Partito Comunista dei Lavoratori - Torino

Partito Comunista dei Lavoratori - Torino Sezione «Vito Bisceglie» del Partito Comunista dei Lavoratori (TO)

🔴 𝗖𝗥𝗢𝗡𝗔𝗖𝗔 𝗗𝗜 𝗨𝗡𝗔 𝗗𝗢𝗠𝗘𝗡𝗜𝗖𝗔 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗙𝗘𝗦𝗧𝗔 𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘 𝗗𝗜 𝗥𝗜𝗙𝗢𝗡𝗗𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗜𝗦𝗧𝗔, 𝗘 𝗗𝗜 𝗨𝗡 𝗣𝗔𝗥𝗧𝗜𝗧𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗜𝗡𝗨𝗔 𝗔 𝗖𝗛𝗜𝗘𝗗𝗘𝗥𝗘 𝗜𝗟 𝗣𝗘𝗥...
05/09/2026

🔴 𝗖𝗥𝗢𝗡𝗔𝗖𝗔 𝗗𝗜 𝗨𝗡𝗔 𝗗𝗢𝗠𝗘𝗡𝗜𝗖𝗔 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗙𝗘𝗦𝗧𝗔 𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘 𝗗𝗜 𝗥𝗜𝗙𝗢𝗡𝗗𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗜𝗦𝗧𝗔, 𝗘 𝗗𝗜 𝗨𝗡 𝗣𝗔𝗥𝗧𝗜𝗧𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗜𝗡𝗨𝗔 𝗔 𝗖𝗛𝗜𝗘𝗗𝗘𝗥𝗘 𝗜𝗟 𝗣𝗘𝗥𝗠𝗘𝗦𝗦𝗢

di Comunardo Reverberi

👉🏼 https://pclavoratori.it/cronaca-di-una-domenica-alla-festa-nazionale-di-rifondazione-comunista-e-di-un-partito-che-continua-a-chiedere-il-permesso/

Dal 26 al 30 agosto si è tenuta a Limena, in provincia di Padova, la Festa nazionale del Partito della Rifondazione Comunista. Non intendo farne una recensione, né il resoconto benevolo che ci si aspetta da un ospite. L’ultima giornata, quella di domenica 30, merita di essere raccontata per quello che è stata: non una successione di dibattiti, ma un messaggio agli iscritti, agli elettori e al paese. Un manifesto di intenzioni. È un manifesto che lascia delusi molti comunisti, e credo valga la pena spiegare con precisione perché.

Quattro appuntamenti, in poche ore: la presentazione del numero di Su la Testa dedicato ai BRICS, l’incontro con Franco “Bifo” Berardi, il dibattito sul riarmo europeo e, in chiusura, l’assemblea “Verso le elezioni: per un fronte costituzionale”. Presi separatamente, quattro momenti disomogenei, tenuti insieme dal caso di un programma. Presi insieme, una traiettoria di una coerenza quasi didattica: prima si sostituisce alla contraddizione di classe una contraddizione tra blocchi geopolitici; poi si dichiara che la classe non esiste più come soggetto e non è ricomponibile; poi si adotta un pacifismo che non sa distinguere l’aggressore dall’aggredito; e infine, liberato il campo da tutto ciò che rendeva comunista un partito comunista, si va a chiedere un posto nel fronte costituzionale. Non è una deriva: è un itinerario.

I BRICS, ovvero il mondo visto da un atlante vecchio di dieci anni
La giornata si è aperta con la presentazione dell’ultimo numero di Su la Testa, il bimestrale diretto da Paolo Ferrero, dedicato ai BRICS. Va dato atto della conclusione: l’invito finale è stato a non contrapporre alle élite borghesi occidentali quelle orientali, a non appoggiare una borghesia e un capitalismo alternativi soltanto perché alternativi a quelli occidentali. È una cautela che, in una parte non piccola della sinistra italiana, non è affatto scontata, e chi ha scritto sulla deriva campista della componente Ferrero ha il dovere intellettuale di registrarla.

Il problema è che quella cautela arriva in fondo, come una postilla, dopo un incontro costruito interamente dentro la cornice che dovrebbe smentire. I BRICS sono stati descritti con un lessico e con prospettive politiche vecchie di almeno un decennio: il blocco emergente, la sfida all’egemonia del dollaro, il riequilibrio del sistema internazionale. Categorie da terzomondismo aggiornato, in cui il Sud globale ha ormai acquisito un apparato industriale e finanziario di prima grandezza ma continua a essere raccontato come vittima. Non si è mai parlato di internazionalismo. Non si è mai nominata la sola divisione che a un comunista dovrebbe interessare: non quella tra Occidente e Oriente, ma quella tra proletari e borghesi.

Chi si richiama al Manifesto – quello con la M maiuscola – dovrebbe ricordare che si chiude con “Proletari di tutti i paesi, unitevi“. La rappresentazione del mondo come scontro tra imperi capitalisti concorrenti – ieri NATO e Patto di Varsavia, oggi un Occidente mai definito e dei BRICS promossi a soggetto storico – non è un’analisi novecentesca: è un’analisi ottocentesca, riscaldata. Non arricchisce la nostra conoscenza dell’altro e non rafforza la nostra lotta al capitale internazionale. Fa l’esatto contrario: lo divide, lo rende particolare, ne fa un capitale con la bandiera, e trasforma la lotta di classe in una preferenza geopolitica.

Il multipolarismo non è la premessa della pace. È la forma attuale della concorrenza interimperialista, cioè la premessa della guerra. Un operaio di Chongqing non ha un solo interesse in comune con la borghesia che lo comanda, e non ne acquista uno per il fatto che quella borghesia sia in conflitto con Washington. Dirlo alla fine, come raccomandazione morale, non basta se si è offerto ai compagni un atlante in cui quella verità non compare.

Non c’è futuro, e amen
Il secondo intervento ha visto la partecipazione di Franco “Bifo” Berardi, che al pubblico presente – e sembra volersi portare dietro altri adepti – ha illustrato il proprio passaggio dalla quarta alla quinta, e ultima, fase dell’elaborazione del lutto. Superata la depressione, siamo giunti all’accettazione: l’accettazione, però, della fine del mondo.

Se fino a quindici anni fa almeno la sinistra filosofa si chiedeva ancora se e come fosse possibile immaginare un futuro e un’alternativa al capitalismo, oggi Bifo dice a voce alta quello che molti temono, o sanno e hanno paura di ammettere: che è tardi, molto tardi, forse troppo tardi per fermare l’accelerazione capitalistica che sta portando al collasso del sistema-mondo. La guerra – quella politica e quella per la sopravvivenza della specie – è persa, e non resterebbe che prenderne atto. Bifo concede la possibilità dell’imprevisto, dello stravolgimento della situazione esistente, ma la concede come si concede un miracolo: davanti a sé vede la fine. E se l’inevitabile è la catastrofe, l’unica speranza diventa qualcosa che nessuno può prevedere e che quindi nessuno può preparare. Non un progetto, non un’organizzazione, non una classe che si muove. Il caso.

Da qui la conclusione più coerente di tutte: che la sinistra esistente trovi il coraggio di dichiarare la propria estinzione, per fare posto a un fronte elettorale d’emergenza. Quando la partita è persa, l’unica cosa sensata che resta è rimettere in ordine le carte prima di alzarsi dal tavolo.

È la lezione di un vecchio, e la si ascolta con rispetto, perché un uomo di settantasei anni che porta avanti il proprio pensiero e la propria azione da oltre mezzo secolo ha guadagnato il diritto di dire quello che pensa: la morte è vicina, non si può scappare, evitarla è difficile e praticamente impossibile, e allora l’unica cosa che resta da fare è accettarla e rassegnarsi.

Ma quella che è una consolazione privata, detta da un palco comunista, diventa un’altra cosa. Il collasso del sistema-mondo non è un destino naturale: la corsa al riarmo, l’accelerazione produttiva, la devastazione ambientale sono decisioni, prese da una classe precisa, che da quelle decisioni ricava profitti misurabili. Dichiarare persa la partita significa assolvere chi la sta vincendo, e trasformare in fatalità ciò che è responsabilità. Il capitale non ha bisogno che i comunisti lo combattano male: gli basta che smettano di credere che possa essere battuto.

Peccato per chi ha provato a lottare. Peccato per chi prova a lottare. Peccato soprattutto per i giovani, ai quali si dice: lasciate stare, ci abbiamo provato, non ci siamo riusciti, amen, è andata così.

Il pacifismo come utile id**ta
Il terzo momento, “Stop Rearm Europe: Europa, guerra, riarmo”, ha messo intorno allo stesso tavolo Roberto Musacchio, Flavio Zanonato, Benedetta Sabene, Roberto Ongaro e Anna Camposampiero. Il dibattito ha tentato di nascondere divisioni evidenti tra i partecipanti stessi, e ha finito per esibirle. Ma soprattutto ha mostrato, per l’ennesima volta, il ruolo che il fronte pacifista dell’area comunista italiana recita dal febbraio 2022.

Dopo oltre quattro anni dall’invasione dell’Ucraina, e nonostante l’esperienza recentissima delle guerre paracoloniali statunitensi in Afghanistan e nel Golfo, Rifondazione sembra ancora priva di una chiave per leggere la guerra di oggi. Si cercano analogie nella memoria corta, quasi mai oltre gli ultimi ottant’anni: si proietta la Guerra fredda, o la Guerra al terrore, sul conflitto russo-ucraino e su quello tra Israele e Iran, e si spera che il calco tenga.

Non tiene. La guerra contemporanea si capisce molto meglio con le lenti della letteratura distopica – quella che Berardi ama citare e da cui trae immagini, mai un compito. La guerra di oggi è la guerra di 1984: una guerra eterna, di cui si dimenticano le origini e persino le alleanze, che non è combattuta per essere vinta ma per essere continuata. Un capitalismo di guerra che si autoalimenta, una fascistizzazione progressiva delle società coinvolte, e una vittoria – quella sì reale – delle borghesie, che dalla guerra non vogliono uscire né vincendo né ritirandosi.

In questo scenario, il pacifismo senza se e senza ma non è neutrale: è funzionale. È l’utile id**ta degli imperialismi – americano, russo, cinese, israeliano – che la guerra non intendono chiuderla. Il momento più rivelatore è arrivato quando uno dei partecipanti ha ricordato di essere pacifista fino a un certo punto: perché i vietnamiti che combattevano la Francia e poi gli Stati Uniti avevano ragione, e i partigiani italiani pure. È stata l’unica affermazione marxista della serata, ed è caduta nel silenzio imbarazzato di chi non sa che farsene. È stata archiviata in pochi secondi. Eppure è lì tutto il problema: la distinzione tra guerre di rapina imperialista e guerre di liberazione non è un cavillo dottrinale, è il criterio che separa una posizione comunista da una posizione umanitaria. Chi la rimuove non ottiene la pace: ottiene di non dover mai dire da che parte sta.

Il carrozzone costituzionale
La serata si è chiusa con l’evento verso cui tutta la giornata puntava, e che il segretario Maurizio Acerbo aveva più volte annunciato: “Verso le elezioni: per un fronte costituzionale”. Accanto ad Acerbo sedevano Gaetano Pedullà per il Movimento 5 Stelle, Luana Zanella per Alleanza Verdi e Sinistra, Francesca Druetti per Possibile, e il giovane Manuel Minervini, sindaco di Molfetta, già presentato dal segretario stesso come il nostro Zohran Mamdani, infine in collegamento Arturo Scotto per il Partito Democratico,.

Si noti la simmetria. Poche ore prima, dallo stesso palco, si era chiesto alla sinistra esistente di dichiarare la propria estinzione per dar vita a un fronte d’emergenza. La sera, l’estinzione è arrivata: solo che il fronte non è d’emergenza, è costituzionale, e i suoi componenti sono esattamente quelli che Berardi aveva appena finito di accusare di aver costruito il disastro. Bifo chiedeva una fine e un inizio; Acerbo ha offerto la fine e ha lasciato perdere l’inizio.

Il significato dell’evento è chiaro, banale e noto. Ancora una volta Rifondazione vuole, desidera, chiede, spera, implora di poter salire sul carrozzone. Lasciamo da parte per un momento le umiliazioni, le scissioni annunciate e il risultato elettorale concreto. Restano due possibilità, entrambe già viste.

La prima è la sconfitta, di gran lunga la più probabile: è difficile immaginare che una coalizione tanto eterogenea trovi un consenso capace di ba***re l’unione delle destre attualmente al governo. In quel caso Rifondazione potrà dire di averci provato, a differenza di quei comunisti che – così si racconterà – non hanno voluto costruire un argine ai fascismi. È un alibi che funziona da un pezzo e che permette di non ascoltare mai la critica che viene da sinistra, coltivando un senso di superiorità che deriva, in fondo, dal solo fatto di procedere da tre decenni nella stessa direzione del fu Partito Comunista Italiano. Ma il treno ha finito il carburante da tempo, le rotaie sono storte, e molti sono già scesi prima del burrone che aspetta un convoglio lanciato senza guida.

La seconda possibilità è la vittoria, e qui non c’è bisogno di prevedere: basta ricordare. Rifondazione entrerebbe in una coalizione con l’intenzione di esserne la sinistra radicale e comunista, dentro un fronte costruito sulla difesa di una Costituzione che – pur essendo nata anche grazie al contributo dei comunisti – resta una Costituzione borghese, cioè la forma giuridica di un modo di produzione, non un programma di emancipazione. Vincolata dai numeri e dalle alleanze, costretta a piegarsi al centrismo che quella coalizione esprimerebbe per forza propria, si convincerebbe di poter influenzare il governo, o di avere i voti per ricattare il presidente del Consiglio, chiunque sia: minacciare con i propri miseri numeri il venir meno della maggioranza e dettare la linea da partito minoritario, con una tattica da Pentapartito.

Sappiamo come finisce, perché è finita così tutte le volte. O il partito comunista rinuncia alle proprie idee pur di restare al tavolo – 2006-2008: rifinanziamento della missione in Afghanistan, allargamento della base militare di Vicenza, protocollo sul welfare, e in cambio una presidenza della Camera e un ministero – oppure toglie la fiducia sperando di ricattare un governo borghese, e quel governo trova alla propria destra la stampella che gli serve, come nel 1998. Nel 2008, dopo l’esperienza del secondo governo Prodi e la lista della Sinistra Arcobaleno, i comunisti uscirono dal Parlamento italiano e non ci sono più rientrati. Diciotto anni dopo, la proposta è di riprovarci.

Ed è qui che il ruolo effettivo assegnato a Rifondazione si vede per intero. Il contributo che le si chiede non è elettorale – i voti che porta non spostano nulla – ma ideologico: mettere la firma dei comunisti in calce all’operazione, offrire al fronte costituzionale il crisma dell’unità democratica, garantire che nessuno a sinistra abbia da ridire. Reso quel servizio, il servizio è finito. Un governo tornato a Palazzo Chigi anche grazie a quella firma non farebbe la minima fatica, e non avrebbe la sensazione di tradire i propri purissimi sentimenti, a cercare alla propria destra la stampella di cui ha bisogno per durare: qualche voce moderata, un gruppo di responsabili, un’intesa più larga – larga ma pur sempre borghese. Poco importa se l’equilibrio si sposta ancora a destra: quello spostamento non costa nulla a chi lo compie, e basta e avanza per togliere di mezzo i comunisti. Rifondazione si ritroverebbe fuori, di nuovo all’opposizione, con l’antifascismo come sola appartenenza rimasta: un’appartenenza tutta ideologica, verso alleati che i suoi valori non li hanno mai condivisi e che, alla prima occasione utile, hanno preferito altri compagni di strada.

Una mano tesa
A Rifondazione Comunista, e più ancora ai compagni e alle compagne che ne sono la base militante e che a Limena hanno lavorato per giorni, tendiamo la mano. Non per un accordo di vertice, non per una desistenza, per un cartello elettorale borghese, costituzionale, governativo, temporaneo, pacifista, strumentale, e disperato. Per un fronte unitario che lotti per il comunismo.

Perché l’unità dei lavoratori non è un dato di fatto che la globalizzazione ci ha tolto: è un compito, ed è esattamente il compito che ci resta. Chi lo dichiara impossibile ha già scelto, che lo sappia o no. Noi, invece, sappiamo da che parte stare.

Socialismo o barbarie.

🔴CRONACA DI UNA DOMENICA ALLA FESTA NAZIONALE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA, E DI UN PARTITO CHE CONTINUA A CHIEDERE IL PERMESSO

di Comunardo Reverberi

👉🏼 https://pclavoratori.it/cronaca-di-una-domenica-alla-festa-nazionale-di-rifondazione-comunista-e-di-un-partito-che-continua-a-chiedere-il-permesso/

Dal 26 al 30 agosto si è tenuta a Limena, in provincia di Padova, la Festa nazionale del Partito della Rifondazione Comunista. Non intendo farne una recensione, né il resoconto benevolo che ci si aspetta da un ospite. L’ultima giornata, quella di domenica 30, merita di essere raccontata per quello che è stata: non una successione di dibattiti, ma un messaggio agli iscritti, agli elettori e al paese. Un manifesto di intenzioni. È un manifesto che lascia delusi molti comunisti, e credo valga la pena spiegare con precisione perché.

Quattro appuntamenti, in poche ore: la presentazione del numero di Su la Testa dedicato ai BRICS, l’incontro con Franco “Bifo” Berardi, il dibattito sul riarmo europeo e, in chiusura, l’assemblea “Verso le elezioni: per un fronte costituzionale”. Presi separatamente, quattro momenti disomogenei, tenuti insieme dal caso di un programma. Presi insieme, una traiettoria di una coerenza quasi didattica: prima si sostituisce alla contraddizione di classe una contraddizione tra blocchi geopolitici; poi si dichiara che la classe non esiste più come soggetto e non è ricomponibile; poi si adotta un pacifismo che non sa distinguere l’aggressore dall’aggredito; e infine, liberato il campo da tutto ciò che rendeva comunista un partito comunista, si va a chiedere un posto nel fronte costituzionale. Non è una deriva: è un itinerario.

I BRICS, ovvero il mondo visto da un atlante vecchio di dieci anni
La giornata si è aperta con la presentazione dell’ultimo numero di Su la Testa, il bimestrale diretto da Paolo Ferrero, dedicato ai BRICS. Va dato atto della conclusione: l’invito finale è stato a non contrapporre alle élite borghesi occidentali quelle orientali, a non appoggiare una borghesia e un capitalismo alternativi soltanto perché alternativi a quelli occidentali. È una cautela che, in una parte non piccola della sinistra italiana, non è affatto scontata, e chi ha scritto sulla deriva campista della componente Ferrero ha il dovere intellettuale di registrarla.

Il problema è che quella cautela arriva in fondo, come una postilla, dopo un incontro costruito interamente dentro la cornice che dovrebbe smentire. I BRICS sono stati descritti con un lessico e con prospettive politiche vecchie di almeno un decennio: il blocco emergente, la sfida all’egemonia del dollaro, il riequilibrio del sistema internazionale. Categorie da terzomondismo aggiornato, in cui il Sud globale ha ormai acquisito un apparato industriale e finanziario di prima grandezza ma continua a essere raccontato come vittima. Non si è mai parlato di internazionalismo. Non si è mai nominata la sola divisione che a un comunista dovrebbe interessare: non quella tra Occidente e Oriente, ma quella tra proletari e borghesi.

Chi si richiama al Manifesto – quello con la M maiuscola – dovrebbe ricordare che si chiude con “Proletari di tutti i paesi, unitevi“. La rappresentazione del mondo come scontro tra imperi capitalisti concorrenti – ieri NATO e Patto di Varsavia, oggi un Occidente mai definito e dei BRICS promossi a soggetto storico – non è un’analisi novecentesca: è un’analisi ottocentesca, riscaldata. Non arricchisce la nostra conoscenza dell’altro e non rafforza la nostra lotta al capitale internazionale. Fa l’esatto contrario: lo divide, lo rende particolare, ne fa un capitale con la bandiera, e trasforma la lotta di classe in una preferenza geopolitica.

Il multipolarismo non è la premessa della pace. È la forma attuale della concorrenza interimperialista, cioè la premessa della guerra. Un operaio di Chongqing non ha un solo interesse in comune con la borghesia che lo comanda, e non ne acquista uno per il fatto che quella borghesia sia in conflitto con Washington. Dirlo alla fine, come raccomandazione morale, non basta se si è offerto ai compagni un atlante in cui quella verità non compare.

Non c’è futuro, e amen
Il secondo intervento ha visto la partecipazione di Franco “Bifo” Berardi, che al pubblico presente – e sembra volersi portare dietro altri adepti – ha illustrato il proprio passaggio dalla quarta alla quinta, e ultima, fase dell’elaborazione del lutto. Superata la depressione, siamo giunti all’accettazione: l’accettazione, però, della fine del mondo.

Se fino a quindici anni fa almeno la sinistra filosofa si chiedeva ancora se e come fosse possibile immaginare un futuro e un’alternativa al capitalismo, oggi Bifo dice a voce alta quello che molti temono, o sanno e hanno paura di ammettere: che è tardi, molto tardi, forse troppo tardi per fermare l’accelerazione capitalistica che sta portando al collasso del sistema-mondo. La guerra – quella politica e quella per la sopravvivenza della specie – è persa, e non resterebbe che prenderne atto. Bifo concede la possibilità dell’imprevisto, dello stravolgimento della situazione esistente, ma la concede come si concede un miracolo: davanti a sé vede la fine. E se l’inevitabile è la catastrofe, l’unica speranza diventa qualcosa che nessuno può prevedere e che quindi nessuno può preparare. Non un progetto, non un’organizzazione, non una classe che si muove. Il caso.

Da qui la conclusione più coerente di tutte: che la sinistra esistente trovi il coraggio di dichiarare la propria estinzione, per fare posto a un fronte elettorale d’emergenza. Quando la partita è persa, l’unica cosa sensata che resta è rimettere in ordine le carte prima di alzarsi dal tavolo.

È la lezione di un vecchio, e la si ascolta con rispetto, perché un uomo di settantasei anni che porta avanti il proprio pensiero e la propria azione da oltre mezzo secolo ha guadagnato il diritto di dire quello che pensa: la morte è vicina, non si può scappare, evitarla è difficile e praticamente impossibile, e allora l’unica cosa che resta da fare è accettarla e rassegnarsi.

Ma quella che è una consolazione privata, detta da un palco comunista, diventa un’altra cosa. Il collasso del sistema-mondo non è un destino naturale: la corsa al riarmo, l’accelerazione produttiva, la devastazione ambientale sono decisioni, prese da una classe precisa, che da quelle decisioni ricava profitti misurabili. Dichiarare persa la partita significa assolvere chi la sta vincendo, e trasformare in fatalità ciò che è responsabilità. Il capitale non ha bisogno che i comunisti lo combattano male: gli basta che smettano di credere che possa essere battuto.

Peccato per chi ha provato a lottare. Peccato per chi prova a lottare. Peccato soprattutto per i giovani, ai quali si dice: lasciate stare, ci abbiamo provato, non ci siamo riusciti, amen, è andata così.

Il pacifismo come utile id**ta
Il terzo momento, “Stop Rearm Europe: Europa, guerra, riarmo”, ha messo intorno allo stesso tavolo Roberto Musacchio, Flavio Zanonato, Benedetta Sabene, Roberto Ongaro e Anna Camposampiero. Il dibattito ha tentato di nascondere divisioni evidenti tra i partecipanti stessi, e ha finito per esibirle. Ma soprattutto ha mostrato, per l’ennesima volta, il ruolo che il fronte pacifista dell’area comunista italiana recita dal febbraio 2022.

Dopo oltre quattro anni dall’invasione dell’Ucraina, e nonostante l’esperienza recentissima delle guerre paracoloniali statunitensi in Afghanistan e nel Golfo, Rifondazione sembra ancora priva di una chiave per leggere la guerra di oggi. Si cercano analogie nella memoria corta, quasi mai oltre gli ultimi ottant’anni: si proietta la Guerra fredda, o la Guerra al terrore, sul conflitto russo-ucraino e su quello tra Israele e Iran, e si spera che il calco tenga.

Non tiene. La guerra contemporanea si capisce molto meglio con le lenti della letteratura distopica – quella che Berardi ama citare e da cui trae immagini, mai un compito. La guerra di oggi è la guerra di 1984: una guerra eterna, di cui si dimenticano le origini e persino le alleanze, che non è combattuta per essere vinta ma per essere continuata. Un capitalismo di guerra che si autoalimenta, una fascistizzazione progressiva delle società coinvolte, e una vittoria – quella sì reale – delle borghesie, che dalla guerra non vogliono uscire né vincendo né ritirandosi.

In questo scenario, il pacifismo senza se e senza ma non è neutrale: è funzionale. È l’utile id**ta degli imperialismi – americano, russo, cinese, israeliano – che la guerra non intendono chiuderla. Il momento più rivelatore è arrivato quando uno dei partecipanti ha ricordato di essere pacifista fino a un certo punto: perché i vietnamiti che combattevano la Francia e poi gli Stati Uniti avevano ragione, e i partigiani italiani pure. È stata l’unica affermazione marxista della serata, ed è caduta nel silenzio imbarazzato di chi non sa che farsene. È stata archiviata in pochi secondi. Eppure è lì tutto il problema: la distinzione tra guerre di rapina imperialista e guerre di liberazione non è un cavillo dottrinale, è il criterio che separa una posizione comunista da una posizione umanitaria. Chi la rimuove non ottiene la pace: ottiene di non dover mai dire da che parte sta.

Il carrozzone costituzionale
La serata si è chiusa con l’evento verso cui tutta la giornata puntava, e che il segretario Maurizio Acerbo aveva più volte annunciato: “Verso le elezioni: per un fronte costituzionale”. Accanto ad Acerbo sedevano Gaetano Pedullà per il Movimento 5 Stelle, Luana Zanella per Alleanza Verdi e Sinistra, Francesca Druetti per Possibile, e il giovane Manuel Minervini, sindaco di Molfetta, già presentato dal segretario stesso come il nostro Zohran Mamdani, infine in collegamento Arturo Scotto per il Partito Democratico,.

Si noti la simmetria. Poche ore prima, dallo stesso palco, si era chiesto alla sinistra esistente di dichiarare la propria estinzione per dar vita a un fronte d’emergenza. La sera, l’estinzione è arrivata: solo che il fronte non è d’emergenza, è costituzionale, e i suoi componenti sono esattamente quelli che Berardi aveva appena finito di accusare di aver costruito il disastro. Bifo chiedeva una fine e un inizio; Acerbo ha offerto la fine e ha lasciato perdere l’inizio.

Il significato dell’evento è chiaro, banale e noto. Ancora una volta Rifondazione vuole, desidera, chiede, spera, implora di poter salire sul carrozzone. Lasciamo da parte per un momento le umiliazioni, le scissioni annunciate e il risultato elettorale concreto. Restano due possibilità, entrambe già viste.

La prima è la sconfitta, di gran lunga la più probabile: è difficile immaginare che una coalizione tanto eterogenea trovi un consenso capace di ba***re l’unione delle destre attualmente al governo. In quel caso Rifondazione potrà dire di averci provato, a differenza di quei comunisti che – così si racconterà – non hanno voluto costruire un argine ai fascismi. È un alibi che funziona da un pezzo e che permette di non ascoltare mai la critica che viene da sinistra, coltivando un senso di superiorità che deriva, in fondo, dal solo fatto di procedere da tre decenni nella stessa direzione del fu Partito Comunista Italiano. Ma il treno ha finito il carburante da tempo, le rotaie sono storte, e molti sono già scesi prima del burrone che aspetta un convoglio lanciato senza guida.

La seconda possibilità è la vittoria, e qui non c’è bisogno di prevedere: basta ricordare. Rifondazione entrerebbe in una coalizione con l’intenzione di esserne la sinistra radicale e comunista, dentro un fronte costruito sulla difesa di una Costituzione che – pur essendo nata anche grazie al contributo dei comunisti – resta una Costituzione borghese, cioè la forma giuridica di un modo di produzione, non un programma di emancipazione. Vincolata dai numeri e dalle alleanze, costretta a piegarsi al centrismo che quella coalizione esprimerebbe per forza propria, si convincerebbe di poter influenzare il governo, o di avere i voti per ricattare il presidente del Consiglio, chiunque sia: minacciare con i propri miseri numeri il venir meno della maggioranza e dettare la linea da partito minoritario, con una tattica da Pentapartito.

Sappiamo come finisce, perché è finita così tutte le volte. O il partito comunista rinuncia alle proprie idee pur di restare al tavolo – 2006-2008: rifinanziamento della missione in Afghanistan, allargamento della base militare di Vicenza, protocollo sul welfare, e in cambio una presidenza della Camera e un ministero – oppure toglie la fiducia sperando di ricattare un governo borghese, e quel governo trova alla propria destra la stampella che gli serve, come nel 1998. Nel 2008, dopo l’esperienza del secondo governo Prodi e la lista della Sinistra Arcobaleno, i comunisti uscirono dal Parlamento italiano e non ci sono più rientrati. Diciotto anni dopo, la proposta è di riprovarci.

Ed è qui che il ruolo effettivo assegnato a Rifondazione si vede per intero. Il contributo che le si chiede non è elettorale – i voti che porta non spostano nulla – ma ideologico: mettere la firma dei comunisti in calce all’operazione, offrire al fronte costituzionale il crisma dell’unità democratica, garantire che nessuno a sinistra abbia da ridire. Reso quel servizio, il servizio è finito. Un governo tornato a Palazzo Chigi anche grazie a quella firma non farebbe la minima fatica, e non avrebbe la sensazione di tradire i propri purissimi sentimenti, a cercare alla propria destra la stampella di cui ha bisogno per durare: qualche voce moderata, un gruppo di responsabili, un’intesa più larga – larga ma pur sempre borghese. Poco importa se l’equilibrio si sposta ancora a destra: quello spostamento non costa nulla a chi lo compie, e basta e avanza per togliere di mezzo i comunisti. Rifondazione si ritroverebbe fuori, di nuovo all’opposizione, con l’antifascismo come sola appartenenza rimasta: un’appartenenza tutta ideologica, verso alleati che i suoi valori non li hanno mai condivisi e che, alla prima occasione utile, hanno preferito altri compagni di strada.

Una mano tesa
A Rifondazione Comunista, e più ancora ai compagni e alle compagne che ne sono la base militante e che a Limena hanno lavorato per giorni, tendiamo la mano. Non per un accordo di vertice, non per una desistenza, per un cartello elettorale borghese, costituzionale, governativo, temporaneo, pacifista, strumentale, e disperato. Per un fronte unitario che lotti per il comunismo.

Perché l’unità dei lavoratori non è un dato di fatto che la globalizzazione ci ha tolto: è un compito, ed è esattamente il compito che ci resta. Chi lo dichiara impossibile ha già scelto, che lo sappia o no. Noi, invece, sappiamo da che parte stare.

Socialismo o barbarie.

04/09/2026

🔴 NESSUNA FIDUCIA AL GOVERNO ZELENSKY! 🇺🇦

di Salvo Lo Galbo

BOLSCEVISMO E QUESTIONE NAZIONALE

Ma Chiang Kai-shek? Non dobbiamo farci illusioni su Chiang Kai-shek, sul suo partito o sull’intera classe dirigente cinese, così come Marx ed Engels non si facevano illusioni sulle classi dirigenti di Irlanda e Polonia. Chiang Kai-shek è il boia degli operai e dei contadini cinesi. Ma oggi è costretto, suo malgrado, a lottare contro il Giappone per ciò che resta dell’indipendenza della Cina. Domani potrebbe tradire di nuovo. È possibile. È probabile. È persino inevitabile. Ma oggi sta lottando. Solo i codardi, i mascalzoni o i completi imbecilli possono rifiutarsi di partecipare a questa lotta.

Erano i poco equivocabili termini con cui, nella lettera a Diego Rivera del settembre 1937, Trotskij tumulava chi equiparava la guerra difensiva di Chiang Kai-shek alla guerra offensiva dell’imperatore giapponese Hiroito contro la Cina. A dimostrazione che gli effetti della storia non cambiano finché rimane identica la causa, e cioè il capitalismo entrato nel suo stadio supremo, questi aggettivi restano perfettamente calzanti nel 2026. Nei Travaglio, nei Santoro, negli Orsini e dintorni abbiamo ancora i codardi piccolo-borghesi, giardinieri del tranquillo orto italico, angosciati dagli urti della Storia, perfettamente capaci di distinguere un aggressore da un aggredito ma che, con fermezza commisurata a tale consapevolezza, allontanano la causa ucraina come un parente lebbroso che rischia di contagiare tutti, portando la guerra in casa di chi ne evoca, come il numero della bestia, anche solo il nome. È del resto impossibile sviscerare la questione, da liberali, democraticisti e persino giustizialisti quali sono tali figuri, senza arrivare a riconoscere la giustezza della resistenza ucraina. Il che pone su una china logica perniciosa: se riconosci la ragione ucraina, riconosci il torto russo. Se condanni la Russia, devi sostenere la NATO (neanche volendo questi personaggi saprebbero puntare su una fuoriuscita operaia e socialista dal dramma bellico, tenendo fuori la NATO). Se cominci a reggere la falce alla NATO sull’Ucraina, contribuirai a un possibile scenario di allargamento della spirale fino al tuo placido orticello. Meglio, con un fare che ha dello scaramantico, dare in partenza tutta la ragione a Putin, evitando complicazioni da conseguenze logiche di un posizionamento anche vagamente solidale con la povera Ucraina. Abbiamo poi ancora i mascalzoni, cioè chi scientemente si offre all’altro imperialismo, i trucidi campisti. E, incredibile ma vero, l’evoluzione politica non ha ancora portato alla estinzione di tutti quegli imbecilli che vanno dai grezzi economicisti in giù. Per il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista, non esiste alcun dubbio sul diritto dell’Ucraina a difendersi dall’invasione.

LA VERITÀ SU ZELENSKY

Zelensky non è responsabile dell’inizio dell’invasione, come salmodia il campismo per poter affermare infine che Putin stia liberando l’Ucraina da un pazzo guerrafondaio «nazista».

Volodymyr Zelensky viene eletto presidente dell’Ucraina nell’aprile 2019, ottenendo una vittoria schiacciante al ballottaggio con oltre il 73% dei voti contro il presidente uscente Petro Poroshenko. Il nome del partito di Zelensky, Servitore del Popolo (Sluha Narodu), riprende il titolo della serie televisiva in cui egli, in veste d’attore, interpretava il ruolo di un insegnante di storia che, inaspettatamente, diventa presidente dell’Ucraina. Nato come emanazione diretta del movimento mediatico creato dallo stesso Zelensky, il profilo identitario del partito sorge all’insegna di un populismo centrista che ha cercato di intercettare il malessere trasversale della società ucraina verso la vecchia guardia politica.

Per genesi e per l’ossimorica sostanza da «liberalismo sociale» è un fenomeno molto vicino all’italiano Movimento Cinque Stelle. Il partito si definisce populista, non di destra e non di sinistra. La sua origine è legata alla lotta contro la corruzione e l’oligarchia, temi centrali anche nella omonima serie televisiva. Non stupisce che inizialmente vi si guardasse come a un movimento addirittura più filorusso che europeista. Le simpatie internazionali fungevano da elemento “identitario” nella contrapposizione elettorale tra Zelensky da un lato e dall’altro Poroshenko che aveva governato per cinque anni quale principale direttore di un allineamento dell’Ucraina con la NATO e l’Unione Europea. L’ascesa del Blocco Petro Poroshenko «Solidarietà» (Blok Petra Poroshenka «Solidarnist» – BPP), il partito di Poroshenko, avveniva proprio in seguito alla crisi scatenata dagli eventi di Euromaidan (fine 2013 e inizio 2014), che portarono alla fuga del presidente filorusso Viktor Yanukovych.

L’AMBIGUITÀ FILORUSSA DEL PRIMO ZELENSKY

Servitore del popolo di Zelensky segue la parabola pressoché obbligata di tutti i soggetti «antisistema» che, presentandosi come rottura dal seminato dei governi precedenti additato quale matrice d’ogni male, strizzano l’occhio ad altri potentati, tratteggiati come «alternativi», perché, da partiti borghesi, l’alternativa non possono trovarla nel socialismo. Zelensky è un madrelingua russo, originario di Kryvyi Rih, una città industriale dell’Ucraina orientale a forte maggioranza russofona. Negli anni della presidenza Poroshenko (2014-2019), lo Stato ucraino aveva imposto una rigida legislazione per «ucrainizzare» la sfera pubblica, i media e l’istruzione con lo slogan Armiya, Mova, Vira (Esercito, Lingua, Fede). Durante la campagna del 2019, Zelensky assunse una posizione molto più sfumata e critica verso le leggi punitive sulla lingua. Sosteneva che bisognasse tutelare il russo e le minoranze linguistiche, evitando imposizioni autoritarie. Per i nazionalisti e per i falchi atlantisti, rifiutarsi di fare della discriminazione linguistica un dogma statale equivaleva a un «ammiccamento» al mondo russo. Ma il punto più forte della propaganda di Poroshenko contro Zelensky fu l’accusa di essere un «capitolazionista» disposto a scendere a patti con Putin. Zelensky aveva dichiarato pubblicamente che, per fermare la guerra in Donbass, bisognava «parlare con Putin» e scendere a compromessi, affermando che la guerra si poteva chiudere solo negoziando direttamente. In una intervista che rimase celebre arrivò a dire che bastava «smettere di sparare» per avviare la tregua, frase che i suoi detrattori valutarono come una colpevole sottovalutazione dell’aggressività russa e una premeditazione di resa. I sostenitori di Poroshenko dipingevano Zelensky come un burattino inesperto che, non avendo una linea di scontro ideologico intransigente con Mosca, avrebbe consegnato l’Ucraina all’influenza del Cremlino. Prima di entrare in politica, la fortuna economica e professionale di Zelensky era legata a filo doppio al mercato dello spettacolo russo. La sua casa di produzione, la Kvartal 95, produceva show televisivi, film e serie comiche che venivano regolarmente venduti, trasmessi e distribuiti in Russia, fruttandogli milioni di dollari di guadagni e diritti d’autore. Durante la campagna elettorale del 2019, i canali di informazione vicini a Poroshenko scavarono nel passato economico dell’ex attore, accusandolo di possedere ancora beni e società registrate nella Federazione Russa e di aver continuato a fare affari con Mosca anche dopo l’annessione della Crimea nel 2014, elemento brandito dai suoi avversari per marchiarlo come personaggio compromesso col nemico. Anche sul fronte dei poteri forti, Zelensky veniva contrapposto a Poroshenko che era l’oligarca al potere. Zelensky era sostenuto mediaticamente dal canale televisivo 1+1, di proprietà di Ihor Kolomoisky, uno degli oligarchi ucraini più potenti e discussi, all’epoca in forte polemica con lo Stato per il controllo della banca nazionalizzata PrivatBank. I critici occidentali e atlantisti temevano che la vittoria di Zelensky non fosse una vera rottura con il sistema oligarchico, ma il cavallo di T***a attraverso cui oligarchi ambigui (con forti interessi economici legati anche all’area post-sovietica e ai capitali in fuga) potessero riprendere il controllo del paese, sabotando le riforme dettate dal Fondo Monetario Internazionale e dalla NATO.

Ma sospetti e posture disallineate durano fino a quando i parvenu non si istituzionalizzano, assumendo la responsabilità della vigilanza delle stabilità economiche e politiche del proprio paese. Così, esattamente come avviene coi populisti nostrani, lo Zelensky di governo si spogliava di ogni moroteismo e si attestava rapidamente su posizioni di atlantismo ed europeismo.

Rimane ad ogni modo indicativo che proprio quel popolo ucraino che la vulgata campista dipinge come un blocco ascaro innamorato della NATO e delle sue vocazioni bancocratiche e belliciste, abbia di fatto votato in massa un candidato che al tempo veniva guardato dai circoli atlantisti come un inaffidabile ircocervo dalle sfumature russofile. Votando Zelensky, il popolo ucraino esprimeva proprio l’opposto di un’adesione entusiastica alla linea atlantica: una radicale sfiducia che travolgeva il dichiarato e sperimentato templare dell’atlantismo Poroshenko il quale aveva fatto della subordinazione alla NATO una religione di Stato attraverso la quale contraffare il fallimento delle sue politiche predatorie e assassine. Quella di Poroshenko (2014) fu una guerra terribilmente reazionaria contro i diritti linguistici delle comunità russofone e le repubbliche di Donetsk e Lugansk. La difesa di quelle repubbliche nel nome dell’autodeterminazione delle popolazioni del Donbass, pur nella denuncia della natura rossobruna dei loro governi e del ruolo dell’imperialismo russo, era infatti una politica leninista elementare. Oggi che le popolazioni del Donbass sono ostaggio della guerra di Putin contro l’intera Ucraina, l’autodeterminazione del Donbass resta un diritto negato – non soddisfatto o corroborato – dall’occupazione militare russa. Autodeterminazione e annessione sono incompatibili: sostenere la guerra di Mosca significa negare due autodeterminazioni in una volta, quella dell’Ucraina e quella del Donbass. Gli elettori ucraini non davano un mandato né per la NATO né per una sfida alla Russia in nessuna forma ma, al contrario, esprimevano il desiderio di finirla con un establishment che del contrasto alle ingerenze russe (certo esistenti) faceva paravento per il dissesto dell’economia del paese.

UN POPULISTA LIBERALE

Sono tante le analogie tra lo «zelenskismo» e il nostro grillismo. L’asse portante del programma di Zelensky era la lotta alla corruzione con proposte che includevano l’ergastolo per i reati più gravi. L’immancabile richiamo alla democrazia diretta con il ricorso a frequenti referendum per decisioni di rilevanza nazionale. L’orientamento verso il liberismo economico, con l’obiettivo di ridurre il peso dello Stato e favorire il libero mercato per attrarre investimenti stranieri e favorire l’aumento di posti di lavoro. L’impegno per la «de-occupazione» dei territori di Crimea e Donbass, presidi simbolo del governo precedente. Assenza di estremismi ideologici (altro che nazismo!), elemento che guadagnava a Zelensky un consenso di massa e interclassista, proprio perché scelse di evitare di cavalcare le istanze della destra radicale, pesantemente sconfitta alle elezioni del 2019 (altro che ucraini «nazisti»!). Si trattava di un partito che, in definitiva, si candidava a sintetizzare la promessa di pulizia morale contro il sistema oligarchico figlio di politiche filoatlantiche e, contraddittoriamente, le aspirazioni della classe media ucraina verso un’Europa di quieto vivere liberale.

LA PARALISI DI UNA RESISTENZA A DIREZIONE BORGHESE

Lo Zelensky pre-invasione (2019 – 2022) era tutto l’opposto del leader guerrafondaio che dipinge la retorica campista e putiniana. E proprio in quanto costruì il profilo programmatico del suo partito in antitesi al bellicista e iperatlantista Poroshenko riscosse un successo massivo. Zelensky, dunque, non partì allora e non è finito oggi come il provocatore né come lo scatenatore di un conflitto su larga scala. Sicuramente, è invece il responsabile della attuale, drammatica paralisi della guerra russa all’Ucraina. Non perché, come postula l’altrotskista Partito Comunista Rivoluzionario, l’Ucraina dovrebbe arrendersi quale unica via per porre fine allo spargimento di sangue. Ma per il motivo tutto opposto e cioè perché, per la sua propria natura di classe, il governo di Kiev non può armare adeguatamente il popolo ucraino, timoroso delle masse armate più di quanto lo sia dell’invasore.

Dall’inizio della guerra, Zelensky ha vincolato il destino dell’Ucraina esclusivamente alla tenuta dell’alleanza NATO e agli umori, peraltro altalenanti, del Congresso statunitense. Una scelta di classe. La borghesia ucraina non cerca la mobilitazione generale delle risorse sociali e umane del paese, perché ciò richiederebbe una rottura con il capitale transnazionale e una redistribuzione della ricchezza che essa non è disposta a concedere. In ultimo, ma non per importanza, si potrebbe dire che la borghesia ucraina conosce la trascrescenza leniniana e la legge della rivoluzione permanente molto meglio dei «comunisti» italiani. Essa sa bene che, dotandosi di armi e di esperienza di maturazione politica che passano dai contatti con i partiti di classe, con i sindacati, con le associazioni della sinistra anticapitalista, implementando insomma tutto quanto compone un fisiologico processo di insorgenza popolare, il proletariato prenderebbe la testa degli eventi, le masse caccerebbero l’invasore per poi cacciare le classi dominanti nazionali e giungere a sbocchi di alternativa rivoluzionaria.

IL DISIMPEGNO DELL’IMPERIALISMO STATUNITENSE E L’UMILIAZIONE DI ZELENSKY

Quando una borghesia subalterna (quella di una nazione in via di sviluppo o periferica) affida la propria sopravvivenza al grande capitale imperialista, essa infila la testa nella trappola. Il disimpegno di tasselli dominanti dell’imperialismo occidentale (Trump e l’umiliazione pubblica verso il presidente ucraino, col contestuale invito a Putin nel porto franco dell’Alaska, onde sottrarlo a incidenti diplomatici in quanto pende sul neozar un mandato d’arresto internazionale, dove annuncia una stagione di intesa e reciprocità col nuovo amico), trasforma Zelensky in leader umiliato e politicamente sospeso. Così gli USA scaricano l’Ucraina e su questa patetica scena cala il sipario di una linea di difesa che si esaurisce in larga misura nel soccorso economico e distributivo offerto dall’imperialismo occidentale.

IL LOGORAMENTO SOCIALE

Il morale delle truppe è tra i fattori decisivi di ogni guerra. Oggi la popolazione ucraina è minata da una inevitabile stanchezza e scarsa tenuta morale. Il che non significa, per inciso, che il popolo sarebbe disposto ad arrendersi a Putin purché «termini questa guerra» e che, come viene inventato in certi ambienti, le masse ucraine abbiano individuato in Zelensky, che continua la difesa, un nemico ancora più grande di Putin che continua l’aggressione. Questo no, nel modo più assoluto. Ma la demoralizzazione esiste ed è principalmente il frutto di anni di politiche economiche antisociali. Zelensky non ha attuato nessuna politica nell’interesse delle classi subalterne eccetto, collateralmente, una resistenza condotta però, ed è questo il punto, alla maniera borghese. Il suo governo ha approvato provvedimenti che hanno sventrato le tutele del lavoro in tempo di guerra:

La riforma del Codice del Lavoro: il governo ha sospeso gran parte delle norme sul lavoro per le piccole e medie imprese, facilitando licenziamenti arbitrari e la deregolamentazione dei salari.
Attacco alla sinistra: la messa fuori legge di vari partiti di sinistra, seppure stalinisti filorussi, e l’ulteriore limitazione degli spazi di agibilità per i sindacati indipendenti non hanno aiutato a creare un movimento popolare, una democrazia dibattimentale, un fronte unico nazionale. Al contrario, hanno mostrato che, sotto la borghesia, la guerra viene usata a pretesto per consolidare un ordine di classe repressivo.
Mentre i resistenti morivano al fronte, il governo ha accelerato piani di privatizzazione che hanno favorito i capitalisti anziché nazionalizzare i settori strategici per sostenere lo sforzo bellico.
Senza una politica economica di sostegno ai lavoratori (salari dignitosi, nazionalizzazione delle fabbriche, diritti democratici), il legame tra governo e masse è meramente burocratico. L’entusiasmo popolare della resistenza viene fiaccato perché i lavoratori ucraini sentono non solo l’inimicizia con l’invasore, ma anche l’inimicizia sociale all’interno del proprio schieramento. Prive di possibilità di organizzare politicamente, militarmente, economicamente questo sentimento di inimicizia sociale proprio a causa delle politiche repressive e antioperaie che la borghesia ucraina continua a perseguire internamente alla nazione, le masse approdano solo a un inaridimento, a un logoramento, a uno sconcerto che non porta a nulla o porta al peggio.

In questo quadro, il Donbass è una ferita aperta. I bombardamenti di Kiev dal 2014 hanno creato una frattura profonda tra la popolazione locale e il centro. La debolezza cronica della sinistra di classe ucraina ha impedito che si formasse un’alternativa popolare in grado di dialogare con le masse di quelle regioni, lasciandole in balia della propaganda russa e dell’occupazione. Sebbene il malcontento verso Putin sia crescente anche tra chi subisce l’occupazione, la popolazione dell’ucraina orientale non trova un punto di riferimento politico. Il ritardo, per questi motivi, di un progetto di «Ucraina dei lavoratori» che possa offrire un’alternativa tanto al capitalismo filo-occidentale quanto all’imperialismo russo è tra le cause principali della continuazione della guerra e della mancata sconfitta dell’esercito russo dopo cinque anni di combattimenti.

IL COMPITO DEI RIVOLUZIONARI

La tragedia ucraina è la riprova che la borghesia nazionale, in un mondo globalizzato e polarizzato, è un attore debole, impastoiata persino nella difesa della propria esistenza. Come in Palestina, dove Hamas ha accettato compromessi che di fatto legittimano l’occupazione israeliana pur di sopravvivere come impotente entità politica, anche i partiti della borghesia ucraina oscillano tra salvare il salvabile e l’arretramento su ciò che diventa non più salvabile. La borghesia non combatte per i diritti dei popoli né per valori universali; combatte per il mercato. Se in una determinata lotta il mercato perde più che guadagnare, gradualmente una borghesia lascia campo all’altra. Nella lotta per la difesa nazionale da una aggressione imperialista, la politica leninista è sempre stata quella dell’indipendenza programmatica di classe: fronte militare nazionale per rafforzare la difesa, ma nessun fronte popolare di tipo staliniano, cioè nessuna collaborazione di classe, nessuna subalternità né condivisione programmatica con la borghesia, nessun sostegno politico ai tanti «servitori del popolo» che, tra popolo e padroni, hanno già deciso chi servire davvero, perfezionando ogni giorno la sconfitta del proprio paese, inteso come il 90% dei suoi abitanti, i salariati.

Contemporaneamente e senza nessuna contraddizione con la sfiducia a Zelensky, siamo per la lotta intransigente contro il redivivo imperialismo russo, parto mostruoso di una ex RSFSR ormai tarlata di faccendieri, mafiosi e sfegatati restauratori.

La vittoria ucraina sarà possibile solo se il popolo si riapproprierà della guida della propria nazione, togliendo la direzione alla borghesia e ponendo la resistenza su base rivoluzionaria. È il difficile compito che ricade più direttamente sulle organizzazioni del movimento operaio ucraino, alle quali i partiti della LIS non fanno mancare la collaborazione, tentando di riavviare una sinistra rivoluzionaria nei rispettivi paesi, in un processo di affermazione egemonica di una linea rivoluzionaria, con ogni azione determinante che allora potrà seguirne. Così come facciamo in Russia perché i rivoluzionari conquistino la testa del crescente malcontento popolare e sabotino la guerra là dove parte.

Sostituendo gli attori della lettera di Trotskij con gli attori in campo nella guerra russo-ucraina, concludiamo: ma Zelensky può garantire la vittoria? Non crediamo. Con lui, tuttavia, è iniziata la guerra e lui oggi la dirige. Per poterlo sostituire è necessario acquisire un’influenza decisiva tra il proletariato e nell’esercito, e per fare ciò è necessario non rimanere sospesi a mezz’aria, ma partecipare. Dobbiamo conquistare influenza e prestigio nella lotta militare contro l’invasione straniera e nella lotta politica contro le debolezze, le mancanze e i tradimenti interni. A un certo punto, che non possiamo stabilire in anticipo, questa opposizione politica può e deve trasformarsi in conflitto armato poiché la guerra civile, come la guerra in generale, non è altro che la continuazione della lotta politica. Gli impostori campisti o gli imbecilli economicisti cercano di ironizzare su questa «riserva». «Il PCL», dicono, «vuole servire Zelensky nei fatti e il proletariato a parole». Partecipare attivamente e consapevolmente alla guerra non significa «servire Zelensky», ma servire l’indipendenza di un paese dipendente nonostante Zelensky. E la propaganda della sinistra rivoluzionaria ucraina rivolta contro Zelensky è il mezzo per educare le masse al rovesciamento di Zelensky. Partecipare alla lotta militare agli ordini di Zelensky, poiché purtroppo è lui ad avere il comando nella guerra d’indipendenza, per preparare politicamente il rovesciamento di Zelensky. Questa è l’unica politica rivoluzionaria. Riformisti, economicisti, anarchici, campisti, semicampisti e criptocampisti contrappongono la politica della «lotta di classe» a questa politica «nazionalista e social-patriottica». Lenin ha combattuto questa contrapposizione astratta e sterile per tutta la vita. Per lui, gli interessi del proletariato mondiale imponevano il dovere di aiutare i popoli oppressi nella loro lotta nazionale e patriottica contro l’imperialismo. Coloro che non lo avessero ancora compreso, a più di un secolo dalla Grande Guerra e dalla Rivoluzione d’Ottobre, dovrebbero essere respinti senza pietà dall’avanguardia rivoluzionaria come i peggiori nemici interni.

Indirizzo

Via San Paolo, 6/F
Turin
10138

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Partito Comunista dei Lavoratori - Torino pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Scelte rapide

Condividi