23/12/2025
τὸ δράμα τῆς πολιτικῆς διψυχίας.
Ci sono individui che la sorte sembra aver voluto premiare non con l’intelligenza o il merito, ma con un dono molto più subdolo: l’assoluta inconsapevolezza di sé. Vivono immersi in una percezione distorta della propria esistenza e di ciò che sono. Non se ne accorgono, e proprio questa inconsapevolezza diventa la loro forza apparente. Li rende tronfi, li gonfia di sé, li spinge ad indossare una superbia ostentata come fosse una medaglia d’oro. Ma è una superbia povera, di periferia interiore. È l’arroganza dei sotto–borghi dell’anima, quella che non nasce dall’altezza del pensiero ma dalla miseria della sostanza umana. Non c’è profondità dietro i loro gesti, non c’è cultura, non c’è spessore. C’è solo un’agitazione costante, una corsa ansimante verso la visibilità, verso la prima fila del teatro pubblico, conquistata non con l’autorevolezza ma con la furbizia da retrobottega.
Questi personaggi vivono di posture, di annunci, di piccoli calcoli. Eppure basta poco — un accenno di verità, una semplice osservazione lucida — perché si apra una crepa. Basta il riflesso di uno specchio sincero perché si incrini l’impalcatura su cui hanno preteso di costruire una carriera, un’immagine, una presunta grandezza.
Poi accade il passo definitivo: la menzogna smette di essere strumento e diventa identità. Non recitano più una parte: la diventano. Si autoassolvono, si autoproclamano puri, si dichiarano indenni da appartenenze, poteri, fili manovrati dietro le quinte. Rivendicano una vita “cristallina” che nella realtà esiste solo nei loro racconti.
Nel frattempo, i loro presunti successi diventano rumore di propaganda: risultati gonfiati, spacciati come trionfi della “buona politica”, quando spesso sono soltanto il prodotto di opportunismi abilmente travestiti come biciclette.
Ma c’è di peggio. C’è chi arriva a trincerarsi dietro la propria condizione di genere, trasformandola in scudo e in clava allo stesso tempo: un’arma a doppio taglio per colpire senza essere colpiti. Una protezione costruita sulla certezza che su quel piano non si può essere criticati, forti del presunto “limite di genere”, che diventa barriera invalicabile.
Così, mentre qualcuno prova a parlare di politica vera, di responsabilità, di coerenza, e magari tenta di spiegare a qualche vecchio trombone che il giudizio può sempre ribaltarsi su chi lo pronuncia, ecco che puntuale scatta la difesa: non più sul terreno delle idee, ma su quello della condizione personale (rivendicando, come già fatto in modo inopportuno, nella sede meno consona e alla presenza di chi conosce bene i fatti, di essere stati sempre dalla stessa parte — sbagliata —; perché nella difficoltà non si tradisce, non si girano le spalle, non si vendono all’autorità i propri colleghi per farsi spazio. La dea bendata ti ha premiato, ma potevi stare nelle stesse condizioni dei traditi e di chi volevi salvare, tradendo).
Ed ecco allora che l’ignoranza cade dal pero e si rifugia nella più comoda delle strategie: la difesa emotiva, il vittimismo come arma, l’appello alla sensibilità come corazza, mentre dietro scorrono opportunità coltivate, relazioni ammiccanti, scorciatoie verticali che nulla hanno a che fare con il merito, magari come un bambino che vaga con un fischietto o una giraventola.
Abbiamo visto tanti assurgere all’Olimpo della politica grazie al cerchio magico o al vento favorevole, ma il valore della persona non cambia con la posizione geografica, dal ruolo, dai biglietti che legge o dalle solite frasi fatte dette e ridette (…le stesse, almeno a cambiare repertorio).
E quando il livore offusca definitivamente la mente, quando la rabbia prende il posto della ragione, si chiamano in soccorso i fiancheggiatori: quelli che scrivono e quelli che intervengono a difesa dei numeri, a giustificazione, a copertura degli errori in malafede. Sempre di più pochi, sempre più stanchi, sempre più consapevoli — forse — che prima o poi saranno travolti anche loro da questa accidiosa voglia di infasciarsi.
Il passato non è una terra straniera e i fatti torneranno come carri nel deserto a ricordare chi ha fatto del male e voleva in cambio mazzi di fiori. Travolti da quella stessa macchina di arroganza che hanno aiutato a spingere, destinati a una solitudine dei numeri primi per finta: soli, ma non per grandezza; soli per svuotamento; soli perché ormai nessuno crede più alle loro costruzioni narrative.
Come si spiegano, dunque, dinamiche istituzionali a chi vive nella finzione di sé? Come dialogare con chi si crede una Ferrari lanciata a tutta velocità, quando è poco più di una vecchia utilitaria dai chilometri truccati, lucidata per mascherare la ruggine?
Confrontarsi con queste figure significa non dibattere con idee, ma con ego talmente fragili da aver bisogno di travestirsi da intoccabili. Significa trovarsi davanti a persone che scambiano il ruolo per statura morale, la visibilità per autorevolezza, l’apparenza per verità.
E allora resta una sola via: la lucidità. Il coraggio di smascherare, di strappare le scenografie di cartapesta, di riportare il discorso pubblico sul terreno della sostanza. Solo allora, quando l’arroganza dei sotto–borghi verrà privata dei suoi travestimenti, dei suoi scudi emotivi e dei suoi fiancheggiatori, si potrà tornare davvero a parlare di politica, di comunità, di futuro.
Di sicuro quel dialogo mai aperto è definitivamente chiuso; non si può dialogare con chi ha paura del confronto, illuso di bastare a se stesso, non comprendendo di costruire una sconfitta certa, dove gli ideali proclamati vengono sacrificati sull’altare dell’alterigia, dell’invidia e della frustrazione: inconsapevoli eterni dei gravi errori commessi che hanno cambiato il corso della storia.
Rivendicare di stare sempre nello stesso errore, seguendo il vento sinistro, significa ignoranza, inconsapevolezza, masochismo o voler calpestare il ca****re dei fiancheggiatori per uscire dall’inferno.
Non sarà fatto più alcun nome invano, sic! Da adesso in poi, però, non sarà fatto più alcuno sconto (ad oggi praticato per costruire).
È finalmente arrivato il momento di dire pane al pane, vino al vino. Game over!