29/01/2026
UNA CURA DI CALCIO PER UNA SANITA' MALATA
di Danilo Stentella. La vignetta di Roberto Lancia
Centro studi politici e amministrativi ‘Franco Maria Malfatti’
Non è più uno stadio che si costruisce in Italia, è un affare sistemico, e fin qui nulla di anomalo. Ma quando lo stadio viene accompagnato da una clinica privata, non si tratta di un bonus per la comunità, ma della punta visibile di un modello urbano che privatizza ciò che dovrebbe restare pubblico. Parliamo del progetto stadio-clinica che a Terni ha acceso un dibattito rovente.
L’iter non è solo amministrativo, è politico, economico, ideologico. Il Comune ha dato il via libera ad una convenzione di 44 anni con la società privata Stadium Spa per progettare, costruire e gestire sia lo stadio che la clinica. I numeri sono concreti, l’investimento complessivo dichiarato supera i 62 milioni di euro. Di questi, la clinica privata da sola vale più di 20 milioni solo per scatola edilizia, attrezzature mediche e ingegneria sanitaria. Secondo il piano, 80 posti letto della clinica dovrebbero essere convenzionati con il servizio sanitario pubblico, ma non esiste alcuna garanzia certa che ciò avverrà, e se quei posti letto non arrivassero il Comune dovrebbe rimborsare il costruttore fino a decine di milioni di euro: un rischio enorme scaricato sui cittadini.
La politica regionale dell’Umbria è spaccata. L’assemblea legislativa non è riuscita a raggiungere un’intesa, le mozioni si scontrano, il centrodestra si frattura, Fratelli d’Italia sostiene con forza il progetto («Terni merita un nuovo stadio e una clinica») invocando opere strategiche e integrazione pubblico-privato, il Movimento 5 Stelle denuncia una «speculazione edilizia e sanitaria» e un rischio finanziario che graverà sulla collettività se il convenzionamento non andrà come previsto. Il progetto è ufficialmente dichiarato ‘di pubblica utilità’ dal Comune di Terni, grazie alla cosiddetta ‘legge stadi’, ma il pubblico in questo modello sembra essere solo una copertura retorica. Le aree sono pubbliche ma in concessione per decenni e i servizi (sanità) diventano strumenti finanziari. Si promette progresso, si offre la città in cambio di rendite.
E mentre le amministrazioni celebrano la valorizzazione urbana, i cittadini potrebbero ritrovarsi con un servizio sanitario privatizzato, costi impliciti altissimi e un indebitamento che si concretizzerà sul lungo termine. In questo clima di incertezza la Regione Umbria ha presentato un ricorso innanzi al Tar dell’Umbria avverso una determinazione dirigenziale, la numero 2088 del 23 luglio 2025, che autorizzava la realizzazione del progetto, che vedrebbe tra gli interessati, seppure indirettamente, lo stesso sindaco del Comune di Terni, in quanto presidente della Ternana Women Spa, proprietaria del terreno sul quale dovrebbe sorgere la discussa clinica privata. L’udienza presso il tribunale amministrativo regionale è prevista per il 26 gennaio 2026, in quella sede saranno certamente chiarite eventuali fattispecie di vizio procedurale o sostanziale, anche se l’azione specifica del Tar si concentra sui profili di legalità dell’atto.
In sintesi, la fattispecie di possibile conflitto di interessi riguarda la coincidenza tra incarichi pubblici rivestiti da Stefano Bandecchi e i rapporti economici o societari con soggetti coinvolti nel progetto stadio-clinica, che potrebbe aver influenzato il processo decisionale dell’ente locale. Questo profilo, pur non essendo di per sé un elemento decisivo di diritto amministrativo, costituisce un elemento critico nel giudizio di legittimità davanti al Tar, specie se correlato alla correttezza procedurale e alla trasparenza dell’azione pubblica. Il giudizio del Tar Umbria a seguito dell’udienza del 26 gennaio si inserisce dunque in un quadro in cui il rispetto dei principi di imparzialità, trasparenza e corretto esercizio del potere amministrativo, assume valore centrale indipendentemente dall’accertamento di eventuali responsabilità personali. L’esito del contenzioso contribuirà a chiarire i limiti entro cui l’azione politico amministrativa locale può muoversi quando interessi pubblici e privati risultano strettamente interconnessi.
Il rischio sociale ed etico:
1 sanità diseguale: non è detto che tutti i pazienti potranno accedere ai posti letto accreditati. Se il convenzionamento salta la clinica resta privata;
2 privatizzazione dello spazio urbano: lo stadio e la clinica sono la punta di un iceberg, dietro ci sono parcheggi, aree commerciali e altri volumi edificabili che possono essere usati per interessi speculativi;
3 rischio per le casse pubbliche: la convenzione scarica sui cittadini il rischio imprenditoriale, in un’operazione in cui il ‘pubblico’ agisce più da garante che da padrone;
4 politiche inconcludenti: la politica locale e regionale non sembra in grado di trovare un punto di equilibrio reale, il dibattito si arena tra promesse e ricorsi, ma la partita si gioca su decenni.
Questa non è solo un’operazione sportiva o sanitaria, è una mossa ideologica, è la cifra di un neoliberismo urbano che trasforma i beni comuni, stadio, salute, spazi pubblici, in asset finanziari. È la città che diventa progetto per investitori, non più uno spazio da abitare pienamente da cittadini. Se permettiamo che progetti come quello di Terni si moltiplichino, il rischio è chiaro: una progressiva svendita del pubblico, una privatizzazione mascherata da modernizzazione e una città che non appartiene più alle persone ma al capitale. Non stiamo parlando solo di cemento e asfalto. Stiamo parlando di diritti, non è più questione di avere uno stadio nuovo, ma di scegliere se la città deve restare un bene collettivo. O lasciamo che il pubblico torni a decidere o continuiamo a consegnare pezzo dopo pezzo la nostra città a chi ha i soldi per comprarla.
La questione dell’utilizzo di risorse pubbliche per finanziare cliniche private convenzionate pone al centro un tema cruciale di equità, sostenibilità e priorità delle politiche sanitarie regionali. In Umbria, come in altre regioni italiane, il ricorso crescente alle strutture private convenzionate è diventato un elemento di discussione politica e tecnica, non solo tra gli addetti ai lavori ma anche tra cittadini e associazioni. Destinare ogni anno decine di milioni di euro (intorno ai 30 milioni) alla spesa per cliniche private convenzionate significa, di fatto, sottrarre risorse che, in un sistema sanitario perfettamente funzionante, potrebbero essere investite direttamente nel potenziamento dei servizi pubblici, negli ospedali, nei presidi territoriali e nella medicina di base.
Queste scelte finanziarie rischiano di aggravare il divario tra pubblico e privato, lasciando i cittadini con un’opzione di cura basata sulla convenienza del privato piuttosto che sul bisogno clinico oggettivo. Secondo diverse analisi e denunce (ad esempio della Fondazione Gimbe e di osservatori locali), in Umbria la quota di spesa pubblica destinata al privato convenzionato pesa significativamente e cresce in modo strutturale, contribuendo a uno spostamento dell’equilibrio tra pubblico e privato nella sanità regionale. Questo fenomeno può essere letto non semplicemente come un ampliamento di capacità, ma come una privatizzazione silenziosa della cura, in cui il pubblico sostiene finanziariamente prestazioni erogate da soggetti privati, anziché rafforzare i propri presidi e il personale.
Quando le risorse vengono conferite alle cliniche convenzionate, non è raro osservare che:
1 le liste d’attesa nella sanità pubblica si allungano, costringendo cittadini a rivolgersi al privato pur pagando con soldi pubblici;
2 le famiglie sopportano spese dirette maggiori, perché in molti casi il convenzionamento non basta a evitare costi aggiuntivi o limitazioni nell’accesso tempestivo alle prestazioni;
3 chi ha meno mezzi rischia di rinunciare alle cure o di essere relegato a percorsi più lunghi e complessi.
A livello nazionale l’Istat e altri istituti sottolineano come la spesa privata e la rinuncia alle cure siano fenomeni in crescita, con effetti più marcati nelle regioni dove l’efficienza del pubblico è sotto pressione. La decisione di finanziare pesantemente le strutture private convenzionate spesso avviene senza un’analisi chiara e trasparente dei fabbisogni reali della popolazione o senza una valutazione costi benefici pubblicata in modo comprensibile.
Il sistema sanitario regionale umbro registra un deficit strutturale significativo su cui gravano maggiori costi operativi degli ospedali e delle Usl rispetto alle risorse assegnate.
In questo contesto economico, destinare risorse fuori dal circuito diretto di potenziamento del sistema pubblico rischia di ritardare interventi fondamentali come l’assunzione di personale, l’adeguamento strutturale dei reparti e l’innovazione tecnologica. La critica fondamentale alla destinazione di decine di milioni di euro pubblici alle cliniche private convenzionate in Umbria non si limita ad un approccio ideologico, ma si fonda su considerazioni di equità, sostenibilità e responsabilità della spesa sanitaria. Quando le risorse vengono sottratte al fabbisogno della sanità pubblica, si alimenta un circolo virtuoso al contrario: meno investimenti pubblici equivale a più ricorso al privato convenzionato, processo che porta a maggiori costi complessivi e disuguaglianze nell’accesso alle cure.
Per assicurare un sistema sanitario che sia realmente universale, efficiente e capace di rispondere ai bisogni dei cittadini, è necessario ripensare queste scelte di policy, puntando a rafforzare la sanità pubblica come primo pilastro di tutela della salute. Infine, a proposito del moderno Minotauro metà stadio e metà clinica, mi preme riflettere sul suo creatore, una legge parlamentare che consente a chi ricostruisce uno stadio di realizzare anche una clinica privata. Un accostamento il cui fondamento logico resta poco chiaro. Viene spontaneo domandarsi se alla base vi siano pressioni di interessi organizzati o se si tratti dell’ennesima dimostrazione di una legislazione improvvisata.