Vogliamo il Dott. Gratteri Ministro della Giustizia

01/09/2026

QUESTA NON È SOLO UNA TRAGEDIA DELLA FOLLIA...sarebbe troppo facile liquidarla così.

Ho pensato molto se fosse il caso di scrivere qualcosa su questa tragedia.
Ho pensato come padre di un figlio disabile...ed ho pensato che Non riesco a stare in silenzio di fronte a quello che è successo a Roma, a Pietralata.

La piccola Bianca, 5 anni, bimba disabile, è stata uccisa dai suoi genitori, che poi si sono tolti la vita.

Nelle dodici lettere d'addio che hanno lasciato c'è una frase che mi devasta come padre, come cittadino, come uomo:

«Da soli non ce la facciamo».

Voglio dirlo chiaramente, senza girarci intorno e senza la diplomazia dei salotti: questa famiglia non è crollata da sola.

È stata spinta nel baratro da istituzioni assenti, sorde e accecate dalle loro burocrazie.

Quando un padre e una madre arrivano a pensare che l'unica "salvezza" per la propria bambina sia la morte, significa che intorno a loro c'è il deserto.

Significa che le nostra società e le nostre istituzioni hanno fallito su tutta la linea.

La verità, dolorosa e inaccettabile, è quella che sento ripetere ogni giorno dalle famiglie dei miei ragazzi:

oggi in Italia avere un figlio con una grave disabilità è diventato un LUSSO che non tutti possono permettersi.

È un lusso economico, emotivo, psicologico....che nell'isolamento porta alla disperazione.

I genitori vengono trasformati in caregiver a vita, fantasmi senza diritti, lasciati soli a combattere ogni giorno contro la burocrazia prima ancora che contro la disabilità.

Un Paese civile non si misura dalle promesse elettorali sui diritti
Un Paese civile si misura da come protegge i più fragili e le loro famiglie

Oggi l'Italia ha le mani sporche del sangue di una madre, di un padre e di una bimba di 5 anni Bianca... per l'abbandono in cui le istituzioni e la società hanno lasciato lei ed i suoi genitori.

I genitori non devono avere il terrore del futuro, non devono impazzire pensando al "Dopo di Noi".

Scusate la rabbia, ma non si può fare finta di niente.

Non chiamatelo "gesto di follia" per favore...il gesto f***e dei genitori è solo la conseguenza, inaccettabile conseguenza.

Chiamate questo gesto con il suo vero nome, con la sua vera causa: DISPERAZIONE da abbandono sociale ed istituzionale.

Piccola Bianca, ti chiedo scusa a nome di un mondo che non ha saputo proteggerti.

Noi continueremo a urlare, anche per te, per la tua mamma ed il tuo papà... perché nessun genitore debba mai più scrivere inascoltato «da soli non ce la facciamo»

Bianca adesso riposa in pace con mamma e papà...

01/09/2026
01/09/2026

Descrizione:Intervista ai magistrati della Procura generale di Bo...

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01/09/2026

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FIGLI DI UN DIO MINORE?
LA RIMOZIONE DI SISSY TROVATO MAZZA, IL RIFLESSO DEI POTERI OSCURI?
Ci sono storie che saturano i palinsesti televisivi per anni, trasformandosi in una liturgia collettiva.
Tutti sappiamo tutto del delitto di Garlasco.
Il nome di Chiara Poggi.
Fiananco le sorelle Cappa, che sembrano estratte da un libro di Edgar Allan Poe.
I plastici nei salotti della TV.
I dettagli analizzati fino all'ossessione per garantire giustizia a una ragazza, strappata alla vita nella quiete della provincia.
Una mobilitazione mediatica, investigativa e sociale enorme. Sacrosanta? Boh, forse si, poichè, di fronte alla morte, la giustizia non dovrebbe guardare in faccia a nessuno.
Poi, però, ci sono altre storie.
Storie che si consumano e sono messe a tacere nel silenzio delle istituzioni.
Storie dove il sipario mediatico cala troppo in fretta, come se si volesse seppellire la memoria insieme al corpo.
Maria Teresa "Sissy" Trovato Mazza era un’agente di Polizia Penitenziaria in servizio alla Giudecca, città di Venzia
Una ragazza solare, piena di vita, che - per la traballante versione ufficiale - si sarebbe uccusa.
Una ragazza che tre settimane prima di quel maledetto 1° novembre 2016 si era persino iscritta all'università.
Viene trovata agonizzante in un ascensore del Padiglione Jona dell'Ospedale Civile di Venezia, colpita alla testa dalla sua stessa pi***la d'ordinanza.
Era stata inserita in quel turno esterno all'ultimo momento, con un'annotazione a penna.
Per quasi nove anni la Procura ha pervicacemente tentato di archiviare il caso come suicidio.
Quasi nove anni di battaglie in cui la famiglia, con le unghie e con i denti, supportata da legali e consulenti del calibro del Generale Garofano, ha tentato di opporsi per ben quattro volte a quella verità comoda e preconfezionata, ottenendo sempre il rigetto del GIP.
Caso da archiviare come suicidio.
Che schifo!
E cosa emerge, in filigrana?
Un catalogo di omissioni, errori e anomalie che non possono essere liquidati come semplici distrazioni.
Basta esplicitarne appena cinque, ma ne sono almeno venticinque.
L'alterazione irreversibile della scena del delitto.
Le mani di Sissy lavate con disinfettanti e sapone prima di cercare i residui di sparo.
Le porte scorrevoli dell’ascensore – piene di potenziali tracce – mai fotografate né repertate.
Una prima soccorritrice, anche inquadrata dalle telecamere, che non è mai stata nemmeno identificata.
I file del telefono di Sissy cancellati massivamente dopo che lo stesso era sotto sequestro.
Viene da chiedersi, con la forza dell'indignazione e del diritto se esistono forse vittime di serie A e vittime di serie B.
Figli di un Dio minore.
O forse ci sono casi in cui gli interessi di chi deve coprire, l'omertà dei corridoi istituzionali o il peso dei segreti custoditi dietro le sbarre di un carcere sono più importanti della ricerca della verità.
Il tragico mistero di Ustica non ha insegnato nulla a questo Paese sulla dottrina dei "muri di gomma" e dei depistaggi di Stato.
Lo Stato italiano ha fallito nel suo obbligo fondamentale ovvero proteggere la vita di una sua servitrice e, soprattutto (e questa è la cosa più spaventosa) condurre un'indagine efficace.
Il diritto alla vita non si cancella con un colpo di spugna burocratico.
Anche noi, insieme alla faniglia, non smetteremo di pretendere la verità.
Per Sissy.
Per la giustizia che non ammette eccezioni di classe.
Pasolini direbbe, io so.
Io so i nomi dei responsabili di quel silenzio che circonda i corpi scomodi, i corpi di chi indossa una divisa ma non appartiene al salotto buono del potere.
Io so perché la giustizia in questo Paese è un'istituzione borghese, che si mobilita solo quando il delitto consuma la sua tragedia nell'ordine rassicurante della normalità, e che invece si fa distratta, cieca e complice quando la verità rischia di svelare l'orrore burocratico e il fango che si possono nascondere dietro l'apparenza dello Stato.
(F.F.)

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21/08/2026

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Crotone. Davide Ferrerio aveva 20 anni, era bolognese ed era in vacanza in città. L'11 agosto 2022 fu aggredito e massacrato di botte in strada per uno scambio di persona. Da allora è in coma irreversibile, per le gravissime lesioni cerebrali riportate.

A quattro anni di distanza il Comune di Crotone gli ha conferito la Menzione speciale prevista dal regolamento comunale per le benemerenze civiche. La cerimonia si è svolta nella sala consiliare "Falcone e Borsellino", alla presenza della madre Giusy e del fratello Alessandro.

Il riconoscimento, hanno spiegato dall'amministrazione, non vuole ricordare soltanto quello che è accaduto, ma il futuro che a Davide è stato sottratto: i suoi sogni, le sue passioni, gli affetti.

"Lo guardavo mentre si preparava per uscire, ignaro del tranello che era stato teso", ha ricordato la madre, commossa. "Una spedizione punitiva che in una società civile non è ammissibile". E poi: "Davide è sempre con noi, io ci parlo continuamente. È nel mio cuore".

Il fratello Alessandro ha ringraziato la città. "Ricordo quando venivamo a Crotone, in piazza della Resistenza, parlavamo molto. Chi ha avuto la fortuna di conoscere Davide sa che è un ragazzo meraviglioso. Anche se sono passati quattro anni il dolore resta invariato. Lui è sempre con me".

L'autore materiale dell'aggressione, Nicolò Passalacqua, è stato condannato in via definitiva a 12 anni e 8 mesi per tentato omicidio: la Cassazione ha rigettato il ricorso della difesa, scrivendo che colpì "con l'intento di uccidere".

Fonte: Corriere della Calabria

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20/08/2026

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Attentato a Ranucci, cosa si nasconde nelle cozze del bistrot di Valter Lavitola

19 agosto 2026 – Il filo da seguire dentro il bistrot di Valter Lavitola è come il bisso, quel baffo che sporge dalle cozze: a essere fortunati, porta al mollusco più saporito. Negli insoliti rapporti con il proprietario del ristorante romano più famoso del momento, presunto mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci ed ex voce della massoneria di centrodestra (ne abbiamo parlato qui), nessuno ha finora approfondito i retroscena di chi ha avuto il ruolo di cupido: colui che, come il dio dell’amore, ha scoccato la freccia che ha unito in amicizia il bombarolo Lavitola e la vittima Ranucci.

Guido Ruotolo: il “cupido” che ha fatto incontrare Ranucci e Lavitola
Ha invece nome e cognome: si chiama Guido Ruotolo e ha 71 anni (nella foto sotto, con Valter Lavitola nel suo “Cefalù bistrò di pesce”). È un giornalista pure lui, in pensione dopo una vita da inviato a La Stampa. E da qualche anno è visceralmente impegnato a ribaltare la verità processuale sulla strage di via D’Amelio con cui, il 19 luglio 1992, sono stati uccisi il magistrato Paolo Borsellino e la sua scorta: secondo una ricostruzione, la sua, oggi smentita anche dalla Procura di Caltanissetta e diametralmente opposta a quella presentata negli anni dalle inchieste di Paolo Mondani per Report su Raitre.

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