FdF - Fabbrica del Futuro

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31/03/2026

AVVISO ALLA CITTADINANZA

Il Sindaco Francesco di Feo, in considerazione delle condizioni meteo avverse, ha ordinato la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado presenti sul territorio comunale in data 1 aprile 2026.

Sono altresì interdetti alla cittadinanza, i parchi, le ville comunali, ogni luogo pubblico ove è presente alberatura, il cimitero comunale.

Ufficio Comunicazione e Staff del Sindaco

30/03/2026
23/03/2026

Stamattina ho espresso il mio voto in occasione del referendum.

Rivolgo un sentito ringraziamento a tutte le persone impegnate nello svolgimento delle operazioni elettorali: Forze dell’Ordine, Polizia Locale, scrutatori, dipendenti comunali e personale delle società partecipate, il cui lavoro garantisce il regolare esercizio del voto.


Vi aspettiamo oggi ☺️
12/03/2026

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25/02/2026

Comitato per il SÌ al referendum sulla riforma della giustizia

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Comitato per il SÌ al referendum sulla riforma della giustizia - Trinitapoli

23/12/2025

τὸ δράμα τῆς πολιτικῆς διψυχίας.

Ci sono individui che la sorte sembra aver voluto premiare non con l’intelligenza o il merito, ma con un dono molto più subdolo: l’assoluta inconsapevolezza di sé. Vivono immersi in una percezione distorta della propria esistenza e di ciò che sono. Non se ne accorgono, e proprio questa inconsapevolezza diventa la loro forza apparente. Li rende tronfi, li gonfia di sé, li spinge ad indossare una superbia ostentata come fosse una medaglia d’oro. Ma è una superbia povera, di periferia interiore. È l’arroganza dei sotto–borghi dell’anima, quella che non nasce dall’altezza del pensiero ma dalla miseria della sostanza umana. Non c’è profondità dietro i loro gesti, non c’è cultura, non c’è spessore. C’è solo un’agitazione costante, una corsa ansimante verso la visibilità, verso la prima fila del teatro pubblico, conquistata non con l’autorevolezza ma con la furbizia da retrobottega.

Questi personaggi vivono di posture, di annunci, di piccoli calcoli. Eppure basta poco — un accenno di verità, una semplice osservazione lucida — perché si apra una crepa. Basta il riflesso di uno specchio sincero perché si incrini l’impalcatura su cui hanno preteso di costruire una carriera, un’immagine, una presunta grandezza.
Poi accade il passo definitivo: la menzogna smette di essere strumento e diventa identità. Non recitano più una parte: la diventano. Si autoassolvono, si autoproclamano puri, si dichiarano indenni da appartenenze, poteri, fili manovrati dietro le quinte. Rivendicano una vita “cristallina” che nella realtà esiste solo nei loro racconti.
Nel frattempo, i loro presunti successi diventano rumore di propaganda: risultati gonfiati, spacciati come trionfi della “buona politica”, quando spesso sono soltanto il prodotto di opportunismi abilmente travestiti come biciclette.

Ma c’è di peggio. C’è chi arriva a trincerarsi dietro la propria condizione di genere, trasformandola in scudo e in clava allo stesso tempo: un’arma a doppio taglio per colpire senza essere colpiti. Una protezione costruita sulla certezza che su quel piano non si può essere criticati, forti del presunto “limite di genere”, che diventa barriera invalicabile.

Così, mentre qualcuno prova a parlare di politica vera, di responsabilità, di coerenza, e magari tenta di spiegare a qualche vecchio trombone che il giudizio può sempre ribaltarsi su chi lo pronuncia, ecco che puntuale scatta la difesa: non più sul terreno delle idee, ma su quello della condizione personale (rivendicando, come già fatto in modo inopportuno, nella sede meno consona e alla presenza di chi conosce bene i fatti, di essere stati sempre dalla stessa parte — sbagliata —; perché nella difficoltà non si tradisce, non si girano le spalle, non si vendono all’autorità i propri colleghi per farsi spazio. La dea bendata ti ha premiato, ma potevi stare nelle stesse condizioni dei traditi e di chi volevi salvare, tradendo).
Ed ecco allora che l’ignoranza cade dal pero e si rifugia nella più comoda delle strategie: la difesa emotiva, il vittimismo come arma, l’appello alla sensibilità come corazza, mentre dietro scorrono opportunità coltivate, relazioni ammiccanti, scorciatoie verticali che nulla hanno a che fare con il merito, magari come un bambino che vaga con un fischietto o una giraventola.

Abbiamo visto tanti assurgere all’Olimpo della politica grazie al cerchio magico o al vento favorevole, ma il valore della persona non cambia con la posizione geografica, dal ruolo, dai biglietti che legge o dalle solite frasi fatte dette e ridette (…le stesse, almeno a cambiare repertorio).

E quando il livore offusca definitivamente la mente, quando la rabbia prende il posto della ragione, si chiamano in soccorso i fiancheggiatori: quelli che scrivono e quelli che intervengono a difesa dei numeri, a giustificazione, a copertura degli errori in malafede. Sempre di più pochi, sempre più stanchi, sempre più consapevoli — forse — che prima o poi saranno travolti anche loro da questa accidiosa voglia di infasciarsi.

Il passato non è una terra straniera e i fatti torneranno come carri nel deserto a ricordare chi ha fatto del male e voleva in cambio mazzi di fiori. Travolti da quella stessa macchina di arroganza che hanno aiutato a spingere, destinati a una solitudine dei numeri primi per finta: soli, ma non per grandezza; soli per svuotamento; soli perché ormai nessuno crede più alle loro costruzioni narrative.

Come si spiegano, dunque, dinamiche istituzionali a chi vive nella finzione di sé? Come dialogare con chi si crede una Ferrari lanciata a tutta velocità, quando è poco più di una vecchia utilitaria dai chilometri truccati, lucidata per mascherare la ruggine?
Confrontarsi con queste figure significa non dibattere con idee, ma con ego talmente fragili da aver bisogno di travestirsi da intoccabili. Significa trovarsi davanti a persone che scambiano il ruolo per statura morale, la visibilità per autorevolezza, l’apparenza per verità.

E allora resta una sola via: la lucidità. Il coraggio di smascherare, di strappare le scenografie di cartapesta, di riportare il discorso pubblico sul terreno della sostanza. Solo allora, quando l’arroganza dei sotto–borghi verrà privata dei suoi travestimenti, dei suoi scudi emotivi e dei suoi fiancheggiatori, si potrà tornare davvero a parlare di politica, di comunità, di futuro.

Di sicuro quel dialogo mai aperto è definitivamente chiuso; non si può dialogare con chi ha paura del confronto, illuso di bastare a se stesso, non comprendendo di costruire una sconfitta certa, dove gli ideali proclamati vengono sacrificati sull’altare dell’alterigia, dell’invidia e della frustrazione: inconsapevoli eterni dei gravi errori commessi che hanno cambiato il corso della storia.

Rivendicare di stare sempre nello stesso errore, seguendo il vento sinistro, significa ignoranza, inconsapevolezza, masochismo o voler calpestare il ca****re dei fiancheggiatori per uscire dall’inferno.

Non sarà fatto più alcun nome invano, sic! Da adesso in poi, però, non sarà fatto più alcuno sconto (ad oggi praticato per costruire).
È finalmente arrivato il momento di dire pane al pane, vino al vino. Game over!

22/12/2025

Ancora una volta, il signor Arcangelo Sannicandro ritiene di doversi ergere a oracolo morale della città, lanciando invettive impregnate di acrimonia, villania ed evidente odio personale, questa volta contro una giovane donna impegnata nella politica locale con serietà, coraggio e dignità: Antonia Giannella.

Egli l’attacca non per ciò che dice, ma per ciò che rappresenta: una nuova generazione che non ha paura di esporsi, che non china la testa, che non si lascia intimidire da chi, da anni, esercita la critica come strumento di livore più che di pensiero.

Troppo semplice, troppo comodo, troppo meschino trasformare il confronto politico in aggressione verbale, in spregio, in disprezzo sistematico. La prosa del signor Sannicandro è spesso intrisa di sarcasmo malevolo e risentimento personale, ben lontani da ciò che può definirsi critica politica nobile o, addirittura, "intellettuale".

Nessuno si lasci ingannare: non siamo dinanzi a una critica, ma a un atteggiamento sistematico, strutturato, organizzato e metodico, pieno di rancore che scivola nel sessismo. Ogni occasione diventa pretesto per colpire il sindaco Francesco Di Feo e chiunque non appartenga a un ristretto mondo autoreferenziale, di cui si sente custode assoluto. E, come spesso accade a chi pretende di parlare dall'alto di un piedistallo morale inesistente, egli inciampa nelle proprie contraddizioni.

Da sempre proclama fedeltà ideologica, si veste di memoria rivoluzionaria, cita Lenin e rimpiange simboli e valori che afferma di non aver mai tradito, eppure la sua storia politica è costellata di mutamenti, smentite, rivendicazioni alterne e perfino dell'orgogliosa autocelebrazione di ruoli istituzionali esercitati "senza tessera".

Eppure, l’ultimo Consiglio comunale ha dimostrato che esiste un altro modo di stare nella politica locale. In quella sede c'è chi ha scelto consapevolmente di prendere le distanze da un’opposizione puramente pregiudiziale e di intervenire nel merito, avanzando proposte e assumendosi responsabilità. Una scelta che merita rispetto, perché rafforza il confronto democratico e restituisce dignità al ruolo delle istituzioni.

È questo il terreno sul quale bisogna misurarsi: quello delle idee, dei contenuti, delle soluzioni concrete, non quello dell’invettiva personale o della polemica permanente.

A chi ama richiamarsi a una tradizione culturale e politica alta, ricordiamo che Antonio Gramsci ammoniva:
“Odio gli indifferenti, ma disprezzo gli sprezzanti.”
Una distinzione netta, che dovrebbe far riflettere chi confonde l’impegno critico con il disprezzo sistematico.

Viene alla mente anche una celebre riflessione di Giuseppe Prezzolini:
“In Italia i rivoluzionari invecchiano diventando notai di se stessi.”
Una frase che invita tutti, nessuno escluso, a interrogarsi sulla coerenza tra i valori proclamati e i comportamenti praticati.

Consentiteci infine una breve considerazione rivolta a Marta Patruno. Quando il riconoscimento pubblico proviene proprio da chi ha fatto della polemica personale e del livore la propria cifra comunicativa, è legittimo interrogarsi sul senso e sulla direzione del proprio percorso. Vale anche per te l'antico ammonimento che lo stesso Sannicandro cita nei confronti della Giannella:
“Quando l’avversario ti elogia, è segno che stai sbagliando strada.”
Un invito alla riflessione seria sulla direzione intrapresa.

Tornando a te, Sannicandro, sono anni che attacchi amministrazioni e ti avvali di accoliti prezzolati per sopravvivere a te stesso. Usi il giornale per dare visibilità a chi ti ripaga con ipocrisia e compiacenza, usi i giovani (come hai sempre fatto) come pedine per raggiungere i tuoi obiettivi e li getti via appena non ti seguono più, perché vuoi tutto per te, elevandoti presuntuosamente a "migliore".

Sull’ultimo consiglio comunale, in modo macchiettistico, hai voluto far passare messaggi diversi da quelli realmente dati dal sindaco, dalla maggioranza e dalla Giannella, elogiando gli interventi delle opposizioni da te redatti (autocelebrazione) e quelli fuori tema, sconclusionati e soprattutto contraddittori rispetto alla valenza data al consiglio comunale. Sei ridicolo.

La verità è che la Giannella ha toccato il nervo scoperto: la gente non vi vuole, e siete accecati da un nome: Di Feo. Anche nella risposta alla Giannella, perché portare attacchi al sindaco? È una malattia a cui non c’è cura se non quella di raccontare e ricordare chi è Sannicandro: questo è sufficiente a fare giustizia e verità.

Lascia stare i giovani politici, sia di maggioranza che di opposizione (compresi i tuoi), e falli crescere, imparare, sbagliare! I tuoi non sono buoni consigli, non è buona scuola politica; i tuoi sono solo ordini per distruggere Di Feo, ma questa tecnica ormai da tempo ha portato solo alla tua autodistruzione.

Buon Natale, Arcangelo.

La Fabbrica del Futuro si stringe con affetto alla famiglia del caro Rosario Sarcina in questo momento di grande dolore,...
14/12/2025

La Fabbrica del Futuro si stringe con affetto alla famiglia del caro Rosario Sarcina in questo momento di grande dolore, esprimendo le più sentite condoglianze e la propria vicinanza.

13/12/2025

Le belle parole

Le belle parole scaldano il cuore.
Le belle parole sono panni candidi e profumati stesi al sole.
Le belle parole sono un unguento che lenisce il dolore.
Le belle parole sono un mantello, una maschera, una coperta, un biglietto di presentazione.
Le belle parole sono pericolose perché celano il vero volto dell’avventore.

Libertà, democrazia, rispetto, rappresentatività, lealtà e condivisione sono ganci in mezzo al cielo per sollevarsi dalla realtà e farsi trasportare ipocritamente verso l’interlocutore, dall’aspetto mite e pacifista, ma con il coltello nascosto nel palmo della mano.

Le belle parole sono pannicelli caldi per tamponare il freddo di chi reagisce verso chi vuole mistificare la realtà e ribaltare la verità. C’è chi dimentica da dove si è partiti, c’è chi dimentica come si siano raggiunti i risultati, c’è chi dimentica quante capriole siano state fatte nel giro di un battito di ciglio, al punto che il nemico di ieri divenga l’amico di oggi e l’amico di oggi venga venduto in ogni angolo della città.

In altre parole, le belle parole servono per affrancarsi dalla propria condizione dell’essere attraverso un processo di catarsi e annichilimento, così da dimenticare come si siano condotte le campagne elettorali, i congressi, i giochi di partito o di palazzo, in spregio ad ogni regola, rispetto e lealtà: facendo marchette, rubando meriti altrui, lavorando per un bieco clientelismo, facendo i delatori, passando notizie, usurpando titoli, ruoli o competenze.

Si lotta alla casta per essere casta; si lotta al potere per essere potere; si contrasta per prenderne il posto. Ma si è vigliacchi perché non si affronta; anzi, ci si giustifica, si creano diversivi creativi per attribuire vilmente proprie uscite a fatti o persone diverse da quelle che realmente si intendono colpire, raggiungere o raggirare.

Si è “parte di una parte a parte”; come dire: sono di centrodestra, ma; sono di maggioranza, ma; sono uomo di partito, ma! Ci si duole dei metodi usati – e subiti – dagli altri, dimenticando che sono i medesimi praticati da loro contro quegli altri.

La vera bruttura è che, raggiunta una posizione, non la si preserva lavorando s**o e conquistando la fiducia dei colleghi o dei compagni di viaggio, ma si sfruttano costoro per costruirsi un futuro contro di loro; quando ci si accorge di essere stati scoperti, ci si finge vittime sacrificali di quel potere che si vuole “fottere”, sic!

Il partito o la sezione, come una maggioranza o una coalizione, sono cose diverse dal comitato elettorale dove si promuove il singolo candidato: quando si lancia il gu**to di sfida, lo si fa con la consapevolezza che, se vinci, preservi le posizioni di comando; se perdi, le cedi, proprio in ragione dei principi che si invocano maldestramente e a posteriori, quando il comitato non raggiunge l’obiettivo.

Cosa diversa è creare, nell’ambito politico di una coalizione di governo o di partito, un leale confronto di crescita, avendo il medesimo obiettivo e preservando tutti gli interessi di tutti i concorrenti, in una logica di alternanza democratica e politica che includa e non escluda, che valorizzi e non demonizzi, che riconosca e non disconosca.

Non si può chiedere spazio con la faccia degli ebeti, fingendosi modesti e umili – pur consci della propria inferiorità – per una sorta di diritto divino ad avere comunque un posto al sole (e, sotto sotto, fare il lavoro sporco).

Se non ci si rende conto di essere usati, significa che ci si illude di contare e di guidare, quando in realtà si vuole solo sfruttare la testa d’ariete per scardinare il sistema. Il sistema, però, ha l’antivirus e vede oltre il terreno lavorato: vede la spiga, vede il grano, vede il pane ed il companatico.

Chi oggi si fa testa d’ariete non è detto che non abbia capito e magari si faccia gestire proprio per gestire (speriamo sia così)!

Si lavora assieme, si cresce, si impara e si aspetta che il processo di alternanza maturi senza distruggere, boicottare, ostacolare o denigrare chi ha portato avanti un progetto vincente, ma accompagnandolo, per giubilarsi senza giubilare.
[Non è arrivismo o fatto personale: questo appartiene ai mediocri che giudicano da mediocri. È la logica conseguenza di una leadership che si preoccupa di creare nuovi leader – e non giovani vecchie “mezzecalzette” – per nuovi traguardi, su più ambiti e con ricadute serie e valide sul territorio. In assenza di questo, i leader restano leader e le “mezzecalzette”, “mezzecalzette”: solo che il campo da gioco sarà sempre quello del proprio convento.]

Chi vuole la guerra muore guerrafondaio; chi vuole la pace vive dignitosamente, senza alcun problema e con serenità e condivisione agevola le trasformazioni sociali, politiche, culturali ed economiche da protagonista, a schiena dritta e testa alta, senza appartarsi a fumare l’ultima sigaretta lasciando a qualche guappo di cartone o a uno studente Cepu la penna del disfacimento.

Indirizzo

Trinitapoli
76015

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