13/04/2023
Solidarietà alla famiglia del runner ucciso. Qualcuno spieghi a che uccidere gli orsi non è la soluzione, investire in prevenzione invece sì.
Come prevedibile, un incidente terribile ha messo in movimento la macchina della vendetta del presidente della provincia di Trento Fugatti, che da anni minaccia di dare la caccia agli orsi.
Una morte brutale fa molta impressione e suscita un indiscutibile solidarietà verso la vittima. Una giovane vita strappata in modo atroce fa arrabbiare e suscita grande dolore.
Questo non significa automaticamente che esista un orso cattivo da sterminare, né che sia realistico abbattere a fucilate la metà della popolazione di orsi che abita il trentino occidentale. Quello che esiste, invece, e anche in modo massiccio, è una disabitudine di noi umani a ricordare che la natura non è il giardino di casa.
Una certa sottocultura generalizzata e superficiale in cui siamo immersi induce a pensare che qualunque attività in ambiente naturale sia priva di rischi.
Non sapremo mai la dinamica esatta di questo fatto terribile in cui un giovane ha perso la vita, ma sappiamo come reagiscono gli animali alla percezione del pericolo, e questo dovrebbe bastarci per capire che i rischi esistono ed esistono comportamenti che li riducono ed altri che li aumentano, ma anche che ci sono condizioni e condizioni, ogni volta diverse perché dipendono da fattori che non controlliamo.
Poi esiste la paura di chi abita in quelle zone, un'emozione molto potente che può condizionare la percezione del mondo e la propria vita. Ecco, di questo dovremmo occuparci un po di più, tutti. Senza condannarla, accogliendola e fornendo alla mente razionale più strumenti per disattivarla.
La convivenza ravvicinata con i grandi carnivori non è un fatto scontato e una comunità ha bisogno di un grande investimento culturale, economico e di energie sane per potersi sentire sicura, perché i numeri dicono che gli orsi sono centinaia se non migliaia di volte meno pericolosi delle vespe, ma, quando la paura è attivata e coltivata, non sono sufficienti a farla passare.
La comunità che abita le valli attorno al massiccio del Brenta sta vivendo anni di inquietudine crescente, derivante dall’aumento della popolazione di orsi, e quindi degli incidenti. Ma anche dall’aumento delle paure a cui nessuno nelle istituzioni ha dato risposta.
Poco o nulla è stato fatto sul piano della comunicazione, dell’addestramento alla popolazione sui comportamenti da tenere in caso di incontri ravvicinati, su come evitare di prendere di sorpresa gli animali suscitando reazioni attacca o fuggi, sui rischi di attività come la corsa in solitudine in montagna, sulle tecniche di prevenzione dei danni e convivenza con un grande predatore come l’orso.
Convivenza possibile, a patto che si impari a conoscerlo e si modifichino comportamenti che non erano necessari quando l’orso era in sostanza localmente estinto. Oggi, molti etologi, zoologi, veterinari ed esperti sostengono che la convivenza è possibile, ma non bisogna prendere rischi inutili.
Ma questo significa gestione, e si fa con investimento di risorse. Si è invece deciso di lasciare andare, come scelta politica strategica, permettendo che le paure fermentassero e senza fare nulla per prevenire gli incidenti o ridurne i rischi. La responsabilità politica di una popolazione spaventata e a cui nessuno ha spiegato come comportarsi esiste.
Una volta terminato il progetto Life Ursus, che ha ripopolato con orsi bruni sloveni i pochi superstiti trentini, la responsabilità politica di erogare risorse per gestire la convivenza è stata in capo alla provincia autonoma di Trento, che non ha saputo o, peggio, voluto gestirla.
Chiara Bertogalli