20/05/2026
In ricordo di Marco Pannella nel decimo anniversario della scomparsa
Camera dei Deputati, 20 maggio 2026
PRESIDENTE. (Si leva in piedi e, con lui, l'intera Assemblea). Colleghe e colleghi,
ricorreva ieri il decennale della scomparsa di Giacinto Marco Pannella, nato a
Teramo il 2 maggio 1930 e spentosi a Roma il 19 maggio 2016.
Proprio qui, a Palazzo Montecitorio, nella Sala Aldo Moro, venne allora allestita la
camera ardente e migliaia di cittadini si misero in fila per rendergli omaggio.
Commemorare Pannella è ripercorrere la storia della politica italiana “dentro e fuori
dal Palazzo”. È rievocare un “mostro di originalità” che distrusse i ritualismi e la
“musealità” della politica.
Marco Pannella non parlava sotto voce, non comunicava per logiche astrazioni.
Mentre i partiti di allora si rivolgevano ai corpi sociali, alle famiglie, ai giovani e alle
classi operaie nel loro insieme, Pannella ebbe l'intuizione, terribile e geniale, di
parlare al cittadino, nella sua individualità, costringendolo a pensarsi come titolare di
diritti individuali e di capacità soggettiva nell'esercizio della libertà.
Una novità in quei decenni in cui i partiti di massa, in una società di massa, parlavano
solo al proprio elettorato seguendo la linea ideologica della delega ricevuta. Pannella
inventò il movimentismo di massa tra persone che la pensavano diversamente. Non a
caso il Partito Radicale prevedeva la possibilità della doppia tessera.
La biografia politica racconta questa storia: a soli 15 anni, alunno del liceo classico
Giulio Cesare di Roma, si iscrisse al Partito liberale, assumendo poi la presidenza
dell'Unione goliardica italiana e quindi dell'Unione nazionale degli studenti
universitari. Dopo la laurea in giurisprudenza fu tra i fondatori del Partito Radicale,
insieme a un gruppo di intellettuali e politici della sinistra liberale fuoriusciti dal
Partito liberale italiano, tra i quali Ernesto Rossi, Leo Valiani, Mario Pannunzio ed
Eugenio Scalfari.
La nuova formazione politica concorrerà alle elezioni del 1958 insieme al Partito
repubblicano, ottenendo però risultati inferiori alle attese: lo stesso Pannella non
riuscirà a essere eletto e dal 1960 sarà corrispondente da Parigi del quotidiano Il
Giorno. Nel 1963, esaurita l'esperienza giornalistica, diventa segretario del Partito
Radicale, palesandosi sin dall'inizio come un leader al di fuori di qualsiasi schema, in 1
grado di comprendere e denunciare, anche con gesti estremi di protesta, aventi un
altissimo impatto mediatico, le contraddizioni dell'Italia di quel tempo.
Rivendicando da un lato la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche e
facendo ricorso, dall'altro, a forme di lotta basate sulla non violenza e sulla
disobbedienza civile, sull'esempio di due giganti della storia dei popoli: il Mahatma
Gandhi e Martin Luther King. Pannella sarà in grado di imporre, di volta in volta, al
centro del dibattito pubblico i diritti civili, riuscendo a trasformare questioni fino a
quel momento trattate come fatti privati in temi di carattere e natura sociale, sui quali
mobilitare l'opinione pubblica.
Innumerevoli furono le battaglie avviate, e non di rado vinte, da Marco Pannella,
anche consumando il proprio corpo e sempre in modo instancabile e spiazzante, a
partire dall'approvazione delle leggi sul divorzio nel 1970, sull'obiezione di coscienza
al servizio militare nel 1972 e la legge 194, “Norme per la tutela della maternità e
sull'interruzione volontaria della gravidanza” nel 1978.
Nello stesso tempo, Pannella fu anche un grande sostenitore degli istituti di
democrazia diretta, impegnandosi per la promozione di più di 100 referendum e
raccogliendo a tal fine più di 50 milioni di firme. Come da lui stesso dichiarato, le
consultazioni referendarie, nel determinare la divisione dell'opinione pubblica in due
soli schieramenti, hanno il pregio di prefigurare il funzionamento del sistema
elettorale uninominale all'inglese che egli certamente prediligeva.
Nel 1976 il Partito Radicale riuscì per la prima volta ad eleggere suoi rappresentanti
alla Camera e finalmente entrò nella casa delle istituzioni. Fu uno storico e
instancabile difensore del Parlamento, in cui fu rieletto nelle successive quattro
legislature. La denuncia della degenerazione della partitocrazia, termine che con lui
entrò nel vocabolario quotidiano delle cronache politiche, non era infatti fine a sé
stessa, ma nasceva proprio da una strenua difesa della centralità e della libertà del
Parlamento come luogo supremo della democrazia rappresentativa. Mi permetto
un'annotazione politica legata alla mia esperienza, che non sarebbe giusto omettere,
nel ricostruirne il percorso coraggioso: il suo profondo amore per la libertà lo
indusse, unico a quei tempi, a interloquire anche con uno dei partiti fuori del
cosiddetto arco costituzionale: il Movimento sociale italiano, i cui congressi ed eventi
Radio Radicale seguiva - come tutti gli altri - e a cui Pannella ebbe modo di
partecipare. 2
Radio Radicale, da lui stesso fondata, a partire dal 1976 iniziò a trasmettere in diretta
le sedute delle Camere, accumulando in cinquant'anni un archivio di inestimabile
valore storico, in cui sono contenute anche le registrazioni audiovisive di tutti i
congressi dei principali partiti politici italiani. Un archivio gigantesco e plurale, cui
presto o tardi andrà anche formalmente riconosciuto il valore oggettivo che detiene.
Ed è dalle frequenze di questa emittente che Marco Pannella riuscirà a dare il meglio
di sé, dialogando in diretta per ore con gli ascoltatori, che si fronteggiavano con un
interlocutore stimolante e provocatorio.
Verso la fine degli anni Ottanta, Pannella promosse la trasformazione del Partito
Radicale in partito “transnazionale”, con una maggiore attenzione a campagne di
respiro internazionale, quali l'abolizione della pena di morte e la lotta contro la fame
nel mondo, nel presupposto dell'affermazione universale dei diritti umani e della
democrazia. E fu tra i primi a occuparsi della condizione dei detenuti in Italia, quando
ancora parlare di carcere significava parlare “semplicemente” di delinquenti, esseri
umani privi di ogni diritto per l'offesa arrecata alla società. Pannella costrinse tutti a
riflettere sulla rieducazione, sulle pene alternative e sulla umanizzazione del sistema
carcerario.
Incarnò la nobiltà della politica, esaltò il ruolo pubblico di ciascun cittadino senza
mai insufflare la malapianta dell'antipolitica ma suggerendo in ciascuno il potere di
cambiarla.
A dieci anni dalla sua scomparsa resta il rammarico di aver perduto un grande
combattente che ha segnato in modo indelebile la storia della comunità nazionale e
della politica internazionale.
La sua biografia si sovrappone in larga parte con il movimento radicale, ma Marco
Pannella è stato molto più di un leader di parte. Ogni partito e ogni cittadino ha
potuto condividere in profondità alcune delle sue battaglie e questo fa di lui un
riferimento universale, una persona irripetibile, un leader sì, ma un leader per tutti.
Saluto gli amici e i familiari presenti in tribuna, in particolare la compagna di Marco
Pannella, Mirella Parachini, e invito l'Assemblea a osservare un minuto di
silenzio (L'Assemblea osserva un minuto di silenzio - Applausi).
ENRICO COSTA (FI-PPE). Grazie, Presidente. Quando, nella seconda metà degli
anni Settanta, avevo 8 anni, più o meno, conobbi Marco Pannella, e mai avrei
immaginato, quasi 50 anni dopo, di prendere la parola per ricordarlo. Era la 3
legislatura del 1976 e io ero negli uffici del gruppo con il mio papà, che all'epoca era
neodeputato, e passò Marco. Mi portò con sé in Transatlantico e fu la prima volta che
lo attraversai, e mi spiegò che quei marmi a terra, così lucidi, erano il terreno ideale
perché un bambino prendesse la rincorsa e facesse delle lunghe e divertenti scivolate.
Gli diedi retta e venni bruscamente rimproverato dai commessi. Da quel giorno non
abbiamo mai perso i contatti. E mi domando cosa potrebbe pensare Marco di fronte a
un'Aula della Camera che gli dedica un tributo a 10 anni dalla scomparsa.
All'apparenza, probabilmente, sarebbe severo, suggerendoci di non perdere tempo
prezioso, di non preoccuparci del suo ricordo, ma di occuparci di proseguire le sue
battaglie civili non ancora concluse; ma in cuor suo sono convinto che apprezzerebbe,
perché anche in questi momenti cresce il frutto dei semi che ha sparso nel Paese.
Mi asterrò dal recitare l'elenco delle sue battaglie che hanno diviso la società, ma
l'hanno fatta crescere. Vorrei provare a riflettere sullo spirito di queste sue iniziative,
sugli insegnamenti che ha dato alla politica e che la politica ha omesso di seguire. Tre
sue lezioni inascoltate: Pannella e il consenso, Pannella e le istituzioni, Pannella e i
giovani. Marco ci ha dimostrato che il politico di razza non sceglie i temi e le
proposte in base al consenso e alla popolarità, ma in base al suo fiuto di giustizia e di
equità. Se avessimo messo in pratica le lezioni di Marco, dei tanti sondaggisti che il
mondo politico segue fedelmente non ci sarebbe così bisogno.
Lui si tuffava in temi impopolari, scomodi, senza il vento in poppa dell'opinione
pubblica. Se ne innamorava, li sposava, li coltivava con la sua passione, li imponeva
al dibattito politico. Partiva da zero e costruiva condivisione attraverso un dialogo
ossessivo con la società. Penso ai diritti dei detenuti e alle sfide in nome del
garantismo. Argomenti spesso impopolari - li ha citati lei, Presidente -, difficili da
spiegare, perché ad ogni proposta garantista corrisponde l'accusa di favorire i
delinquenti, di stare dalla parte dell'illegalità.
Ad ogni parola spesa per i detenuti corrispondono le reazioni di chi vorrebbe buttare
la chiave. Te lo senti dire decine, centinaia di volte, ma resisti perché sei convinto di
essere nel giusto, dalla parte dei princìpi costituzionali, e ad un certo punto, quando
un tema impopolare diventa la tua identità politica, cresce il rispetto e acquista
dignità. Le battaglie di Pannella non si affermavano istantaneamente, avevano
bisogno di tempo per maturare, subivano battute di arresto e crescevano con il tempo.
Dalle sconfitte - e di sconfitte Pannella ne ha subite molte - creava le condizioni per
rilanciare. 4
Mi domando come avrebbe reagito Marco, nei nostri panni, di fronte alla vittoria dei
“no” al referendum sulla giustizia: di certo non si sarebbe fermato. Avrebbe
proseguito a sottolineare ogni giorno le ragioni della riforma costituzionale, non si
sarebbe intimorito di fronte a questa Associazione nazionale magistrati, non avrebbe
chinato il capo, consapevole che, per vincere le grandi sfide, occorre tempo, perché le
grandi sfide non si vincono dall'oggi al domani, ma progressivamente, continuando a
spiegare nel merito e a contrastare sul merito quanti si oppongono.
Molti descrivono Marco come un personaggio controcorrente. Non sono d'accordo,
piuttosto era capace di invertire la corrente. Ci ha insegnato che si può cambiare la
traiettoria del dibattito pubblico, anziché infilarsi nella sua onda. Ha saputo leggere il
cambiamento e trasformarlo in azione politica. Ha trasformato temi minoritari in
conquiste di tutti. Marco metteva la persona al centro, ne difendeva la libertà di
scegliere, la sua politica era radicalmente umana.
Ha saputo parlare all'Italia senza demagogia, non ha mai ceduto alla tentazione di
svilire le istituzioni per avere facile consenso. Le ha sempre amate e difese perché le
conosceva a fondo, le rispettava, le voleva sì riformare e migliorare, ma dall'interno e
in punta di Regolamento; quei Regolamenti che conosceva meglio e più di altri.
Portava in Parlamento le sue idee attraverso gli eletti, per fare delle loro storie
testimonianze vive, una su tutte quella di Enzo Tortora.
Nella sua lunga carriera, non ha mai rivestito le più alte cariche istituzionali, eppure
ha esercitato un peso politico più incisivo di tanti altri; eppure ci ha insegnato che,
per conseguire risultati e ottenere spazio e riconoscibilità nel Paese, non servono i
galloni, ma la forza degli argomenti, la coerenza, il coraggio di insistere anche
quando è scomodo. Una lezione a chi ritiene che l'identità politica si costruisca sui
ruoli e sugli incarichi, e non sulle idee.
Lo seguivano tanti giovani, a dimostrazione che ad affermarsi tra le nuove
generazioni non conta l'anagrafe di chi conduce le battaglie, ma l'anagrafe delle
proposte e degli argomenti, quelli capaci di sprigionare forza, di fare la differenza e
di mobilitare e appassionare i ragazzi. Tanti sono i temi che Marco ha introdotto
nell'agenda politica, ancora irrisolti, e senza la sua tenacia rischiano di muoversi al
rallentatore. Oggi non è il momento di entrare nel merito, ma onorare il suo stile: non
farsi condizionare dal facile consenso, amare le istituzioni, parlare ai giovani con la
voce matura degli argomenti (Applausi). 5
FEDERICO MOLLICONE (FDI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, prendo la
parola oggi, a nome di Fratelli d'Italia, per ricordare Marco Pannella, che ebbi l'onore
di conoscere e frequentare per politica e che consideriamo un protagonista
indiscutibile e indiscusso della vita nazionale. E voglio farlo - per usare
un'espressione pannelliana - unendoci nella differenza, uniti nella libertà. La libertà
che si fa carne, che si fa digiuno, che si fa corpo.
La stessa libertà che portò Pannella e l'altrettanto indimenticata Mariateresa Di Lascia
a un punto d'incontro storico con noi ragazzi del Fronte della Gioventù, a favore
dell'indulto politico, per chiudere insieme e per sempre la stagione drammatica degli
anni di piombo in Italia. Attraverso la non violenza, mentre l'arco costituzionale
escludeva e ghettizzava il Movimento Sociale Italiano, Marco Pannella combatteva
per la libertà di espressione di tutti attraverso Radio Radicale, scatola nera della
Repubblica, che chiunque faccia politica ascoltava e ascolta nelle nostre notti insonni,
e la mattina per Stampa e regime con l'indimenticato Bordin.
Certo, ci sono poi le grandi questioni, ci sono i valori non negoziabili sulla vita, sulla
droga, sulla famiglia, che ci dividono da ciò che ha rappresentato, ma Pannella ha
combattuto da gigante. Ha combattuto per il giusto processo, per il garantismo
autentico, e il caso Tortora ne è una pietra miliare, per la dignità delle carceri, per la
resistenza in Iran (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia), per Israele, per
Gaza, per gli uiguri, per il Tibet, per l'autodeterminazione di tutti i popoli che
soffrono, per i dissidenti in Russia, in Cina, in Turchia. Cito Capezzone su Il Tempo:
Pannella non era un santone, non era un santo, e oggi non può e non deve essere un
santino.
Pannella era un rompicoglioni, come ha scritto qualcuno oggi, ma in politica i
rompicoglioni servono, altrimenti restano solo gli yes-man. Non può e non deve
essere un santino per chi oggi appone targhe per omaggiarlo, peraltro in luoghi affatto
significativi per la sua storia, nel tentativo di una goffa appropriazione indebita, ma
che al tempo lo definiva un massimalista confusionario e un avventurista. Più senso
avrebbe, senza dubbio, la scelta di ricordarlo a Torre Argentina, la sede storica del
Partito Radicale, lo scenario delle sue battaglie, o in quella che è stata per anni la sede
storica dell'associazione Nessuno tocchi Caino.
Nel 1975 Montale, sul Corriere della Sera, riferendosi a lui e a Sacharov, scriveva:
“soli e inermi, essi parlano anche per noi”. Oggi, pur continuando ancora a parlare
anche per noi, Pannella non è più solo. 6
Questa è la lezione più pura e l'eredità che raccogliamo: la gioiosa voglia di
confronto, la sacralità del dialogo tra diversi, la coerenza, il coraggio come stelle
polari della vita politica, un satyāgraha assoluto, che rimane come insegnamento per
tutti, con le parole di Gandhi: il satyāgraha non è la resistenza passiva, è, piuttosto, la
forza più potente a disposizione dell'umanità (Applausi).
SIMONA BONAFE' (PD-IDP). Grazie, Presidente. Dieci anni fa moriva Marco
Pannella, leader storico del Partito radicale: uno dei personaggi più significativi e
riconoscibili della vita pubblica italiana dagli anni Sessanta fino al termine dei suoi
giorni. Un politico tutto d'un pezzo, che aveva fatto della politica una vera ragione
esistenziale.
Oggi lo ricordiamo per il contributo straordinario che ha dato alla storia democratica
del nostro Paese e credo che anche chi non lo comprese fino in fondo in vita possa
oggi riconoscere la forza e la lungimiranza delle sue battaglie. Infatti, quando
guardiamo all'Italia di oggi, a molti diritti che consideriamo normali, dobbiamo avere
l'onestà di ricordare che qualcuno li ha conquistati, sfidando un Paese spesso chiuso,
impaurito e conservatore. E quel qualcuno, tante volte, era Pannella.
Ricordarlo oggi significa anche riconoscere una verità semplice: la democrazia cresce
quando c'è chi ha il coraggio di disturbare le coscienze. Pannella lo ha fatto per tutta
la vita. Lo ha fatto con una forza oratoria travolgente, a volte provocatoria e
dissacrante; lo ha fatto sui diritti civili, sul divorzio, sull'aborto, sulla dignità delle
persone detenute, sull'abolizione della pena di morte, sulla fame nel mondo, sulla
libertà individuale, sulla laicità dello Stato: battaglie allora non scontate, tutt'altro che
facili o popolari. Basti pensare alla forza di rottura del referendum sul divorzio,
combattuto contro il partito di maggioranza dell'epoca. Eppure Pannella non ebbe mai
paura di partire da posizioni minoritarie; anzi, considerò sempre quella minoranza un
punto di forza e non un limite.
Seppe anche cambiare il modo stesso di fare politica, portando le sue campagne fuori
dai palazzi e dentro la vita quotidiana delle persone. Con forme di protesta clamorose,
ma sempre non violente, riuscì a coinvolgere l'opinione pubblica come pochi
altri leader della sua epoca, rendendo il dissenso qualcosa di concreto, visibile,
capace di mobilitare coscienze e partecipazione civile.
Certo, non sempre la politica ha saputo capirlo fino in fondo: a volte, lo ha guardato
con diffidenza, altre con fastidio, perché Pannella era impossibile da rinchiudere in
uno schema. Era radicale nel metodo prima ancora che nelle idee: rompeva gli 7
equilibri, forzava il dibattito pubblico, obbligava tutti a prendere posizione. Tutto il
suo impegno si dipanò intorno al tema della libertà, sempre e comunque: libertà
individuale innanzitutto, come diritto della persona di disporre della propria vita
senza imposizioni dello Stato, dei partiti o delle ideologie dominanti; ma anche
libertà politica, come difesa dello Stato di diritto, delle garanzie democratiche e delle
istituzioni liberali contro ogni abuso del potere.
E c'è una cosa che colpisce chi, come me, non lo ha vissuto direttamente: la sua
ostinazione umana. In un'epoca in cui la politica rischia di diventare comunicazione
veloce, slogan e cinismo, Pannella ci appare quasi come una figura fuori dal tempo:
uno che era disposto a consumarsi fisicamente per ciò in cui credeva, uno che faceva
della politica una forma totale di impegno civile.
Per tutto questo, possiamo allora dire che la sua memoria non appartiene solo ai
radicali: appartiene a tutta la Repubblica democratica. Credo allora che il modo
migliore per ricordarlo sia non trasformarlo in un santino, ma raccogliere il suo
insegnamento più vivo: non avere paura delle battaglie difficili, non smettere di
interrogare il potere e non lasciare indietro gli ultimi, perché una democrazia vera
non si misura da come tutela i più forti, ma da come ascolta chi resta ai margini. E
Marco Pannella quei margini li ha illuminati come pochi altri nella storia
italiana (Applausi).
FABRIZIO CECCHETTI (LEGA). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, dieci anni
fa moriva Marco Pannella. Sarebbe riduttivo ricordarlo soltanto come
un leader politico o come il protagonista di alcune delle più grandi campagne civili
della storia repubblicana.
Marco Pannella è stato qualcosa di più raro: una coscienza critica della democrazia
italiana, capace di rompere ipocrisie e di mettere in discussione verità comode, tanto
a destra quanto a sinistra.
Molte delle sue battaglie le ha vinte e spesso le ha vinte dopo essere stato isolato,
deriso o considerato un provocatore. Ma, forse, il modo più autentico per ricordarlo
non è celebrare le sue vittorie, ma guardare alle sue sconfitte, a quelle battaglie che
non riuscì a vincere e che, proprio per questo, restano ancora aperte, ancora attuali,
ancora drammaticamente irrisolte.
Penso anzitutto alla giustizia. Pannella comprese, prima di molti altri, che una
democrazia può sopravvivere agli errori della politica, ma non alla deformazione del 8
diritto. Denunciò il carcere disumano, l'abuso della custodia cautelare, i processi
interminabili. Il garantismo di Pannella non era indulgenza verso il potere, anzi, era il
suo argine democratico. Fu quasi sempre in solitudine in queste battaglie e lo fece
sapendo che dirsi garantisti significa spesso attirarsi l'antipatia dell'opinione pubblica.
Resta di impressionante attualità anche la sua visione del Medio Oriente, del rapporto
tra Israele, democrazie e fanatismo religioso. Pannella difese Israele quando farlo non
significava inseguire una convenienza geopolitica. Per lui, Israele non era immune da
critiche, perché nessuna democrazia lo è, ma rappresentava - e ancora rappresenta -
un presidio di libertà e di Stato di diritto in un territorio in cui troppo spesso le
minoranze vengono perseguitate, le donne private dei propri diritti e il dissenso
soffocato. A tal proposito, ricordo una sua frase contro la sinistra europea: vi
accorgete dell'esistenza dell'umanità palestinese solo quando vi serve per denunciare
il vostro continuo nemico di oggi, che si chiami Stati Uniti o Israele. Non una
provocazione la sua, ma la denuncia del doppio standard morale che Pannella
considerava intollerabile: l'uso strumentale della causa palestinese non per difendere
davvero i diritti dei palestinesi, ma per trasformare Israele e gli Stati Uniti nel
bersaglio simbolico del sentimento antioccidentale.
Ricordo poi con affetto e rispetto la scelta coraggiosa compiuta nel 1997, quando la
lista Pannella-Radicali - qui abbiamo uno dei parlamentari del parlamento della
Padania, il collega Della Vedova - decise, su indicazione proprio di Pannella, di
partecipare alle elezioni del parlamento della Padania. Mentre quasi tutti preferivano
demonizzare Umberto Bossi e il pensiero leghista, Pannella diede una lezione di
democrazia liberale: confrontarsi con le idee altrui invece di limitarne la legittimità
politica. Ha difeso le minoranze senza trasformarle in identità chiuse.
Concludo, Presidente. Pannella ha praticato la politica come esercizio di libertà. Era
scomodo, eccessivo, a volte irritante, ma la democrazia italiana gli deve molto più di
quanto spesso sia disposta ad ammettere, perché Pannella ci ha ricordato che la
politica serve anche a sfidare i conformismi, a restare liberi anche quando il prezzo
della libertà è la solitudine.
Dieci anni dopo la sua morte, molte delle sue battaglie restano ancora aperte ed è
forse proprio questo il segno più evidente della sua grandezza (Applausi).
MARCO PELLEGRINI (M5S). Grazie, Presidente. Ricordare Marco Pannella è
anche ricordare un pezzo importante del Paese, della nostra vita, della mia vita di
giovanissimo militante radicale, che guardava con ammirazione a questo vero e 9
proprio uragano che infiammava il cuore di tanti italiani, capace di stravolgere i riti
flemmatici e ingessati della politica italiana di quegli anni.
Ascoltare Marco a Radio Radicale in quelle lunghissime dirette piene di temi, di
confronti, di passione civile, o vederlo in azione, assistere a un suo comizio o
partecipare a una manifestazione del Partito radicale era sempre emozionante, il che
rendeva naturale, per molti di noi, passare alla militanza attiva, all'impegno politico
attivo in prima persona.
Nell'Italia di allora, nella Prima Repubblica, i grandi partiti erano pachidermici
rispetto alle richieste di cambiamento che la società avanzava; quindi, l'arrivo di
Marco Pannella sulla scena, con il suo magnetismo, con la sua forza, spazzava via il
conformismo, il conservatorismo, l'ipocrisia del potere, con la forza del coraggio, del
nuovo e con la forza della verità.
A distanza di tanti anni, provo un senso profondo di gratitudine per aver vissuto,
grazie a lui e insieme a lui, una stagione bellissima, probabilmente irripetibile. Credo
che tutti noi dobbiamo qualcosa a Marco Pannella, a quella comunità straordinaria
che è stata il Partito Radicale, in un periodo, quello della partitocrazia, come spesso
ripeteva, in cui lui ci ha insegnato che la politica può essere, anzi deve essere
qualcosa di altissimo; non deve essere - com'era allora e, purtroppo, anche adesso -
una occupazione asfissiante del potere fine a se stessa, ma una passione civile e,
quindi, il sogno di un'Italia più giusta, un sogno di cambiamento.
Io credo che tantissime battaglie per i diritti civili portino il suo nome e quello del
Partito Radicale. Ha trasformato l'Italia che, come dicevo prima, era un Paese
ingessato, in un qualcosa di diverso; l'ha catapultata nella modernità.
Quei diritti civili che oggi ci sembrano scontati, quelle battaglie per il divorzio,
partendo dalla LID, poi la legge Fortuna-Baslini, la vittoria del referendum, la legge
sull'aborto, la legge sull'obiezione di coscienza, tutto questo che ora fa parte del
nostro bagaglio politico, sociale e culturale lo dobbiamo a lui e a quelle sue battaglie
coraggiose.
Concludo, Presidente. Noi che eravamo allora giovanissimi e guardavamo a lui con
ammirazione siamo, nel frattempo, cresciuti, ma nel cuore custodiamo ancora quella
scintilla che ci ha trasmesso. Grazie, Marco, per averci insegnato a essere liberi e
coraggiosi. Grazie per aver reso l'Italia un Paese più giusto, più moderno e più
umano (Applausi). 10
ETTORE ROSATO (AZ-PER-RE). Grazie, signor Presidente. Dieci anni fa moriva
Marco Pannella. È stato un uomo che ha saputo costruire intorno a sé un trasversale
rispetto tra le forze politiche, nell'opinione pubblica: lo ha ricordato lei, nella sua
bella commemorazione.
È stato capace di costringere la politica a occuparsi di temi non convenienti; lo faceva
da minoranza e, sempre da piccola minoranza, ha cambiato la maggioranza. Ha
saputo mettere al centro, anche in anticipo, decisioni che poi l'opinione pubblica e la
politica, ma soprattutto l'opinione pubblica ha trasferito in queste Aule, e che hanno
cambiato tante cose. Lo ha fatto con le battaglie sul divorzio, sull'aborto, sul carcere,
sulla giustizia, sull'obiezione di coscienza, sui diritti civili. Iniziava da solo, qualche
volta, alcune di queste battaglie, ma lo faceva sapendo di anticipare la storia.
È stato anche un leader internazionale, lo è stato con una visione transnazionale,
anche nei momenti in cui questi temi venivano considerati non prioritari: io lo
ricordo, all'inizio degli anni Novanta, nel consiglio comunale di Trieste, a battersi per
un'Europa senza confini.
Ha sempre usato, nel suo dire e nel suo fare, un metodo non violento, sempre. È stato
capace di usare il suo corpo come testimonianza, come arma, per costringere la
politica a guardare a problemi che venivano rimossi, dimenticati e cercavano di
essere nascosti. Lui utilizzava battaglie civili, forti, per riportarle al centro
dell'attenzione.
Sembrava un antisistema ma, invece, ha sempre rispettato le istituzioni. Marco
Pannella ci teneva alle istituzioni. Ci teneva alle istituzioni, a questo Parlamento, e
vale la pena ricordare che Marco Pannella è stato consigliere comunale in tanti
comuni: citavo prima Trieste, ma lo è stato a Roma, lo è stato a Napoli, lo è stato a
Catania, lo è stato a Teramo, è stato presidente della circoscrizione di Ostia. È stata
una persona che ha sempre ritenuto di dare il suo contributo all'interno delle
istituzioni e non era antisistema.
Usava gli strumenti della Costituzione, usava i referendum, usava le campagne
pubbliche, usava la raccolta di firme. Ha sempre lavorato per costruire un'opinione
pubblica a favore delle sue battaglie. Non chiedeva di essere seguito; non chiedeva di
avere una battaglia che coinvolgesse tutti, però chiedeva e pretendeva che la politica
non volgesse lo sguardo da un'altra parte su temi che, per lui, erano al centro, non
della politica, ma della società. 11
Io penso che noi dobbiamo essere molto grati al suo profilo, a quello che ha fatto in
questi luoghi, alla sua capacità di coinvolgere nella politica le nuove generazioni;
tanti, qui, hanno ricordato come sono stati coinvolti dalla capacità di Marco Pannella
di fare politica. Questo ricordo vuole tributargli questo (Applausi).
ANGELO BONELLI (AVS). Grazie, Presidente. Mi lasci dire, inizialmente, che
voglio esprimere il mio apprezzamento e gratitudine per l'intervento che lei ha fatto
nel ricordo di Marco Pannella (Applausi). Voglio ricordare un aspetto, non
sconosciuto del resto, che riguarda l'attività, la vita politica di Marco Pannella. Uomo
dalle mille battaglie che ha dato a questo Paese conquiste di diritti civili e sociali
estremamente fondanti e fondamentali, che hanno rafforzato la democrazia del nostro
Paese.
Marco Pannella è stato un uomo di Governo; sembrerà strano, ma è stato un uomo di
Governo. Era il 7 o l'8 giugno del 1992 quando, nella circoscrizione di Ostia, sciolta
per tangenti - e che anticipò la Tangentopoli più generale che, da lì a poco, avrebbe
riguardato Milano -, presentò la Lista Pannella. Io, allora, ero un consigliere molto
giovane dei Verdi; stavo facendo volantinaggio a piazza Anco Marzio, c'era Marco
Pannella con la sua lista e c'era Sergio Rovasio vicino a lui che stava per iniziare un
comizio. Marco Pannella fu eletto nella circoscrizione di Ostia e, poi - non c'era
l'elezione diretta - i partiti si misero d'accordo ed elessero Marco Pannella presidente
della XIII circoscrizione.
Iniziarono i famosi 100 giorni; i 100 giorni che furono una fase storica, memorabile,
da questo punto di vista, e iniziò una grande battaglia contro l'abusivismo edilizio.
Ricordo una telefonata, nella sua stanza di presidente e, poi, a casa sua, in via della
Panetteria, quando, da poco eletto Presidente del Consiglio Giuliano Amato, gli disse:
Presidente, sa che cosa ho scoperto? Ho scoperto che le società che fanno gli appalti
per le demolizioni delle case abusive a Ostia sono le stesse società che poi, la notte,
vanno a realizzare le case abusive. Talmente fu così tignoso e determinato che chiese
ad Amato il genio militare per avviare le demolizioni. Un'opera di grande legalità.
Nessuno ebbe il coraggio mai di farlo, ma Marco Pannella lo fece perché aveva una
grande determinazione; la determinazione di mettere sempre al centro lo Stato di
diritto, anche nelle questioni che sembreranno piccole, ma sono grandi, grandi,
grandi.
Ecco, lo fece e fu un grande, da questo punto di vista, perché, poi, dopo quei 100
giorni, mantenne la promessa. Io lo sostituii come presidente della circoscrizione e
continuai a vederlo. 12
Io penso che una delle grandi questioni… poi, questi sono momenti in cui la retorica -
e mi fermo qua - la fa da padrone, ma penso che dobbiamo avere la consapevolezza,
tutti quanti, di una cosa: ossia che il Paese avrebbe bisogno di un Marco Pannella, in
questa Italia che oggi ha perso un po' l'orientamento. Questa penso che sia la
questione principale che dobbiamo ricordare (Applausi).
ILARIA CAVO (NM(N-C-U-I)M-CP). Grazie, Presidente. Colleghi, oggi ricordare
Marco Pannella significa ricordare un modo raro di fare politica, un modo che non
separava mai le idee dalla vita concreta, dalle scelte personali, dal coraggio
quotidiano. C'è modo e modo di fare politica. C'è una politica fatta di slogan,
convenienza, distanza dalle persone. C'è la politica delle azioni concrete, delle
assunzioni di responsabilità, della buona amministrazione. Poi, c'è la politica vissuta
come testimonianza personale, come assunzione, fino in fondo, delle conseguenze
delle proprie battaglie. C'è chi fa politica per servizio, per senso civico e delle
istituzioni e c'è chi fa politica come Pannella, con la vita intera.
Marco Pannella, nato a Teramo nel 1930 e scomparso nel 2016, dieci anni fa, non è
stato un politico come gli altri, non ha mai accettato il compromesso, non ha mai
chiesto il permesso per battersi. Ha fondato e guidato il Partito Radicale, ma
soprattutto ha introdotto in Italia il metodo della non violenza gandhiana, quello della
forza della verità, che non ha bisogno di armi ma di coraggio. Il suo coraggio aveva
un nome preciso: il corpo. Le sue idee erano convinzioni vissute con un'intensità tale
da mettere il proprio stesso corpo al servizio di quelle battaglie. Decine di scioperi
della fame e della sete, il più lungo, a 81 anni, durò quasi tre mesi, non per sé stesso
ma per i diritti degli altri: per i detenuti, per l'amnistia, per la giustizia. Si è lasciato
ridurre a pelle e ossa pur di affermare un principio semplice e rivoluzionario: il diritto
alla vita e la vita del diritto.
Con il corpo ha occupato le piazze, ha fatto sit-in, ha disobbedito civilmente, ha
trasformato la sua magrezza, la sua stanchezza, la sua voce roca in uno strumento
politico potentissimo. Pannella è stato il primo politico del dopoguerra italiano a
mettere sé stesso, il corpo e la persona al centro della comunicazione politica, non per
vanità ma per verità. Tanti i temi per cui Pannella si è speso: il diritto al divorzio -
l'abbiamo detto in molti qui oggi -, l'obiezione di coscienza, la legge per l'interruzione
volontaria di gravidanza, battaglie contro la pena di morte, per l'Europa unita, per la
laicità dello Stato, per i diritti dei detenuti. Lui non parlava di valori astratti, lui li
incarnava. Si può essere d'accordo oppure no con le sue posizioni, ma è difficile non
riconoscere la coerenza profonda con cui ha attraversato la vita pubblica italiana. 13
In un tempo in cui spesso la politica appare calcolo, lui ci ha ricordato che può essere
anche passione, sacrificio, autenticità, anche dando fastidio, anche disturbando.
Pannella ha insegnato che la politica non è soltanto amministrazione del presente, ma
capacità di disturbare le abitudini, di aprire domande scomode, di difendere i diritti
anche quando farlo è impopolare. C'è modo e modo di fare politica: c'è chi cerca di
cambiare le cose in Parlamento, proponendo, discutendo e trovando accordi, e c'è chi,
come Pannella, decide che, se le cose non cambiano, allora cambia sé stesso per
primo, fino a rischiare la vita. Oggi, in un tempo in cui la politica sembra spesso
ridotta a like e insulti sui social, la lezione di Pannella è più che mai attuale. Ci
ricorda che le idee più belle muoiono se non trovano qualcuno disposto a viverle con
tutto sé stesso. Forse il suo lascito più importante è proprio questo: le idee valgono
davvero solo quando siamo disposti a viverle fino in fondo.
Ricordarlo oggi non significa soltanto celebrare una figura della storia italiana, ma
interrogarci sul senso più profondo dell'impegno politico, della libertà e della
responsabilità personale, perché Marco Pannella - davvero molto più di un leader di
parte, come ci ha ricordato oggi il Presidente, ma un leader per tutti - ci ha mostrato
che la politica quando è autentica non si limita ad essere detta, si vive (Applausi).
ROBERTO GIACHETTI (IV-C-RE). Grazie, signor Presidente. Vorrei unirmi alla
gratitudine che le ha rivolto il collega Bonelli per un ricordo così complesso e così
puntuale, nel quale si è percepito chiaramente il di più che lei ha voluto aggiungere al
pur rilevante intervento formale. Di questo mi prendo la responsabilità di ringraziarla,
non soltanto a nome mio ma a nome dei tanti e diversi radicali sparsi nel mondo, e
colgo l'occasione per rivolgere un saluto anche a Mirella Parachini e agli amici
radicali che sono in tribuna.
In tre minuti c'è poco da dire e forse poi il rischio è sempre quello di cadere nel
parlare di sé stessi, invece di parlare delle persone che vogliamo ricordare. Allora, mi
permetta soltanto, signor Presidente, di dire che c'è uno scritto di Pannella, che
qualcuno, senza alcuna autorizzazione, ha ritenuto sia il manifesto di Pannella della
politica del Partito Radicale, che è un'introduzione che fece a un libro, che
era Underground: a pugno chiuso! di Andrea Valcarenghi, uno scritto lunghissimo
del quale io mi permetto di ti**re fuori soltanto una paginetta, perché rappresenta, per
me, cosa questo libro mi ha fatto capire, cioè che cosa è vivere la politica come una
scelta e come un vero e proprio atto d'amore.
Scriveva Pannella a Valcarenghi: “Cosa vuoi da me? Pensi davvero che il mio nome
sia divenuto merce buona per il mercato di compra-legge, o di chi vuoi o vorresti 14
chiamare alla lettura con questo libro? No; ne ho la prova, so che sai che non è così.
Tu non leggi i miei “scritti”, le migliaia di volantini ciclostilati, di comunicatistampa, di foglietti del Partito Radicale, che sono le sole cose ch'io abbia mai
prodotto, in genere scrivendole in mezz'ora, per urgenze militanti, nella bolgia di via
XXIV Maggio ieri, in quella di via di Torre Argentina 18 oggi. Tu sei un
rivoluzionario. Io amo invece gli obiettori, i fuorilegge del matrimonio, i capelloni
sottoproletari anfetaminizzati, i cecoslovacchi della primavera, i non violenti, i
libertari, i veri credenti, le femministe, gli omosessuali, i borghesi come me, la gente
con il suo intelligente qualunquismo e la sua triste disperazione. Amo speranze
antiche, come la donna e l'uomo; ideali politici vecchi quanto il secolo dei lumi, la
rivoluzione borghese, i canti anarchici e il pensiero della Destra storica. Sono contro
ogni bomba, ogni esercito, ogni fucile, ogni ragione di rafforzamento, anche solo
contingente, dello Stato di qualsiasi tipo, contro ogni sacrificio, morte o assassinio,
soprattutto se “rivoluzionario”. Credo alla parola che si ascolta e che si dice, ai
racconti che ci si fa in cucina, a letto, per le strade, al lavoro, quando si vuol essere
onesti ed essere davvero capiti, più che ai saggi o alle invettive, ai testi più o meno
sacri ed alle ideologie.” Ho chiuso, Presidente. “Credo sopra ad ogni altra cosa al
dialogo, e non solo a quello “spirituale”: alle carezze, agli amplessi, alla conoscenza
come a fatti non necessariamente d'evasione o individualistici e tanto più “privati” mi
appaiono, tanto più pubblici e politici, quali sono, m'ingegno che siano riconosciuti.
Ma non è questa l'occasione buona per spiegare ai tuoi lettori cosa sia il Partito
Radicale; andiamo avanti. Non credo al potere, e ripudio perfino la fantasia se
minaccia d'occuparlo. N