07/07/2020
C'è un filo rosso, in ogni senso, che ci lega alla mobilitazione antifascista di quel luglio 1960. Da un lato il movimento, dei ragazzi con le magliette a righe, nato sull'impulso della Resistenza contro un neofascismo che come una metastasi ha sempre permeato una certa parte delle istituzioni repubblicane, mai ripulite del tutto dai nostalgici del ventennio eversivi e autoritari.
Dall'altro lato il Partito comunista, vera e propria spina dorsale della democrazia nel nostro Paese. La storia del PCI è la storia di chi con la lotta ha salvato l'Italia dalla restaurazione del fascismo sotto mentite spoglie. Certamente, lo stato di salute delle organizzazioni che si rifanno a quella storia oggi non è il migliore: ma l'esempio di chi lottò e diede la vita in condizioni durissime, é lì oggi a dimostrarci che possiamo farcela, che il sogno di una Italia socialista può essere trasformato in realtà con la lotta e l'organizzazione. Perché quei ragazzi, quei compagni, che il 7 luglio 1960 pagarono con la vita la furia di uno dei tanti tentativi golpisti del potere democristiano, erano giovani comunisti come noi.
Anche per onorare il loro sacrificio oggi dobbiamo opporci con vigore ad ogni scellerata ipotesi di equiparazione tra fascismo e comunismo, portata avanti da quella stessa maggioranza di destra che diede vita al governo Tambroni e che adesso, persino coi medesimi simboli della fiamma tricolore e del quanto mai ipocrita aggettivo "democratico", ha scritto una delle peggiori pagine della storia del Parlamento Europeo.
Non possiamo dimenticare i morti di Reggio Emilia, ed è nostro compito come comunisti rendere la loro lotta più che mai attuale: contro ogni deriva autoritaria, in Italia e in ogni paese del mondo, per una società libera dallo sfruttamento e dal fascismo.