paese, ignorare le regole del diritto internazionale, rischiare una guerra regionale. L’America è l’America, e l’America fa ciò che vuole. “È una convinzione che affonda le radici nella nostra storia”, scrive Brooks. “Dai padri pellegrini che credevano di essere il popolo eletto, alla dottrina Monroe che dichiarava l’America fuori dal gioco delle potenze europee, fino alla missione di diffondere la democrazia nel mondo. Trump non ha inventato nulla. Ha solo tolto le maschere”.
L’editoriale del New York Times ha scatenato un dibattito acceso. C’è chi lo ha definito “antiamericano” e ha accusato Brooks di tradire i valori del paese. C’è chi lo ha apprezzato come un atto di coraggio intellettuale, raro in un giornalismo spesso schierato. Ma al di là delle polemiche, la domanda che Brooks solleva è profonda: l’America è davvero diversa dalle altre nazioni? O è solo più potente, e quindi più libera di fare ciò che vuole? E se è così, quale diritto ha di imporre la sua volontà sugli altri?
La risposta, per Brooks, è che l’America non è diversa. È solo convinta di esserlo. E questa convinzione, alimentata per secoli, ha portato a guerre ingiuste, a interventi disastrosi, a un’arroganza che il resto del mondo ha imparato a temere. “Trump è il prodotto di questa arroganza”, scrive. “Ma anche i suoi avversari, quelli che lo combattono in nome dei valori democratici, condividono spesso la stessa presunzione. Credono che l’America abbia il diritto di dettare la linea, che i suoi valori siano universali, che chi non li accetta sia dalla parte del male. È un’illusione, e l’illusione sta crollando”.
La guerra in Iran, per Brooks, è il crollo di quell’illusione. L’America ha bombardato, ha ucciso, ha rischiato di scatenare un conflitto mondiale. E per cosa? Per imporre il proprio ordine in una regione che non lo vuole, per difendere interessi petroliferi, per non perdere la faccia di fronte a un nemico che non si arrende. “I missili che cadono su Teheran sono il frutto di una presunzione”, scrive Brooks. “Quella di credere che l’America possa fare a meno di ascoltare il resto del mondo. Quella di pensare che la forza possa sostituire la diplomazia. Quella di ritenere che i propri valori siano gli unici valori possibili”.
L’editoriale si chiude con un monito: “L’America deve imparare a essere normale. Deve accettare di essere una nazione tra le nazioni, non la nazione guida. Deve smettere di credere di avere il diritto di imporre la propria volontà sugli altri. Deve ascoltare, negoziare, compromettersi. O continuerà a fare la guerra, e a perderla. Perché la guerra, quando si combatte da soli, non si vince mai”. Parole che, in questo momento di fuoco, suonano come una profezia. E che forse, prima o poi, l’America dovrà ascoltare.