10/07/2026
𝗟𝗘𝗚𝗚𝗜 𝗘𝗟𝗘𝗧𝗧𝗢𝗥𝗔𝗟𝗜: 𝗕𝗔𝗦𝗧𝗔 𝗖𝗔𝗠𝗕𝗜𝗔𝗥𝗘 𝗟𝗘 𝗥𝗘𝗚𝗢𝗟𝗘 𝗣𝗘𝗥 𝗔𝗩𝗩𝗔𝗡𝗧𝗔𝗚𝗚𝗜𝗔𝗥𝗘 𝗖𝗛𝗜 𝗚𝗢𝗩𝗘𝗥𝗡𝗔
Il PD di Teramo dice NO al collegio unico di Marsilio e allo Stabilicum di Meloni: "Riformano per sopravvivere, non per i cittadini. Ridateci le preferenze e il voto ai fuori sede".
Questi giorni Il Centro ha dedicato la prima pagina al "vertice per cambiare le regole" sulla legge elettorale regionale. L'assessore 𝗗'𝗔𝗺𝗮𝗿𝗶𝗼 𝗮𝗻𝗻𝘂𝗻𝗰𝗶𝗮 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗶𝗺𝗯𝗮𝗿𝗮𝘇𝘇𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝗿𝗶𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮 𝘀𝗮𝗿𝗮' 𝗮𝗽𝗽𝗿𝗼𝘃𝗮𝘁𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗶 𝘃𝗼𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗺𝗶𝗻𝗼𝗿𝗮𝗻𝘇𝗲. Sono parole di una gravità istituzionale inaudita, che fotografano con brutale chiarezza la qualità democratica di chi governa l'Abruzzo.
Lo diciamo con nettezza: queste riforme non nascono da un interesse per il Paese, ma dall'esigenza di chi le propone di piegare le regole per restare al potere. Non è una lettura di parte, è la realtà dei fatti.
Marsilio e Meloni appartengono allo stesso partito ed entrambi propongono riforme che, non casualmente, avvantaggiano la propria coalizione.
In Abruzzo, Marsilio introduce il collegio unico regionale sostenendo di voler "superare i campanili". In realtà 𝘃𝘂𝗼𝗹𝗲 𝘁𝗼𝗴𝗹𝗶𝗲𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗿𝗮𝗽𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗮𝗶 𝗰𝗮𝗺𝗽𝗮𝗻𝗶𝗹𝗶, che è una cosa profondamente diversa. Cancellare i collegi provinciali significa privare le aree interne — meno dense di popolazione — di qualsiasi voce in Consiglio. Significa riservare la competizione politica solo a chi può permettersi campagne elettorali su 305 comuni. In sintesi: regalare un vantaggio enorme a chi è già in carica e può permettersi di girare l'Abruzzo intero con anni di anticipo. Una disparità costruita ad arte.
Mentre si discute di collegi, arriva un'altra notizia che non lascia spazio a interpretazioni: Meloni firma il decreto che 𝘁𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗻𝘂𝗺𝗲𝗿𝗼𝘀𝗶 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶 𝗺𝗼𝗻𝘁𝗮𝗻𝗶 in Abruzzo e nella provincia di Teramo, privandoli di risorse fondamentali per sanità, famiglie e scuole. Da un lato si svuota la rappresentanza territoriale, dall'altro si tagliano i fondi. Non sono due notizie separate, ma le due facce della stessa strategia: prima ti tolgono la voce, poi ti tolgono i soldi.
A questo si aggiunge la questione della 𝘁𝗿𝗶𝗽𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗲𝗳𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮: presentata come una conquista di parità, è in realtà concepita nei fatti per ostacolare la vera rappresentanza femminile. L'ennesima foglia di fico.
Sul piano nazionale il quadro non è migliore. 𝗟𝗼 𝗦𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝗰𝘂𝗺 — approdato in Aula alla Camera il 26 giugno — mantiene le liste bloccate: i candidati continueranno a sceglierli le segreterie di partito, non i cittadini. Il premio di maggioranza previsto non ha nulla a che fare con la "stabilità" invocata come giustificazione; è piuttosto un meccanismo per costruire una maggioranza parlamentare abnorme, capace di 𝘀𝗶𝗹𝗲𝗻𝘇𝗶𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗲 𝗺𝗶𝗻𝗼𝗿𝗮𝗻𝘇𝗲 𝗲 𝗱𝗶 𝗲𝗹𝗲𝗴𝗴𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗻𝗼𝗺𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗶𝗹 𝗣𝗿𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗥𝗲𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗮, figura di garanzia che la Costituzione ha voluto sottrarre alla disponibilità di una sola fazione.
Non stanno riformando la legge elettorale, stanno costruendo un sistema di potere. E non possiamo ignorare che questo avviene mentre nella coalizione di governo siedono forze che con la Costituzione repubblicana hanno un rapporto storicamente travagliato.
Sul 𝘃𝗼𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗶 𝗳𝘂𝗼𝗿𝗶 𝘀𝗲𝗱𝗲, intanto, cala il silenzio assoluto.
Secondo lo studio commissionato dal governo Draghi nel 2022, ci sono 4,3 milioni di lavoratori e 591mila studenti lontani dalla propria residenza: 𝗶𝗹 10% 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗼𝗿𝗽𝗼 𝗲𝗹𝗲𝘁𝘁𝗼𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗶𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗼𝗴𝗴𝗶 è 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗮𝗻𝗻𝗮𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹'𝗮𝘀𝘁𝗲𝗻𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗶𝗻𝘃𝗼𝗹𝗼𝗻𝘁𝗮𝗿𝗶𝗼. Nel resto d'Europa il problema è risolto da decenni: la Germania ha il voto per corrispondenza dal 1957; la Spagna lo garantisce gratuitamente per ogni elezione; Francia e Belgio prevedono il voto per procura; l'Estonia vota online. Nel 2018 l'Italia era tra i soli quattro Stati UE (insieme a Malta, Cipro e Portogallo) a non offrire alcuna alternativa al voto fisico nel comune di residenza, ma nel 2023 persino il Portogallo ha risolto il problema.
Negli Stati Uniti, dal 1997, votano perfino gli astronauti in orbita. In Italia, nel 2026, un lavoratore fuori sede non può ancora farlo. Non è una dimenticanza: è una scelta politica.
Se si vogliono davvero avvicinare i cittadini alle istituzioni bastano due riforme concrete:
𝗥𝗲𝗶𝗻𝘁𝗿𝗼𝗱𝘂𝗿𝗿𝗲 𝗹𝗲 𝗽𝗿𝗲𝗳𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗲, per restituire agli elettori il potere di scegliere da chi farsi rappresentare.
𝗚𝗮𝗿𝗮𝗻𝘁𝗶𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝘃𝗼𝘁𝗼 𝗮𝗶 𝗳𝘂𝗼𝗿𝗶 𝘀𝗲𝗱𝗲, oggi trattati come cittadini di serie B.
Ogni anno, il giorno dopo le elezioni, il coro della politica è unanime: "Preoccupa l'astensionismo". Poi si torna nei palazzi e si cambiano le regole solo per blindare la propria rielezione. I cittadini questo lo capiscono perfettamente, ed è esattamente per questo che smettono di votare.
Le regole della democrazia non appartengono a chi governa.
Appartengono a tutti.