30/03/2026
Quando ero piccolo — e per “piccolo” intendo quell’età di cui non ricordi i dettagli ma solo le sensazioni — avevo davanti a me un tempo infinito. Un tempo che non si misura, non si teme, non si rincorre. Esiste e basta.
Ero così piccolo che non pensavo a quanto il tempo potesse correre. Non sapevo che un giorno sarei diventato grande, che mi sarei sposato, che avrei avuto dei figli. Vivevo e basta.
Poi un giorno, con quella semplicità che solo i bambini hanno, chiesi a mia madre:
“Mamma, ma tu sei sempre stata così piccola?”
Mi riferivo alla sua altezza, ma in realtà stavo chiedendo qualcosa di molto più grande.
Lei mi rispose sorridendo:
“Sì, figlio mio… sono sempre stata così. Sei tu che sei cresciuto.”
In quel momento, senza capirlo davvero, ho preso la mia prima lezione sul tempo.
Non eravamo gli altri a cambiare: eravamo noi a correre dentro la vita.
Gli anni sono volati. I primi vent’anni sono passati senza chiedere permesso.
E guardando le vecchie fotografie ho capito davvero il senso di quella risposta.
C’era lei, che mi teneva per mano.
E c’ero io, che le arrivavo appena alla gamba, con lo sguardo rivolto verso l’alto.
Per me era gigante. Per me era tutto.
Eppure, crescendo, non sempre ho saputo guardare gli altri con la stessa innocenza.
Ricordo momenti — avrò avuto tredici anni — in cui prendevo in giro persone anziane.
Ridevo di chi camminava curvo, di chi si aiutava con un bastone, di chi sembrava smarrito mentre parlavo.
Oggi so che non era fragilità da deridere.
Era artrosi.
Era Alzheimer.
Era vita che aveva fatto il suo corso.
Oggi ho 50 anni.
I miei figli ne hanno 20.
E mia madre ne ha 75.
La vedo una volta a settimana. La chiamo ogni giorno.
I miei figli, invece, passano molto meno.
Eppure è stata lei a crescerli davvero, mentre noi lavoravamo.
È stata presenza, silenziosa e costante.
Mia madre sta abbastanza bene.
Ma le visite dal medico sono sempre più frequenti.
E soprattutto… c’è qualcosa che pesa più di tutto il resto:
la solitudine.
Cerco di starle vicino come posso.
Cerco di non farle mai sentire il peso degli anni.
Quando mi chiede di portarle una borsa della spesa, non è un favore: è un privilegio.
Quando si perde con lo smartphone — un oggetto che nemmeno esisteva quando sono nato — non è incapacità: è distanza da un mondo che corre troppo veloce.
Le ho spiegato di non aprire agli sconosciuti.
Dopo che qualcuno, fingendosi della compagnia elettrica, è entrato in casa sua e l’ha convinta a cambiare contratto.
Una scelta che per lei si è rivelata un danno.
Le ho raccontato della truffa del finto carabiniere.
Di chi chiama dicendo che tuo figlio ha avuto un incidente e che devi consegnare soldi e gioielli per salvarlo.
Le ho spiegato di non rispondere a email sospette, di non dare mai i dati delle carte.
Eppure la verità è una sola:
per un anziano, i pericoli sono sempre dietro l’angolo.
Ci sono persone senza scrupoli che vivono approfittandosi di loro.
Persone che dimenticano di avere, o di aver avuto, una madre.
E che quella madre… potrebbe essere esattamente come la mia.
Per loro, gli anziani sono solo bersagli.
Numeri.
Occasioni.
Per noi, invece, dovrebbero essere radici.
E una società che dimentica le proprie radici è una società destinata a perdersi.
“ANCORA FAMIGLIA “nasce anche per questo.
Per ricordare, ogni giorno, che nessuno dovrebbe invecchiare sentendosi invisibile.
Perché la dignità non ha età.
E la solitudine non può essere l’ultimo capitolo di una vita.
Dedicato a mia mamma. Grazie dal tuo “picio”
Walter