30/06/2026
La scadenza del PNRR fissata per oggi certifica il completo fallimento del governo sulle Case di comunità.
I numeri sono impietosi: su 1.038 Case di comunità da realizzare (un numero già ridotto rispetto al target iniziale di 1.350), stando all’ultima rilevazione dell’Agenas, ad oggi solo 781 strutture hanno almeno un servizio attivo. Solo 204 Case di comunità rispettano gli standard di presenza medica e solo 216 quelli di presenza infermieristica. Il numero di strutture pienamente operative secondo gli standard previsti - pari a 66 - è addirittura imbarazzante.
Questi dati sono ancora più gravi se osserviamo la distribuzione di queste strutture sul territorio: nelle Regioni del Nord la percentuale di strutture almeno parzialmente operative su quelle previste è significativamente superiore a quella delle Regioni del Sud. Basti pensare che la Lombardia conta già 186 strutture operative e il Veneto 102 contro le 48 messe in cantiere in Calabria di cui ancora non è nota l'operatività e le 54 attive in Sicilia su 146 previste.
Un discorso a parte lo merita il personale: invece di formare professionisti con competenze specifiche per lavorare in queste strutture (come ho proposto in un disegno di legge che ho presentato ormai tre anni fa), il governo ha trasformato le Case di comunità in uffici dei medici di famiglia, sottraendoli ai territori dove queste fondamentali figure professionali sono già carenti. Una soluzione inadeguata che, in ogni caso, non basterà neanche a coprire il fabbisogno di personale medico e infermieristico di queste strutture (secondo le prime stime mancano già oltre 2.500 medici e 7mila infermieri per farle funzionare).
Si tratta di un’enorme occasione persa per il nostro Servizio sanitario nazionale. Dopo quattro anni di governo, le Case di comunità potevano rappresentare una svolta per rafforzare la sanità territoriale, contribuire a smaltire le liste d’attesa, colmare le disuguaglianze nell’accesso alle cure e garantire finalmente un’assistenza più vicina ai bisogni dei cittadini, invece ci troviamo di fronte a strutture formalmente realizzate ma, di fatto, inutilizzabili.
Il ministro della Salute, invece di rivendicare senza pudore risultati “assolutamente in linea” con i target della medicina territoriale, dovrebbe assumersi la responsabilità di questa gestione disastrosa davanti ai cittadini.
Andrea Crisanti