Curiosità di Archeologia

Curiosità di Archeologia "L'archeologia alla portata di tutti". "L'archeologia a 360 gradi".

Il Capitolium di Brescia e le statue rinvenuteIl tempio capitolino di Brescia costituisce parte integrante del Parco Arc...
20/07/2026

Il Capitolium di Brescia e le statue rinvenute

Il tempio capitolino di Brescia costituisce parte integrante del Parco Archeologico di Brescia Romana. Situato sul lato corto settentrionale del Foro, accanto al teatro romano ha avuto diverse fasi di frequentazione. Una prima fase risale al II-I sec. a.C. quando il santuario venne dotato di quattro sacelli affiancati su di un podio, i cui interni erano accomunati da un’unica aula coperta a volta, divisa in tre navate da una fila di quattro colonne. Le pavimentazioni erano decorate a mosaico mentre le pareti erano decorate con affreschi in I e II stile Pompeiano.
Nella seconda metà del I sec. d.C. il santuario repubblicano venne parzialmente demolito, interrato e sostituito da un edificio più monumentale tripartito dedicato a Giove, Giunone e Minerva, di cui si conservano ancor oggi le loro teste in marmo. A partire dall’età tardo-antica, l’area del Capitolium venne adibita ad abitazioni, botteghe e cimiteri per poi essere definitivamente abbandonata. La sua riscoperta avvenne nel terzo decennio dell’Ottocento quando l’Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Brescia avviò degli scavi archeologici presso l’area forense. Il 20 luglio 1826, nell’intercapedine occidentale tra il tempio e il colle Cidneo vennero rinvenuti numerosi reperti tra cui la celebre statua della Vittoria Alata (conservata oggi nella cella orientale del Capitoilum), una statuetta raffigurante il prigioniero, ritratti imperiali in bronzo dorato, nonché cornici per il rivestimento degli elementi lapidei e frammenti pertinenti a una b**a (carro trainato da cavalli). Le teste maschili raffigurano tre imperatori (Settimio Severo, Marco Aurelio Probo e Claudio II il Gotico), mentre la testa femminile è attribuita a una donna vissuta in età Flavia: potrebbe trattarsi di Domizia Longina (moglie dell’imperatore Vespasiano) o Giulia (figlia dell’imperatore Tito).

Per approfondimenti:

C. Stella, Brixia. Scoperte e riscoperte, Milano, 2003.
F. Morandini, C. Stella, A. Valvo, Santa Giulia. Museo della città di Brescia. L'età romana. La città. Le iscrizioni, Milano 1998, pp. 28-41.

La Vittoria Alata nel Capitolium di Brescia La celebre statua costituisce il pezzo più significativo tra i materiali rin...
20/07/2026

La Vittoria Alata nel Capitolium di Brescia

La celebre statua costituisce il pezzo più significativo tra i materiali rinvenuti presso il Capitolium e uno dei monumenti meglio conservati in antico. Conservata attualmente presso la cella destra del tempio capitolino, ritrae una figura femminile, rivolta verso sinistra, che indossa una tunica fermata sulle spalle e un mantello che avvolge le gambe. Riguardo al suo aspetto, la Vittoria viene rappresentata nel momento in cui ha terminato di apporre un’iscrizione celebrativa su uno scudo circolare, ora perduto, poggiato sulla gamba flessa e che segnala la scritta agli spettatori con la punta del cesello, stretta nella mano destra.
La statua romana s’ispira a un modello statutario elaborato di Afrodite ellenistica (la c.d. Afrodite di Capua), con l’aggiunta delle ali, del chitone e la sostituzione del braccio destro e dello scudo. Il modello originale, prodotto a Rodi o Alessandria d’Egitto nella metà del III sec. a.C., doveva raffigurare la dea seminuda che si ammira allo specchio, tenuto tra le mani e rivolto verso se stessa. L’artista avrebbe poi tratto ispirazione da altri capolavori classici, copie di originali greci: l’Afrodite Urania tipo Cirene (IV sec. a.C.) per l’appoggio del piede su rialzo e il mantello indossato; l’Afrodite del Museo Palatino (variante dell’Afrodite Louvre di Napoli) per la torsione del busto; mentre il movimento delle braccia è una chiara derivazione dall’Eros con l’arco di Lisippo (338-335 a.C.), già presente nell’Afrodite di Perge-Capua (copia di età adrianea).
Probabilmente la statua sarebbe stata trasferita a Roma da Ottaviano Augusto nel 29 a.C., donata a Brixia in segno di benevolenza politica e rielaborata in Vittoria per celebrare l’affermazione su Vitellio di Antonio Primo, luogotenente di Vespasiano, imperatore che ha curato il rifacimento del Capitolium.
Tra il 2018 e il 2020 la statua fu sottoposta ad un intervento di restauro che ha comportato la sostituzione della struttura ottocentesca interna, l’eliminazione del materiale di riempimento, la realizzazione di un nuovo supporto, lo studio tecnologico, la pulitura delle superfici e il recupero delle superfici.

Per approfondimenti:

C. Stella, Brixia. Scoperte e riscoperte, Milano, 2003, pp. 70-77.
F. Morandini, C. Stella, A. Valvo, Santa Giulia. Museo della città di Brescia. L'età romana. La città. Le iscrizioni, Milano 1998, pp. 40-41.
https://opificiodellepietredure.cultura.gov.it/attivita/la-vittoria-alata-i-sec-d-c-capitolium-brescia/ (in data 19 luglio 2026).

PS: l’intervento di restauro è stato eseguito dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, in collaborazione con il Comune di Brescia, la Fondazione Brescia Musei e la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Brescia e Bergamo.

Sotto gli orti del monastero di Santa Giulia a Brescia: le Domus dell’OrtagliaAll’interno del Museo di Santa Giulia a Br...
19/07/2026

Sotto gli orti del monastero di Santa Giulia a Brescia: le Domus dell’Ortaglia

All’interno del Museo di Santa Giulia a Brescia sono conservate una delle testimonianze archeologiche relative all’edilizia privata di Brixia, ovvero le Domus dell'Ortaglia, datate complessivamente tra la fine del I secolo a.C. e il IV secolo d.C. Chiamate così dal loro ritrovamento presso gli orti del monastero di Santa Giulia erano situate nel settore nord-orientale della città antica, compreso tra l’area monumentale e la cinta muraria, ai piedi del Colle Cidneo. Scoperte tra il 1967 e il 1970 nell'ambito della costruzione del nuovo Museo di Scienze Naturali, nei primi anni Duemila le domus sono state oggetto di interventi di restauro e valorizzazione che hanno permesso di collegarle al percorso museale attuale. Inoltre erano caratterizzate da una serie di vani (domestici e residenziali) disposti intorno a un cortile lastricato, articolate su due piani e dotate di pavimentazioni a mosaico.
La prima domus visibile è la c.d. Domus di Dioniso, nota per il suo grande mosaico presente nel triclinio, dove il dio è raffigurato mentre abbevera la pantera con un rhyton. Momento allusivo al tema del simposio, tematica evidente anche negli affreschi parietali che raffigurano maschere teatrali e uccelli.
Anche la vicina Domus delle Fontane conserva mosaici policromi, con la rappresentazione di motivi geometrici con maschere teatrali e vasellame (brocca); mentre gli affreschi parietali sono riferibili al IV stile pompeiano.

Per approfondimenti:

A. Pergoli Campanelli, La musealizzazione delle domus romane a Brescia, in L'architetto italiano, II, 12, febbraio-marzo 2006, pp. 64-67.
C. Stella, Brixia. Scoperte e riscoperte, Milano, 2003, pp. 85-93
F. Morandini, F. Rossi, G. Tortelli, Archeologia e città: Brescia. Dal Museo della città all’area archeologica delle Domus dell’Ortaglia, in A. Ancona, A. Contino, R. Sebastiani (a cura di), Archeologia e città: riflessione sulla valorizzazione dei siti archeologici in aree urbane, Roma 2014, pp. 167-179

Al largo del Delta del Po: il relitto di Valle Ponti a Comacchio Nel 1980, durante i lavori di drenaggio dell’omonimo ca...
24/01/2026

Al largo del Delta del Po: il relitto di Valle Ponti a Comacchio

Nel 1980, durante i lavori di drenaggio dell’omonimo canale collettore, a poca distanza da Comacchio (Ferrara), è stato individuato un carico pertinente a una barca a vela di piccolo cabotaggio. L’imbarcazione, costruita con la tecnica del guscio portante, era ad albero unico, dotata di uno scafo tondeggiante, priva di chiglia, la quale la rendeva adatta anche alla navigazione fluviale e endo-lagunare.
Il naufragio sarebbe avvenuto tra il 15 e il 12 a.C., anno della morte di Marco Vipsanio Agrippa, come attestato dal bollo AGRIP presente sui lingotti di piombo. Al momento del naufragio la nave stava per imboccare l’antico delta del Po diretta verso l’entroterra.
Non essendo stati rinvenuti resti umani, sono state formulate due ipotesi: o l'equipaggio avrebbe abbandonato la nave, prossima a una probabile mareggiata; oppure la nave, ancorata in un porto lungo la costa e in assenza di marinai a bordo, sarebbe stata trascinata via, arenandosi lungo la spiaggia.
Di notevole interesse sono i materiali rinvenuti, ora conservati al Museo del Delta Antico di Comacchio. Il carico era composto da tronchi in legno non lavorato e un centinaio di lingotti in piombo e le monete, di provenienza sp****la. Dalla poppa, provengono sei tempietti miniaturistici. Essi, realizzati per saldatura di lamine di piombo, presentavano una cella interna contenente le immagini delle divinità di Venere, Priapo e Mercurio. Dato il loro legame con il contesto commerciale e marinaro, tali manufatti avrebbero garantito tutela e protezione ai marinai durante le avversità. Tra i contenitori ceramici prevalgono anfore di diversa provenienza (Grecia, Asia Minore e Cisalpina), vasellame da mensa e lucerne. Di straordinaria importanza è il corredo di bordo, formato da: una stadera a due portate, impiegata per la vendita al dettaglio della merce, oggetti in legno (mortaio, pissidi), tre calamai (contabilità di bordo), ami in bronzo (allusivi alla pesca) e infine tanti indumenti in cuoio (sacche, calzature), che illustrano l’abbigliamento quotidiano della gente a bordo.

Per approfondimenti:

C. Corti, La stadera del relitto di Valle Ponti (Comacchio I), in Instrumentum 43, 06/2016, pp. 50-53.
I. Regueiro Salcedo, I tempietti miniaturistici plumbei della nave romana di Comacchio (Fe): nuove ipotesi in relazione al culto nei mari e la navigazione antica, in Annali online Unife. Sezione di Storia e Scienze dell'Antichità 2, 2023, pp. 135-150.

Un santuario alle pendici dell’Umbria: Monte Torre Maggiore Alle pendici meridionali dei Monti Martani, sorgeva il santu...
23/01/2026

Un santuario alle pendici dell’Umbria: Monte Torre Maggiore

Alle pendici meridionali dei Monti Martani, sorgeva il santuario di Monte Torre Maggiore. Il complesso faceva parte di un sistema territoriale di insediamenti che afferivano alle popolazioni dei Naharki.

Il luogo di culto si articolò dalla seconda metà del VI sec. a.C., quando sulla sommità del monte sorse un impianto, caratterizzato da una fossa circolare imbutiforme, collegata ad una canaletta. Le testimonianze più evidenti di questa fase sono i bronzetti votivi maschili, ex voto femminili e figure animali, datati al IV sec. a.C.

La monumentalizzazione del santuario avvenne attorno alla metà del III sec. a.C., con la costruzione del Tempio A. L’edificio, a pianta rettangolare, era dotato di cella e pronao, preceduto da una gradinata. Presenta orientamento E-O, è costruito in opera quadrata con grandi blocchi calcarei, leggermente bugnati. Inoltre era circondato da colonne, di cui si conservano le impronte e frammenti. L’area era circondata da un recinto perimetrale su cui si appoggiavano gli ambienti di servizio, interpretati come laboratori per la produzione ceramica e metallurgica, come si evince dal ritrovamento di scarti di lavorazione posti ai lati S ed E del recinto.
In età tardo-repubblicana viene costruito il Tempio B, delle medesime caratteristiche del Tempio A, ma di dimensioni minori. Ha orientamento N-S, è costruito in opera cementizia, con un rivestimento in lastre di calcare bugnato. In asse con il Tempio A è stata messa in luce una soglia monolitica, con funzione d’ingresso (torre di difesa o propileo?). Nella stessa fase viene ampliato il recinto sul lato S; pertinenti a questa fase sono le statuette votive con la corona radiata, elementi fittili anatomici e monete tardo-repubblicane. Dal lato N provengono due frammenti di cornicione e soprattutto una testa femminile in travertino. Potrebbe trattarsi di una statua di culto, probabilmente un acrolito, grazie alla presenza del diadema.
Il santuario ebbe continuità di vita fino agli inizi del IV sec. d.C., come attestato dal rinvenimento di frammenti di intonaco, ceramici, monete tardo-imperiali e lucerne tardo-antiche.

Per approfondimenti:
L. Bonomi Ponzi, Il santuario di monte Torre Maggiore, in: C. Angelelli, L. Bonomi Ponzi (a cura di), Terni – Interamna Nahars, Nascita e sviluppo di una città alla luce delle più recenti ricerche archeologiche, Roma 2006, pp. 109-128.
M. Antinori, Gli Antichi Santuari degli Umbri e il culto del dio Marte – Cesi, S. Erasmo e Monte Torre Maggiore, in Colleluna: Ieri, Oggi e Domani. Archeologia, storia e attualità del territorio della 2°Circoscrizione Nord del Comune di Terni, 2012, pp. 11-57.

Due strutture megalitiche in mezzo al Tavoliere: i dolmen di Bisceglie (“La Chianca”) e di Corato (“dei Paladini”)Circa ...
23/01/2026

Due strutture megalitiche in mezzo al Tavoliere: i dolmen di Bisceglie (“La Chianca”) e di Corato (“dei Paladini”)

Circa 2000 anni prima di Cristo (età del Bronzo), presso l’attuale pianura del Tavoliere (Puglia Settentrionale), sorgevano alcune strutture sepolcrali, chiamate dolmen. I dolmen (dal bretone “tavola di pietra”) erano dei monumenti funerari di epoca preistorica, formati da una serie di pietre verticali infisse nel terreno che sorreggevano una lastra orizzontale, che faceva da architrave. Essi ospitavano sepolture individuali o collettive, caratterizzate da corredi come armi, oggetti in pietra, ceramica con decorazione impressa e altri elementi allusivi alle pratiche del banchetto. La tipologia architettonica più comune era il dolmen a galleria, dove la camera funeraria, che ospitava le sepolture, era preceduta da un corridoio d’accesso. Questi monumenti, assieme ai menhir (architetture monolitiche) erano diffusi in Europa Continentale a partire dal Neolitico (VII-III millennio a.C.) e segnano il passaggio verso forme architettoniche complesse chiamate strutture megalitiche, tipiche dell’età del Bronzo. I dolmen più famosi sono quelli pugliesi, come Bisceglie (“La Chianca”), affacciata sul mar Adriatico e, in misura minore, Corato (“dei Paladini”), nell’entroterra barese. Del primo si è conservato il corredo funerario, consistente in vasi in ceramica, ornamenti in ambra, osso e pietra e una borchietta in lamina bronzea, riconducibili alla sfera del banchetto. Riguardo al secondo, invece, si hanno scarse notizie in merito, basandoci solo sulle fonti d’archivio.

Per approfondimenti:

Archivio storico pugliese, anno XXI, 1968.

E. Onnis, Dolmen a galleria pugliesi dell’età del Bronzo: influenze trans-marine?, in: Studi di Preistoria e Protostoria – 4 – Preistoria e Protostoria della Puglia – 2017, pp. 505-511.

Enciclopedia Treccani, Dolmen, a cura di A. Taramelli, Enciclopedia Italiana (1932).

Cosa sono menhir e dolmen e che differenza c’è tra i due tipi di struttura megalitica?, tratto da Geopop, 6 giugno 2024.

Foto 1: Dolmen La Chianca, Bisceglie (Barletta-Andria-Trani)
Foto 2: Dolmen dei Paladini, Corato (Bari)

Un tassello di archeologia funeraria a Padova: il recinto funerario di Palazzo MalduraNel 1996, durante i lavori per la ...
22/01/2026

Un tassello di archeologia funeraria a Padova: il recinto funerario di Palazzo Maldura

Nel 1996, durante i lavori per la costruzione della Biblioteca di Palazzo Maldura, l’Università di Padova ha rimesso in luce un recinto funerario, posto a breve distanza dal fiume Bacchiglione. Lo scavo s’inserisce nell’ambito di un progetto di riqualificazione urbanistica del centro storico di Padova, il quale ha restituito edifici risalenti all’epoca post-medievale. Il recinto aveva due fasi di frequentazione: una prima (I secolo a.C.) e una seconda fase (I secolo d.C.). La prima era caratterizzata da tombe familiari, racchiuse da un recinto funerario in mattoni legati da argilla. Tra di esse emerge una sepoltura ad incinerazione, testimoniata dalla presenza di un’urna cineraria con coperchio e frammenti ceramici e metallici come oggetti corredo. A causa dell’esondazione del canale Bovetta, l’area funeraria viene riorganizzata con livellamenti del terreno e l’abbattimento del muro occidentale del vecchio recinto (molto vicino al canale), interventi volti alla formazione del nuovo recinto funerario. Si arriva, dunque, alla seconda fase, documentata dalla presenza di una base di un monumento funerario e un’urna lapidea con i resti combusti dell’individuo e relativo corredo funerario (ceramica, balsamari).

Oltre il limite meridionale sono state localizzate tre sepolture, due pertinenti a sub-adulti, sepolti in fossa coperta da tegola e una a un adulto, caratterizzata dal suo corredo funerario (olletta in ceramica comune, asse di Claudio e obolo). Sulla base di tali dati è possibile ascrivere queste tombe all’età tiberiana e di conseguenza l’area continua ad essere frequentata fino alla metà del II sec. d.C., quando il recinto viene dismesso per l’impianto di nuove strutture.

Per approfondimenti:
A. Vigoni et alii, Un recinto di epoca funeraria a Padova, in Quaderni di Archeologia del Veneto, XXIII, 2008, pp. 139-146.

Nel cuore di Cecina: la villa Romana di San VicenzinoA pochi passi dal Mar Tirreno, sorgeva la Villa Romana di San Vince...
22/01/2026

Nel cuore di Cecina: la villa Romana di San Vicenzino

A pochi passi dal Mar Tirreno, sorgeva la Villa Romana di San Vincenzino. Compresa all’interno dell’omonimo parco archeologico ha avuto una lunga fase di frequentazione (I sec. a.C. – V sec. d.C.), con punte fino all'età alto medievale. Il complesso sarebbe appartenuto a Decio Albino Cecina, discendente dalla famiglia volterrana dei Caecina e praefectus Urbi nel 414 d.C. Pur essendo già nota dagli scavi pregressi, negli anni 1983-1989 la villa è stata oggetto di indagini archeologiche da parte dell’Università di Pisa e del comune di Cecina volte a ricostruirne la planimetria. L’ingresso avveniva al lato occidentale e iniziava dalle terme, i cui ambienti di servizio (frigidarium, calidarium, tepdidarium e apodyterium) erano preceduti da un ambiente porticato con esedra. A fianco delle terme c’era il quartiere produttivo, riconoscibile dai magazzini che conservavano le derrate alimentari (dolia). Spostandoci verso sud si trovava il peristilio con funzione di raccordo con gli ambienti di rappresentanza del dominus. Di forma quadrangolare aveva un colonnato in laterizio e al centro presentava una fontana con nicchie semicircolari. Dietro il peristilio s’imposta l’atrio, il cuore pulsante della villa, tuttavia soggetto a imponenti trasformazioni. Nella prima fase (50-30 a.C.) vi era l’impluvium, una vasca che serviva a raccogliere l’acqua piovana dai tetti delle strutture vicine. Nella fase centrale (fine II – inizi III sec. d.C.) viene costruito il triclinio con ninfeo che si affaccia al giardino; tali ambienti hanno restituito resti di intonaco dipinto. La scoperta più famosa riguarda la statuetta di Iside che sottolinea la diffusione dei culti orientali presso le famiglie aristocratiche. Il percorso si conclude con la cisterna sotterranea, che raccoglieva le acque piovane per rifornire gli ambienti dell’atrio e peristilio. Di essa si conservano la grande struttura in cementizio, i condotti idraulici che portavano l'acqua al peristilio, dopo essere stata filtrata da griglie forate in terracotta.

Per approfondire:

https://museoparcoarcheologicocecina.visitcecina.com/

F. Donati et alii, La villa romana di San Vicenzino presso Cecina (Livorno). Rapporto preliminare di scavo (campagne 1989, 1993, 1995, 1997-1998), in: Studi Classici e Orientali, 47, 2002, pp. 403-476.

Il Pagus Arusnatium: storia e iscrizioni romane nella Valpolicella (Museo Lapidario Maffeiano)Prima e dopo l’arrivo dei ...
21/01/2026

Il Pagus Arusnatium: storia e iscrizioni romane nella Valpolicella (Museo Lapidario Maffeiano)

Prima e dopo l’arrivo dei Romani, il territorio della Valpolicella era popolato da una comunità locale che risiedeva in una circoscrizione territoriale comprendente i comuni di Fumane, Marano e San Giorgio di Valpolicella. Si trattava del c.d. Pagus Arusnatium, un’entità di origine indigena, soggetta amministrativamente alla città di Verona, ma autonoma nell’organizzazione dei culti religiosi. I dati relativi a questi culti indigeni sono desumibili da iscrizioni epigrafiche conservate nei sotterranei del Museo Lapidario Maffeiano. Tra le divinità venerate vi erano Culsanus, Ihamnagalle e Sqnnagalle e Vsdina Augusta.
La prima divinità si identifica con il dio etrusco Culs, corrispettivo di Giano nel mondo romano protettore dei passaggi e delle porte. Esso compare nell'area sacra di Lucio Ottavio Grasso, da San Giorgio di Valpolicella. Dalla stessa località proviene anche un’ara dedicata da Gaio Ottavio Capitone a Ihamnagalle e Sqnnagalle, protettrici dei lavori agricoli. Lo stesso Gaio Ottavio Capitone comparirà anche in un’iscrizione da Fumane, cioè la dedica di un’Augusta Vdisna (forse un “luogo ricco di acque”) agli Arusnates in memoria dei fratelli e dei suoi cari.

Per approfondimenti:

A. Buonopane, Considerazioni sull’officina epigrafica del Pagus Arusnatium, «Annuario Storico della Valpolicella 1983-1984».
D. Modonesi, Museo Maffeiano. Iscrizioni e rilievi sacri latini, Verona 1995.
F. Guy, Sul reimpiego di una epigrafe del Pagus Arusnatium, «Annuario Storico della Valpolicella 1994»
M. Bolla, Museo Maffeiano (guida breve), 2010.

Foto
1. Lastra posta da Gaio Ottavio Capitone (I secolo d.C.) Da Fumane (Verona).
2. Ara offerta a Ihamnagalle e Sqnnagalle (I secolo d.C.) Da San Giorgio (Verona).

Un santuario romano sulla Valpolicella: il tempo di MinervaAlle pendici del Monte Castelon, a Marano di Valpolicella (Ve...
21/01/2026

Un santuario romano sulla Valpolicella: il tempo di Minerva

Alle pendici del Monte Castelon, a Marano di Valpolicella (Verona), sorge un tempio dedicato a Minerva, datato tra la fine del II secolo a.C. e gli inizi del I secolo d.C. Data la posizione strategica costituiva il cuore pulsante degli Arusnati, una popolazione facente parte del Pagus Arusnatium, un’entità amministrativa soggetta alla città di Verona, ma autonoma nelle tradizioni religiose locali, per cui la Minerva al quale è dedicato il tempio è di ascendenza locale.
Tale luogo di culto era già frequentata a partire dal VI secolo a.C. con la costituzione di un’area votiva con annessa una fessura calcarea, da cui sgorgava l’acqua. A questa fase è attribuito il rogo votivo, deputato ai sacrifici, desumibile da resti botanici (legno, semi e frutti) e bronzei (anelli, spille). Dopo le scoperte avvenute nel 1835 da parte del conte Girolamo Orti Manara, gli scavi avvenuti tra il 2007 e il 2013 hanno rimesso il luce le strutture architettoniche del tempio, articolate in due fasi edilizie. Una prima fase è collocata in età tardo-repubblicana dove sui resti del rogo votivo venne costruito un primo tempio, con un’aula centrale pavimentata in cementizio con inserti di tessere musive bianche e nere. Da notare è soprattutto la decorazione in I stile pompeiano e il motivo ad onde correnti, che correva lungo tutta la porzione inferiore delle murature. Nella seconda fase (età imperiale) il tempio viene sostituito da uno più grande, con una cella quadrangolare, circondata da gallerie aperte su tre lati (N, S ed E) con colonne doriche; parte del lato nord chiuso da un paramento in “opera reticolata”. All’angolo nord occidentale del complesso era situata una vasca rituale. La forma architettonica così descritta trova confronti nei templi di tradizione celtica o fana gallo-romani.

La scelta di dedicare il tempio a Minerva è documentata da un’epigrafe che menziona il rifacimento del tempio ad opera dei fanorum curatores (magistrature locali) e da alcuni frammenti della statua di culto.

Per approfondimenti:

B. Bruno, G. Falezza, Archeologia e storia sul Monte Castelon di Marano di Valpolicella, Mantova 2016.

Indirizzo

Stradella Ca' Del Bisso 3
Verona
37139

Sito Web

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