08/09/2020
"Mamma, ma stamattina sei gialla! Cosa hai fatto?"
Sembra una normale mattina di gennaio. E invece, a ripensarci ora, tutto comincia così: con un brusco risveglio, una domanda di mio figlio e poi, semplicemente, mi ritrovo al Pronto soccorso dell'ospedale Cotugno.
Ricordo la dottoressa che mi invita a recarmi presso il PS del CTO in chirurgia: non è un problema epatico - mi dice - ma probabilmente un blocco alle vie biliari.
Ci vado di corsa, con un po' di ansia (non ero mai entrata prima in quella struttura): dopo le prime analisi la stessa dottoressa, con molta gentilezza, mi invita al ricovero. Bisogna capire cosa c'è alle vie biliari.
Salgo in reparto, finisco su di una barella buttata in mezzo al corridoio. Mi si avvicina un infermiere che con fare deciso mi sposta in una stanza dicendo agli altri pazienti di avere pazienza, e che per il mio caso c'è bisogno di un po' di riservatezza.
La sera tardi mi si avvicina un medico, il primario, per farmi le domande di rito; poi si scusa per la mia sistemazione precaria e mi informa che servono altre analisi per capire quale sia il problema.
L'elenco è quello che potete aspettarvi tutti: analisi, elettrocardiogramma, tac, ecografie; infine la "trasferta" al Monaldi per una risonanza magnetica.
Ci vado. In ambulanza. Per ben tre volte. La prima mi avvisano che l'apparecchiatura non funziona e che bisogna aspettare il tecnico. La seconda, con un prevedibile colpo di scena, il macchinario si blocca nel mezzo dell'esame. Ricordo lo sguardo seriamente mortificato del radiologo che è costretto a dirmi che ancora non si può fare nulla e devo essere trasferita di nuovo al CTO.
I giorni passano e mi sento sempre peggio: alla fine, dopo un altro viaggio in ambulanza, decido di andare in direzione sanitaria.
"Io pretendo la risonanza magnetica, mandatemi anche in un altro ospedale o comunque risolvete questa situazione: non posso pagare io per questi problemi" (devo aver detto questo o qualcosa di simile).
Cercano di calmarmi, passano altri due giorni e alla fine riesco a fare la risonanza. Ormai ho la sincera solidarietà di tutti gli infermieri, i medici e i pazienti del reparto.
La sentenza, dopo essersi fatta attendere, arriva precisa come una fucilata: colangiocarcinoma alle vie biliari, c'è bisogno di un intervento immediato. L'operazione difficilissima dura 7 ore con una nottata in terapia intensiva: sarebbe bastato qualche giorno ancora di attesa e oggi non starei raccontando la mia storia.
Mi chiamo Susanna Frantina ho 56 anni e ringrazio di vero cuore tutto il personale medico e paramedico che mi ha salvato. Si, perché queste sono le eccellenze del sistema sanitario campano, che pure devono fare i conti con problemi organizzativi enormi, manca tutto: la strumentazione funzionante, gli infermieri, i farmaci, le lenzuola.
Non ce l'avrei fatta senza l'aiuto dei miei figli - di Roberto, la mia roccia, e di Erika, che è una parte di me. Non ce l'avrei fatta senza mio marito che mi ha sopportato con amore e pazienza. Oggi con forza posso dire di essere qui, compagni e compagne, e che devo tanto anche alla vostra energia.
Ecco perché voto un movimento che parte dal basso, che parte anche dalla mia esperienza in una terra che ti devasta e ti ammala e in cui solo se ci uniamo e resistiamo possiamo salvarci. Per questo ho deciso di metterci la faccia: perché siamo in tanti ad ammalarci e non è colpa del caso o del nostro "stile di vita", ma è colpa di un sistema criminale che dobbiamo far sparire dal nostro futuro.
P.S. a dicembre 2019, per completare, ho avuto un distacco di retina causato dal forte dimagrimento e sono stata operata al policlinico una prima volta. Avrei dovuto fare una seconda operazione ma per il covid è tutto fermo.
Ho bisogno di fare un laser, ma al policlinico è rotto: spero che per settembre lo aggiustino. Questo a chi dice che dobbiamo ringraziare De Luca per la gestione della sanità. Che dire, grazie presidente.
Forza tutti a votare Terra il 20 e 21 Settembre.