05/09/2026
🔴 𝗖𝗥𝗢𝗡𝗔𝗖𝗔 𝗗𝗜 𝗨𝗡𝗔 𝗗𝗢𝗠𝗘𝗡𝗜𝗖𝗔 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗙𝗘𝗦𝗧𝗔 𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘 𝗗𝗜 𝗥𝗜𝗙𝗢𝗡𝗗𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗜𝗦𝗧𝗔, 𝗘 𝗗𝗜 𝗨𝗡 𝗣𝗔𝗥𝗧𝗜𝗧𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗜𝗡𝗨𝗔 𝗔 𝗖𝗛𝗜𝗘𝗗𝗘𝗥𝗘 𝗜𝗟 𝗣𝗘𝗥𝗠𝗘𝗦𝗦𝗢
di Comunardo Reverberi
👉🏼 https://pclavoratori.it/cronaca-di-una-domenica-alla-festa-nazionale-di-rifondazione-comunista-e-di-un-partito-che-continua-a-chiedere-il-permesso/
Dal 26 al 30 agosto si è tenuta a Limena, in provincia di Padova, la Festa nazionale del Partito della Rifondazione Comunista. Non intendo farne una recensione, né il resoconto benevolo che ci si aspetta da un ospite. L’ultima giornata, quella di domenica 30, merita di essere raccontata per quello che è stata: non una successione di dibattiti, ma un messaggio agli iscritti, agli elettori e al paese. Un manifesto di intenzioni. È un manifesto che lascia delusi molti comunisti, e credo valga la pena spiegare con precisione perché.
Quattro appuntamenti, in poche ore: la presentazione del numero di Su la Testa dedicato ai BRICS, l’incontro con Franco “Bifo” Berardi, il dibattito sul riarmo europeo e, in chiusura, l’assemblea “Verso le elezioni: per un fronte costituzionale”. Presi separatamente, quattro momenti disomogenei, tenuti insieme dal caso di un programma. Presi insieme, una traiettoria di una coerenza quasi didattica: prima si sostituisce alla contraddizione di classe una contraddizione tra blocchi geopolitici; poi si dichiara che la classe non esiste più come soggetto e non è ricomponibile; poi si adotta un pacifismo che non sa distinguere l’aggressore dall’aggredito; e infine, liberato il campo da tutto ciò che rendeva comunista un partito comunista, si va a chiedere un posto nel fronte costituzionale. Non è una deriva: è un itinerario.
I BRICS, ovvero il mondo visto da un atlante vecchio di dieci anni
La giornata si è aperta con la presentazione dell’ultimo numero di Su la Testa, il bimestrale diretto da Paolo Ferrero, dedicato ai BRICS. Va dato atto della conclusione: l’invito finale è stato a non contrapporre alle élite borghesi occidentali quelle orientali, a non appoggiare una borghesia e un capitalismo alternativi soltanto perché alternativi a quelli occidentali. È una cautela che, in una parte non piccola della sinistra italiana, non è affatto scontata, e chi ha scritto sulla deriva campista della componente Ferrero ha il dovere intellettuale di registrarla.
Il problema è che quella cautela arriva in fondo, come una postilla, dopo un incontro costruito interamente dentro la cornice che dovrebbe smentire. I BRICS sono stati descritti con un lessico e con prospettive politiche vecchie di almeno un decennio: il blocco emergente, la sfida all’egemonia del dollaro, il riequilibrio del sistema internazionale. Categorie da terzomondismo aggiornato, in cui il Sud globale ha ormai acquisito un apparato industriale e finanziario di prima grandezza ma continua a essere raccontato come vittima. Non si è mai parlato di internazionalismo. Non si è mai nominata la sola divisione che a un comunista dovrebbe interessare: non quella tra Occidente e Oriente, ma quella tra proletari e borghesi.
Chi si richiama al Manifesto – quello con la M maiuscola – dovrebbe ricordare che si chiude con “Proletari di tutti i paesi, unitevi“. La rappresentazione del mondo come scontro tra imperi capitalisti concorrenti – ieri NATO e Patto di Varsavia, oggi un Occidente mai definito e dei BRICS promossi a soggetto storico – non è un’analisi novecentesca: è un’analisi ottocentesca, riscaldata. Non arricchisce la nostra conoscenza dell’altro e non rafforza la nostra lotta al capitale internazionale. Fa l’esatto contrario: lo divide, lo rende particolare, ne fa un capitale con la bandiera, e trasforma la lotta di classe in una preferenza geopolitica.
Il multipolarismo non è la premessa della pace. È la forma attuale della concorrenza interimperialista, cioè la premessa della guerra. Un operaio di Chongqing non ha un solo interesse in comune con la borghesia che lo comanda, e non ne acquista uno per il fatto che quella borghesia sia in conflitto con Washington. Dirlo alla fine, come raccomandazione morale, non basta se si è offerto ai compagni un atlante in cui quella verità non compare.
Non c’è futuro, e amen
Il secondo intervento ha visto la partecipazione di Franco “Bifo” Berardi, che al pubblico presente – e sembra volersi portare dietro altri adepti – ha illustrato il proprio passaggio dalla quarta alla quinta, e ultima, fase dell’elaborazione del lutto. Superata la depressione, siamo giunti all’accettazione: l’accettazione, però, della fine del mondo.
Se fino a quindici anni fa almeno la sinistra filosofa si chiedeva ancora se e come fosse possibile immaginare un futuro e un’alternativa al capitalismo, oggi Bifo dice a voce alta quello che molti temono, o sanno e hanno paura di ammettere: che è tardi, molto tardi, forse troppo tardi per fermare l’accelerazione capitalistica che sta portando al collasso del sistema-mondo. La guerra – quella politica e quella per la sopravvivenza della specie – è persa, e non resterebbe che prenderne atto. Bifo concede la possibilità dell’imprevisto, dello stravolgimento della situazione esistente, ma la concede come si concede un miracolo: davanti a sé vede la fine. E se l’inevitabile è la catastrofe, l’unica speranza diventa qualcosa che nessuno può prevedere e che quindi nessuno può preparare. Non un progetto, non un’organizzazione, non una classe che si muove. Il caso.
Da qui la conclusione più coerente di tutte: che la sinistra esistente trovi il coraggio di dichiarare la propria estinzione, per fare posto a un fronte elettorale d’emergenza. Quando la partita è persa, l’unica cosa sensata che resta è rimettere in ordine le carte prima di alzarsi dal tavolo.
È la lezione di un vecchio, e la si ascolta con rispetto, perché un uomo di settantasei anni che porta avanti il proprio pensiero e la propria azione da oltre mezzo secolo ha guadagnato il diritto di dire quello che pensa: la morte è vicina, non si può scappare, evitarla è difficile e praticamente impossibile, e allora l’unica cosa che resta da fare è accettarla e rassegnarsi.
Ma quella che è una consolazione privata, detta da un palco comunista, diventa un’altra cosa. Il collasso del sistema-mondo non è un destino naturale: la corsa al riarmo, l’accelerazione produttiva, la devastazione ambientale sono decisioni, prese da una classe precisa, che da quelle decisioni ricava profitti misurabili. Dichiarare persa la partita significa assolvere chi la sta vincendo, e trasformare in fatalità ciò che è responsabilità. Il capitale non ha bisogno che i comunisti lo combattano male: gli basta che smettano di credere che possa essere battuto.
Peccato per chi ha provato a lottare. Peccato per chi prova a lottare. Peccato soprattutto per i giovani, ai quali si dice: lasciate stare, ci abbiamo provato, non ci siamo riusciti, amen, è andata così.
Il pacifismo come utile id**ta
Il terzo momento, “Stop Rearm Europe: Europa, guerra, riarmo”, ha messo intorno allo stesso tavolo Roberto Musacchio, Flavio Zanonato, Benedetta Sabene, Roberto Ongaro e Anna Camposampiero. Il dibattito ha tentato di nascondere divisioni evidenti tra i partecipanti stessi, e ha finito per esibirle. Ma soprattutto ha mostrato, per l’ennesima volta, il ruolo che il fronte pacifista dell’area comunista italiana recita dal febbraio 2022.
Dopo oltre quattro anni dall’invasione dell’Ucraina, e nonostante l’esperienza recentissima delle guerre paracoloniali statunitensi in Afghanistan e nel Golfo, Rifondazione sembra ancora priva di una chiave per leggere la guerra di oggi. Si cercano analogie nella memoria corta, quasi mai oltre gli ultimi ottant’anni: si proietta la Guerra fredda, o la Guerra al terrore, sul conflitto russo-ucraino e su quello tra Israele e Iran, e si spera che il calco tenga.
Non tiene. La guerra contemporanea si capisce molto meglio con le lenti della letteratura distopica – quella che Berardi ama citare e da cui trae immagini, mai un compito. La guerra di oggi è la guerra di 1984: una guerra eterna, di cui si dimenticano le origini e persino le alleanze, che non è combattuta per essere vinta ma per essere continuata. Un capitalismo di guerra che si autoalimenta, una fascistizzazione progressiva delle società coinvolte, e una vittoria – quella sì reale – delle borghesie, che dalla guerra non vogliono uscire né vincendo né ritirandosi.
In questo scenario, il pacifismo senza se e senza ma non è neutrale: è funzionale. È l’utile id**ta degli imperialismi – americano, russo, cinese, israeliano – che la guerra non intendono chiuderla. Il momento più rivelatore è arrivato quando uno dei partecipanti ha ricordato di essere pacifista fino a un certo punto: perché i vietnamiti che combattevano la Francia e poi gli Stati Uniti avevano ragione, e i partigiani italiani pure. È stata l’unica affermazione marxista della serata, ed è caduta nel silenzio imbarazzato di chi non sa che farsene. È stata archiviata in pochi secondi. Eppure è lì tutto il problema: la distinzione tra guerre di rapina imperialista e guerre di liberazione non è un cavillo dottrinale, è il criterio che separa una posizione comunista da una posizione umanitaria. Chi la rimuove non ottiene la pace: ottiene di non dover mai dire da che parte sta.
Il carrozzone costituzionale
La serata si è chiusa con l’evento verso cui tutta la giornata puntava, e che il segretario Maurizio Acerbo aveva più volte annunciato: “Verso le elezioni: per un fronte costituzionale”. Accanto ad Acerbo sedevano Gaetano Pedullà per il Movimento 5 Stelle, Luana Zanella per Alleanza Verdi e Sinistra, Francesca Druetti per Possibile, e il giovane Manuel Minervini, sindaco di Molfetta, già presentato dal segretario stesso come il nostro Zohran Mamdani, infine in collegamento Arturo Scotto per il Partito Democratico,.
Si noti la simmetria. Poche ore prima, dallo stesso palco, si era chiesto alla sinistra esistente di dichiarare la propria estinzione per dar vita a un fronte d’emergenza. La sera, l’estinzione è arrivata: solo che il fronte non è d’emergenza, è costituzionale, e i suoi componenti sono esattamente quelli che Berardi aveva appena finito di accusare di aver costruito il disastro. Bifo chiedeva una fine e un inizio; Acerbo ha offerto la fine e ha lasciato perdere l’inizio.
Il significato dell’evento è chiaro, banale e noto. Ancora una volta Rifondazione vuole, desidera, chiede, spera, implora di poter salire sul carrozzone. Lasciamo da parte per un momento le umiliazioni, le scissioni annunciate e il risultato elettorale concreto. Restano due possibilità, entrambe già viste.
La prima è la sconfitta, di gran lunga la più probabile: è difficile immaginare che una coalizione tanto eterogenea trovi un consenso capace di ba***re l’unione delle destre attualmente al governo. In quel caso Rifondazione potrà dire di averci provato, a differenza di quei comunisti che – così si racconterà – non hanno voluto costruire un argine ai fascismi. È un alibi che funziona da un pezzo e che permette di non ascoltare mai la critica che viene da sinistra, coltivando un senso di superiorità che deriva, in fondo, dal solo fatto di procedere da tre decenni nella stessa direzione del fu Partito Comunista Italiano. Ma il treno ha finito il carburante da tempo, le rotaie sono storte, e molti sono già scesi prima del burrone che aspetta un convoglio lanciato senza guida.
La seconda possibilità è la vittoria, e qui non c’è bisogno di prevedere: basta ricordare. Rifondazione entrerebbe in una coalizione con l’intenzione di esserne la sinistra radicale e comunista, dentro un fronte costruito sulla difesa di una Costituzione che – pur essendo nata anche grazie al contributo dei comunisti – resta una Costituzione borghese, cioè la forma giuridica di un modo di produzione, non un programma di emancipazione. Vincolata dai numeri e dalle alleanze, costretta a piegarsi al centrismo che quella coalizione esprimerebbe per forza propria, si convincerebbe di poter influenzare il governo, o di avere i voti per ricattare il presidente del Consiglio, chiunque sia: minacciare con i propri miseri numeri il venir meno della maggioranza e dettare la linea da partito minoritario, con una tattica da Pentapartito.
Sappiamo come finisce, perché è finita così tutte le volte. O il partito comunista rinuncia alle proprie idee pur di restare al tavolo – 2006-2008: rifinanziamento della missione in Afghanistan, allargamento della base militare di Vicenza, protocollo sul welfare, e in cambio una presidenza della Camera e un ministero – oppure toglie la fiducia sperando di ricattare un governo borghese, e quel governo trova alla propria destra la stampella che gli serve, come nel 1998. Nel 2008, dopo l’esperienza del secondo governo Prodi e la lista della Sinistra Arcobaleno, i comunisti uscirono dal Parlamento italiano e non ci sono più rientrati. Diciotto anni dopo, la proposta è di riprovarci.
Ed è qui che il ruolo effettivo assegnato a Rifondazione si vede per intero. Il contributo che le si chiede non è elettorale – i voti che porta non spostano nulla – ma ideologico: mettere la firma dei comunisti in calce all’operazione, offrire al fronte costituzionale il crisma dell’unità democratica, garantire che nessuno a sinistra abbia da ridire. Reso quel servizio, il servizio è finito. Un governo tornato a Palazzo Chigi anche grazie a quella firma non farebbe la minima fatica, e non avrebbe la sensazione di tradire i propri purissimi sentimenti, a cercare alla propria destra la stampella di cui ha bisogno per durare: qualche voce moderata, un gruppo di responsabili, un’intesa più larga – larga ma pur sempre borghese. Poco importa se l’equilibrio si sposta ancora a destra: quello spostamento non costa nulla a chi lo compie, e basta e avanza per togliere di mezzo i comunisti. Rifondazione si ritroverebbe fuori, di nuovo all’opposizione, con l’antifascismo come sola appartenenza rimasta: un’appartenenza tutta ideologica, verso alleati che i suoi valori non li hanno mai condivisi e che, alla prima occasione utile, hanno preferito altri compagni di strada.
Una mano tesa
A Rifondazione Comunista, e più ancora ai compagni e alle compagne che ne sono la base militante e che a Limena hanno lavorato per giorni, tendiamo la mano. Non per un accordo di vertice, non per una desistenza, per un cartello elettorale borghese, costituzionale, governativo, temporaneo, pacifista, strumentale, e disperato. Per un fronte unitario che lotti per il comunismo.
Perché l’unità dei lavoratori non è un dato di fatto che la globalizzazione ci ha tolto: è un compito, ed è esattamente il compito che ci resta. Chi lo dichiara impossibile ha già scelto, che lo sappia o no. Noi, invece, sappiamo da che parte stare.
Socialismo o barbarie.
🔴CRONACA DI UNA DOMENICA ALLA FESTA NAZIONALE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA, E DI UN PARTITO CHE CONTINUA A CHIEDERE IL PERMESSO
di Comunardo Reverberi
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Dal 26 al 30 agosto si è tenuta a Limena, in provincia di Padova, la Festa nazionale del Partito della Rifondazione Comunista. Non intendo farne una recensione, né il resoconto benevolo che ci si aspetta da un ospite. L’ultima giornata, quella di domenica 30, merita di essere raccontata per quello che è stata: non una successione di dibattiti, ma un messaggio agli iscritti, agli elettori e al paese. Un manifesto di intenzioni. È un manifesto che lascia delusi molti comunisti, e credo valga la pena spiegare con precisione perché.
Quattro appuntamenti, in poche ore: la presentazione del numero di Su la Testa dedicato ai BRICS, l’incontro con Franco “Bifo” Berardi, il dibattito sul riarmo europeo e, in chiusura, l’assemblea “Verso le elezioni: per un fronte costituzionale”. Presi separatamente, quattro momenti disomogenei, tenuti insieme dal caso di un programma. Presi insieme, una traiettoria di una coerenza quasi didattica: prima si sostituisce alla contraddizione di classe una contraddizione tra blocchi geopolitici; poi si dichiara che la classe non esiste più come soggetto e non è ricomponibile; poi si adotta un pacifismo che non sa distinguere l’aggressore dall’aggredito; e infine, liberato il campo da tutto ciò che rendeva comunista un partito comunista, si va a chiedere un posto nel fronte costituzionale. Non è una deriva: è un itinerario.
I BRICS, ovvero il mondo visto da un atlante vecchio di dieci anni
La giornata si è aperta con la presentazione dell’ultimo numero di Su la Testa, il bimestrale diretto da Paolo Ferrero, dedicato ai BRICS. Va dato atto della conclusione: l’invito finale è stato a non contrapporre alle élite borghesi occidentali quelle orientali, a non appoggiare una borghesia e un capitalismo alternativi soltanto perché alternativi a quelli occidentali. È una cautela che, in una parte non piccola della sinistra italiana, non è affatto scontata, e chi ha scritto sulla deriva campista della componente Ferrero ha il dovere intellettuale di registrarla.
Il problema è che quella cautela arriva in fondo, come una postilla, dopo un incontro costruito interamente dentro la cornice che dovrebbe smentire. I BRICS sono stati descritti con un lessico e con prospettive politiche vecchie di almeno un decennio: il blocco emergente, la sfida all’egemonia del dollaro, il riequilibrio del sistema internazionale. Categorie da terzomondismo aggiornato, in cui il Sud globale ha ormai acquisito un apparato industriale e finanziario di prima grandezza ma continua a essere raccontato come vittima. Non si è mai parlato di internazionalismo. Non si è mai nominata la sola divisione che a un comunista dovrebbe interessare: non quella tra Occidente e Oriente, ma quella tra proletari e borghesi.
Chi si richiama al Manifesto – quello con la M maiuscola – dovrebbe ricordare che si chiude con “Proletari di tutti i paesi, unitevi“. La rappresentazione del mondo come scontro tra imperi capitalisti concorrenti – ieri NATO e Patto di Varsavia, oggi un Occidente mai definito e dei BRICS promossi a soggetto storico – non è un’analisi novecentesca: è un’analisi ottocentesca, riscaldata. Non arricchisce la nostra conoscenza dell’altro e non rafforza la nostra lotta al capitale internazionale. Fa l’esatto contrario: lo divide, lo rende particolare, ne fa un capitale con la bandiera, e trasforma la lotta di classe in una preferenza geopolitica.
Il multipolarismo non è la premessa della pace. È la forma attuale della concorrenza interimperialista, cioè la premessa della guerra. Un operaio di Chongqing non ha un solo interesse in comune con la borghesia che lo comanda, e non ne acquista uno per il fatto che quella borghesia sia in conflitto con Washington. Dirlo alla fine, come raccomandazione morale, non basta se si è offerto ai compagni un atlante in cui quella verità non compare.
Non c’è futuro, e amen
Il secondo intervento ha visto la partecipazione di Franco “Bifo” Berardi, che al pubblico presente – e sembra volersi portare dietro altri adepti – ha illustrato il proprio passaggio dalla quarta alla quinta, e ultima, fase dell’elaborazione del lutto. Superata la depressione, siamo giunti all’accettazione: l’accettazione, però, della fine del mondo.
Se fino a quindici anni fa almeno la sinistra filosofa si chiedeva ancora se e come fosse possibile immaginare un futuro e un’alternativa al capitalismo, oggi Bifo dice a voce alta quello che molti temono, o sanno e hanno paura di ammettere: che è tardi, molto tardi, forse troppo tardi per fermare l’accelerazione capitalistica che sta portando al collasso del sistema-mondo. La guerra – quella politica e quella per la sopravvivenza della specie – è persa, e non resterebbe che prenderne atto. Bifo concede la possibilità dell’imprevisto, dello stravolgimento della situazione esistente, ma la concede come si concede un miracolo: davanti a sé vede la fine. E se l’inevitabile è la catastrofe, l’unica speranza diventa qualcosa che nessuno può prevedere e che quindi nessuno può preparare. Non un progetto, non un’organizzazione, non una classe che si muove. Il caso.
Da qui la conclusione più coerente di tutte: che la sinistra esistente trovi il coraggio di dichiarare la propria estinzione, per fare posto a un fronte elettorale d’emergenza. Quando la partita è persa, l’unica cosa sensata che resta è rimettere in ordine le carte prima di alzarsi dal tavolo.
È la lezione di un vecchio, e la si ascolta con rispetto, perché un uomo di settantasei anni che porta avanti il proprio pensiero e la propria azione da oltre mezzo secolo ha guadagnato il diritto di dire quello che pensa: la morte è vicina, non si può scappare, evitarla è difficile e praticamente impossibile, e allora l’unica cosa che resta da fare è accettarla e rassegnarsi.
Ma quella che è una consolazione privata, detta da un palco comunista, diventa un’altra cosa. Il collasso del sistema-mondo non è un destino naturale: la corsa al riarmo, l’accelerazione produttiva, la devastazione ambientale sono decisioni, prese da una classe precisa, che da quelle decisioni ricava profitti misurabili. Dichiarare persa la partita significa assolvere chi la sta vincendo, e trasformare in fatalità ciò che è responsabilità. Il capitale non ha bisogno che i comunisti lo combattano male: gli basta che smettano di credere che possa essere battuto.
Peccato per chi ha provato a lottare. Peccato per chi prova a lottare. Peccato soprattutto per i giovani, ai quali si dice: lasciate stare, ci abbiamo provato, non ci siamo riusciti, amen, è andata così.
Il pacifismo come utile id**ta
Il terzo momento, “Stop Rearm Europe: Europa, guerra, riarmo”, ha messo intorno allo stesso tavolo Roberto Musacchio, Flavio Zanonato, Benedetta Sabene, Roberto Ongaro e Anna Camposampiero. Il dibattito ha tentato di nascondere divisioni evidenti tra i partecipanti stessi, e ha finito per esibirle. Ma soprattutto ha mostrato, per l’ennesima volta, il ruolo che il fronte pacifista dell’area comunista italiana recita dal febbraio 2022.
Dopo oltre quattro anni dall’invasione dell’Ucraina, e nonostante l’esperienza recentissima delle guerre paracoloniali statunitensi in Afghanistan e nel Golfo, Rifondazione sembra ancora priva di una chiave per leggere la guerra di oggi. Si cercano analogie nella memoria corta, quasi mai oltre gli ultimi ottant’anni: si proietta la Guerra fredda, o la Guerra al terrore, sul conflitto russo-ucraino e su quello tra Israele e Iran, e si spera che il calco tenga.
Non tiene. La guerra contemporanea si capisce molto meglio con le lenti della letteratura distopica – quella che Berardi ama citare e da cui trae immagini, mai un compito. La guerra di oggi è la guerra di 1984: una guerra eterna, di cui si dimenticano le origini e persino le alleanze, che non è combattuta per essere vinta ma per essere continuata. Un capitalismo di guerra che si autoalimenta, una fascistizzazione progressiva delle società coinvolte, e una vittoria – quella sì reale – delle borghesie, che dalla guerra non vogliono uscire né vincendo né ritirandosi.
In questo scenario, il pacifismo senza se e senza ma non è neutrale: è funzionale. È l’utile id**ta degli imperialismi – americano, russo, cinese, israeliano – che la guerra non intendono chiuderla. Il momento più rivelatore è arrivato quando uno dei partecipanti ha ricordato di essere pacifista fino a un certo punto: perché i vietnamiti che combattevano la Francia e poi gli Stati Uniti avevano ragione, e i partigiani italiani pure. È stata l’unica affermazione marxista della serata, ed è caduta nel silenzio imbarazzato di chi non sa che farsene. È stata archiviata in pochi secondi. Eppure è lì tutto il problema: la distinzione tra guerre di rapina imperialista e guerre di liberazione non è un cavillo dottrinale, è il criterio che separa una posizione comunista da una posizione umanitaria. Chi la rimuove non ottiene la pace: ottiene di non dover mai dire da che parte sta.
Il carrozzone costituzionale
La serata si è chiusa con l’evento verso cui tutta la giornata puntava, e che il segretario Maurizio Acerbo aveva più volte annunciato: “Verso le elezioni: per un fronte costituzionale”. Accanto ad Acerbo sedevano Gaetano Pedullà per il Movimento 5 Stelle, Luana Zanella per Alleanza Verdi e Sinistra, Francesca Druetti per Possibile, e il giovane Manuel Minervini, sindaco di Molfetta, già presentato dal segretario stesso come il nostro Zohran Mamdani, infine in collegamento Arturo Scotto per il Partito Democratico,.
Si noti la simmetria. Poche ore prima, dallo stesso palco, si era chiesto alla sinistra esistente di dichiarare la propria estinzione per dar vita a un fronte d’emergenza. La sera, l’estinzione è arrivata: solo che il fronte non è d’emergenza, è costituzionale, e i suoi componenti sono esattamente quelli che Berardi aveva appena finito di accusare di aver costruito il disastro. Bifo chiedeva una fine e un inizio; Acerbo ha offerto la fine e ha lasciato perdere l’inizio.
Il significato dell’evento è chiaro, banale e noto. Ancora una volta Rifondazione vuole, desidera, chiede, spera, implora di poter salire sul carrozzone. Lasciamo da parte per un momento le umiliazioni, le scissioni annunciate e il risultato elettorale concreto. Restano due possibilità, entrambe già viste.
La prima è la sconfitta, di gran lunga la più probabile: è difficile immaginare che una coalizione tanto eterogenea trovi un consenso capace di ba***re l’unione delle destre attualmente al governo. In quel caso Rifondazione potrà dire di averci provato, a differenza di quei comunisti che – così si racconterà – non hanno voluto costruire un argine ai fascismi. È un alibi che funziona da un pezzo e che permette di non ascoltare mai la critica che viene da sinistra, coltivando un senso di superiorità che deriva, in fondo, dal solo fatto di procedere da tre decenni nella stessa direzione del fu Partito Comunista Italiano. Ma il treno ha finito il carburante da tempo, le rotaie sono storte, e molti sono già scesi prima del burrone che aspetta un convoglio lanciato senza guida.
La seconda possibilità è la vittoria, e qui non c’è bisogno di prevedere: basta ricordare. Rifondazione entrerebbe in una coalizione con l’intenzione di esserne la sinistra radicale e comunista, dentro un fronte costruito sulla difesa di una Costituzione che – pur essendo nata anche grazie al contributo dei comunisti – resta una Costituzione borghese, cioè la forma giuridica di un modo di produzione, non un programma di emancipazione. Vincolata dai numeri e dalle alleanze, costretta a piegarsi al centrismo che quella coalizione esprimerebbe per forza propria, si convincerebbe di poter influenzare il governo, o di avere i voti per ricattare il presidente del Consiglio, chiunque sia: minacciare con i propri miseri numeri il venir meno della maggioranza e dettare la linea da partito minoritario, con una tattica da Pentapartito.
Sappiamo come finisce, perché è finita così tutte le volte. O il partito comunista rinuncia alle proprie idee pur di restare al tavolo – 2006-2008: rifinanziamento della missione in Afghanistan, allargamento della base militare di Vicenza, protocollo sul welfare, e in cambio una presidenza della Camera e un ministero – oppure toglie la fiducia sperando di ricattare un governo borghese, e quel governo trova alla propria destra la stampella che gli serve, come nel 1998. Nel 2008, dopo l’esperienza del secondo governo Prodi e la lista della Sinistra Arcobaleno, i comunisti uscirono dal Parlamento italiano e non ci sono più rientrati. Diciotto anni dopo, la proposta è di riprovarci.
Ed è qui che il ruolo effettivo assegnato a Rifondazione si vede per intero. Il contributo che le si chiede non è elettorale – i voti che porta non spostano nulla – ma ideologico: mettere la firma dei comunisti in calce all’operazione, offrire al fronte costituzionale il crisma dell’unità democratica, garantire che nessuno a sinistra abbia da ridire. Reso quel servizio, il servizio è finito. Un governo tornato a Palazzo Chigi anche grazie a quella firma non farebbe la minima fatica, e non avrebbe la sensazione di tradire i propri purissimi sentimenti, a cercare alla propria destra la stampella di cui ha bisogno per durare: qualche voce moderata, un gruppo di responsabili, un’intesa più larga – larga ma pur sempre borghese. Poco importa se l’equilibrio si sposta ancora a destra: quello spostamento non costa nulla a chi lo compie, e basta e avanza per togliere di mezzo i comunisti. Rifondazione si ritroverebbe fuori, di nuovo all’opposizione, con l’antifascismo come sola appartenenza rimasta: un’appartenenza tutta ideologica, verso alleati che i suoi valori non li hanno mai condivisi e che, alla prima occasione utile, hanno preferito altri compagni di strada.
Una mano tesa
A Rifondazione Comunista, e più ancora ai compagni e alle compagne che ne sono la base militante e che a Limena hanno lavorato per giorni, tendiamo la mano. Non per un accordo di vertice, non per una desistenza, per un cartello elettorale borghese, costituzionale, governativo, temporaneo, pacifista, strumentale, e disperato. Per un fronte unitario che lotti per il comunismo.
Perché l’unità dei lavoratori non è un dato di fatto che la globalizzazione ci ha tolto: è un compito, ed è esattamente il compito che ci resta. Chi lo dichiara impossibile ha già scelto, che lo sappia o no. Noi, invece, sappiamo da che parte stare.
Socialismo o barbarie.