Territorio Libero di Trieste - Svobodno ozemlje - Free Territory of Trieste

  • Casa
  • Italia
  • Trieste
  • Territorio Libero di Trieste - Svobodno ozemlje - Free Territory of Trieste

Territorio Libero di Trieste - Svobodno ozemlje - Free Territory of Trieste There is a country, right in the heart of Europe, you have probably never heard of: the Free Territory of Trieste.

Ci troviamo in un momento di estrema difficoltà per la città di Trieste, per il suo Territorio e per l’Europa intera. Mentre le attuali amministrazioni operano in uno status di illegalità locale ed internazionale, il Trattato di Pace con l’Italia, firmato a Parigi nel 1947 e ancora assolutamente in vigore, viene completamente ignorato.

◼ Noi, il popolo, siamo cittadini del Territorio Libero di Tr

ieste, e rivendichiamo il nostro diritto a vivere in una condizione di benessere individuale e collettivo. Il Territorio Libero di Trieste è, per definizione, multiculturale, multilingue ed intimamente mitteleuropeo. Noi favoriamo il processo di internazionalizzazione del tessuto del Territorio: vogliamo fare parte di una popolazione aperta a lingue e culture diverse, in grado di trovare ispirazione nella lunga fase di sviluppo come emporio del Centro Europa. Il Porto Libero di Trieste, motore principale dell’economia, non può decollare o sostenere investimenti reali, senza che venga prima ristabilito uno status di legalità. Una volta rianimato il cuore pulsante del Territorio, intendiamo agevolare processi avanzati di innovazione nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione industriale di qualità. Vanno sostenuti la lavorazione e l’uso dell’alta tecnologia, anche al fine di diminuire l’impatto sull’ambiente. Il Territorio è stato infatti stravolto da un fortissimo inquinamento di natura dolosa, che è potuto avvenire solamente grazie alla complicità di tutte le amministrazioni che si sono succedute nei decenni passati. Siamo inoltre coscienti di come uno stato in fallimento — il cui debito non appartiene per legge ai triestini! – non possa essere in grado di far fronte alle priorità reali del Territorio, come trovare la soluzione ad un insostenibile regime fiscale. Mentre l’Europa si interroga sulle condizioni di profonda crisi in cui versa, il movimento punta a migliorare drasticamente la qualità della vita nel Territorio, garantendo la piena applicazione dei Diritti umani, collettivi ed individuali che appartengono ad ognuno di noi.

◼ Rappresentiamo gli interessi fondamentali della stragrande maggioranza del popolo del Territorio, e ne rivendichiamo le specificità politiche, legislative, economiche e fiscali determinate dal Trattato di Pace. Per tutte queste ragioni, il raggiungimento di uno status di legalità è il nostro obiettivo principale.

◼ Noi, il popolo, chiediamo pertanto la piena e completa finalizzazione del Territorio Libero di Trieste.

⚠️ L’EX FERRIERA DIVENTA PUNTO FRANCO. MA L’ALLEGATO VIII NON È UNA SCATOLA VUOTANell’area dell’ex Ferriera di Servola s...
08/09/2026

⚠️ L’EX FERRIERA DIVENTA PUNTO FRANCO. MA L’ALLEGATO VIII NON È UNA SCATOLA VUOTA

Nell’area dell’ex Ferriera di Servola sono già stati completati quattro ettari di piazzale destinati a ospitare 300 semirimorchi del terminal HHLA PLT Italy.

• Il traffico Ro-Ro cresce di oltre il 5 per cento.

• Più di dieci traghetti alla settimana collegano Trieste soprattutto con la Turchia.

• Recentemente si è aggiunta anche la linea con il porto egiziano di Damietta.

Il piazzale è pronto. Per utilizzarlo manca però un passaggio decisivo: l’estensione del regime di Punto Franco.

Ed è qui che la vicenda assume un significato ben più ampio della semplice riconversione di un’area industriale.

TriestePrima scrive infatti che «l’Allegato VIII entra nell’operatività del porto». Ma l’Allegato VIII non è una generica normativa italiana sulle zone franche:

• È lo Strumento internazionale che determina il funzionamento e l’amministrazione del Porto Franco del Territorio Libero di Trieste.

L’articolo 34 dell’Allegato VI al Trattato di pace del 1947 stabilisce con chiarezza che:

• Il Porto Franco viene istituito nel Territorio Libero di Trieste.

• La sua amministrazione deve avvenire sulla base dell’Allegato VIII.

• Il Governo del TLT deve emanare la legislazione e adottare le misure necessarie per applicarlo.

L’Allegato VIII, a sua volta, stabilisce che:

• Il Porto Franco è un’azienda di Stato del Territorio Libero.

• Il suo funzionamento deve garantire la libertà di transito.

• L’accesso deve essere assicurato senza discriminazioni alle navi e alle merci di tutti i Paesi.

• Il Porto Franco deve operare nell’interesse del commercio internazionale e degli Stati dell’Europa centrale.

Gli organi permanenti del TLT non entrarono mai pienamente in funzione e dal 1954 il porto viene amministrato dall’Italia. Tuttavia:

• Il Memorandum di Londra impegnò il Governo italiano a mantenere il Porto Franco in generale conformità con gli articoli da 1 a 20 dell’Allegato VIII.

• L’expertise Grant–Verdirame distingue fra l’apparato istituzionale rimasto incompiuto e gli obblighi sostanziali del regime franco, dei quali non risulta dimostrata l’estinzione.

Il problema, dunque, non è l’estensione del Punto Franco all’ex Ferriera, che può rappresentare un’opportunità concreta per Trieste.

Il problema è pretendere di utilizzare l’Allegato VIII soltanto come contenitore di vantaggi commerciali, separandolo dal Territorio Libero per il quale venne scritto e dal Porto Franco del quale determina il funzionamento.

• Se l’Allegato VIII torna nell’operatività del porto, deve tornarvi nella sua interezza e nella sua natura internazionale.

• Non si può ricordarlo quando apre una porta e dimenticarlo quando pone una domanda:

che cosa resta davvero internazionale nel Porto Franco Internazionale di Trieste?

Articolo completo
⬇️⬇️⬇️
https://www.triest-ngo.org/it/lex-ferriera-diventa-punto-franco-ma-lallegato-viii-non-e-una-scatola-vuota/

04/09/2026

Trieste, 1948. Mentre entrava in vigore la Costituzione della Repubblica italiana, la città non apparteneva all’Italia: era parte del Territorio Libero di Trieste e si trovava sotto l’amministrazione militare anglo-americana.

Le immagini a colori mostrano le truppe alleate schierate in piazza Grande (Unità) e il porto cittadino, accostandole alla firma della Costituzione italiana del 27 dicembre 1947. Due realtà contemporanee, ma giuridicamente distinte: una differenza che la memoria nazionale ha preferito cancellare.

Music "Beautiful Oblivion" by Scott Buckley

Credit must be given to:

01/09/2026

Via Muggia 5, Comune di San Dorligo della Valle.

Qualche genio ha pensato bene di piazzare una fila di alberi dentro piccoli contenitori neri, direttamente sull’asfalto e sotto il sole. In pratica, le radici vengono lasciate a cuocere dentro involucri che accumulano calore come forni, senza terra sufficiente, senza ombra e, a giudicare dalle condizioni delle piante, senza cure adeguate.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: foglie secche, rami spogli, chiome devastate e alberi già rovesciati. Non un intervento di verde pubblico, ma un’esecuzione lenta finanziata — direttamente o indirettamente — con denaro che certamente non cresce sugli alberi. Anche perché gli alberi, trattati così, non crescono affatto: muoiono.

Per mettere a dimora una pianta non basta comprarla, scaricarla da un camion e abbandonarla sull’asfalto dentro un vaso nero. Servono una buca adeguata, terreno, irrigazione, protezione e manutenzione. Nozioni elementari, note all’umanità da qualche millennio, ma evidentemente ancora troppo complesse per chi ha progettato, autorizzato o eseguito questo capolavoro.

La domanda, dunque, è semplice: chi ha deciso questa sistemazione, quanto è costata e chi risponderà della morte delle piante?

Il Comune di San Dorligo della Valle intende intervenire immediatamente, facendo collocare correttamente gli alberi e salvando quelli ancora recuperabili, oppure aspetterà che siano tutti secchi per spendere altri soldi e sostituirli?

Piantare alberi per lasciarli morire non è tutela dell’ambiente. È spreco di denaro, incompetenza e disprezzo per il bene pubblico. Qui non è mancato il “pollice verde”: è mancato il cervello.

Altre foto nei commenti:
⬇️⬇️⬇️

🔺 LE “CAUSE SICURE” DELL’IPR FTT E IL CONTO DA 200.000 EUROLa notizia pubblicata da Il Piccolo impone una riflessione se...
01/09/2026

🔺 LE “CAUSE SICURE” DELL’IPR FTT E IL CONTO DA 200.000 EURO

La notizia pubblicata da Il Piccolo impone una riflessione seria, senza trionfalismi, depressione, né polemiche personali. Dopo anni di ricorsi, le cause civili promosse dall’IPR FTT si sono concluse con esiti sfavorevoli e con spese legali complessive che si avvicinerebbero ai 200.000 euro. I promotori avrebbero chiesto di versarle in 48 rate semestrali nell’arco di otto anni.

Nel nostro articolo ricostruiamo schematicamente l’intera vicenda.

– L’IPR FTT si presenta come “Rappresentanza Internazionale Provvisoria del Territorio Libero di Trieste” e come soggetto di diritto internazionale. Questa qualifica, tuttavia, deriva dal suo stesso atto costitutivo del 16 settembre 2015: non risulta conferita o riconosciuta dal Consiglio di sicurezza dell’ONU, da uno Stato o da un’organizzazione internazionale. Negli atti giudiziari italiani l’IPR FTT compare con codice fiscale italiano, rappresentata legalmente da Paolo G. Parovel, assistita da un avvocato italiano e domiciliata processualmente in Italia.

– Tra il 2017 e il 2019 furono promosse tre grandi cause civili: sul regime fiscale generale applicabile a Trieste, sulla pretesa inapplicabilità dell’IVA italiana e sulla gestione del Porto Franco internazionale, compresi gli accordi portuali con imprese cinesi. Vi aderirono centinaia di persone, organizzazioni e imprese.

– Durante lo svolgimento dei giudizi, ordinari passaggi processuali furono ripetutamente presentati come “primi successi” o “nuovi successi”. Dopo la sconfitta nella causa fiscale di primo grado, l’IPR FTT annunciò pubblicamente un ricorso in appello «facile ed immediato». Anche l’appello venne respinto; la relativa sentenza fu quindi definita «completamente infondata in fatto e diritto». Dopo l’esito sfavorevole in Cassazione, anche la decisione della Suprema Corte venne descritta come politica ed eversiva dell’ordine internazionale.

– Una delega politica e una procura alle liti, però, non sono la stessa cosa. Chi viene inserito formalmente tra i ricorrenti non offre soltanto un sostegno ideale: diventa parte del processo e può essere chiamato a rispondere delle spese in caso di soccombenza. Questo rischio avrebbe dovuto essere illustrato con assoluta chiarezza a ogni aderente prima della firma.

– Per conoscere la posizione economica di ciascun ricorrente occorre leggere i dispositivi delle singole decisioni e gli accordi raggiunti con i creditori. Non affermiamo quindi che ogni partecipante risponda automaticamente dell’intero importo. Ricordiamo però il principio generale: quando una condanna è solidale, il creditore può rivolgersi anche a uno solo dei debitori, scegliendo quello concretamente solvibile, il quale potrà poi rivalersi sugli altri.

– Le sentenze civili italiane non cancellano né modificano un trattato internazionale e non esauriscono automaticamente la questione giuridica e geopolitica di Trieste. Dimostrano però il fallimento della specifica strategia processuale adottata dall’IPR FTT e presentata per anni come destinata a una vittoria pressoché certa.

– La comunità internazionale non riconosce nuovi soggetti diplomatici sulla base di autoproclamazioni, raccolte di deleghe o corrispondenza protocollata. Nel diritto e nella geopolitica contano il riconoscimento effettivo, gli atti degli Stati, le organizzazioni internazionali competenti, gli interessi strategici e i rapporti di forza. Ricevere o protocollare una comunicazione privata non equivale a riconoscere diplomaticamente chi l’ha inviata.

– Il danno prodotto da questa vicenda non è soltanto economico. Cause formulate in modo inadeguato possono offrire alle autorità italiane sentenze da utilizzare politicamente contro l’intera questione di Trieste, confondendo una materia internazionale complessa con la pretesa di non pagare imposte attraverso ricorsi collettivi.

La questione di Trieste e del suo Porto Franco internazionale merita ricerca documentale, competenza, prudenza e una strategia rivolta agli interlocutori realmente competenti. Proprio perché la consideriamo seria, riteniamo necessario distinguere il diritto internazionale dalle autoproclamazioni e l’analisi geopolitica dalla propaganda giudiziaria.

Nel 2017 si annunciavano i primi successi. Nel 2018 un appello “facile ed immediato”. Oggi si discute di circa 200.000 euro di spese e di una rateizzazione estesa, ben che vada, fino al 2034.

I documenti e la cronologia completa sono nell’articolo:
⬇️⬇️⬇️

https://www.triest-ngo.org/it/i-200-000-euro-delle-cause-sicure-anatomia-di-una-disfatta-annunciata/

🔴 TRIESTE, LA QUESTIONE IRRISOLTA NEL CUORE D'EUROPAArticolo apparso su Limes il 12 agosto 2026, qui ripubblicato in ver...
26/08/2026

🔴 TRIESTE, LA QUESTIONE IRRISOLTA NEL CUORE D'EUROPA

Articolo apparso su Limes il 12 agosto 2026, qui ripubblicato in versione ampliata con due integrazioni documentali: la risposta del commissario europeo Algirdas Šemeta del 7 agosto 2012 e la lettera del Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon S/2015/809 del 21 ottobre 2015.

Una faglia giuridica attiva dal 1947 continua a lavorare sotto la superficie. Mentre la retorica italiana congela Trieste nel 1918 e nel 1954, il vero spartiacque resta il Trattato di Pace: cessazione della sovranità italiana sul territorio, istituzione del Territorio Libero di Trieste e creazione di un regime internazionale mai formalmente estinto.

▪ Il Memorandum di Londra del 1954 non dispose alcuna annessione. Definì dei “practical arrangements”, trasferendo al Governo italiano la responsabilità dell’amministrazione civile della Zona A. Amministrazione e sovranità, nel diritto internazionale, non sono la stessa cosa.

▪ La persistenza di un ordinamento speciale emerge anche dalle fonti italiane. L’Avvocatura dello Stato, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite nel 1961 e il Consiglio di Stato nel 1962 dovettero confrontarsi con un regime difficilmente riconducibile alla normale sovranità nazionale.

▪ Nel 1974 Washington ordinò ai propri diplomatici di non utilizzare l’espressione “ex Territorio Libero di Trieste”. Un cablogramma oggi declassificato del Dipartimento di Stato affermava esplicitamente che il Memorandum del 1954 non aveva posto fine allo status giuridico del TLT né ne aveva modificato la persistente natura legale.

▪ La ricognizione delle Nazioni Unite del 2015 conferma la centralità del quadro del 1947. La lettera S/2015/809 ricorda che il Trattato di Pace pose fine alla sovranità italiana sul territorio e che nel 1954 Italia e Jugoslavia instaurarono amministrazioni civili nelle due zone. Come basi giuridiche richiama il Trattato del 1947, la risoluzione 16 del Consiglio di sicurezza e il Memorandum di Londra, senza menzionare il Trattato di Osimo.

▪ L’assenza di Osimo non ne annulla l’efficacia bilaterale tra Italia e Jugoslavia. Dimostra però che un accordo concluso fra due Stati non poteva, da solo, estinguere o modificare un regime multilaterale né cancellare i diritti riconosciuti agli Stati terzi.

▪ Londra e Washington furono gli ultimi soggetti internazionali a esercitare i pieni poteri militari sulla Zona A. Il condominio strategico anglo-americano venne successivamente ricodificato in amministrazione civile italiana, mantenendo, in forme diverse, una particolare concentrazione di apparati di pubblica sicurezza e di presidi giudiziari, nettamente sovradimensionata rispetto alla consistenza demografica del territorio.

▪ Il Porto Franco previsto dall’Allegato VIII è il cuore materiale della questione. Non nacque come un normale porto demaniale italiano, ma come un regime internazionale destinato a garantire libertà di transito, franchigie doganali e diritti di accesso agli Stati dell’entroterra centroeuropeo e danubiano.

▪ Nel 2012 la Commissione europea richiamò espressamente l’Allegato VIII. Rispondendo a un’interrogazione parlamentare, il commissario Algirdas Šemeta non lo trattò come un reperto storico abrogato, ma come la premessa normativa del regime doganale speciale del Porto Franco, raccordandolo al diritto dell’Unione europea.

▪ Nel 2024 è stato lo stesso Stato italiano a confermarne nuovamente la vigenza. L’articolo 71 del decreto legislativo n. 141 stabilisce che per i punti franchi del porto di Trieste restano ferme le disposizioni dell’Allegato VIII del Trattato di Pace del 1947.

▪ Il passaggio del 1954 si colloca inoltre a ridosso del Bilateral Infrastructure Agreement tra Italia e Stati Uniti. Il Memorandum di Londra e l’accordo sulle infrastrutture militari appartengono al medesimo riassetto strategico atlantico: alla sovranità nominale italiana corrispose il trasferimento del baricentro del controllo operativo dalle potenze anglo-americane agli Stati Uniti, soprattutto nei settori nevralgici della sicurezza e delle infrastrutture strategiche.

▪ Oggi il destino geografico di Trieste si impone nuovamente sulla storia. Fondali che raggiungono i 18 metri, collegamenti ferroviari, retroterra mitteleuropeo, oleodotti e possibile funzione di terminale nord-adriatico dell’IMEC riportano lo scalo al centro della competizione internazionale.

▪ La penetrazione della British American To***co nell’area FREEeste e l’acquisizione ungherese di 34 ettari dell’area ex Aquila riattivano funzionalmente le logiche dell’Allegato VIII. Budapest definisce ufficialmente l’insediamento triestino “Hungarian seaport” e “Hungarian maritime exit”: non una semplice destinazione commerciale, ma lo sbocco marittimo controllato di un Paese dell’entroterra.

▪ Una sovranità logistica di fatto si contrappone così a quella nominale. Terminalisti, multinazionali, fondi d’investimento, oleodotti e corridoi fiscali possono esercitare sul territorio un controllo materiale più efficace delle proclamazioni nazionali.

▪ Nel frattempo Trieste si consuma in un’ipertrofia commemorativa. Il 12 giugno, il 26 ottobre, il 10 febbraio e le bandiere tricolori permanenti sul Municipio alimentano una rappresentazione ossessivamente retrospettiva della città, rivelatrice di una profonda insicurezza identitaria, mentre le decisioni reali sul porto, sulle infrastrutture, sui traffici e sulle acque del Golfo vengono prese altrove.

▪ Manca qualsiasi soggetto politico capace di trasformare la memoria giuridica in una piattaforma strategica. La cittadinanza rimane in larga parte inconsapevole dei diritti originari previsti dall’Allegato VI del Trattato di Pace, mentre soltanto pochi hanno compreso la portata concreta dell’Allegato VIII: non una reliquia doganale, ma un dispositivo internazionale capace di incidere sull’accesso allo scalo, sulla libertà di transito, sulla lavorazione delle merci e sulla funzione economica di Trieste quale porto dell’intero retroterra centroeuropeo. Senza coscienza politica e visione strategica, anche il più ampio patrimonio di diritti resta lettera morta e finisce per essere utilizzato da interessi esterni anziché dalla comunità che dovrebbe beneficiarne.

Il quadrante è nuovamente aperto. Non si tratta di folklore locale né di nostalgia confinaria, ma di un nodo reale del diritto internazionale pubblico che interseca già i destini di Italia, Slovenia, Croazia e Ungheria.

Trieste torna così a essere ciò che è sempre stata: non una periferia orientale dell’Italia, ma una cerniera tra mondo latino, slavo e germanico, un centro sismografico nel quale le grandi fratture europee si manifestano in anticipo.

La partita geopolitica è ricominciata.

Articolo completo:
https://www.triest-ngo.org/it/5305/

24/08/2026

Trieste, settembre 1947.

Piazza della Barriera Vecchia (Garibaldi), via del Torrente (poi Carducci) e piazza della Legna (Goldoni) gremite di folla. La Polizia Civile, le cariche, i lacrimogeni. Poi i militari americani sorvegliano gli operai che piantano i pali e tracciano sull’asfalto la linea di demarcazione del nuovo confine: nasce il Territorio Libero di Trieste.

I colori restituiscono vita e impressionante immediatezza a immagini lontane quasi ottant’anni. Non è una ricostruzione: è la Storia che torna a muoversi davanti ai nostri occhi.

Music: "Beautiful Oblivion" by Scott Buckley.

Credit must be given to:

Trieste 7-10 settembre 1920: la rivolta di San GiacomoA nemmeno due anni dal novembre 1918, che pose fine a oltre cinque...
23/08/2026

Trieste 7-10 settembre 1920: la rivolta di San Giacomo

A nemmeno due anni dal novembre 1918, che pose fine a oltre cinque secoli di appartenenza all'Austria, la città di Trieste si trovò travolta dalle tensioni del dopoguerra e dalla rigida presenza delle autorità statali e militari italo-sabaude. Nel settembre del 1920, all'apice del "biennio rosso", il rione di San Giacomo divenne il teatro di un'aspra insurrezione di popolo contro le provocazioni nazionaliste e la repressione armata.

Il quadro storico, politico e sociale del rione:

Maggioranza politica: San Giacomo (Sveti Jakob) era il cuore pulsante del proletariato triestino. Politicamente era la roccaforte assoluta del socialismo rivoluzionario, della Camera del Lavoro e dell'ala massimalista (che pochi mesi dopo avrebbe dato vita al Partito Comunista). Era un bacino elettorale compatto di sinistra, radicalmente internazionalista e ostile sia all'imperialismo che al militarismo nazionalista.

Composizione linguistica e culturale: Era un rione storicamente multietnico e operaio, caratterizzato da una forte presenza slovena integrata con la classe lavoratrice di lingua triestino-italiana e friulana. La convivenza asburgica pre-1918 aveva garantito la proliferazione di circoli operai, cooperative e associazioni culturali slovene, unite a quelle socialiste in un'ottica di classe transnazionale.

La percezione dell'esercito sabaudo: A meno di due anni dall'occupazione militare del novembre 1918 e dalla fine della plurisecolare appartenenza all'Austria, per la popolazione di San Giacomo i reparti dell'esercito e le Guardie Regie non rappresentavano liberatori, bensì un corpo d'occupazione e invasione: una forza armata esterna, estranea alle dinamiche civili della città autonoma, usata dallo Stato sabaudo per reprimere il movimento operaio e favorire l'affermazione delle prime squadre fasciste e nazionaliste.

La cronologia degli scontri nel video:
Le premesse e l'escalation: Le violenze in Piazza Goldoni, la paralisi dei cantieri navali e la morte del sedicenne operaio Franzi, che portano alla proclamazione dello sciopero generale.

7 settembre – L'inizio della rivolta: Al rientro dal corteo funebre di Franzi, il passaggio di un camion con a bordo nazionalisti innesca la battaglia; la folla assalta la sede della Lega Nazionale e si accendono violenti scontri con le guardie regie.

8 settembre – La guerriglia urbana: San Giacomo viene trasformato in una roccaforte protetta da barricate e franchi tiratori; interviene il 13º Reggimento Fanteria con mitragliatrici sui tetti e fuoco verso le abitazioni civili.

9-10 settembre – L'accerchiamento e l'artiglieria: La mobilitazione sindacale cessa, ma la resistenza del quartiere prosegue fino all'intervento decisivo dell'artiglieria, con tre colpi di cannone esplosi a scopo intimidatorio dal Castello di San Giusto. La repressione si conclude con un bilancio di arresti, decine di feriti e vittime civili innocenti, tra cui la tredicenne Maria Gerbezza.

Un documento per approfondire una delle pagine più drammatiche della storia giuliana del primo dopoguerra.

Guarda il video:
⬇️⬇️⬇️

Questo video descrive quanto accaduto tra la fine di agosto e il 10...

20/08/2026

Trieste, 6 aprile 1948: quando la città si fermò a guardare.

Carri armati tra le vie del centro, elmetti lucidi e il rumore dei cingoli sulle Rive.

Il 6 aprile 1948 gli anglo-americani sfilarono in massa per l'Army Day: non era solo una parata, ma una dimostrazione di forza in piena Guerra Fredda, a pochi giorni dalle elezioni più tese del dopoguerra.

Un frammento di storia che ha segnato un'epoca.

⚠️ Strage di Vergarolla (18 agosto 1946)Anatomia documentaria di una strage senza colpevoli accertati — Abstract di sint...
18/08/2026

⚠️ Strage di Vergarolla (18 agosto 1946)
Anatomia documentaria di una strage senza colpevoli accertati —

Abstract di sintesi dell'articolo ITA - EN:

Il Fatto Storico

🔘 Oggi, 18 agosto 2026, ricorre l’ottantesimo anniversario della strage di Vergarolla.
Il 18 agosto 1946, sulla spiaggia di Pola gremita di famiglie, atleti e bagnanti, esplose un deposito di residuati bellici ancora carichi di esplosivo: morirono almeno 63–65 persone, fra cui numerosi bambini.

☑️ Gli autori non sono mai stati identificati.
La deflagrazione avvenne in coincidenza con le gare natatorie della Coppa Scarioni per il 60° anniversario della società Pietas Julia, gremite di bagnanti, atleti e famiglie.

☑️ Ciò che i documenti non consentono di affermare.
Dopo ottant’anni, attribuire con sicurezza la strage all’OZNA, ai servizi jugoslavi, a gruppi italiani o a qualunque altro soggetto non costituisce una posizione storiografica più coraggiosa: significa affermare più di quanto consentano i documenti. L’inchiesta alleata accertò la natura intenzionale dell’esplosione, ma concluse indicando come responsabili “person or persons unknown”. Il fascicolo dell’Allied Control Commission, composto da 78 fotogrammi e oggi integralmente consultabile, non contiene alcuna attribuzione all’OZNA. La successiva informativa britannica su Giuseppe Kovacich costituisce una pista d’intelligence seria, non la prova della sua partecipazione né di un ordine jugoslavo. Chi presenta una qualsiasi di queste ipotesi come fatto accertato può non conoscere la documentazione oppure può scegliere deliberatamente di deformarla. Dopo che le fonti sono state rese accessibili e analizzate, continuare a presentare un’ipotesi come verità accertata non è più semplice ignoranza: è una scelta consapevole.

Punti Fermi della Ricostruzione Documentaria

L'analisi rigorosa delle fonti coeve (italiane, britanniche, croate e slovene) evidenzia quattro tesi documentate:

1) Deposito pericoloso: Sulla spiaggia era collocato un deposito eterogeneo di residuati navali ancora carichi di alto esplosivo.

2) Assenza di spolette: Gli ordigni erano stati disinnescati dai normali dispositivi di accensione, ma contenevano ancora le cariche esplosive (rendendo fortemente improbabile una detonazione accidentale nelle condizioni ordinarie).

3) Detonazione dolosa: L'inchiesta militare alleata concluse che l'esplosione fu provocata intenzionalmente da persona/e ignote («wilfully set off»).

4) Omessa custodia: Il materiale rimase liberamente accessibile, non recintato efficacemente né presidiato in un'area ad altissima frequentazione civile.

Tipologia degli Ordigni e Responsabilità Amministrativa

▪️ Contrariamente alla formula memorialistica tradizionale («28 mine antisbarco italiane con 9 tonnellate di tritolo»), gli inventari e i documenti britannici attestano un deposito composito (circa 15–20 bombe di profondità tedesche o miste, oppure 3 testate di siluro, 4 cariche di TNT e 5 generatori fumogeni recuperati durante le bonifiche).

▪️ Nonostante i sopralluoghi del Governo Militare Alleato (GMA) e la dichiarazione del Comune di Pola di avere ripetutamente segnalato il pericolo, il sito non fu posto in sicurezza, configurando una chiara responsabilità amministrativa nella mancata custodia e prevenzione.

Bilancio Reale delle Vittime

▪️ Le cifre memorialistiche e pubblicistiche che indicano 100–116 morti non trovano riscontro nei registri anagrafici e cimiteriali. Le fonti dell'epoca e i registri di sepoltura documentano con certezza almeno 63–65 morti (il memoriale di Pola riporta 64 nomi identificati). Si contarono inoltre numerosi feriti e alcuni resti non identificati; i morti documentabili quindi sono 63–65 e, anche adottando la stima più prudenzialmente estesa, non risultano significativamente più di 70.

Contesto Geopolitico e Indagini sui Responsabili

▪️ Contesto geopolitico: L'episodio si inserisce durante la Conferenza di Pace di Parigi (luglio-ottobre 1946).

▪️ L'assegnazione di Pola alla Jugoslavia era già politicamente delineata e la raccolta delle opzioni di esodo era già avviata (12 luglio 1946); la strage accelerò drasticamente decisioni già in corso, pur non essendone l'origine causale esclusiva.

▪️ Esito delle inchieste: L'indagine della Venezia Giulia Police Force e il rapporto del brigadiere Erskine conclusero formalmente contro «person or persons unknown». Non è provato chi predispose l'innesco né la catena di comando.

▪️ Pista OZNA / Servizi jugoslavi: Un'informativa dell'intelligence britannica del 19 dicembre 1946 riportava l'accusa contro Giuseppe Kovacich, ritenuto legato all'OZNA. Tale pista è storicamente e operativamente plausibile, ma rimane un'ipotesi investigativa non suffragata da prove giudiziarie, ordini scritti o riscontri forensi diretti.

▪️ Piste alternative: Le ipotesi di incidente fortuito, responsabilità monarchico-fasciste o anticomuniste jugoslave risultano scarsamente sostenute o del tutto speculative.

Conclusioni Storiografiche e Riferimenti Documentali

La storiografia critica evidenzia la necessità di separare i fatti accertati dalle distorsioni propagandistiche e memorialistiche:

Vergarolla rimane una strage dolosa impunita, con un'accertata negligenza nella custodia da parte delle autorità alleate e un quadro indiziario serio ma non definitivamente provato in merito alla matrice jugoslava.

Fonti di riferimento: Documentazione declassificata britannica e alleata (WO 204, fascicoli Allied Control Commission), registri locali di stato civile e cimiteriali, stampa coeva, studi storici di M. Dukovski, Tea Čonč, G. Dato e altri.

Link all'articolo con dati e fonti completo:
⬇️⬇️⬇️

https://www.triest-ngo.org/it/5215/

English version: https://www.triest-ngo.org/5272/

DUE PESI E DUE MISURE. Per la nostra stampa Quello che da noi si annuncia entusiasticamente è invece segno di dittatura ...
13/08/2026

DUE PESI E DUE MISURE. Per la nostra stampa Quello che da noi si annuncia entusiasticamente è invece segno di dittatura spietata in Cina. Meditate...

Oggi Il Piccolo sbatteva in prima pagina l'annuncio che la Regione FVG prepara telecamere a riconoscimento facciale assistito dall'AI: le stesse che accusava di nefandezze se posizionate in Cina per gli stessi motivi di sicurezza oltrechè metodo di pagamento generalizzato dei servizi pubblici.

Le videocamere da noi sono cosa buona e giusta, le stesse in Cina sono cattive e indice di feroce dittatura anche se il riconoscimento facciale lì serve anche per pagare la metropolitana e qualsiasi altra
cosa.

Oltrechè per la sicurezza che per i cinesi è sbagliata per noi invece desiderabilissima.
Secondo me queste videocamere posizionate con grande ritardo rispetto alla Cina dimostrano solo che il Celeste Impero è avanti anni luce tecnologicamente come può constatare chiunque vada in quel paese.

- FG Paolo Deganutti

Indirizzo

Trieste

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Territorio Libero di Trieste - Svobodno ozemlje - Free Territory of Trieste pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Scelte rapide

Condividi