Il Teatro comunale di Teramo è stato il più grande ed importante teatro della città. Era situato in Corso San Giorgio, nei pressi di Piazza Garibaldi. La sua esistenza durò 91 anni, senza raggiungere neppure un secolo. Al suo posto oggi sorge l'edificio che ospita il nuovo Cineteatro comunale e un grande magazzino commerciale. LA STORIA
La prima sede teatrale nella Città di Teramo di cui si hanno
notizie certe fu quella che venne aperta nella Casa Corradi intorno al 1792, all'interno della struttura che ospitava l'abitazione di questa importante famiglia nei pressi dell'attuale Via Vittorio Veneto. Già dal 1840, tuttavia, l'esigenza di poter disporre di una sala a servizio dell'intera cittadinanza e non di proprietà privata si fece sempre più pressante, al punto tale che furono predisposti alcuni progetti in tal senso. Uno di questi era quello messo a punto dal Marchese Spaccaforno, ma non pervenne mai a realizzazione. Dopo circa un ventennio di discussioni, progetti revisionati e continuamente dimenticati, le cose cambiarono corso a seguito dell'avvento dell'Unità Nazionale. Fu incaricato l'architetto teramano Nicola Mezucelli di redigere il progetto definitivo per l'edificazione del nuovo Teatro Comunale della Città. I relativi lavori, condotti in tempi rapidi, consegnarono alla cittadinanza il tanto desiderato Teatro, la cui inaugurazione ufficiale avvenne nel 1868 con un'opera di Giuseppe Verdi, il "Ballo in maschera". L'attività artistica del Teatro Comunale si fece da subito assai dinamica, anche se non pervenne mai a livelli di straordinaria eccellenza. Numerose furono le rappresentazioni e l'afflusso dei teramani, discreto ma non impetuoso, confermava il sufficiente interesse della cittadinanza per la nuova struttura. Dopo la prima guerra mondiale, l'attività teatrale si fece progressivamente ancor meno intensa e assai scarse fuorono le rappresentazioni di livello culturale oggettivamente elevato. L'avvento del cinematografo e il prossimo avvio del secondo conflitto mondiale determinarono la compromissione finale delle finalità del Teatro e della sua struttura. Nel 1936, su disposizione del Comune di Teramo, la sala del Teatro fu trasformata e adattata a sede cinematografica e contestualmente anche lo stesso edificio venne ridenominato, con la conseguente collocazione dell'insegna esterna recante la dicitura di "Cineteatro Comunale". L'attività teatrale, già ormai scarsissima, si trovava quindi a dover condividere spazi e tempi con quella cinematografica. L'ultima stagione teatrale di cui si ha certezza fu quella del 1954, data dalla quale questa cessò definitivamente. Dal 1954 al 1959, anno della sua demolizione, il Teatro Comunale funzionò quindi quasi esclusivamente come sede cinematografica. Le precarie condizioni dell'edificio, il costo spropositato dei necessari lavori di restauro, l'ormai cessata attività lirica e l'apertura di nuovi spazi cinematografici alternativi, in Città e in Provincia, determinarono la necessità di assumere decisioni drastiche sul futuro di questo Teatro. Complice anche una situazione economica locale che, al pari di quella nazionale, faticava a riprendersi dai dolorosi esiti di un pesante conflitto bellico, il Comune di Teramo pervenne ad accordi con alcuni dei primi grandi magazzini di distribuzione commerciale. La popolazione teramana, nel desiderio di migliorare il potere d'acquisto di salari eccessivamente bassi, vide nella proposta di apertura di nuove catene commerciali a prezzi economici e nella promessa di importanti posti di lavoro un'ancora di salvezza. Il 18 maggio 1959 il Consiglio Comunale decise in via definitiva la demolizione del Teatro. Era allora Sindaco Carino Gambacorta. Su 25 consiglieri, solo 2 votarono contro la proposta di demolizione. I restanti 23 consiglieri furono favorevoli. La cittadinanza fu sostanzialmente favorevole alla decisione. Poche e isolate furono le voci che si elevarono a difesa della struttura ottocentesca. Il 30 novembre 1959 iniziò la demolizione del Teatro Comunale progettato da Nicola Mezucelli. Al suo posto fu innalzato l'edificio che oggi ospita il moderno Cineteatro comunale e il grande magazzino Oviesse. LA STRUTTURA
L'edificio del Teatro Comunale era esteriormente assai modesto. L'ingresso e la facciata principale sul Corso San Giorgio, nel quale era sita l'entrata centrale, non avevano alcun connotato monumentale. Né per le dimensioni, né per le decorazioni. L'interno della struttura, e in particolar modo la sala, erano invece dotati di grande fascino. Dotata di un'acustica eccezionale, la sala era capace di ospitare un gran numero di spettatori: la capienza complessiva era di 608 posti a sedere. L'ambiente era stato realizzato a forma di ferro di cavallo. Vi erano 56 palchi, disposti su tre ordini. E nella parte più alta era presente un ampio loggione, per il quale fu previsto un biglietto d'ingresso a costi ben più contenuti. Il palcoscenico era di tutto rispetto: circa 200 metri quadrati, equipaggiati dei più moderni impianti della macchina scenica. Erano presenti una «macchina comunemente detta tiratutto, per menare avanti e dietro tutte le quinte in un medesimo tempo», un sofisticato congegno che permetteva di mettere in scena i tuoni, attraverso «una cassa piena di pezzi di legname con una ruota dentata», oppure la pioggia, attraverso «una ruota di latta con piede di legno», oppure uno «scoppio della saetta», attraverso «sottili tavole di noce, piastrine di ferro e cordame». L'arco scenico era graziosamente decorato, così come la volta della sala. Gli stessi arredi scelti dal Mezucelli furono accuratamente studiati. Furono predisposti «24 lumi di latta con riverbero per la bocca d’opera», «22 lucigni di latta verniciata per i corridoi e i ripiani delle scale», «160 sedie di legno per la platea, con braccioli disposti circolarmente». Nonché i «leggii, i sottopiedi e le 30 sedie ordinarie per i musici», così come le «dipinture della scena della campagna, colle quinte, e cieli corrispondenti». Il sipario era di notevole fattura. Fu decorato da Bernardino De Filippis Delfico e raffigurava una pregevole scena relativa all'incoronazione del Petrarca. Al piano superiore, prospiciente il Corso San Giorgio, era presente un appartamento. Nel 1906 questo locale fu radicalmente trasformato e adattato a Ridotto del Teatro. Nacque così la celebre Sala della Cetra, dotata di un suo palcoscenico e di un ampio soppalco. Il piccolo sipario di questa graziosa Sala fu decorato da Gennaro Della Monica con la raffigurazione di Giannina Milli che improvvisa a Firenze. Nella restante parte dell'edificio del Teatro erano presenti eleganti scalinate finemente decorate, scale di servizio, numerosi corridoi, sette camerini per gli artisti, locali di servizio ed uno spogliatoio. Nel 1943, sul tetto del Teatro venne installata una delle due sirene di allarme antiaereo consegnate dal Ministero dell'Interno alla Prefettura di Teramo per la protezione della popolazione in caso di incursioni aeree. La sirena venne poi smontata e restituita allo Stato nel 1949, assieme alla sua gemella posta sull'arco di Porta Reale. IL MISTERO DEL LAMPADARIO
Al centro della volta nella sala del Teatro Comunale era presente un prezioso lampadario, voluto da Nicola Mezucelli. Si trattava di un'opera particolarmente bella, disegnata da Carlo Ferrario, scenografo della Scala di Milano, e realizzata sempre a Milano dalla ditta Antonio Pandiani, con struttura in ferro dorato e «guarnito di cristalli», dotato di sculture femminili sui quattro lati e sorretto da «cordame con relativa ruota da tiro». Il costo di questo lampadario di straordinaria bellezza fu elevatissimo. A seguito dei lavori di demolizione dell'edificio, nel 1959, di questo lampadario non si seppe ufficialmente più nulla. La cosa, com'é prevedibile, alimentò innumerevoli voci e ipotesi differenti ed anche attualmente il mistero relativo alla sorte subita da questa preziosa realizzazione del Mezucelli pare non essersi chiarito. Per decenni si sono susseguite ipotesi in base alle quali il lampadario potrebbe essere stato smarrito, laddove non trafugato, distrutto assieme all'edificio o addirittura smembrato e venduto a parti separate. A causa dell'assenza di documenti storici e di dirette testimonianze, non vi è mai stata certezza neppure in relazione alla data in cui il lampadario venne smontato dalla volta. Le ipotesi più attendibili sono quelle relative al 1959 (anno della demolizione del Teatro), quelle del 1936 (anno dell'avvio della prima parte dei lavori di trasformazione della sala per adattarla a sede cinematografica) o quelle relative agli anni di poco precedenti o successivi all'ultima stagione teatrale conosciuta, ossia quella del 1954. A fronte di questo mistero, alcuni elementi di certezza pure esistono. Dai documenti d'archivio risulta che nel 1960, un anno dopo la fine dei lavori di demolizione dell’edificio, il lampadario smontato dalla volta fu probabilmente custodito in deposito. La Cattedrale di Teramo, a differenza di oggi, non aveva nel suo seno una Parrocchia. La sede parrocchiale era sita nella vicina chiesa di Sant’Agostino, che rivestiva così il ruolo di Vicarìa Curata della Cattedrale, all'epoca guidata da don Giovanni Iobbi. Il giorno 11 gennaio 1960, la Vicarìa Curata trasmise una nota al Comune di Teramo con la quale chiese di poter disporre del lampadario del vecchio Teatro, demolito l’anno precedente, al fine di adornare la chiesa del Cuore Immacolato di Maria, del quale lo stesso don Giovanni Iobbi diverrà poi il primo Parroco, all’epoca in piena costruzione a Piazza Garibaldi. La Giunta Comunale approvò quindi la deliberazione n. 80/38 il 9 febbraio 1960 e cedette alla Vicarìa Curata della Cattedrale «il lampadario di che trattasi». Da questo momento, quindi, il lampadario entrò nella disponibilità della Chiesa Aprutina. Ma nella Parrocchia a Piazza Garibaldi l’opera non arriverà mai. Un recente studio, tuttavia, pare aver gettato nuova luce su questa intricata vicenda ed ha probabilmente contribuito alla soluzione del mistero del lampadario. A Teramo, nella chiesa della SS. Annunziata in Via Nicola Palma è stato scoperto un lampadario assai simile a quello all'epoca collocato nel Teatro Comunale. Gli archivi, tuttavia, nulla forniscono al riguardo in relazione a questa singolare installazione. L’attuale Rettore della chiesa ha dichiarato di essersi insediato nella SS. Annunziata nel 1954, anno dell'ultima stagione teatrale nell'edificio del Mezucelli (e, in ipotesi, il lampadario potrebbe essere stato smontato dal Teatro in quell’occasione). All’atto del suo insediamento, il Rettore trovò il lampadario della chiesa nell’esatta posizione che ancora oggi occupa. Quest’opera di notevole somiglianza con quella presente nell’edificio del Mezucelli, dunque, era già lì dal 1954. In tal caso, non può spiegarsi la deliberazione della Giunta comunale che nel 1960, ben sei anni dopo, cedette il manufatto (evidentemente ancora nella disponibilità del Comune) alla Vicarìa Curata della Cattedrale. Al di là di ciò, resta comunque il mistero della notevole somiglianza delle decorazioni del lampadario presente nella chiesa della SS. Annunziata con quelle poste sul lampadario del Teatro di Corso San Giorgio. E resta anche lo strano, stretto legame che pare esservi tra il Teatro e la SS. Legame al quale soltanto la personalità di Nicola Mezucelli potrebbe dare una logica spiegazione. Architetto progettista a Corso San Giorgio e Priore della Confraternita della SS. Annunziata, avente sede proprio nella chiesa di Via Nicola Palma. Potrebbe ipotizzarsi, ad esempio, che questi fece realizzare due distinte copie del lampadario: una da installare nella sala del Teatro Comunale, l’altra da porre presso la chiesa nella quale aveva sede la Confraternita da lui guidata. Ad ogni modo, nonostante il mistero resti ancora tale, il lampadario della chiesa della SS. Annunziata potrebbe fornire un’idea un po’ meno approssimativa delle fattezze del suo prezioso gemello installato nel Teatro. Quel che è certo è che non appare possibile studiare le vicende antiche e recenti del Teatro Comunale e della chiesa della SS. Annunziata, forse legate più di quanto possa apparire a prima vista, senza tenere nel debito conto l’opera e le attività di Nicola Mezucelli. Egli, Priore della sua Confraternita, realizzò il lampadario per il Teatro di Teramo e probabilmente anche una sua copia. Il primo, dal 9 febbraio 1960, pare scoparso nel nulla. Il secondo è oggi custodito nella chiesa che egli amministrò. BIBLIOGRAFIA
- Silvio Paolini Merlo, "Teramo: destino di un Teatro", in Teramani, febbraio 2010;
- Fabrizio Primoli, "Il Teatro Comunale di Teramo. 1868-1959. Fasti e miserie, fra silenzi e applausi, in appena novant'anni di vita", Teramo, Edizioni Palumbi, 2011 (opera inserita nell'ambito delle iniziative locali per le Celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia).