27/08/2026
Questione comunità bengalese a Venezia: la priorità sia la tutela dei diritti sul lavoro e il contrasto allo sfruttamento.
In merito al dibattito sollevato dalle recenti mobilitazioni e dalle richieste della comunità bengalese a Venezia relative all'apertura di un luogo di culto, si ritiene necessario spostare il focus dell'analisi dalle rivendicazioni di carattere puramente confessionale alle concrete e urgenti problematiche sociali ed economiche che colpiscono la forza lavoro straniera nel territorio veneziano. Il dibattito pubblico, troppo spesso polarizzato su posizioni ideologiche contrapposte che oscillano tra l’imposizione di vincoli culturali preliminari e la difesa esclusiva dei diritti religiosi senza rivendicare le condizioni di sfruttamento e disagio abitativo a cui sono sottoposti, rischia di oscurare la reale situazione di migliaia di cittadini stranieri. Molti di loro arrivano nel nostro Paese con l'obiettivo di ottenere un futuro dignitoso, trovandosi invece inseriti in contesti lavorativi caratterizzati da un forte dumping contrattuale, bassi salari nel settore turistico, turni massacranti e assenza di tutele stabili, in particolare nei settori della cantieristica navale, del turismo e dei servizi connessi.
In questo scenario, l'annuncio di uno sciopero finalizzato unicamente all'ottenimento di concessioni di natura logistico-religiosa rappresenta un segnale anomalo e meritevole di profonda riflessione. Risulta infatti evidente una netta asimmetria tra la totale assenza di mobilitazioni sindacali storiche contro i salari da fame, i subappalti irregolari e la carenza di sicurezza sul lavoro, e l’improvviso ricorso all’astensione dal lavoro per questioni cultuali. Lo strumento dello sciopero costituisce il principale mezzo di emancipazione e di riscatto sociale dei lavoratori. Orientarlo prevalentemente verso obiettivi religiosi rischia di depotenziare le battaglie fondamentali per la dignità professionale e per il diritto alla casa, le quali dovrebbero unire l'intera forza lavoro senza distinzione di nazionalità o fede.
Il pericolo maggiore, insito in questa specifica gestione della vertenza, è la strumentalizzazione padronale delle concessioni religiose. Esiste il rischio concreto che il riconoscimento di un luogo di culto venga utilizzato da datori di lavoro e intermediari senza scrupoli come uno strumento di pacificazione sociale: un "contentino" formale concesso per disinnescare una legittima rivendicazione. Questo scenario permetterebbe la perpetuazione di condizioni di sfruttamento ancora più aspre all'interno di un sistema di ghettizzazione sociale ed economica, dove la concessione della sfera religiosa potrebbe diventare merce di scambio per il silenzio sui diritti contrattuali e salariali.
L'integrazione e la dignità sociale si costruiscono in primo luogo nei posti di lavoro, attraverso il rispetto della legalità, l'applicazione dei contratti collettivi, la garanzia della sicurezza e, infine, il superamento del sistema di appalti e subappalti. Ogni altra rivendicazione rischia di rimanere una facciata che lascia inalterate le dinamiche di precarietà e sottomissione economica.
Officina dei Diritti
Comitato Internalizzazione Servizi
Rete Solidale per la Casa