09/08/2020
Elisabeth Strout,
Olive, ancora lei, Einaudi, 2019.
Chiudere l’ultima pagina di questo libro, (cosa che mi accade sistematicamente con tutti i libri della Strout) , si rivela ancora una volta un dispiacere, una silente tristezza che spesso cerco in parte di ritardare, rileggendo e rileggendo alcune pagine del testo, per godere appieno della grazia di questa scrittrice.
Il romanzo unisce attraverso l’adorata, brusca e intrattabile Olive, la protagonista, 13 racconti ambientati a Crosby, nel Maine, un luogo verosimile, ma che non troviamo su nessuna carta geografica.
Olive ci presenta ancora una volta moltissimi personaggi, amici o conoscenti, che hanno il dono di svelarsi completamente, personaggi “veri”, verso i quali sin dall’inizio la Strout ci dissuade da ogni tipo di giudizio.
Siamo invitati ad abbandonare infatti qualsiasi tentazione di valutazione e ad amarli tutti
per quello che sono, perché ognuno di loro consente un viaggio davvero profondo dentro noi stessi. A capo di queste anime complesse e semplici, banali e preziose vi è Olive che si trova a vivere la seconda parte, se così possiamo definirla, della sua esistenza, quando nulla della sua vita sembra più davvero essere fondamentale. Suo figlio Christopher vive a New York, suo marito Henry è morto. Quanto può valere la vita di Olive? Che senso ha per una donna come lei alzarsi ogni mattina se nessuno sembra accorgersi che è ancora viva? Olive vive la quotidianità all’indomani della disillusione, quel disinganno che prima o
poi è riservato a tutti noi. Condividerà questo suo stato con Jack, un professore di Harvard in pensione, anche lui vedovo, con il quale inaspettatamente riuscirà a costruire un rapporto di confidenza che le sembrava impossibile perché immaginato negato dall’età anagrafica.
Olive, Jack, Barbara, Kayley, Suzanne, Isabel, Edith - solo per citare alcuni dei personaggi -fanno sì che ogni dettaglio delle loro esistenze, come delle nostre, diventi l’essenza pura e piena del significato profondo del vivere. Nulla nella vita di ciascuno riesce ad essere banale, ma la luce di ogni giorno, di ogni stagione, il colore dei capelli che cambia, un gesto, le abitudini noiose e apparentemente insignificanti, sono sottratti dalla Strout all’ordinarietà, tanto da riuscire a riscattare le nostre esistenze dalla loro apparente scontatezza e ovvietà.
Il libro si conclude, a sorpresa, con l’incontro con un personaggio noto ai lettori della Strout e soprattuto con l’affermazione che Olive scrive con la sua macchina da scrivere elettrica: “Non ho la minima idea di chi sono stata. Dico sul serio, non ci capisco niente”.
Olive ci rivela ciò che dentro di noi continuamente avvertiamo, cioè che dal primo vagito avremo a che fare con il mistero di noi stessi, con l’impossibilità di conoscerci, di definirci.
Olive, esattamente così come sei, ci mancherai...
LR