Trame Umane

Trame Umane Trame Umane è uno spazio di pensiero su società e politica a Tricase. Antifascista, di sinistra, orientato al bene comune.

Racconta il presente con profondità, unendo analisi e cultura, per costruire comunità consapevole e partecipazione reale.

26/04/2026

No, non basta dire “tutti possono candidarsi” per aver già fatto democrazia.
Quella è la base. Il minimo indispensabile. Non il traguardo.

Il punto non è quanti si candidano.
Il punto è come e soprattutto perché lo fanno.

Dire “meglio tanti candidati che uno solo” è facile.
Ma se quei tanti non vanno nella stessa direzione, non è partecipazione: è confusione.
È rumore.
E nel rumore, una comunità non cresce. Si blocca.

Poi c’è un altro passaggio che non può passare inosservato.

Quando si parla di percorso, di esperienza, di leadership… bisogna stare attenti a non trasformare tutto in un racconto personale.
Perché la politica non è una storia individuale. Non è “io”.
È “noi”.

E invece, troppo spesso, vediamo il contrario.
L’ego che supera il gruppo.
Il nome che conta più del progetto.

Succede ovunque.
Con Silvio Berlusconi, con Matteo Salvini, con Giorgia Meloni.

Simboli costruiti attorno a un nome.
Non una comunità che cammina insieme, ma un leader che guida tutto.

E quando il leader cade, cade tutto il resto.

È questo il modello che vogliamo?
Un sistema che regge finché regge una persona?

Io credo di no.

Una comunità vera non ha bisogno di un nome sopra il simbolo per esistere.
Ha bisogno di una direzione condivisa.
Di persone che spingono insieme, non di qualcuno che chiede agli altri di seguirlo.

Perché la differenza è tutta qui:
tra chi parla di sé
e chi costruisce qualcosa che va oltre sé stesso.

La politica non è un palcoscenico personale.
È un lavoro collettivo.

E se perdiamo questo, non perdiamo una candidatura.
Perdiamo il senso stesso della comunità.

Il 25 aprile non è una data che si può incorniciare in un manifesto elettorale o ridurre al volto di un singolo. È una d...
25/04/2026

Il 25 aprile non è una data che si può incorniciare in un manifesto elettorale o ridurre al volto di un singolo. È una data collettiva, un respiro corale. La Liberazione non fu l’atto eroico di un uomo solo al comando, ma il battito sincrono di migliaia di cuori che, insieme, scelsero di infrangere il silenzio del ventennio.
I partigiani non erano icone solitarie, erano un noi: donne che portavano messaggi, operai che scioperavano nelle fabbriche, ragazzi che salivano in montagna lasciandosi alle spalle il conforto di casa. Erano una rete umana che ha tessuto, filo dopo filo, la tela della nostra democrazia. Hanno capito, prima di altri, che il peso della storia non si solleva mai da soli, ma unendo le forze per abbattere l’oppressione nazifascista.
Oggi, quella memoria non è un esercizio di stile, ma un impegno vivo. Viviamo in un tempo in cui la democrazia ci chiede di restare vigili, specialmente quando la politica dimentica di essere specchio di quell'unità, o quando segnali di intolleranza provano a riscrivere ciò che è stato scritto col sangue e col coraggio. Ricordare oggi significa guardare alla Costituzione come a una bussola: antifascista, parlamentare, indivisibile. È il testamento di chi ha sognato per noi un’Italia di pace, capace di dialogare quando le armi vorrebbero avere l’ultima parola.
Celebrare il 25 aprile significa dunque sentirsi parte di quel popolo che non si arrende. Significa prendersi cura gli uni degli altri, proteggere le libertà che abbiamo ereditato e pretendere, con forza, giustizia sociale e umana.
Che questa giornata possa riaccendere in ognuno di noi lo spirito di quel 1945: il coraggio di essere, insieme, custodi del futuro. Buona Liberazione a tutti noi.

21/04/2026

Buenos Aires, 24 maggio 2008.
Una carrozza della metropolitana. Pendolari, sedili di legno, la stanchezza di fine giornata. E tra loro, senza scorta e senza clamore, il cardinale Jorge Mario Bergoglio.

Quello scatto di Pablo Leguizamón non è solo una foto. È già tutto il pontificato di 𝐏𝐚𝐩𝐚 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐨 racchiuso in un istante.

𝐋𝐚 𝐫𝐢𝐯𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐚𝐥 𝐛𝐚𝐬𝐨. 𝐀𝐧𝐳𝐢, 𝐝𝐚 𝐮𝐧 𝐦𝐞𝐭𝐫𝐨̀.

Prima ancora di scegliere il nome di Francesco, lui aveva già scelto come stare al mondo: 𝐚𝐜𝐚𝐧𝐭𝐨. Tra la gente, nelle periferie, dove la vita accade davvero. Da quella scelta sono nati i tre sentieri che ha indicato a tutti noi:

𝐏𝐚𝐜𝐞
Non quella dei trattati, ma quella 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐠𝐢𝐚𝐧𝐚𝐥𝐞. Fatta di incontri, di perdono chiesto in ginocchio, di muri abbattuti con le mani. “𝐋𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐚 𝐞̀ 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐭𝐭𝐚”: lo ha gridato a Lampedusa, a Baghdad, a Gerusalemme. Perché la pace o è di tutti, o non è.

𝐀𝐦𝐛𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞
Con la Laudato si’ ci ha ricordato che la Terra non è un supermercato. È 𝐜𝐚𝐬𝐚. È 𝐬𝐨𝐫𝐞𝐥𝐥𝐚. Il grido dei poveri e il grido del pianeta sono lo stesso grido. Chi viaggia con gli ultimi, come in quel metrò del 2008, sente prima degli altri quando la casa comune inizia a bruciare.

𝐃𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢
Quelli veri. Pane, lavoro, dignità. I migranti, i carcerati, gli scartati. Li ha chiamati per nome, uno ad uno. Perché per lui “𝐧𝐞𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐢 𝐬𝐚𝐥𝐯𝐚 𝐝𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐨” non era una frase ad effetto. Era il Vangelo preso sul serio.

Quel giorno Bergoglio non sapeva che sarebbe diventato Papa. Ma sapeva già che tipo di pastore voleva essere: 𝐮𝐧𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐫𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐚𝐥’𝐚𝐥𝐭𝐨, 𝐦𝐚 𝐜𝐚𝐦𝐢𝐧𝐚 𝐚𝐜𝐚𝐧𝐭𝐨.

E oggi, in un mondo che urla e divide, quella foto ci chiede una cosa semplice e scomoda: 𝐝𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐬𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐯𝐢𝐚𝐠𝐢𝐚𝐧𝐝𝐨?

Perché la credibilità non si annuncia. Si vive. Un viaggio in metrò alla volta.

C’è sempre un momento, in politica, in cui la critica smette di essere analisi e diventa caricatura. E quel momento, qui...
17/04/2026

C’è sempre un momento, in politica, in cui la critica smette di essere analisi e diventa caricatura. E quel momento, qui, è stato ampiamente superato.

Partiamo da un punto semplice, quasi disarmante: fa più paura una donna capace che un sistema pieno di incapaci.
E quando a costruire questa narrazione è proprio una donna, il cortocircuito è ancora più evidente. Perché invece di alzare il livello del confronto, si sceglie la scorciatoia più vecchia del mondo: delegittimare, ridicolizzare, svuotare.

Quella descritta non è un’analisi politica. È la classica operazione chirurgica per colpire chi viene percepito come scomodo.
Si prende una figura, la si trasforma in un “prodotto da laboratorio”, la si priva di storia, di autonomia, di pensiero. E poi la si attacca… per quello che non è.

Ma entriamo nel merito.

Parlare di “esperimento”, di “androide”, di “costruzione artificiale” non è solo offensivo: è politicamente povero.
Perché evita la domanda vera: cosa propone? cosa rappresenta? cosa mette in discussione?

Si cita Carlo Calenda, Matteo Renzi, Dario Franceschini come se bastasse evocare nomi per costruire una colpa per associazione.
Ma la politica non è un gioco di ombre cinesi. È fatta di idee, posizioni, scelte.

E poi la caricatura: “non essere di sinistra”.
Come se oggi la sinistra si misurasse con un’etichetta e non con la capacità di risolvere problemi reali.
Come se parlare di innovazione, lavoro, nuovi modelli produttivi fosse automaticamente un tradimento.
Come se il mondo fosse fermo a trent’anni fa.

La verità è più semplice e meno teatrale:
quando qualcuno rompe gli schemi, diventa pericoloso per chi vive di schemi.

E allora si costruisce la narrazione: il laboratorio segreto, l’androide, il complotto.
Una favola. Ma senza morale.

Perché la morale, quella vera, è un’altra:
chi ha idee solide non ha bisogno di trasformare l’avversario in una caricatura.

E qui arriva il punto più importante.

Si può non essere d’accordo. Si deve discutere. Si devono criticare scelte, posizioni, visioni.
Ma quando il confronto scivola nella delegittimazione personale, non si sta facendo politica.
Si sta facendo rumore.

E noi non abbiamo bisogno di rumore. Abbiamo bisogno di verità, di coraggio, di visione.

Perché alla fine resta una domanda semplice, che taglia più di mille ironie:
fa più paura chi prova a cambiare le cose… o chi ha paura che cambino?

👉 Le persone si giudicano per quello che fanno. Non per la caricatura che qualcuno costruisce.
👉 Meno etichette. Più sostanza.
👉 Meno paura. Più coraggio.

📍 LA TRASPARENZA NON È UN DETTAGLIO. È IL METODO.C’è un atto pubblico che riguarda la rigenerazione urbana del centro st...
15/04/2026

📍 LA TRASPARENZA NON È UN DETTAGLIO. È IL METODO.

C’è un atto pubblico che riguarda la rigenerazione urbana del centro storico.
Un progetto importante, finanziato con fondi PNRR, che vale milioni di euro.

E dentro quell’atto c’è una cosa semplice:
👉 si autorizza il pagamento di quasi 290 mila euro per il 5° stato di avanzamento dei lavori.

Tutto regolare?
Formalmente sì.

Ma la domanda vera è un’altra:

i cittadini stanno capendo davvero cosa si sta facendo?

Perché la trasparenza non è pubblicare un documento.
La trasparenza è far capire.

🔍 I fatti

Ad oggi sono stati già spesi oltre 2 milioni di euro.
I lavori vanno avanti. I pagamenti anche.

Ma dentro quell’atto:

non si capisce quali opere precise sono state realizzate con questo pagamento

non si dice a che punto siamo davvero con il cantiere

non c’è una parola su tempi di completamento o eventuali ritardi

E questo è un problema.

⚠️ Le incongruenze

Nel documento emergono anche elementi che fanno riflettere:

una sequenza dei lavori che non torna nelle date

dati contabili che presentano incongruenze interne

Errori? Probabile.
Ma quando si gestiscono milioni di euro pubblici, anche gli errori pesano.

🧭 Il punto politico

Non basta dire “è tutto a posto”.
Non basta un atto tecnico.

Serve una scelta chiara:

👉 spiegare ai cittadini cosa si sta facendo, dove e perché
👉 dire con onestà quanto è stato fatto e quanto manca
👉 rendere ogni euro leggibile, comprensibile, verificabile

Perché i fondi pubblici non sono numeri.
Sono fiducia.

💬
Una città funziona quando chi amministra non si limita a firmare atti,
ma si assume la responsabilità di spiegarli.

Perché la distanza tra istituzioni e cittadini
non si accorcia con le parole.

Si accorcia con la trasparenza.

.🧩 𝗖'𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗺𝗼𝗱𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗶, 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗮𝗶 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗲𝗿𝗹𝗼.Si chiama 𝗴𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗲𝗹𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼.Lo ha ...
12/04/2026

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🧩 𝗖'𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗺𝗼𝗱𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗶, 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗮𝗶 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗲𝗿𝗹𝗼.
Si chiama 𝗴𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗲𝗹𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼.
Lo ha reso famoso Viktor Orbán in Ungheria: non tutti i cittadini uguali — ma cittadini ❞𝗽𝗶𝘂̀ 𝘃𝗶𝗰𝗶𝗻𝗶❞ e cittadini ❞𝗽𝗶𝘂̀ 𝗹𝗼𝗻𝘁𝗮𝗻𝗶❞.
I primi: ascoltati, favoriti, al centro.
Gli altri: ignorati, marginalizzati, spettatori.
📍 Ora abbassa lo sguardo. Lascia Budapest. Arriva a .
E chiediti: non è esattamente questo il metodo che abbiamo vissuto in questi anni?
🔴 𝗨𝗡𝗔 𝗖𝗜𝗧𝗧𝗔̀ 𝗗𝗜𝗩𝗜𝗦𝗔. 𝗡𝗢𝗡 𝗔𝗠𝗠𝗜𝗡𝗜𝗦𝗧𝗥𝗔𝗧𝗔.
Non parliamo di errori isolati. Parliamo di un filo rosso.
💬 ❝ 𝘚𝘰𝘭𝘥𝘪 𝘱𝘶𝘣𝘣𝘭𝘪𝘤𝘪 𝘣𝘶𝘵𝘵𝘢𝘵𝘪 𝘪𝘯 𝘰𝘱𝘦𝘳𝘦 𝘷𝘶𝘰𝘵𝘦. 𝘚𝘦𝘳𝘷𝘪𝘻𝘪 𝘴𝘰𝘤𝘪𝘢𝘭𝘪 𝘢𝘣𝘣𝘢𝘯𝘥𝘰𝘯𝘢𝘵𝘪 𝘥𝘢 𝘵𝘳𝘦 𝘢𝘯𝘯𝘪. ❞
⚠️ 𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗰𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗴𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲. 𝗘̀ 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗰𝗲𝗹𝘁𝗮 𝗽𝗿𝗲𝗰𝗶𝘀𝗮 𝘀𝘂 𝗰𝗵𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮 𝗲 𝗰𝗵𝗶 𝗻𝗼.
❌ Ufficio Tecnico bloccato (cittadini e professionisti senza risposte)
❌ Viabilità senza visione e correzioni tardive
❌ Un'estate di soli annunci, senza servizi reali
❌ Tricase Porto non accessibile: i diritti trasformati in concessioni
❌ Allagamenti gestiti a danno già fatto
❌ Associazioni locali trattate come avversari
Tutto questo non è una somma di errori. È un 𝗺𝗲𝘁𝗼𝗱𝗼 che parte dalle convenienze politiche, non dai bisogni della gente.
⚠️ 𝗜𝗟 𝗣𝗢𝗣𝗨𝗟𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗦𝗜𝗟𝗘𝗡𝗭𝗜𝗢𝗦𝗢: 𝗖𝗜𝗧𝗧𝗔𝗗𝗜𝗡𝗜 𝗗𝗜 𝗦𝗘𝗥𝗜𝗘 𝗔 𝗘 𝗕
Per anni si è detto: "noi siamo dalla parte della città". 𝘔𝘢 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘦 𝘤𝘪𝘵𝘵𝘢̀?
✅ Chi è vicino al potere ➔ ascolto e tempi rapidi
❌ Chi è distante ➔ attesa e invisibilità
Quando le famiglie fragili e gli anziani aspettano i servizi sociali da 𝟯 𝗮𝗻𝗻𝗶, la risposta è già davanti ai tuoi occhi. Questo populismo non divide con le parole: 𝗱𝗶𝘃𝗶𝗱𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝗽𝗿𝗮𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲.
📉 𝗨𝗡𝗔 𝗠𝗔𝗚𝗚𝗜𝗢𝗥𝗔𝗡𝗭𝗔 𝗜𝗡 𝗖𝗥𝗜𝗦𝗜 𝗣𝗘𝗥𝗠𝗔𝗡𝗘𝗡𝗧𝗘
Tensioni interne e ritardi cronici: una città ferma, mentre i problemi correvano.
🎭 𝗟𝗔 𝗠𝗔𝗦𝗖𝗛𝗘𝗥𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗖𝗔𝗗𝗘
Con l'investitura ufficiale di 𝗙𝗼𝗿𝘇𝗮 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮, il quadro si completa. Quello che era venduto come "civismo" e "autonomia" oggi trova una collocazione politica esplicita.
Non è una sorpresa. È una conferma: la direzione è sempre stata la 𝗱𝗲𝘀𝘁𝗿𝗮.
🔵 𝗜𝗟 𝗣𝗨𝗡𝗧𝗢 𝗩𝗘𝗥𝗢: 𝗡𝗢𝗡 𝗘̀ 𝗜𝗗𝗘𝗢𝗟𝗢𝗚𝗜𝗔, 𝗘̀ 𝗠𝗢𝗗𝗘𝗟𝗟𝗢
Da una parte: una città 𝘃𝗲𝗿𝘁𝗶𝗰𝗮𝗹𝗲, selettiva, costruita su relazioni e appartenenze.
Dall'altra: una città 𝗶𝗻𝗰𝗹𝘂𝘀𝗶𝘃𝗮, orizzontale, dove i diritti non dipendono da chi conosci.
🗳️ Questa non è solo una campagna elettorale. È una scelta tra due modi opposti di intendere la comunità.

Perché una città è governata davvero solo quando 𝗻𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻𝗼 𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗹𝗮𝘀𝗰𝗶𝗮𝘁𝗼 𝗶𝗻𝗱𝗶𝗲𝘁𝗿𝗼. 🇮🇹

❓ 𝙲𝚘𝚖’è 𝚙𝚘𝚜𝚜𝚒𝚋𝚒𝚕𝚎 𝚌𝚑𝚎 𝚞𝚗 𝚙𝚛𝚘𝚋𝚕𝚎𝚖𝚊 𝚗𝚘𝚝𝚘 𝚍𝚊 𝚊𝚗𝚗𝚒 𝚜𝚒 𝚝𝚛𝚊𝚜𝚏𝚘𝚛𝚖𝚒 𝚘𝚐𝚐𝚒 𝚒𝚗 𝚞𝚗𝚊 𝚜𝚙𝚎𝚜𝚊 𝚙𝚞𝚋𝚋𝚕𝚒𝚌𝚊 𝚍𝚊 𝚘𝚕𝚝𝚛𝚎 𝟷𝟷𝟶.𝟶𝟶𝟶 𝚎𝚞𝚛𝚘La risposta ...
08/04/2026

❓ 𝙲𝚘𝚖’è 𝚙𝚘𝚜𝚜𝚒𝚋𝚒𝚕𝚎 𝚌𝚑𝚎 𝚞𝚗 𝚙𝚛𝚘𝚋𝚕𝚎𝚖𝚊 𝚗𝚘𝚝𝚘 𝚍𝚊 𝚊𝚗𝚗𝚒 𝚜𝚒 𝚝𝚛𝚊𝚜𝚏𝚘𝚛𝚖𝚒 𝚘𝚐𝚐𝚒 𝚒𝚗 𝚞𝚗𝚊 𝚜𝚙𝚎𝚜𝚊 𝚙𝚞𝚋𝚋𝚕𝚒𝚌𝚊 𝚍𝚊 𝚘𝚕𝚝𝚛𝚎 𝟷𝟷𝟶.𝟶𝟶𝟶 𝚎𝚞𝚛𝚘

La risposta sta tutta in Via Pirandello, zona Eurospin.

Partiamo dai fatti, non dalle opinioni.

Quell’area è diventata negli anni un punto ad alta densità commerciale:
più attività, più traffico, più pressione su strade nate per altro.

👉 Il problema era noto.
👉 Le criticità erano evidenti.
👉 E una soluzione c’era già.

Una strada laterale, prevista da tempo, pensata proprio per alleggerire il traffico.
E con un elemento decisivo:
👉 una parte di quell’opera sarebbe stata realizzata a carico del privato.

Tradotto: meno peso sulle casse pubbliche, più programmazione.

E invece?

È iniziata la fase più tipica della politica locale:
quella dove si preferisce non decidere.

Una maggioranza immobile.
E una parte dell’opposizione, non tutta, che ha scelto la scorciatoia:

👉 no alla costruzione, perché “non si poteva fare”

Una tesi ripetuta, amplificata, utilizzata.

Peccato che poi i fatti abbiano raccontato altro.

👉 Il TAR ha dato ragione al progetto
👉 ha riconosciuto la correttezza degli atti
👉 ha smentito, nei fatti, l’idea dell’impossibilità di costruire

Ma su questo, silenzio.

Nessuna enfasi. Nessun titolo. Nessuna bandiera.

Nel frattempo?

👉 il traffico è aumentato
👉 la zona si è saturata
👉 nessuna soluzione strutturale è stata realizzata

E così arriviamo a oggi.

Una rotatoria.
👉 oltre 110.000 euro di soldi pubblici
👉 interventi aggiuntivi perché il progetto non era completo
👉 soluzioni tardive a problemi prevedibili

📌 In sintesi:

prima si blocca per paura o convenienza,
poi si interviene in emergenza,
e alla fine paga il Comune.

Questa vicenda non è un incidente.
È un metodo.

Un metodo fatto di:

scelte rinviate

posizioni di comodo

verità parziali
❗ 𝐄 𝐪𝐮𝐢𝐧𝐝𝐢, 𝐜𝐨𝐦’è 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐩𝐚𝐠𝐡𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐮𝐧 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐯𝐚 𝐞𝐯𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞?

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